Heini Holzer, il cavaliere inesistente

Lo sport è morto. Bisogna capirlo, accettare questo fatto. Rimane il business, lo spettacolo, la fanfara e i titoloni, ma non lo sport che abbiamo amato noi, quelli dai trent’anni in su.

Una fine legata all’afflusso di denaro. Più definitiva dove i soldi ci sono da tempo, malinconica dove stanno arrivando, convulsa dove cominciano a vedersi.

Mentre le scommesse, la compravendita dei risultati, gli eventi creati a tavolino attaccano dall’esterno, il doping falsa dall’interno l’aspetto chimico-fisiologico delle prestazioni gettando una luce obliqua anche sulle motivazioni, II nucleo più importante di un atleta. Molti atleti sono costretti al doping; dal momento che qualcuno ne fa uso, tutti devono piegarsi a terapie sofisticate per avere la speranza di entrare nel gruppo di testa.

Ottobre 1973: la Rivista della Montagna, all’epoca trimestrale e in bianco e nero, “scopre” e presenta al pubblico Heini Holzer. Sei pagine con foto d’azione e tracciati delle discese illustrano l’attività del campione altoatesino. L’articolo è parte integrante di un ampio servizio dedicato allo sci estremo.
Holzer durante la discesa dalla Nord del Gran Paradiso.

Quello che succede nel calcio è risaputo. Nel tennis si è generalizzato l’uso di una certa polverina dagli effetti miracolosi sulla prontezza dei riflessi. Quasi nessuno tra i primi cento del mondo riesce ad esimersi.

Poche discipline si salvano. Bisogna parlare con un medico dell’antidoping per capire cosa succede nell’atletica o nel ciclismo: sembra quasi che la vera gara consista nel non farsi scoprire nei tentativo di scambiare le urine.

Connors, 39 anni, va in finale al Torneo di New York, Carl Lewis corre più veloce a 31 che a 22 anni. Bravi.
La nostra specie ha davvero bisogno di questo?

Non bisogna credere che l’alpinismo sia molto più sano. La sua grande forza di un tempo, quell’essere praticato da “gentiluomini” creduti sulla parola qualsiasi cosa facessero, oggi è la sua debolezza. I bugiardi stanno facendo saltare II sistema: iI sospetto si insinua ovunque. Spesso, purtroppo, con ragione.

È un fatto commerciale. Per caratterizzarsi in mezzo a mille exploit diventa pratica comune arricchire, distorcere, ingigantire le cose e, soprattutto, mediatizzarle a qualunque costo, senza rispetto delle proporzioni né senso della storia.

La discesa della parete sud-est della Rouaille 2595 m, nel massiccio degli Aravis, si conquista mezza pagina su Vertical. Vent’anni fa, senza sponsor, avrebbe meritato tutt’al più un trafiletto in cronaca.

Anche le polemiche ci sono sempre state. Ma certi “exploit” realizzati lungo canalini già percorsi mille volte, o certe discese di Tardivel, ne hanno create di nuove a Cervinia come a Chamonix.

I tempi degli enchaînement, inoltre, sono spesso calcolati al netto delle soste, pareti di 55° diventano di 70°.

Con il crollo della cultura classica, il giudizio degli specialisti non fa più paura e l’unico referente è ormai solo il grosso pubblico al quale, con la complicità della televisione, si può raccontare qualsiasi cosa.

Le prestazioni migliorano, nessuno lo nega, ma il rigore, l’etica, la forza vera, l’umiltà…

Abbiamo deciso che una storia vera, meglio di qualsiasi sfogo moralistico, può aiutarci a capire i tempi che viviamo. La storia che vogliamo raccontarvi è una specie di parabola. Tratta della vita di un uomo già dimenticato, è ambientata in un tempo in cui il denaro non era ancora così importante come lo è oggi. Sotto il segno dei modi correnti, la vicenda che stiamo per ricordare potrà sembrare un po’ fuori dal mondo, addentro ai misteri e ai valori di una dimensione senza più grandi riscontri, quasi una storia lontana di “un cavaliere Inesistente” (la Redazione della Rivista della Montagna, dicembre 1991).

Heini Holzer, il cavaliere inesistente
di Stefano De Benedetti
[pubblicato su Rivista della Montagna (Dimensione Sci), dicembre 1991]
Foto: Sieglinde Walzl

Heini Holzer era un uomo minuto, asciutto e forte. Chi lo ha incontrato non dimentica il suo sguardo dolce e un modo di fare semplice, a volte quasi ingenuo.

Nella vita faceva lo spazzacamino. A Scena, il suo paese in Alto Adige, i camini erano (e ancora sono) molto grandi e richiedono una manutenzione frequente. Di conseguenza Heini conosceva la maggior parte delle famiglie ed entrava in quasi tutte le case, un po’ come il parroco o il medico condotto; con la differenza che lui raramente lo faceva passando per la porta.

