Divertente racconto di una ripetizione dello Spigolo Vinci al Pizzo Cengalo.
Il “Cataram” dello Spigolo Vinci
di Mario Bramanti (maggio 2024)
(pubblicato su Vertice n. 40, 2025)
Lo “Spigolo Vinci” costituisce la parte terminale della lunghissima cresta che dalla vetta del Pizzo del Cengalo 3369 m scende verso sud, attraverso l’Anticima meridionale 3215 m, fino a perdersi negli alti pendii della Val Masino. Lo spigolo corre dal punto in cui essa si impenna fino all’Anticima, dalla quale occorre proseguire su per pendii nevosi anche ripidi verso la cima principale, fino ad imboccare la via normale di discesa sulla sinistra. Fu salito per la prima volta da Alfonso Vinci con Elia Bernasconi e Paolino Riva nel 1939, divenendo in seguito una classica di buona difficoltà ed impegno, in ogni caso “comoda” e solatia.
Alfonso Vinci appartiene ad un corposo manipolo di alpinisti/arrampicatori lombardi che, sul magistrale esempio di Riccardo Cassin, realizzarono nella cerchia lombarda delle Prealpi e delle Alpi Retiche un gran numero di prime salite di grande valore e difficoltà. Nel bacino della Gianetti era rimasto intonso questo evidente spigolo che attirò l’attenzione di quei tre “nostri” che se lo fecero, da quei campioni dell’arrampicata e della libera che erano.
A partire dagli anni Cinquanta/ultimissimi Quaranta questa via, che per praticità viene chiamata dagli addetti ai lavori “Spigolo Vinci”, entrò anche nelle conoscenze del clan dei varesini ed alcuni di essi lo inserirono nelle loro più concrete attenzioni; qualcuno ci bazzicò alla grande.
Cito a memoria la prima invernale che Mario Bisaccia con Paolo Pozzi, il più forte tra i giovanissimi, che si scarrozzò davanti i suoi bravi tiri, effettuarono nel 1956; cito l’exploit di velocità portato a termine senza nessun agonismo da Giuseppe Broggi con Angiolino Bianchi. Ricordo che si parlava di due ore e cinquanta minuti come tempo che avevano impiegato dalla base alla fine quei due gatti, e di certe fotografie delle salite, sia l’invernale che questa, che passavano di mano in mano tra i big, certi venerdì sera.
Avevo preso a pensarci anch’io che cominciavo, un po’ in sordina naturalmente, a progettare iniziative personali più autonome; che giusto l’anno prima ero salito col fratello per la cresta Marimonti alla Sertori e poi per lo spigolone del Badile. Ed è così che verso la fine di luglio di quel 1957 sono alla Gianetti, col fratellone: ho appena finito gli esami della sessione estiva al Poli e mi sento particolarmente contento. Ancora il Giulio Fiorelli ci accoglie nel suo rifugio questa volta affollato, oramai ci conosce come quelli che vengono su da Varese, e ci chiede dei nostri programmi, e ci sistema una cuccia per la notte. Verso le otto del mattino siamo quasi all’attacco, dopo una bella sgambata, che in ogni caso non ha nulla a che fare con la scarpinata di ieri. Abbiamo con noi una relazione trascritta a mano da non so quale guida Masino Bregaglia Disgrazia che risulta assai sbrigativa: contano molto di più le preziose informazioni che abbiamo scucito da quelli di casa che l’hanno fatta e sanno già tutto.
Abbiamo abbandonato la traccia che porta alla via Bonacossa, ci siamo alzati quel tanto, ed ora siamo qui dove la cresta si impenna diventando spigolo. Zuava, calzettoni di lana, giacca a vento con sottosella, buoni scarponi, niente imbrago, niente casco, roba di là da venire, una bella corda di canapa da quaranta metri per dodici mm, un po’ di moschettoni di ferro, qualche chiodo e due martelli, di quelli che forniva il “gruppo”. Siamo agganciati a un gran chiodone piazzato basso sul terrazzino della partenza e perfezioniamo l’assetto.
