Il mio Monte Bianco

Il mio Monte Bianco
di Ugo Manera
(relazione di Ugo Manera al Convegno nazionale del CAAI, Aosta, 2025)

Lungo la strada che porta a Courmayeur, dopo gli abitati di Avise e Runaz, un cartello posto a bordo strada attira l’attenzione di chi transita: “Vista del Monte Bianco”, vi è scritto sopra. Molte volte chi arriva da Aosta vede il cartello ma non il grande monte che è avvolto da nuvole e nebbie. Quando però di buon mattino, illuminato dal sole, il Gigante delle Alpi si offre libero da nubi e foschie, allora è una meraviglia e non è tempo perso fermare l’auto per ammirare tale spettacolo, anche se è una rappresentazione già vista tante volte.

Sulla Est del Greuvetta, 1974

I versanti sud ed est del Monte Bianco, del Mont Maudit e del Mont Blanc du Tacul offrono il più grandioso ambiente di alta montagna che si possa ammirare sulle Alpi. Su questa immensa muraglia c’è tutto ciò che di più bello si ammira in montagna e che soddisfa l’ambizione dello scalatore.

La roccia ed il ghiaccio si mescolano e danno forma ad ogni varietà di strutture: formidabili pilastri di granito rosso, affilate creste di ghiaccio e roccia, grandiose colate di seracchi. E’ il terreno ideale per il grande alpinismo di stile occidentale.

Sul Pilastro della Punta Michelle-Micheline
Sotto gli strapiombi del Pilastro Sud del Grand Dru

Le pareti di questo versante del Monte Bianco mi hanno affascinato prima ancora di vederle. Le ho conosciute attraverso il racconto di avventure di montagna lette su libri e riviste. Tra le tante, due grandi vie colpirono la mia fantasia: la Major sulla parete della Brenva ed il Pilier Gervasutti al Mont Blanc du Tacul. Allora però, “apprendista montagnard”, pensavo che non sarei mai arrivato a salirle. Poi quelle vie mitiche le ho percorse assieme a tante altre: classiche o meno, a poco a poco la mia attenzione però si è spostata verso l’esplorazione: scoprire nuovi problemi su pareti note ed ignote per poi impegnare tutto me stesso per risolverli.

Sul Pilastro Sud del Grand Dru
Corradino Rabbi

La storia dell’alpinismo sulle Alpi è zeppa di ultimi problemi. Ogni volta che l’ultimo dei problemi veniva risolto la fantasia degli scalatori ne inventava di nuovi. Non paghi di aver scalato le guglie più alte della cattedrale, si presero ad aggredire anche le sculture e, negli anni ’70, di sculture inesplorate da scalare nel Monte Bianco ve n’erano ancora molte. Negli anni ’60 erano arrivati gli scalatori americani che nel Monte Bianco avevano tracciate vie su roccia con difficoltà superiori a tutte quelle salite in precedenza. In quegli anni, almeno a livello europeo continentale, gli scalatori più noti erano stati l’italiano Walter Bonatti ed il francese René Desmaison, che tra prime assolute, prime invernali e solitarie avevano lasciato un pesante segno sul “nostro” massiccio.

Isidoro Meneghin sul Mont Rouge de Greuvetta
Laura Ferrero sul Pilastro del Sorriso

In quegli anni nel Bianco avevo percorso numerose vie celebri e non, ma è con il 1970 che inizia il “mio” Monte Bianco con la M “maiuscola”.

Nella scelta dei miei obiettivi alpinistici sono sempre stato un po’ “bastian contrario”, mi è sempre piaciuto andare in direzione contraria alla massa ed esplorare cose sconosciute o comunque poco note. Desideravo salire i Dru per una grande via, ma non per una di quelle celebri; la Bastien-Contamine sul pilastro sud del Grand Dru rispondeva perfettamente alle mie esigenze: poche ripetizioni e nessuna da parte di scalatori italiani. Dovetti, però, salire tre volte al refuge de la Charpoua per venirne a capo.