Raccoglieva molte confidenze, ma non parlava quasi mai di sé. Malgrado questa naturale reticenza, era diventato una specie di leggenda per le sue scalate, e in valle capitava spesso di sentire qualcuno chiedere le ultime notizie dello spazzacamino volante.

Nessuno sapeva se erano venute prima le arrampicate dentro i camini e sopra i tetti delle case o la passione per quelle sulla roccia, ma tutti intuivano un oscuro legame fra le due cose, tanto più che la sua scalata solitaria più famosa si era svolta proprio in un camino scavato sui fianchi del Wilderkaiser, il temuto Camino Smuck.

L’anima del solitario
Nel 1970 Heini ha 25 anni ed è uno dei più forti arrampicatori delle Dolomiti. Con Messner e i suoi amici ha aperto molte vie nuove ed effettuato prime invernali risolvendo da capocordata delle situazioni quasi disperate. Ha il gene o l’anima del solitario, e uno spirito di ricerca e di esplorazione che lo collegano direttamente alla grande tradizione dell’alpinismo classico. È anche un grande innovatore, sostiene il primato dell’arrampicata libera su quella artificiale – allora dilagante – ed è tra i primissimi a intuire l’enorme potenziale degli sci in alta montagna.

Preparativi per la partenza con Sieglinde e la fida Fiat 500. Foto: S. Casale.

Da due anni si prepara. L’alpinismo gli ha insegnato a mettere le cose in prospettiva e lui ora vede le Dolomiti sotto una luce nuova: centinaia di pareti e di canaloni da esplorare con gli sci. Tutte “prime” in attesa.

Dalla cima delle montagne di casa lo sguardo si perde da ogni parte su una successione di pareti e di canaloni a cui il miracolo di una nuova descrizione del mondo ha restituito una verginità intatta. Il sogno di ogni alpinista si è materializzato per lui solo. Come durante l’epoca d’oro tra le due guerre, come per Cassin e gli altri, il sogno si ripete.

Heini non può fare a meno di essere sorpreso. Ma come, svegliarsi una mattina e trovare tutto così diverso…? Cosa ha fatto, lui, per meritare un’occasione del genere? E gli sciatori, quelli veri, che pazzi a non vedere tutto questo.

Come un bambino chiuso di notte in una pasticceria, Heini si appresta al saccheggio. Prima però bisogna imparare a sciare, o almeno a stare in piedi sugli sci. Ecco perché da due anni si prepara, fa gite a ripetizione, cerca i pendii ripidi, ruzzola e si rialza. Testardo come un alpinista.

Ha già un programma segreto. È molto semplice: vuole fare tutto. Per cominciare, può andare bene anche una Nord famosa, quella della Marmolada. Un grande paretone dove oggi si scende un po’ ovunque, ma una vera impresa per l’epoca. In molti ci stanno pensando. Heini vuole bruciare tutti.

Forse per invidia o per l’alone di impossibile che circonda queste prime cose dello sci estremo, nessuno lo prende sul serio. Tutti pensano che non sia ancora pronto. In effetti non lo è.

Possiede una tecnica approssimativa e, per sua stessa ammissione, non scia bene. Rifiuta la pista e le tecniche ortodosse, in qualche maniera sente di non averne bisogno. Intuisce – e più tardi ne avrà la conferma – che nello sci estremo l’efficacia conta molto più del bel gesto o della curva pennellata e perfetta. Anni dopo si vanterà di essere andato sugli impianti solo tre o quattro volte in tutto e di aver fatto tutto da solo.

Eppure il 13 giugno del 1970 Heini parte e in qualche maniera ce la fa. Ancora insicuro, si è fatto accompagnare da due amici e ha piazzato una bella corda doppia a metà ma, insomma, ce l’ha fatta.

Che dire di quella prima volta, delle attese, la veglia, la paura e la gioia là in fondo da solo sul ghiacciaio? È una conferma, una vocazione. Come essere nati per questo e averlo finalmente scoperto. Non per lo sci in sé, certo, ma per queste emozioni così intense e concentrate anche rispetto a quelle già tanto forti dell’alpinismo.

Cacciatore di emozioni
Ai piedi della Marmolada, Heini non lo sa, ma il suo destino è segnato. La metamorfosi iniziata con l’alpinismo è completa, e da quel momento egli sarà solo un puro “cacciatore di emozioni” in perenne movimento da una montagna all’altra per soddisfare una sete che non si può più estinguere.