Un rilievo sporgente e rognoso costituisce il primo scoglio da superare per guadagnare il primo chiodo della via che occhieggia un po’ lungo, abbrancarsi e proseguire; mi allungo più che posso, mi attacco a scomodi appigli mal disposti, mi aggancio finalmente e procedo. “Ca..o! E’ duro davvero il primo passo…”.
In verità avevo notato lì sotto, agganciato al chiodone del terrazzino dove ci eravamo assicurati noi, uno strano rampino, diametro sei mm circa, ripiegato a esse… “beata innocenza…!”, ma oramai son qua ed ora già salgo veloce. Seguono altri tiri, traversiamo a sinistra in lieve discesa sotto il grande diedro nero: si presenta leggermente strapiombante sulla faccia sinistra, leggermente umido, repulsivo ma rugoso e con diversi chiodi già infissi. Lo affronto e lo risolvo senza esitazioni …! La Lambretta la guida lui, ma qui sono davanti io ed è giusto cosi, e lo sa bene anche lui e lo digerisce contento, solo, forse, con qualche sua remora interna. Quando mi raggiunge è raggiante e mi sorride approvatore.
Presto arriviamo al terzo tiro chiave: uno spigolo verticaloso, liscio, arrotondato con due esili fessure parallele sulla parete di destra che ospitano tre chiodi. Dülfer, aderenza come ca..o si deve fare (!?), in ogni caso risolvo alla svelta; e puntiamo ormai ai tre tiri finali, arditi ma articolati, bellissimi, che ci portano alla cresta nevosa dell’Anticima.
Abbiamo fatto davvero presto anche noi, tre ore o giù di lì, quando iniziamo a traversare in orizzontale sempre verso sinistra per guadagnare la normale di discesa dalla cima principale.
Ci sembra di essere stati bravi a nostra volta, e questa nostra volata sarà da raccontare a casa agli amici, al Giuseppe in particolare.
Lungo la discesa sulle ripide coste alte innevate del Cengalo, dove già emergono le prime roccette della parte più bassa… un brutto scivolone …; forse un po’ meno euforia per il risultato e più attenzione, forse ci sarebbero voluti dei ramponcini, forse una placca di neve carogna, giù insieme legati che siamo, giù fino a fermarci abbracciati al primo spuntone di roccia che dà inizio al misto sottostante. Bastava che uno dei due cominciasse a rotolare, o peggio a ribaltarsi. E sarebbe potuta finire in tragedia! Ci guardiamo, ci sorridiamo, siamo intatti come grilli, assolutamente illesi. Ci è davvero andata di culo. Osserviamo sul pendio sopra di noi le due tracce rotonde che abbiamo lasciato e che segnano a lucido tutto il pendio… Ce lo racconteremo numerose volte poi, negli anni a seguire.
Poco sotto ci sleghiamo, prima delle tre siamo di nuovo in Gianetti, giù dal Fiorelli che di nuovo si complimenta con noi… “salutate la banda a Varese”, oramai siamo amici.
La discesa dal rifugio, transeat, ma questa volta giù ai Bagni, imboscata dietro una stalla, c’è la Lambretta che ci aspetta.
Lo racconteremo presto, forse venerdì sera, agli amici che aspettano notizie; e quando lo dico al Giuseppe: “… guarda che abbiamo impiegato tre orette anche noi”, mi guarda da sotto gli occhiali come sapeva fare lui, mi sorride tra il soddisfatto e l’incredulo e … “ma non avrai mica adoperato il Cataram, per caso…?!”.
Solo allora mi sono reso conto di che cosa fosse quello strano rampino sul quale mi era scappato l’occhio al terrazzino della partenza. Cata-ram = acchiappa-rami, nel dialetto di non so quale zona qui delle nostre campagne.