Aiguilles de Pra Sec

La prima naufragò sotto un violento temporale, la seconda volta raggiungemmo la base immersi in una fitta nebbia, non ce la sentimmo di attaccare e ritornammo al rifugio decisi a cambiare programma nel caso di un miglioramento del tempo. Avevamo notato che dai pressi della Pointe Michelle-Micheline delle Flammes de Pierre scendeva fin sul ghiacciaio un possente pilastro che risultava mai scalato. Il giorno seguente, sfidando qualche fiocco di neve che volteggiava nell’aria, ci portammo all’attacco, il sole si fece strada tra le nebbie e Pietro Delmastro ed io tracciammo una nuova via che ci offrì una splendida arrampicata di una ventina di tiri di corda, che ci portò su una esile guglia satellite della Michelle-Micheline mai salita da nessuno. La nostra via venne ripetuta in prima invernale da Hervé Bouvard e Michel Piola. Saldai i conti con il Grand Dru alla terza visita nel mese di agosto 1971 in compagnia di Ezio Mosca.

Sulla Est dell’Aiguille Centrale di Pra Sec
Mont Greuvetta, parete nord

Del 1971 ricordo ancora con nostalgia una bella prima invernale al Pilier a Tre Punte al Mont Blanc du Tacul, soprattutto per i miei tre compagni che non ci sono più: Gian Piero Motti, Gian Carlo Grassi, Miller Rava.

Percorrendo la lunga e bella Arête du Jardin all’Aiguille d’Argentière avevo notato che questa montagna presentava una bella parete sud-est e su tale parete avevo letto che esisteva una via di Gaston Rébuffat. Il 28 luglio 1974 ero sotto alla parete con Corradino Rabbi per salire appunto la via del celebre Gaston. Osservando la parete da vicino notai che vi era la possibilità di tracciare una via più diretta. Il mio compagno non pose obiezioni, così realizzammo una “prima” che ci offri una bella arrampicata su un ottimo granito color fiamma.

Prima ascensione dello spigolo della Punta Nord del Mont Rouge de Triolet
Greuvetta, parete nord, via Boccalatte-Castiglioni-Gilberti

Ero un attento lettore delle guide alpinistiche, passavo ore a sfogliarle alla ricerca di idee per realizzare qualche cosa di inedito. Quando uscì il secondo volume del Monte Bianco (Guide Monti d’Italia), edizione 1968, a pag. 229 il pregevole schizzo di Renato Chabod della Est del Greuvetta attirò la mia attenzione: su quell’ampia parete non vi erano indicate vie di scalata. Con quell’immagine iniziò la mia infatuazione per l’aspro vallone di Greuvetta. Nell’arco di 14 anni sono salito ben 8 volte in quell’angolo selvaggio della val Ferret realizzando quattro “prime”: tre sulla parete est del Greuvetta ed una sul Mont Rouge de Greuvetta.

Monte Bianco, Pilastro Rosso di Brouillard
Sulla via Bonatti del Pilastro Rosso di Brouillard

Claudio Sant’Unione ed io tracciammo la prima via della parete l’8 agosto 1974, bivaccammo in vetta dopo una scalata che ci aveva pienamente soddisfatti. Cinquanta anni dopo, il 14 luglio 2024, su quella via si consuma la tragedia che ci ha privati di due amici e colleghi accademici: Marco Balliani e Luca Giribone.

E’ del 1981 la “prima” del pilastro sud del Mont Rouge de Greuvetta, realizzata con Isidoro Meneghin, ma la parete est continua ad esercitare il suo fascino nei miei confronti e ci ritorno nel 1982 con Laura Ferrero a tracciare il Pilastro del Sorriso e l’anno seguente la Via della Conca Grigia con Meneghin e Franco Ribetti.

Mario Pelizzaro sulla Via dei Dilettanti sul Pilastro Rosso di Brouillard
Petites Jorasses

Un giorno Corradino Rabbi mi parlò dell’Aiguille de Pra Sec che svetta sulla lunga cresta che porta alle Grandes Jorasses e mi fece notare che l’insieme di quelle guglie cade verso est con pareti importanti, sospese su un selvaggio ambiente d’alta montagna. Bastò quell’accenno per destare il mio interesse e spingermi ad effettuare un tentativo sulla parete più bella: la Est dell’Aiguille Centrale. Il primo andò a vuoto per il maltempo dopo un bivacco in parete, ma nei giorni 23 e 24 settembre 1978 la missione venne portata a termine in compagnia di Flaviano Bessone, Alessandro Nebiolo ed Enrico Pessiva.