Inizia la grande corsa. La Marmolada è un boccone grosso, ancora non del tutto digerito, così Heini sceglie delle discese più facili o quasi della stessa difficoltà. La settimana dopo, in due giorni consecutivi, è sul Similaun e poi alla Cima Tosa, nel canalone più lungo e più famoso delle Dolomiti, 50° per 900 metri. Ancora sulla Nord della Cima Brenta e sulla Nord del Pasquale, poi altre pareti minori e quella prima campagna di guerra deve interrompersi.

Durante questa prima estate, Heini ha imparato tantissimo, ma soprattutto ha sviluppato una tattica per mediare tra i fatti della vita e la sua missione. Innanzitutto è sposato, non vuole lasciare il lavoro, e poi la sera, due bambini lo aspettano a casa; quindi deve essere veloce, anche nei trasferimenti. Una tale necessità richiederà uno sforzo supplementare all’ammiraglia di famiglia, la potente Cinquecento, che dovrà superare se stessa sui tornanti dolomitici. Inoltre, per essere all’altezza delle sue ambizioni, Heini si rende conto di doversi preparare di più e in modo specifico.

Sulla parete nord dell’Aletschhorn: è il luglio del 1975.

Mette a punto allora una serie di allenamenti che non abbandonerà nemmeno in seguito. Decide di percorrere di corsa tra gli 80 e i 120 chilometri tutte le settimane lungo un percorso fisso di 10 km. Come test per verificare il suo stato di forma, corre in salita per 75 minuti esatti, si ferma in vetta 6 minuti e per 40 scende. Sempre gli stessi tempi.

Con questa preparazione, nel 1981 realizza 13 prime tra marzo e luglio. Sono la Nord del Cristallo e della Presanella in giornata con ritorno serale a cavallo della fida Cinquecento, ma anche la famosa Schuckrinne sulla parete nord-ovest dell’Ortles, con passaggi appena al di sotto dei 55°.

Heini possiede ora una consapevolezza nuova: può farcela. Non ne era così sicuro all’inizio, quando leggeva le relazioni dei pochi che l’hanno preceduto. Ormai si muove bene; spesso, se le condizioni esterne ed interne coincidono, assapora il miracolo di trovarsi perfettamente a suo agio anche sui pendii più ripidi.

Così scopre che in certi racconti ci sono state delle grosse esagerazioni che per lui hanno rappresentato un vero e proprio fuoco di sbarramento all’entrata, un macigno psicologico che, una volta superato, Heini può riconoscere per quello che è: il frutto acerbo della voglia di affermarsi, di arrivare a qualunque costo da parte di coloro che l’hanno preceduto.

C’è anche qualcos’altro, però, che lo amareggia. Nel primo periodo, durante le sequenze ripetitive imposte in salita dalla progressione su ghiaccio, gli capita spesso di pensare agli “altri”. Pensa a Sylvain Saudan, naturalmente, ma soprattutto a Kurt Lappuch e Manfred Hoberegger che, con la prima discesa del Canalone Parravicini al Grossglockner, avevano lasciato nelle Alpi Orientali una traccia molto concreta. Adesso riconosce ancora di dovere loro qualcosa, ma non li vede più aureolati come un tempo. Non capisce perché si debba ricorrere all’elicottero, un mezzo così lontano dallo spirito della montagna. «Non ritengo sportivamente valido farsi trasportare in vetta da un elicottero», sosterrà in più occasioni, dando inizio, nei toni pacati di allora, a una polemica a distanza con Sylvain Saudan e Tone Valeruz. Quest’ultimo dichiarerà più volte: «L’elicottero? Se potessi, lo userei sempre!»

Sportività, per Heini come per i grandi alpinisti dell’epoca (Messner in testa), significa ridurre i mezzi e il ricorso alla tecnologia con la quale tutto diventa possibile, ma le sfide perdono qualsiasi significato.

I mezzi di cui si parla sono i collegamenti radio, gli aiuti durante il percorso; sono i chiodi a espansione, è l’elicottero che ti deposita in cima a una montagna il mattino presto dopo una doccia calda e una bella colazione. Tutte cose che per Heini diminuiscono le difficoltà di un’impresa e – diremmo oggi – sicuramente non la rendono confrontabile con altre realizzate in stile più sportivo.

Spesso Heini impiega anche 10 ore a risalire una parete con gli sci in spalla, che si arrabbi è naturale.

È il problema dell’etica: occorre stabilire ciò che è lecito, quindi darsi delle regole. Subito si scontrano due scuole di pensiero, sembra di tornare agli anni ’60, al tempo delle direttissime e dei chiodi ad espansione. L’atteggiamento nei confronti dei mezzi di comunicazione può servire a chiarire meglio di qualsiasi altra cosa le profonde differenze di motivazioni e di filosofia che si delineano già tra i pionieri agli albori dello sci estremo moderno.

