Quando, nel 1956, due team, uno francese e l’altro britannico, si trovarono in lizza per la prima salita della Torre Muztagh, era in gioco una storia di alpinismo e di etica. Rivalità e solidarietà si intrecciarono durante quella scalata, ricordandoci che scalare una montagna è qualcosa di più che un mero sforzo fisico. Claude Gardien ripercorre questo episodio storico emblematico, in cui giunse in vetta anche l’amicizia.
Britannici e francesi alla Torre Muztagh
(rivalità o solidarietà)
di Claude Gardien *
(pubblicato su alpinemag.fr il 13 gennaio 2025)
“L’altro giorno, beh, sì, era l’altro giorno… (novembre 2024, NdR)”, abbiamo appreso che il filmato di una prima, notevole tra l’altro (la prima…), mostrava una cima occupata dalla singola cordata A, mentre un’altra, la cordata B, anch’essa titolare di una nuova via, era visibile a pochi metri di distanza, nelle immagini originali… Toglietevi di mezzo così posso continuare. L’episodio non è glorioso e dimostra che anche in alpinismo siamo manipolati dal fenomeno delle fake news.
Non è la prima volta, tuttavia, che due spedizioni si ritrovano a lavorare per lo stesso obiettivo. Nel 1956, alla Torre Muztagh, due spedizioni, una britannica e una francese, stabilirono in comune il loro campo base ai piedi della montagna.
La Torre Muztagh 7276 m ha un fascino straordinario. L’idea di salirla è nata un anno prima. Il Makalu, numero 5 dei quattordici Ottomila, era appena stato scalato da una spedizione francese che aveva piazzato tutti i suoi membri in vetta, incluso il famoso Sherpa Gyalzen Norbu, nonostante le difficoltà del tratto sommitale. Nel frattempo, il Kangchenjunga, numero 3, era stato scalato con successo da una spedizione britannica. Sulla via del ritorno, le due spedizioni si sono incontrate, e quello è sempre uno dei momenti migliori per partorire nuove idee.
L’anno successivo, alcuni dei protagonisti di queste due spedizioni si ritrovarono in Karakorum, ai piedi della Torre Muztagh: per i francesi, il capospedizione era Guido Magnone, per i britannici, Joe Brown. L’idea dei due team: una spedizione leggera, un obiettivo a bassa quota, ma difficoltà tecniche elevate.
Il 6 luglio 1956, Joe Brown, John Hartog, Ian McNaught Davis e Tom Patey raggiunsero la vetta per primi, provenendo dal versante ovest. L’11 luglio, André Contamine, Paul Keller, Guido Magnone e Robert Paragot vi arrivarono dal versante opposto, scelto per non intralciare gli inglesi, che erano avanti di qualche giorno. Tra l’altro, Contamine fece sulla Torre il suo primo bivacco… Questo scalatore era così veloce che non aveva mai dovuto bivaccare prima.
Brown era noto per la sua prima salita della parete ovest dell’Aiguille de Blaitière nel 1954 (e la fessura che porta il suo nome sfinisce ancora i pretendenti, io stesso ne ho un ricordo terribile); e nel 1955 era salito in vetta al Kangchenjunga. Paragot era riuscito nella prima salita della parete sud dell’Aconcagua nel 1954, Magnone era famoso dal 1952, anno in cui riuscì nelle prime salite del Fitz Roy (con Lionel Terray, che la considerava la sua salita più difficile) e della parete ovest del Petit Dru… e scusate se è poco…

C’era un po’ di ego da mettere in mostra, ma non era il momento. Di ritorno dalla vetta, i francesi fecero il giro della montagna per incontrare i colleghi al campo base. Incontrarono Tom Patey, un medico che era venuto a visitarli: il gruppo non stava benissimo, John Hartog era in pessime condizioni perché soffriva di gravi congelamenti.
I due gruppi unirono le forze per riportare John a Skardu, dove c’era un piccolo ospedale. Scrisse: “La gentilezza, la dolcezza e la cura di tutta la squadra francese erano indescrivibili“. Per Guido, una volta arrivati all’ospedale, “celebrarono l’amicizia nascente di uomini sperduti alla fine del mondo, uniti fraternamente dalla stessa passione e dallo stesso ideale“. Magnone, Paragot, Keller (un colosso che era un pastore) e Conta si comportarono semplicemente come veri alpinisti: era necessario aiutare uno di coloro che li avevano preceduti.


L’estate 2024 abbiamo visto diversi alpinisti di alto livello impegnati su importanti vie in Himalaya. Ai piedi delle montagne dei loro sogni, lo Jannu per Vivien Berlaud, Clovis Paulin e Jacques Olivier Chevallier, e il Chaukhamba per Fay Manners e Michelle Dvorak, abbiamo assistito a una splendida storia di salvataggio e rinuncia per alcuni, e di sopravvivenza per altri.
Nel fare questo rinunciavano alla loro scalata, quella per cui erano arrivati fin lì. Tanto di cappello! Per il successo della loro iniziativa – portare a termine simili operazioni non è alla portata di tutti – ma anche per aver dimostrato che l’alpinismo non è solo scalare montagne, ma anche dimostrare amicizia e solidarietà, con altrettanta efficacia.
Aggiungerò una citazione di Achille Talon (protagonista di un fumetto di Greg pubblicato molto tempo fa su Pilote) che ha accompagnato la mia adolescenza (vi avevo detto che è passato molto tempo…): “E hop! Che gli inoperanti lascino fare a chi fa!“.
Claude Gardien*
Autore e guida alpina IFGMA, ex caporedattore della rivista Vertical, guida alpina ed esperto in materia, Claude è una fonte inesauribile di spunti sulla storia dell’alpinismo e delle montagne di tutto il mondo.
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Bella storia!
In casa nostra uno degli esempi più eclatanti di cordata anglo-francese è stata la prima salita del Pilone Centrale del Freney.
Anche se c’erano di mezzo anche in italiano e un polacco.
Storie irripetibili e vere avventure, senza wifi.
“Formidabili quegli anni !
” (e … quegli alpinisti)