Nuova via sulle Petites Jorasses

Non solo la Est del Mont Greuvetta aveva destato il mio interesse, ma anche la sua tetra parete nord era entrata nei miei progetti. Il 4 agosto 1979 con Pessiva saliamo al rifugio del Triolet (rifugio Dalmazzi) per tentare la parete: nella notte si scatena un violento temporale e alle prime luci dell’alba la parete appare innevata. Decidiamo di continuare la salita del ghiacciaio convinti di trovare qualche altro obiettivo possibile. Il nuovo obiettivo appare ben presto ai nostri occhi: la Punta Nord del Mont Rouge de Triolet presenta un bello spigolo sud che risulta mai percorso: ne viene fuori una bella via destinata a divenire classica.

Nuova via sulla parete est-sud-est della Punta Brendel

Al rifugio Monzino ero salito molte volte, accolto sempre con amicizia da Franco Garda, guida alpina e magnifico custode del rifugio. Un giorno Franco mi raccontò di aver sostato a lungo con un cliente sotto al Pilastro Rosso del Brouillard. Mi invitò ad andarlo a vedere da vicino perché su quel pilastro vi erano ancora grandi possibilità. Nel 1973 avevo effettato la quarta salita della via Bonatti-Oggioni ed ero rimasto affascinato da quella struttura così bella. L’invito di Garda colse nel segno e nei giorni 5 e 6 agosto 1980 in compagnia di Bessone, Meneghin e Mario Pelizzaro tracciammo la Via dei Dilettanti, forse quella che mi ha dato più soddisfazione tra tutte quelle che ho aperto nel Monte Bianco.

Grandes Jorasses, Cresta di Tronchey

Le Petites Jorasses sono una gran bella montagna che sulle sue pareti offe grandi possibilità per gli scalatori. Forse è messa un po’ in sordina dalla vicina sorella maggiore, ma nel 1962 Bonatti e Pierre Mazeaud scalano la parete est-sud-est che non contava itinerari se non quello sullo spigolo sud percorso nel 1935 da Alfonso Castelli e Michele Rivero. La nuova via, dopo una prima metà molto bella, usciva però per un canale nella parte destra della parete lasciando intatta una grande parte della struttura. Il problema era evidente ed il 15 agosto 1980 Meneghin ed io tracciamo una nuova via conclusa con un emozionante bivacco in vetta sotto un furioso temporale. Nell’era degli spit in quota, Piola e Manlio Motto vi tracciarono altre quattro vie belle ed impegnative. Nel corso di una ripetizione di quelle di Piola ho costatato che il nostro tracciato era stato “invaso” per un tratto da una delle vie di Motto.

Prima ascensione della Cresta Integrale di Tronchey

Le torri della cresta sud dell’Aiguille Noire de Peutérey presentano, sia da un versante che dall’altro, delle pareti importanti: sul versante est-sud-est tutte avevano avuto un proprio itinerario di scalata ad eccezione della Punta Brendel. A tale pecca mettemmo rimedio Meneghin ed io nei giorni 15 e 16 agosto 1981 dopo essere sfuggiti per poco al crollo di un nevaio in un primo tentativo bloccato dal maltempo.

Sulla Cresta Integrale di Tronchey alle Grandes Jorasses

La cresta di Tronchey alle Grandes Jorasses è la più vistosa delle creste della grande montagna, presenta tre grandi torri che appaiono maestose viste dalla val Ferret. Avevo percorso l’itinerario del 1936, ma ne ero rimasto deluso perché aggirava tutte le tre torri. Fin da allora avevo pensato che sarebbe stato esteticamente bello un tracciato che seguisse integralmente il filo di cresta. Feci un tentativo già nel 1976 dopo la prima ripetizione del diedro Calcagno-Cerruti-Machetto alla Tour des Jorasses, ma fummo arrestati dal sopraggiungere del maltempo. Nel 1982 però il progetto andò in porto, erano con me Giovanni Bosio, Laura Ferrero e Franco Ribetti. Fu una scalata di grande soddisfazione che si concluse con un suggestivo bivacco in vetta alla Punta Walker delle Grandes Jorasses, che raggiungemmo nell’ultima luce di uno splendido tramonto.