Tutti coloro che si servono dell’elicottero intrattengono con la stampa un rapporto intenso, basato su visite frequenti alle redazioni e corteggiamenti ai giornalisti. I media li ripagano con la notorietà.

Heini ne fa invece un problema di stile: «Non è molto importante raccontare le vie che si sono effettuate. L’importante è il come sono state percorse».

In sette anni di attività i giornalisti riescono a stanarlo solo due o tre volte. Per la stampa non specializzata, lui non solo non è il più bravo, ma quasi non esiste. Heini non se ne cura, sa che col tempo i veri valori in campo emergeranno, e anche per questo la competizione e la polemica rimangono sempre indirette e quasi non dichiarate.

L’anno seguente un fatto nuovo irrompe nella vita di Heini Holzer. È bruna, ben fatta, forte, appassionata: si chiama Sieglinde. Veramente Heini la conosce da sempre, visto che abita sotto di lui. Anzi, da quando aveva 14 anni la porta in gita e le insegna a sciare secondo la progressione che ha usato anche per sé: tutto dritto e poi fare qualcosa. Adesso che Sieglinde ha 16 anni contro i 27 di lui, è una specie di maschiaccio incosciente, non ha paura di nulla. Heini decide di farle provare la montagna. I genitori di lei stranamente si fidano; per loro Heini ha la testa a posto, non è come lo dipingono nella zona.

Anche Sieglinde si fida, una fiducia cieca, totale. Alpinisticamente parlando, diventano inseparabili.

Come spesso dimostrano le vicende dell’alpinismo, le donne hanno solo due modi di rapportarsi alla malattia del compagno: sono un freno o un acceleratore. Ma più spesso il primo. Sieglinde è un acceleratore. Con lei Heini conosce la completezza delle passioni condivise fino in fondo.

Dal 1972 comincia per entrambi un periodo straordinariamente bello e proficuo che si concretizza in altre 13 prime di cui due al Col Turond (40°, 300 m) e alla Weisslahnspitze (40°, 250 m), condivise con Sieglinde.

Alla Nord del Piz Palù, senz’altro la prima più notevole di quell’anno, accade una cosa strana. Si tratta di una Nord grande e pericolosa, alta più di 800 metri e costellata di seracchi tra cui quello terminale – famoso in tutto l’ambiente alpinistico – che la minaccia per tutta la larghezza.

Heini dichiarerà: «Mi sono scelto una meta che non avevo osato scalare», e in effetti sale con Sieglinde dalla via normale. Potrebbe essere una bella dimostrazione di come gli sci, permettendo rapidi spostamenti diagonali di grande ampiezza, costituiscano un fattore di sicurezza in quel genere di parete. Ma non si capisce allora perché Heini si sia fatto accompagnare da Sieglinde senza sci lungo la discesa.

A sinistra, Heini Holzer spazzacamino a San Giorgio; a destra, in alto, Heini con la chitarra e la fisarmonica nel giardino di casa; a destra, in basso, Sieglinde Walzl e Giuliano Giongo a Scena, durante l’incontro che ha permesso di preparare questo articolo. Foto: Giorgio Daidola.

Sieglinde si fidava: «Non mi faceva paura scendere quella parete con piccozza e ramponi, non mi faceva nessun effetto. Certo, c’erano i pericoli oggettivi. È stata sicuramente la più impressionante tra le pareti che ho sceso per lui. Ricordo che a un certo punto facevamo dei grandi segni a un elicottero che volava lì sopra e ci impediva di capire se scendevano le valanghe».

Dice queste parole seduta sulla soglia della sua bella casa di mezza montagna, diciannove anni dopo. Da qui, nella luce della sera, il Tirolo è un paese incantato, le stesse case antiche, i campanili; in vent’anni non è cambiato nulla. Heini non c’è più e Sieglinde ha avuto il tempo di prendere le distanze. Parla di cose che forse appartengono ad un’altra se stessa, la persona che le ha vissute e le ha seppellite. Ora è un po’ sorpresa di ritrovarle così vive. Con lei tutto si anima, Heini torna vivo e presente.

Lo sci estremo come arte

Con quella fortunata stagione è cominciato per Heini un periodo molto particolare. Ha ormai superato lo stadio della tecnica e sta penetrando in una regione nuova, uno spazio della mente in cui la tecnica è ormai del tutto interiorizzata. Alla fine i movimenti fluiscono liberi, non devono essere pensati e non costano fatica. Qualcosa si è saldato in profondità e la tecnica dello sci, completamente rivissuta, serve un altro fine, diventa arte e pura espressione di sé.