Da allora il Cataram è entrato nel nostro lessico familiare, per quel poco di agricolo che mi è toccato negli anni: agli inizi per un innocente furto di frutta dall’albero di qualche pianta del demanio, poi per quel poco di giardino di cui mi sono occupato quando si trattava di tirare a sé il ramo di una pianticella da tagliare o potare e che altrimenti ti ci vuole una scala; essendo, invece, rimasto sempre assolutamente interdetto per qualsiasi altra necessità corporale, nella fattispecie arrampicatoria.
Anche perché nel frattempo erano entrati nell’uso normale più perfezionati attrezzi tecnici, quali svelte con la fettuccia irrigidita o moschettoni con chiusura del dito a scatto.
Ho anche fatto una breve indagine etimologica sui dizionari circa l’esistenza e il significato di questo vocabolo e presso amici di differenti ceti, senza in verità ottenere grandi risultati; e dire che a me sembra tanto logico: cata-ram = prendi il ramo… Ne parlerò al Professore/linguista Giuseppe Antonelli …
Ho parimenti intervistato qualcuno tra i pur pochi viventi che a quell’epoca potevano avere per abitudine di passare da quelle parti, ma nessuno si ricorda di nessun rampino (?).
Ho deciso di credere ciecamente a quel che passa la mia memoria visiva, sonora, emotiva, che in certi particolari casi sembra acuirsi, valere più di qualunque calcolo probabilistico.
E sono soprattutto contento di aver colto l’occasione per ricordare di nuovo, e con molto affetto, episodi di vita vissuti con colui che fu il mio primo compagno nel mio andare per montagna in autonomia. A parte le numerosissime uscite di allenamento primaverile al Campo dei Fiori, raggiunge la trentina il numero delle salite di una certa importanza che dagli anni Cinquanta ho diviso con lui fino a quando le nostre strade si sono naturalmente divise.
PS. I contatti con il Prof. Giuseppe Antonelli non sono andati in porto, e in verità, nel frattempo, il problema di quel vocabolo per me e quelli di casa tanto familiare, e chissà perché tanto ignoto al mondo che mi sta al contorno e che ho potuto interpellare, è passato nel dimenticatoio. Intanto, però, la primavera, che come era “una volta” non si è ancora fatta sentire, avanza: l’erba sta crescendo veloce e tra poco ci sarà qualche arbusto da regolare e qualche ramo da potare.
L’attrezzo che da anni usiamo per potare e tagliare i rami che crescono in alto è un po’ vetusto e sta diventando troppo pesante per braccia che si fanno più deboli. Abbiamo deciso di cambiarlo con uno più efficiente e soprattutto leggero. Entro dunque, una mattina, da un ferramenta che conosco e che tiene quel genere di attrezzi.
… Ciao, come va, … quale buon vento, … posso esserti utile?… Ciao, dico, sì, dico, sto cercando… e con le braccia e le mani mimo il gesto: con la destra un po’ alzata cerco di tenere il lungo manico e con la sinistra di tirare la cordicella della manovra, e continuo… ce l’hai un “cataram”?
Incuriosito, a sua volta, risponde… “Sì, sì, vuoi dire… ”uno svettatoio”…
Svettatoio, certo, svettatoio mi piace, e lo trovo elegante, adatto. “Lo svettatoio dello spigolo Vinci”, sarebbe stato un buon titolo… c’è anche una vetta, dentro.
La lunghissima cresta dello Spigolo Vinci al Pizzo Cengalo 3215 m, che si perde negli alti pendii della Val Masino.
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Bella definizione:”Cataram”.
Adesso abbiamo “furbi” di ogni tipo fra “Panic” e Beta stick di sei metri , ma “Cataram” è bellissimo.
Il magnifico autore di questo scritto, nonchè amico e compagno di tante indimenticabili salite e di freddi bivacchi, mi ha risvegliato un déjà vu.