Sulla parete sud-est dell’Aiguille dell’Évêque
La parete sud-est della Tour des Jorasses

L’ultima elevazione verso valle di quella lunghissima cresta ha un nome: Aiguille de l’Évêque. Cade sulla val Ferret con una grande parete dominante un ripidissimo vallone. Per anni avevo cercato inutilmente un compagno per tentare quella parete, ma nessuno mi aveva preso sul serio, poi arrivò Franco Ribetti ansioso di ricuperare anni di inattività alpinistica e pronto ad offrire disponibilità per qualsiasi progetto. Fu un’avventurosa scalata, soprattutto la discesa in quell’aspro vallone: era l’inizio dell’estate 1982.

1983, Franco Ribetti nel tentativo al Pilastro della Tour des Jorasses
1983, Tour des Jorasses, Ugo Manera verso il grande strapiombo nel tentativo al Pilastro della Tour des Jorasses

La Tour des Jorasses mi ha sempre affascinato, nel 1976 avevo effettuato la seconda salita del Gran Diedro (la via Calcagno-Cerruti-Machetto) e fin da allora avevo ammirato il formidabile pilastro che fiancheggia il diedro sulla destra, ma allora sembrava un’impresa troppo ardua. Nel 1983 Ribetti ed io valutammo che si poteva fare un tentativo: percorremmo la prima parte del pilastro fino ad una esile cengia alla base di un muro compatto superando forti difficoltà, e qui bivaccammo. Il giorno dopo il muro si dimostrò insuperabile con i nostri mezzi. Noi avevamo scelto di non praticare mai fori nella roccia e sul tratto che ci fermava non esisteva possibilità di protezione con mezzi tradizionali. Avevamo raggiunto il nostro limite e dovemmo ripiegare. Cinque anni dopo (12-13 agosto 1988), Michel Piola, con Daniel Anker e Pascal Strappazon, superò l’ostacolo che ci aveva fermati proteggendosi con gli spit e tracciò una delle più belle vie del Monte Bianco, Étoiles filantes” (ED+, 450 m). Lo stesso Piola, nel 1993 con Benoît Robert e Daniel Anker, vi traccia un altro itinerario estremo, Abysse.

Prima e Seconda Torre del Mont Rouge de Triolet

Negli anni a seguire esplose l’impiego degli spit anche sul Monte Bianco e vennero tracciate vie di grande bellezza ed impegno, ormai ero troppo vecchio per convertirmi alla nuova moda, la mia stagione di ricerche e scoperte era finita, potevo solo più ripetere qualche realizzazione creata da altri. C’è ancora una “prima” nel vecchio stile che mi piace ricordare: la prima ascensione della parete sud-est della Punta Est del Mont Rouge del Triolet 3226 m, realizzata con Ribetti e Sant’Unione il 26 giugno 1988.

Il mio Monte Bianco ultima modifica: 2025-12-21T05:38:00+01:00 da GognaBlog

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38 pensieri su “Il mio Monte Bianco”

  1. Grandi imprese quelle di Ugo Manera! Quanto al confronto con Bonatti, non sono certo in grado di fare paragoni. Ricordo pero’ la grande delusione che provai negli anni ’80 quando partecipai ad una conferenza di Bonatti in cui il grande alpinista, invece di parlare delle imprese compiute, dedico’ quasi tutta la serata a lamentarsi di come era stato trattato nella spedizione al K2 del ’54. Per carita’ avra’ anche avuto ragione, pero’ che livore e che noia! E a distanza di 30 anni dai fatti…

  2. In alpinismo(in verità dovunque ma è un isola l A. strana e spesso controcorrente)c è chi si sa vendere e quelli che a detta loro non gli può fregare di  meno poi ci sono quelli che si svendono e quelli che non appaiono mai…

  3. @ 35
    Caro Marcello, hai commesso un errore, che però è stato subito confessato.
    Non posso perdonarti, ma – dato che sono buono – ti condanno soltanto a un’ora in ginocchio sui ceci.
     