«Giunto al fondo, vedo la mia pista tracciata dagli sci. Sono felice perché mi trovo davanti alla mia opera». E le sue opere sono la Nord della Presanella (50°, 500 m), la Biancograt al Piz Bianco (50°, 900 m), lo Sperone della Brenva, il Canalone di Lourousa, le pareti nord del Gran Paradiso, del Lyskamm e dell’Aiguille d’Argentière, altre 40 prime in tre anni: la felicità.

Con essa l’energia nuova che lo ha spinto fuori dai confini ormai angusti delle Dolomiti, verso il Monte Bianco e i grandi ghiacci dell’Aletschhorn nell’Oberland Bernese, a tentare quello che nessuno aveva osato prima. Nel 1973 Heini raggiunge i suoi limiti. Scia ormai per lunghi tratti oltre i 50° e affronta le più paurose pareti in alta montagna. In tre anni realizza altre 40 prime discese.

Heini Holzer e Helmut Vitroler in discesa lungo la parete nord del Gran Paradiso

Le voci corrono, e tra gli alpinisti Heini è ormai molto conosciuto, ma si è anche attirato il malanimo di coloro che si sentono sminuiti dal fatto che qualcuno percorra con gli sci le più famose vie di ghiaccio. Lo sci estremo fa parlare di sé, quindi esiste e dà fastidio. Che cosa sia esattamente non è chiaro per nessuno. Qualcuno gli nega la dignità di disciplina a sé stante paragonandolo a un fenomeno da baraccone; lo stesso Messner, confondendolo con l’alpinismo e mettendosi inconsciamente in competizione, dirà un po’ seccato: «Nessuno scenderà mai con gli sci dove io salgo con piccozza e ramponi».

C’è anche un altro motivo di contrasto che deriva dalla frequente compresenza in parete di cordate di alpinisti. Heini in questi casi preferisce rinunciare o aspettare. Altri scendono lo stesso. Questa condotta porterà, alcuni anni dopo, al grave incidente della parete nord della Tour Ronde in cui alcune cordate saranno travolte dalla neve staccata da uno sciatore molto conosciuto.

In questi anni Heini e Sieglinde setacciano con metodo quasi tutti i massicci delle Alpi, schiudendo con le loro discese nuovi orizzonti agli alpinisti e agli sciatori locali, il seme di un nuovo modo di intendere lo sci. Rimangono fedeli al loro stile, si muovono velocemente e col minor clamore possibile; spesso dormono all’addiaccio per sfuggire alla curiosità e all’affollamento dei rifugi. Al Gran Paradiso – ma è solo un esempio – tornano sei volte, sempre dormendo sotto le stelle, prima di riuscire nella discesa della parete nord-ovest lungo la via Adami.

Dal 1972 al 1975 Heini è padrone del campo. Sylvain Saudan ha lasciato dietro di sé le sue cose migliori sulle Alpi e si è rivolto alle montagne extraeuropee; solo Tone Valeruz scende nel 1974 la parete est del Cervino, un’impresa notevolissima ed enormemente pubblicizzata, paragonabile alle migliori di Heini, ma pur sempre una goccia in confronto al mare delle prime che l’altoatesino realizza con caparbia ostinazione.

L’impresa del Cervino, inoltre, innesca uno strascico di polemiche dovute alla salita in elicottero e al fatto che la discesa è cominciata almeno 150 metri sotto la cima.

Il versante settentrionale del Piz Palù, teatro di due delle discese più belle di Heini, nel 1972 e nel 1974.

Verso il limite
In quei tre anni Heini raggiunge un limite che non supererà più. È un limite di concezione sullo Sperone della Brenva e sulla Nord dell’Aletschhorn, dove il concetto delle grandi pareti viene portato in altissima montagna superando una barriera psicologica. Ed è un limite di pendenza (52-55°) a cui è già arrivato in passato e che riconferma in molte nuove occasioni, come sulla Nord-ovest della Presanella e sul Gran Paradiso, solo per citarne alcune.

Se 55° possono sembrare pochi, bisogna considerare che a tutt’oggi nessuno ha superato i 60° se non a parole, e pochissimi li hanno veramente raggiunti per lunghi tratti.

Heini aveva sempre con sé un inclinometro che usava in salita appoggiandolo ad una racchetta sul pendio: uno strumento ancora molto attuale e consigliabile.

In realtà lo sviluppo dello sci estremo non si può ridurre solo ad un problema di inclinazione: in quel periodo Valeruz scia su pendii altrettanto ripidi e forse, prima di loro, ci è riuscito anche Saudan nel corso della sua discesa più difficile nel 1968, nel Couloir Gervasutti al Mont Blanc du Tacul, benché si sia fatto assicurare nel primo tratto con una corda lunga 150 metri.

L’evoluzione di Heini, in effetti, è poco legata alla pendenza, visto che già nel secondo anno di attività egli raggiunge le sue massime inclinazioni. Via via egli trova il coraggio di affrontare da solo, salendo di notte, grandi pareti ghiacciate e pericolose.

