Il PEAC (Parco Europeo delle Alpi Centrali)
Ai primi degli anni ’90, quando fiorivano le iniziative ambientaliste, si parlò a lungo di un Parco Europeo delle Alpi Centrali: da definire in sede di progetto, ci si augurava che esperti, ambientalisti, giornalisti, docenti universitari aderissero numerosi al progetto, perché si credeva che intellettuali e mondo culturale, privi di scopi personali o monetari, potessero determinare la politica dell’ambiente. Le aree già sotto tutela erano il Parco Nazionale dello Stelvio, 61.823 ettari nella regione lombarda e 72.791 in regione Trentino-Alto Àdige; il Parco Regionale dell’Adamello, 48.000 ettari nella regione lombarda e 62.000 in regione Trentino/Alto Àdige; il Parco Regionale delle Orobie, 107.000 ettari. A questo elenco si affiancavano aree in cui si auspicava fossero istituiti il Parco Regionale del Bernina, Disgrazia, Val Màsino e Val Codera, 105.000 ettari, e il Parco Regionale del Livignese, 62.000 ettari. Si sarebbe ottenuto così un totale di quasi 519.000 ettari protetti nelle due regioni. Rimaneva da definire ciò che riguardava il Parco Regionale Alto Garda (38.000 ettari), il Parco Rregionale del M. Barro (665 ettari), l’istituendo ma poi mai istituito Parco Regionale delle Grigne (14.000 ettari) e le Riserve Naturali: queste aree infatti erano più isolate e più difficilmente collegabili al tutto. Era evidente inoltre la somma di vantaggi in seguito all’eventuale collegamento con i parchi svizzeri e la possibilità di inserire aree a grandissima maggioranza wilderness come l’intero territorio della Catena Mesolcina, Catena dello Spluga, Catena dell’Avers. Queste erano e sono le aree che potevano fare della Lombardia un esempio mirabile di ecosviluppo e, in applicazione della normativa CEE Natura 2000, costituire sul suo territorio un Parco Europeo delle Alpi Centrali.
Il Gruppo del Pizzo di Coca da Ponte Valtellina, Alpi Orobie valtellinesi
L’idea è oggi praticamente abbandonata. Ciò non vuole dire però che non siano più valide le principali ragioni a sostegno dell’istituzione di alcuni Parchi Europei. Anzi!
Esse sono:
- a) l’indiscutibile rilevanza europea e internazionale delle risorse interessate sotto il profilo ecologico, paesistico, turistico e culturale;
- b) la possibilità di consolidare ulteriormente i parchi nazionali e regionali esistenti;
- c) l’accelerazione che subirebbe l’istituzione dei parchi regionali previsti;
- d) la gestione comune e sovranazionale di tutte le risorse ricadenti nel progetto, sottraendole così ai rischi di iniziative locali o regionali non coordinate di sfruttamento intensivo;
- e) la tutela e valorizzazione dei comprensori, anche ai fini dello sviluppo economico e culturale delle regioni di frontiera.
L’iniziativa europea consentirebbe di assicurare l’unitarietà di gestione di questi territori attraverso un ente interstatale federativo e la parallela valorizzazione gestionale delle regioni e comunità locali. Le strategie comuni verrebbero inoltre assunte anche nei campi della ricerca scientifica e della pianificazione territoriale.
Come per i parchi regionali o nazionali, gli scopi primari di un Parco Europeo sono la conservazione, l’educazione, la ricerca scientifica: ma vanno considerate pure le nuove necessità derivate dall’originale politica dell’ecosviluppo, soprattutto per la parte riguardante l’ecoturismo, un’industria in potenziale crescita che comporta al tempo stesso notevoli benefici e potenziali rischi per l’ambiente. Sono infatti necessarie forme speciali di turismo assai leggero, che possa svolgersi tanto nei siti storici, archeologici e artistici quanto nelle aree naturali.
La protezione del territorio deve far fronte a un aumento incessante della pressione esterna internazionale che si esplica soprattutto attraverso la domanda crescente di spazi naturali, lo sviluppo del traffico (+5% all’anno in una situazione che vede transitare già oggi oltre 60.000 tonnellate l’anno attraverso le Alpi), l’aumento del turismo (già oggi pari a 1/4 della cifra di affari del turismo mondiale, con oltre 100 milioni di visitatori l’anno).