    P.S. Sorridi, che è Natale! Auguri!

  4. Nel mio commento 29 ho commesso un errore. Bonatti e Mauri nel ’58 arrivarono al Col de la Esperanza e non all’elmo, dove invece arrivarono Ferrari e Ravá nel 1970.

  5. Be’, mettetela come volete ma Bassanini sull’alpinismo al Monte Bianco è “abbastanza” erudito.
    È che ci sono dei pregiudizi duri da sradicare, quando non a sovvertire. Però, persino tra i tromboni del Cai  c’è sempre meno gente che crede che Maestri sia salito con Egger sul Torre nel ’59. O  no?

  6. Bassanini disse che Bonatti era carpentiere.
    E Bassanini è fine erudito degli eventi dell’alpinismo, specialmente nel loro contesto storico.

  7. Gente che realizza vie come la Bonatti-Gobbi e la Bonatti-Zappelli al Pilier d’Angle, o la Desmaison-Couzy alla nord dell’Olan, come si fa a dire che erano dei carpentieri scarsi in arrampicata(?!?!) Sicuramente c’era chi era più talentuso, più gestuale, più virtuoso, più elegante, più sopraffino. Ma intanto quelle grandi vie dove incontri roccia, ghiaccio, misto, dove incontri la grande dimensione della montagna, che non sono delle passeggiate, le hanno fatte loro e non i virtuosi-eleganti-gestuali.

  8. Quando un po’ di anni fa Giovanni Bassanini affermò che Bonatti non era mai stato quel grande arrampicatore su roccia, si levò un polverone che non ti dico.

    Questa cosa che disse Bassanini me la ricordo bene. Definì questi personaggi, non solo Bonatti, nel mucchio ci mise anche Desmaison, dei carpentieri. Sicuramente non si facavano troppo problemi ad appendersi a chiodi e staffe. Per come la vedo io, per  gente come Bonatti i Desmaison non era primario il “passaggio, il gesto”, quanto piuttosto vivere l’avventura nel suo insieme, anche se si ponevano dei principi etici. Bonatti ad esempio , faceva ricorso all’artificiale ma ha sempre rifiutato l’uso del chiodo a poressione. Desmaison invece no, non si è fatto problemi col chiodo a pressione, basta vedere la sua via  sulla nord della Cima Ovest di Lavaredo.
    Credo che definire questi personaggi dei carpentieri che non sapevano arrampicare, sia una cazzata dettata e condizionate da chi ha delle antipatie. Gente che non sa arrampicare non fa quel tipo di attività e non realizza quelle vie.

  9. Quando un po’ di anni fa Giovanni Bassanini affermò che Bonatti non era mai stato quel grande arrampicatore su roccia, si levò un polverone che non ti dico.
    In pochi pensavano la stessa cosa, nessuno osava dichiararlo sulle pagine di una rivista.
    Kk, io con gli anonimi non ci
    parlo, mi spiace.
     
    Nel bell’articolo di Giorda sulla storia dell’arrampicata su granito, guardavamo, si cita, tra i nomi di riferimento dell’epoca,  quello di un certo Ugo Manera.
    Personalmente credo che la prestazione più incredibile di Bonatti sia stata quella di arrivare all'”elmo” sulla ovest del Cerro Torre nel 1958 con Mauri.
     

  10. Ovviamente non per la difficoltà media: proprio per il minore numero di vie credo che le Bonatti abbiano una difficoltà media più elevata

  11. #25 K.K. Vero che gli itinerari di Bonatti sono estremi per l’epoca, ma il buon Walter non si faceva molto scrupolo a fare un po’ di artificiale se occorreva. Diciamo che non si possono paragonare le due attività per epoca, materiali, sensibilità ma neanche per le finalità a cui questa attività è rivolta, nè il lasso di tempo in cui questa è stata condotta. Penso anche io che la frase al commento #4 possa essere tranquillamente vera per quanto sopra esposto. 