Heini durante una discesa estrema in Dolomiti.

Sono la portata e il significato della ricerca, il respiro delle concezioni e la coerenza con cui le ha realizzate a fare di Heini Holzer il più grande dei pionieri. Le “prime italiane”, le “prime francesi”, le “prime tedesche” di cui sono piene le cronache alpinistiche di quel periodo, sono la manifestazione di una mentalità provinciale, tesa a regionalizzare le prestazioni per non sfigurare in un confronto globale, e tradisce la voglia di delimitare bene i confini dell’orticello in cui farla da padroni. Heini, al contrario, cerca valori assoluti e confronti globali, consapevole che il grande sport si misura e ha valore storico solo se spinge ai limiti delle possibilità umane, limiti che valgono per tutti, sempre e comunque. Con uno sparuto drappello di altri visionari ha preparato i tempi che verranno, l’esplosione del fuoripista e dei nuovi itinerari di scialpinismo, ha liberato lo sci da antichi timori e l’ha proiettato oltre “l’impossibile” a fianco dell’alpinismo.

Holzer impegnato nella parte alta della Nord del Piz Palù.

Senza esserne del tutto consapevoli, essi hanno dato vita all’unico contributo veramente originale della vecchia Europa all’evoluzione dell’alpinismo mondiale negli ultimi vent’anni. Lo sci estremo: l’unica cosa che non sia nata (e che anzi abbiamo esportato) in America, molti anni dopo averla inventata (1).

Dal 1976 alla primavera del 1977, come se sapesse di non avere più molto tempo a disposizione, Heini accelera ancora e realizza altre 14 prime.

Ormai la “grande occasione” – come Heini l’ha vissuta – si avvia a esaurirsi. Nuovi nomi e nuove imprese si affacciano alla ribalta. Compare una nuova specie di sciatori estremi, abili con gli sci quanto forti in montagna. Si è pronti per un nuovo salto di qualità per quanto riguarda la pendenza. Pochi anni, e con gli ultimi canaloni evidenti e le ultime pareti aperte si esaurirà anche la fase dei pionieri, lasciando il posto a itinerari più complessi e difficili.

Una discesa estrema nelle Alpi Centrali.

Heini non vivrà tutto questo. La mattina del 4 luglio 1977 è in cima al Piz Roseg, solo. Sotto di lui la parete nord. Dentro, quella condizione sottile di attesa e di timore, una voragine di concentrazione provocata dalle droghe che il corpo secerne per sopravvivere e per difendersi dalla paura. I sensi tesi come corde di violino si spingono ai confini della percezione e, come tutte le altre volte, Heini sente un velo che potrebbe anche squarciarsi e rivelare il mistero. Il giorno prima ha risalito con Sieglinde la stessa parete, ma in discesa ha rinunciato dopo tre curve a causa delle cordate degli alpinisti. Ora Sieglinde è tornata a casa con Helmut Vitroler, e lui si presenta da solo al suo ultimo appuntamento. Le condizioni non sono mai state migliori. Alle nove del mattino Heini parte, fa di nuovo tre curve, e precipita.

Nota (1). Oggi, per quanto riguarda l’arrampicata, gli allievi hanno forse superato i maestri, ma bisogna ricordare che i maestri erano californiani. Le EB, l’american way of climbing, il Nuovo Mattino, il Mucchio Selvaggio, il free climbing: siamo stati degli ottimi importatori. Gli Ottomila senza ossigeno non sono una trovata moderna, visto che, prima e dopo l’ultima guerra mondiale, in Himalaya la quota di 8000 metri è stata più volte superata senza bombole.

Si ringraziano Sieglinde Walzl e Giuliano Giongo per la preziosa collaborazione nella preparazione di questo articolo, e Marzia Vergero per la traduzione dal tedesco della documentazione disponibile.

Heini Holzer, il cavaliere inesistente ultima modifica: 2025-04-21T05:38:00+02:00 da GognaBlog

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24 pensieri su “Heini Holzer, il cavaliere inesistente”

  1. Holzer non prendeva gli impianti di risalita, ma, se visto sotto l’aspetto sicurezza, non è un fuori tema parlare di funivie.
    Visto che Bertoncelli ha tirato in ballo la vita nel mondo.

  2. No Carlo. Non confondere il mezzo di trasporto a fine in generale con la funivia.
    La funivia cosiddetta “va e viene” come quelle del Mottarone e del Monte Faito (in Italia ne furono costruite molte) non sono mezzi sicuri neppure con tutti gli adeguamenti fatti negli anni.
    Infatti, in caso di rottura della fune traente a monte della cabina che si trovi nei pressi della stazione a monte (come successo nei due sito citati), nessun freno di sicurezza riesce a trattenere la cabina sl suo posto perché questa è trascinata a valle dal peso della fune traente.
    Quindi viaggiare su quei mezzi non è sicuro, neppure quando tutti i dispositivi predisposti sono in funzione.
    Che tutti se ne facciano una ragione.