Pizzi Roseg, Scerscen, Bernina, Argent e Zupò dal Pizzo Scalino. Valmalenco, Valtellina

In questo scenario un Parco Europeo diviene un’opzione forte per orientare le politiche territoriali a scala locale ed europea. Esso consentirebbe di attuare una serie di misure nei diversi settori: in campo turistico, sarebbero favoriti i dirottamenti dalle aree sensibili, nuove politiche tariffarie nel campo dei trasporti e delle infrastrutture, un orientamento verso il turismo morbido e il contenimento dell’urbanizzazione; nel campo delle risorse naturali, un impulso alla rivalorizzazione dell’agricoltura estensiva e del suo ruolo di presidio ambientale, alla nuova gestione forestale e ad attente politiche di difesa del suolo, di regimazione e di utilizzo delle acque.
Ogni scelta politica, economica e sociale potrebbe avere, come scopo principale, lo sviluppo compatibile con flora e fauna locali e con l’equilibrio ecologico del territorio. Così il turismo: si potrà distribuire su un territorio più vasto la richiesta di vacanze, distribuendo più equamente i vantaggi che provengono dai soggiorni nella natura.
Un sistema europeo di aree protette non può trascurare i valori naturalistici più importanti delle Alpi, come una delle zone verdi di maggior rilevanza per l’Europa unita, perché posta nel cuore di attività umane assai avanzate.
Nel progetto dovrebbero essere previsti diversi livelli di protezione ambientale: più rigida nei territori dei parchi, controllata nelle zone limitrofe e di collegamento, là dove sono previsti i cosiddetti corridoi di protezione per scambi faunistici.
Le indicazioni progettuali andavano comunque nella direzione indicata dalla Conferenza di Rio de Janeiro del 1992, che ha sottolineato l’esigenza di territorializzare le politiche ambientali. Solo in questa maniera, situando in ambito territoriale la tutela delle singole emergenze naturali (flora e fauna, paesaggio, ecc.), si può pensare di ottenere risultati concreti e durevoli.
Parallelamente, ancor più che negli anni Novanta, va promossa la valorizzazione delle culture locali per rafforzare l’identità collettiva e il legame dell’individuo con la terra che abita, così che la popolazione locale diventi la vera custode e guardiana del Parco. Prendere coscienza dei propri beni e riappropriarsi della propria identità culturale sono la strada obbligata attraverso cui è possibile da una parte giungere a una autoregolamentazione che garantisce la tutela reale del territorio, dall’altra mettersi al riparo dallo sfruttamento esogeno delle risorse locali che tanto danno ha fatto in passato.
Adamello. Foto: Giuseppe Veclani

La Lombardia è tra le regioni italiane quella più industrializzata: la cementificazione ha intaccato una area assai notevole di territorio. Ciò nonostante gran parte del rilievo alpino e prealpino lombardo è ancora tutelabile e può rivendicare una vocazione naturalistica di tutto rispetto. Le montagne lombarde stanno subendo una forte negazione di radici e tradizioni ricchissime e uniche, abbandono delle prevalenti aree montuose, interventi antropici in aperto contrasto con l’ambiente naturale, caccia feroce e saccheggio di flora e fauna tipica, insensibilità di moltissimi amministratori e politici verso l’ecologia.
Così nel cuore delle Alpi si potrebbe creare una delle maggiori aree protette d’Europa, quella del PEAC (Parco Europeo delle Alpi Centrali). La nuova domanda di natura espressa dai cittadini supera le esigenze strettamente turistiche. Soltanto se si supererà ogni particolarismo locale e se si tenderà a una più lungimirante integrazione tra conservazione e sviluppo, si potrà designare, prima che sia troppo tardi, un grande sistema di moderne Aree Protette, che configuri una vera e propria rete di Parchi Europei. Potrà essere quindi il Consiglio di Strasburgo a garantire la conservazione di flora e fauna europea, tramite la gestione diretta di notevoli porzioni di territorio alpino. Dall’apertura delle frontiere del 1993 ogni nazione, ogni regione, ogni paese europeo si rapporta con l’Europa intera, e deve gestire le proprie risorse umane, economiche, geografiche non più solo nei ristretti ambiti locali. Occorre ampliare gli orizzonti, accettando il confronto con altri modi di pensare e di vivere; occorre conoscere la propria storia ed evitare l’isolamento, la fuga e l’ignoranza, cioè le condizioni ideali per lo sfruttamento, la colonizzazione, le speculazioni e quindi l’impoverimento e l’estinzione. La vera ricchezza non nasce infatti dall’appiattimento consumistico ma dalla valorizzazione delle identità culturali.
Per tutti questi motivi si è incoraggiati a far risuscitare il progetto PEAC.
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