  12. Mi permetto di fare uma precisazione, le vie di Bonatti sul Pilier d’ Angle sono 3 non 2.

  13. ..nulla da aggiungere o da togliere al grande Manera , ma le deduzioni di Cominetti non solo sono completamente errate e distorte ma decisamente antistoriche e fuorvianti . Se decidi di confrontare i caratteri bisognerebbe per lo meno averci mangiato e scalato insieme, ma l’intento era quello di confrontare a spanne il livello medio delle scalate di entrambi : ebbene qui scatta l’eresia .Basterebbe  solo citare il Pilastro Bonatti ai Dru per mettere ordine alle eresie , ma mi tocca aggiungere 2 vie sul Pilier d’Angle ed una forse meno nota e conosciuta ai più : la Bonatti-Vaicher sulla punta Whimper alla nord delle Jorasses, ancora oggi una delle più temute dell’intera parete .
    Forse Cominetti ti ritocca fare un ripasso dei libri che dici di aver letto …

  14. Ugo Manera è andato a cercare qualcosa che altri forse avevano visto. 
    Lui le ha viste e salite senza troppo rumore.
    Un gigante 

  15. Per la curiosità di Enri.
    La fotografia della Tour des Jorasses è stata scattata il 04-07-2018 salendo al rifugio Bertone

  16. Manera non si è limitato alle sole ripetizioni, spinto dalla passione, dalla curiosità, dalla voglia di mettersi in gioco,  dalla capacità di vedere quello che  altri non vedevano,  dalla sua fantasia,  è stato interprete di un grande alpinismo di ricerca, di scoperta. Ha desiderato tracciare la linea del suo alpinismo sulle pareti e c’è riuscito benissimo. E questo lo si può solo apprezzare e anche invidiare.
    Ossessione? No è solo passione. 

  17. io credo che il signor manera abbia fatto un alpinismo di ricerca scoprendo vie e posti nuovi e anche scoprendo uomini e a volte anche donne senza  se e ma  cioè divertendosi  senza ad andare dietro a mode o pensieri cervelotici buon natale signor manera

  18. A qualcuno questo articolo potrebbe ricordare la celebre frase di Albero Sordi nel film Il Marchese del Grillo: “Perché io so io e voi…”. Non posso giudicare le intenzioni di Ugo Manera, del quale peraltro non ho letto alcuna cosa. L’articolo all’inizio lascia presagire una prosa poetica e romantica, cosa che poi non avviene. Però avviene un’altra cosa che reputo molto corretta. Trovo che Manera scriva delle sue vie per descriverle, comunicare ad altri quello che ha fatto, e di per se può negare che vi sia una interiorità profonda pur se non emerge in maniera così palese. Scrive, mi sembra, senza mischiare le carte, senza infiocchettare di poetica e magari falsa umiltà la sua prosa per poter dire, in fine: “Guardate come sono bravo”. E comunque ha riconosciuto a Bonatti il suo valore.

  19. @ 11
    Embolo nazionalsocialista! Trovata molto simpatica. Infatti, Bonatti era Bonatti, però lo si è mitizzato, aveva i suoi difetti e anche un carattere non sempre apprezzabile. Ha scelto la solitudine perché, pur non disprezzando i suoi simili, riteneva che vivere con essi fosse troppo problematico.
    Penso anche che forse, all’epoca di Walter, ci fossero alpinisti più forti di lui, i quali magari non hanno creduto giusto sacrificare tutto all’ideale dell’alpinismo. O anche rischiare oltre misura come forse Bonatti ha fatto, perché avevano anche altri ideali. In tal modo non sono emersi come lui ha potuto fare.

  20. Mi piacciono sempre la chiarezza e lo spessore che emanano i racconti di Ugo Manera.

  21. Ratman,
    non è vuotezza, non sono elenchi, è vita vissuta, in verticale. Non credi di essere stato un po’ affrettato?  A me, per dirtene una, annoiano a morte le encicolpedie di Camanni che rischiano di ammucchiare insieme salite e storie che dovrebbero invece essere lette una per una. Ma Manera racconta le sue salite, roba concreta, vissuta, quando gli sponsor non esistevano. Che sia più bravo o meno di pinco pallino non mi interessa, mi piace leggerlo, ho letto i suoi libri e mi porta quel gusto di andare in montagna semplice ed estremo allo stesso tempo che ha animato moltissimi, anche qui in Liguria dove abito. 