  3. I dati dicono altro. Le funivie sono, in assoluto, il mezzo di trasporto che l’homo abbia mai inventato.
    Che poi si stia esagerando con questa “sicurezza” è tema altro

  4. Bertoncelli, certo il mondo non è rose e fiori ma sapercisi muovere può determinare la qualità delle nostre vite o addirittura il nostro sopravvivere o meno.
    Negli anni ’80 la becca di certe piccozze si spezzava di colpo. Certi moschettoni (non cito le marche) pure. Sono esempi che oggi non hanno più motivo di esser citati. Chissà. 
    Le funivie NON sono sicure. Non lo sono mai state. Questo oggi vale ancora. Gli ingegneri l’hanno sempre saputo. Eppure…

  5. @ 17 e 18
    L’esistenza di un essere umano dipende da un attacco o da un altro.
    Il suo destino dipende dal voltare di qua o di là, da un sasso che si schianta un metro a destra oppure sul nostro cranio.
    Benvenuti nel mondo.

  6. Paragonare le discipline montane (escluso i trail e simili) ad uno sport è quanto di più sbagliato si possa fare. Prima di insegnare nodi,manovre, curve saltate e altro, nei vari corsi Cai/guide alpine questo è quello che si dovrebbe far emergere.

  7. In quei tragici momenti molti dei sui compagni ,io compreso, abbiamo pensato le stesse cose scritte da Cominetti.

  8. Sicuramente il limite dell’attacco Marker (che si vede in tante foto) era quello della limitata escursione del tallone in salita. Infatti la famigerata “forcella” limitava di molto l’alzata del tallone.
    Può essere che Holzer sia passato ai Nepal perché ai tempi erano l’alternativa più percorribile, in quanto l’escursione del tallone era di certo più ampia, arrivando a un angolo simile agli attacchi odierni. Il che significa maggiore comfort in salita.
    Ma in discesa il Nepal era un disastro. Le molle, sia del puntale che della talloniera, erano impossibili da regolare alla giusta forza di sgancio e si aprivano spesso quando non dovevano.
    L’elasticità longitudinale (detta: compressione) era pressoché assente facendo si che l’attacco non riusciva ad assorbire le sollecitazioni di forza inferiore a quella impostata per lo sgancio.
    Il Marker invece aveva un elasticità longitudinale elevatissima.
    Nin è da escludere che la caduta che fu fatale a Holzer sul Piz Roseg sia imputabile a un’apertura imprevista dell’attacco della ditta torinese.

  9. Per precisione Heini ha sempre usato attacchi Marker.
    Solo nel suo ultimo anno di attività ha usato i Nepal che aveva anche nella sua ultima discesa

  10. Praticamente era una valanga assicurata… 

    Più o meno… 🙂 fra l’attrezzatura e la tecnica sciistica in fresca più che basica…. 

  11. Peso dell’accrocco: 2.500 kg
    Peso del giovane Giuseppe: 65 kg (scarsi)
    Peso totale della massa in movimento su pendio nevoso instabile: 2565 kg all’incirca. Praticamente era una valanga assicurata… 

  12. Holzer usava gli attacchi Nepal Zermatt della ditta Molino di Torino. Li ho usati anch’io…

    Il mio primo attacco da sci alpinismo. Montato su un paio di sci da discesa. Tutto l’accrocco pesava circa 2.500 chili….

  13. 6. Molto interessanti i tuoi lavori su YouTube e l’accostamento tra storia raccontata e brani di musica classica, Kreisleriana in questo caso ad accompagnare Holzer. 

  14. Holzer usava gli attacchi Nepal Zermatt della ditta Molino di Torino. Li ho usati anch’io…
    Esistevano anche gli Artjk (scritto così) che avevano un puntale fatto ad archetto fisso. Senza nessuna sicurezza.
    Sciando sul ripido, secondo me, la sicurezza è che lo sci non si stacchi dai piedi MAI!
    L’idea di sciare giù per la nord della Marmolada  ( solo per citare una discesa oggi popolare, ma dove se cadi t’accoppi comunque) con i Nepal è terrificante.
    E con dei Renntiger JUNIOR della Völkl!!!
    Ma i tempi sono cambiati. E noi siamo vivi.
     
    Non vedo l’ora di leggere il libro di Daidola sullo sci ripido/estremo in uscita in questi giorni!