Forse che il CATARAM fosse il padre primitivo di uno strano oggetto di cui si ornavano alcune imbragature ed il cui nome non risultava mai troppo definito? Alcuni lo chiamavano, con evidente francesismo nobilitante, Longe, altri Slonga (probabilmente la stessa origine linguistica di CATARAM), altri ancora, più prosaicamente, Svelta tattica. Una sorta di Innominato del mondo alpinistico, un oggetto mai troppo ostentato, certo per quella ritrosia che appartiene al mondo della montagna… Diciamo riservatezza.
Nello stesso idioma del CATARAM era stato coniato un curioso refrain che pare facesse così: ‘n dua ghè i spit ign bunn tucc. Traduco liberamente con qualcosa come “dove ci sono gli spit sono capaci tutti”. L’Innominato era lo strumento che avrebbe permesso di rendere più vero il refrain, uno strumento democratico, una liberazione delle masse.
Pare avesse funzione di superare quei tratti di roccia dove la distanza degli ancoraggi di sicurezza era stato, a insindacabile giudizio del ripetitore (pare, le fonti non sono concordi, molto influenzato dal grado di allenamento), pervicacemente allugata per rendere l’obbligatorio più duro. Insomma una mezza carognata a cui l’intelletto reagiva con l’uso del curioso oggetto.
Si trattava in origine di un semplice rinvio irrigidito con nastro americano. Nel tempo e, curiosamente, con il ridursi del tempo dedicato all’allenamento o con la crescita del desiderio d’ingaggio, lo strumento (apparentemente dotato di vita propria) cresceva in lunghezza e audacia ingegneristica per arrivare a gradi di perfezione che permettevano di affrontare con minore insicurezza anche quei tiri che sembravano chiodati da mostri con statura di titani. Mi tornano alla memoria certe lunghezze che, con grande affetto, intitolavamo “alla Vitali e Brambati”. Il Vitali, che qui ringrazio per le splendide vie, pare avesse statura abominevole e braccia inimmaginabili, cosa opporre a tanta possenza? L’Innominato era una prima forma di garanzia. Ed ecco che il CATARAM ne era stato il precursore!
Si , alcune guide svizzere spittarono i tiri di questa splendida via come lo spigolo N del badile , e alcune guide di S.Martino rimossero tutto col flessibile e si postarono su YouTube.
Bel racconto e bella salita in un ambiente bellissimo, che feci parecchi anni fa con mia moglie arrivando in vetta e discesa dalla normale.
Se non ricordo male su questa via ci fu uno scontro tra svizzeri che spittarono e italiani che smartellarono.
Che bel racconto.
L’ho fatto in integrale tanti anni fa (anni 70) con Giuseppe Miotti e mi ricordo che è davvero una cresta lunghissima. Il problema è anche la parte di misto sommitale che talora richiede ramponi e piccozza. Oggi questa parte si evita con delle comode doppie. Non ho capito se il cataram è stato usato come cliffhanger o come catachiodo a distanza. In ogni caso ha fatto bene a non usarlo!
Cataram, fratello gemello del “pelabrocc”!
Ciaparatt (con due t) in milanese significa essere inconcludente, poco capace.
Deriva dalla tipica espressione “ma va a ciapaà i ratt” (vai a catturare i topi), nel senso di levati di torno, non star qui a far nulla o dar fastidio e anche come variante educata al posto della più greve “va a daà via el cu” (non vredo serva la traduzione).
A proposito di quest’ultima espressione, mia nonna era usa a dire “va a casciaà i anell a l’Arena” (vai a tirare gli anelli all’Arena), perché sul muro all’esterno dell’Arena di Milano c’erano anelloni di ferro per legare i cavalli, ed erano usati nottetempo come appoggio durante l’atto dai travestiti che battevano nel parco.
😎
Bel racconto senza trionfalismi.
E del ciaparat voi lumbard cosa ne dite?
bellissimo, grazie.
Ho salito lo spigolo esattamente 60 anni dopo questo racconto, non c’era il cataram e ci ho messo ben più di tre ore..
Bellissimo.