  22. Anche io sono rimasto sorpreso (una volta in più) delle salite di Manera, di cui leggo gli scritti fin da ragazzo e forse perchè molti luoghi li ho poi frequentati anche io. Quest’ultimo elenco è impressionante. Tutte insieme le salite raccontate in questo articolo credo siano presenti ancor oggi nel curriculum di pochissimi. Non mi interessa valutare la sua attività rispetto a quella di Bonatti, non credo abbia senso farlo.
    PS mi farebbe piacere sapere in che data è stata scattata la foto, bellissima, della Tour De Jorasses, per capirne l’evoluzione del ghiacciaio alla base che, in passato, mi ha dato moltissimi problemi per arrivare all’attacco della Macchetto. E io sto parlando di ormai e purtroppo,  di 25 anni fa, circa. Credo che oggi, almeno in certe stagioni, la difficoltà maggiore di certe vie sia arrivare all’attacco…

  23. Trovo una imbarazzante vuotezza in queste semplici cronache,  in questi vuoti elenchi di salite un poco tronfi.
    Manera non riesce neppure a comunicare il fuoco sacro che lo animava in questa ricerca, anzi comunità solo una specie di ossessione compulsiva a fare salite non importa con chi.
     

  24. Ruggero 10), eccolo quello che appena si tocca dio Bonatti (alcuni potranno leggerla come una bestemmia) gli parte l’embolo nazionalsocialista!
    Ho letto le mie montagne, i giorni grandi, avventura, la mia patagonia, il caso k2, i reportage di epoca, e ho nella mia biblioteca almeno altri  5 o 6 titoli (alcuni anche postumi), ricevuti in regalo, che ho leggiucchiato lasciandoli perdere perché non aggiungevano nulla di nuovo a quanto scritto dagli altri. Anzi, come alpinista mi sono formato proprio su quei “testi sacri” di cui all’inizio. Gli ho sempre preferito Desmaison perché lo trovavo più simpatico, meno retorico e perché ognuno ha i suoi gusti. Bonatti, secondo me, è stato un grandissimo alpinista ma non un’altrettanto grande persona. Ora so già che in molti mi salteranno agli occhi, fate pure. L’ho comunque sempre trovato altezzoso e assetato di rivalsa e troppo ego riferito. 
    La mia affermazione sull’attività di Manera non è di certo frutto di un’analisi matematica, ma a spanne ho l’impressione di non essermi proprio sbagliato. Il tutto anche alla luce del fatto che Bonatti aveva tutto il tempo che voleva, mentre Manera doveva accontentarsi dei fine settimana e delle ferie.
    Mi sento di fare i complimenti a Manera, come ho già detto e di suggerirti di scorrere l’attività del dilettante Manera e vedrai.

  25. Marcelle detto Cominetti ma ti rendi conto dell’eresia e della putt…nata che hai detto? Vatti a rileggere le mie montagne va….

  26. L’attività di Manera è la prova di una passione sconfinata.Anche perchè Manera non era un professionista e la sia attività e stata fatta nel tempo libero dal suo lavoro.

  27. Credo che ognuno degli itinerari descritti meriterebbe un articolo o una relazione storica a sé stante. Ecco, se devo trovare un difetto a questo scritto è che è troppo, meravigliosamente, “denso”. Ho una sconfinata ammirazione per Manera e per tutti i “dilettanti” (in senso più che positivo) che in quegli anni hanno aperto itinerari di assoluto valore. Per me le loro scoperte hanno molto più valore di quelle del professionismo.

  28. Non per fare le gare al più bravo ma, così a occhio, Manera ha aperto più vie di Bonatti nel Massiccio del Bianco e probabilmente di difficoltà media più elevata…

  29. Avevamo raggiunto il nostro limite e dovemmo ripiegare.

    Si poteva forzare, invece fu una fatta una scelta di  consapevolezza e accettazione per non distruggere quel limite. Non credo ci siano stati rimpianti, verrà qualcuno più bravo, magari più folle a raccogliere il testimone e portarlo oltre. Chapeau per la passione, la curiosità e la lungimiranza.

  30. Davvero Chapeau a Ugo: in questo lungo elenco ci sono solo le vie che ha aperto lui! Possiamo immaginare le ripetizioni delle grandi vie del massiccio…

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