  15. Sono d’accordo….. c’è una serie di signori nessuno che sono nettamente al di sopra della media e fanno per se e per chi li segue…..segue fisicamente intendo….
    Tornando allo sci ripido, quando lo praticavo,ero particolarmente attratto dalla dicitura calzabilta’…. 
    Comunque sono felice di aver fatto delle discese di quel tipo ma sono anche felice di aver smesso

  16. Crovella, conosco diversi alpinisti che hanno un livello decisamente più alto degli eroi blasonati che ci propone il web e similia.
    Esistono. Fanno alpinismo solo per loro stessi e con risultati al massimo livello.

  17. Ho avuto la fortuna di conoscere Heini Holzer durante le sue indimenticabili conferenze sullo sci estremo organizzate dalla “Rivista della Montagna”. Affascinava perché non recitava. Non aveva sponsor, preferiva rimanere un uomo libero. Con il suo sguardo dolce, le sue parole semplici, riusciva a trascinare il pubblico nel suo cerchio magico. “Heini Holzer, Il cavaliere inesistente” è uno degli articoli capolavoro di Stefano De Benedetti, il suo indiscusso erede, insieme  a “La montagna incantata” (Rivista della Montagna dicembre 1979), “Sci estremo domani” (Dimensione Sci febbraio 1985), “L’infelicità degli eredi” (Dimensione Sci, gennaio 1989), “Perché?” e “Anatomia di una prima” pubblicati nel mio volume fresco di stampa “No fall lines, una storia dello sci dove è vietato cadere”. Grazie Stefano!
     

  18. Heini Holzer è anche l’alpinista e lo sciatore delle cime dimenticate: uno per cui il nome blasonato e altisonante di una montagna non aveva alcuna importanza. Il suo sguardo si posa su pareti e vette “fuori moda”, come scrive lui stesso: montagne che agli alpinisti “alla moda” non interessano affatto (probabilmente perchè sono così sconosciute che non si possono raccontare con la stessa vanità di quelle più famose, aggiungo io). Per chi vuole ascoltarlo, a questo link c’è il capitolo su Heini Holzer (ascesa e discesa del Kleiner Infinger, Piccolo Picco Ivigna sulle note di Schumann) che ho scritto e musicato quest’inverno, e che fa parte del mio spettacolo “Sciatori di montagne” dedicato allo scialpinismo. https://www.youtube.com/watch?v=UPMkbxJyJlk

  19. E già, signora mia, non ci sono più gli alpinisti di una volta…allora si che erano eroici, nobili, puri…oggi invece solo a pensare ai like
     
    “Del resto mia cara, di che si stupisce?
    Anche l’operaio vuole fare l’arrampicatore
    E pensi che ambiente ne può venir fuori
    Non c’è più morale, contessa”

  20. Significativo che nel 1991 si scrivesse già: “lo sport è morto”. Con tutta l’acqua, sempre più inquinata, che è passato sotto i ponti in 34 anni cosa dovremmo dire oggi?

    E sull’alpinismo? Se si sottolineava quanto “marcio” ci fosse all’interno di una disciplina che si concepisce storicamente come elegante e nobile solo perché praticata da gentiluomini (di spirito, non solo di censo), oggi cosa dovremmo dire… oggi che l’alpinismo dalla maggioranza delle nuove generazioni è davvero concepito come uno “sport” e non come una “disciplina”…

    Per respirare aria buona bisogna risalire a personaggi genuini e “candidi” come Holzer. Nella sua semplicità d’animo si trova la vera nobiltà d’animo di chi va in montagna con approccio nobile ed eletto. Ma.. c’è un ma. Holzer è stato così perché ha operato in uno specifico contesto storico: la società di allora permetteva di poter essere anche così. Cosa sarebbe Heini nell’attuale società “liquida”, multimediale, iperprestazionele, dominata dai tweet e asservita agli sponsor…?

  21. Bello rileggere uno scritto di un amico, dopo tanti anni.
    Lo stile e i concetti analizzati sono totalmente debenedettiani.
    Consiglio a chi è interessato di guardare il suo film:La parete che non c’è (=il cavaliere inesistente…).

  22. Vi ricordo la biografia di Holzer, che però non ho ancora letto (male!) e della quale pertanto non so dire nulla.
    “Heini Holzer. La mia traccia, la mia vita. Storia di un alpinista e sciatore estremo”, di Markus Larcher, editore Mulatero, 2018.
    Il fatto che le pagine siano arricchite da interventi di Stefano De Benedetti e Reinhold Messner lascia ben sperare sulla qualità del lavoro.

  23. Un tempo questi e altri erano soltanto articoli di carattere biografico. Ora invece narrano la storia.
    È meritevole riproporli. È piacevole leggerli.
    Bravo GognaBlog!

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