“Sono davanti a verificare e valutare i passaggi e i ponti di neve sul percorso. D’un tratto sento un rumore ed un grido alle mie spalle. Mi giro di scatto e…”.
Il valore della cordata
di Mauro Soregaroli
(pubblicato su Annuario del CAI di Bergamo, 2022)
La cordata invita in un universo particolare, quello dell’alta montagna. E la cordata è il modello di contratto sociale perfetto: tu mi salvi, io ti salvo. Tu mi proteggi, io ti proteggo. Hai fiducia in me, ho fiducia in te. Nel senso più stretto, io so che tu non mi lascerai cadere e io a mia volta ti tratterrò. Ecco il miglior modello di contratto sociale, ma anche un buon modello di contratto naturale perché come la nave sposa il mare così la cordata, con un rispetto infinito, sposa la montagna.
Quest’anno, anche a causa di un’estate particolarmente calda, ho avuto modo di constatare più volte quanto è forte il valore della cordata. In più occasioni mi è capitato di trattenere o anche di essere trattenuto, a seguito di cadute o scivolate su terreni alpinistici, fortunatamente senza alcuna conseguenza. Premetto che sono una Guida Alpina, esercito la mia professione tutto l’anno e gli episodi che racconterò sono tutti avvenuti con clienti poco avvezzi ad assicurare la propria guida. Inoltre, trascorrere la maggior parte dell’anno, giorno dopo giorno, in alta montagna e soprattutto per lavoro, mi espone ai rischi correlati molto più frequentemente di un normale appassionato.
Scendendo dal Mönch
Quest’anno il Mönch 4110 m nell’Oberland Bernese presentava a fine giugno condizioni quasi totalmente secche lungo la via normale, che di solito richiede invece ramponi e piccozza per tutto l’itinerario. Sulla roccia non si riscontravano grandi criticità, riuscendo a progredire con una veloce arrampicata, ma le cose cambiarono rapidamente quando iniziammo a trovare un po’ di neve.
Più salivamo e più constatavamo che lungo l’intero sviluppo non c’era stato alcun rigelo, neppure in vetta. E infatti secondo le previsioni lo zero termico era situato oltre i 4100 m! L’ultimo tratto della cresta, che risultava stretto e molto esposto, richiedeva parecchia attenzione. Jo, un belga di circa 100 kg, non proprio alle prime armi, aveva già salito altre cime di 4000 m anche se usava poco i ramponi durante l’anno. Con lui ero stato al Monte Rosa due anni prima e conoscevo abbastanza bene le sue capacità, ma la cresta che usciva in vetta era esile e molto aerea, i passi si dovevano calibrare uno dopo l’altro e non c’era la possibilità di predisporre delle valide sicure.
Una volta giunti in vetta, dopo una pausa e le solite foto di rito, iniziamo con molta attenzione la discesa: sempre a corda corta e sempre tesa, intraprendiamo il cauto rientro sulla cresta espostissima quando ad un certo punto un passo falso, che non consente al rampone di mordere correttamente sulla neve, fa scivolare Jo. Solo poche decine di centimetri, perché subito si tende la corda che stringo fra le mani, arrestando immediatamente un’eventuale rovinosa caduta. Inutile dire che entrambi ce la siamo vista brutta, nonostante gli avessi appena raccomandato di stare molto attento e ricordato come mettere correttamente i piedi in quelle condizioni. Poco sotto, su uno degli ultimi ripidi pendii, Jo incespica e scivola nuovamente complice la neve molle e bagnata. Nuovamente la corda corta che stringo tra le mani fa il suo dovere, si tende e arresto immediatamente la scivolata. Certo, è il mio lavoro, ma dover trattenere per due volte in così poco tempo la vita di una persona, cui il tuo destino è letteralmente legato, fa riflettere ben di più di quanto si possa immaginare.
Sul Glacier du Mont Miné
Una decina di giorni dopo, mi ritrovo ad accompagnare una cordata italiana per quattro giorni lungo una haute route da Arolla ad Arolla passando per la cima della Tête Blanche, mitica vetta lungo l’itinerario della famosa Chamonix-Zermatt. L’ultimo giorno si parte prima dell’alba dalla cabane Bertol alla volta della Tête Blanche. Il Glacier du Mont Miné è in condizioni pietose e la temperatura è piuttosto alta. Il manto glaciale è completamente frastagliato da onde di neve alte tra i 20 e i 40 cm che ostacolano notevolmente la camminata ed è pieno di crepacci insidiosi.
Non è un terreno particolarmente ripido, anzi si tratta di una salita piuttosto dolce, pressoché priva di difficoltà tecniche. Come è prassi su questi terreni, ci si lega lunghi, 8-10 metri l’uno dall’altro con eventuali nodi a palla se i componenti della cordata sono solo due o tre. Si fatica più del solito su questa neve umida, così lavorata dal vento e dal caldo diurno, per di più non esiste la traccia e devo cercare i passaggi migliori scrutando attentamente la morfologia del ghiacciaio. Si superano diversi crepacci e ponti di neve, finché ad un certo punto sento cedere il terreno sotto i piedi: ho sfondato un ponte nascosto e sono dentro fino allo stomaco. Ancora una volta la corda si è tesa e stavolta è Antonella che mi ha bloccato gettandosi a terra, mentre gli altri componenti della cordata fanno da contrappeso al sistema di forze. Subito sfilo la piccozza dallo spallaccio, la pianto sul bordo opposto del crepaccio e con l’aiuto dei piedi ne salto fuori.
Ancora una volta la cordata si è rivelata fondamentale. Riparto cercando un passaggio migliore e si prosegue quindi fino alla vetta, dalla quale si gode un panorama eccezionale con il Cervino e la Dent d’Hérens che sembrano a un palmo da noi. Ma il caldo avanza ed è fondamentale rientrare il prima possibile. Abbastanza velocemente, seppur con la stessa pena dell’andata e sprofondando qui e là, torniamo verso il rifugio e quindi imbocchiamo la lunga discesa fino ad Arolla.
Cresta sud-sud-est della Chapelle de la Glière
Siamo invece verso la fine di luglio quando parto per una giornata di arrampicata nelle Aiguilles Rouges, di fronte al Monte Bianco, nella valle di Chamonix. È il primo giorno di uno stage di una settimana con obiettivo l’ascensione dell’Eiger per la Cresta Mittelegi assieme a Mike, un neozelandese di 64 anni cui non daresti due lire a livello alpinistico, ma che invece si rivelerà forte e determinato. Dedichiamo questa prima giornata ad un approccio all’arrampicata classica su una via popolare, estetica e non troppo difficile: la Chapelle de la Glière.
L’avvicinamento sale per un ripido canale che porta alla base di un diedro-fessura dove inizia la via. Qui organizzo una sosta su chiodo e spit e chiedo a Mike di farmi sicura, pensando che in questi casi non ci sia tanto da fidarsi delle assicurazioni dei clienti, soprattutto se mai visti prima.
Rinvio la sosta e parto, il primo tiro è di V+ patinato. Salgo leggermente a destra mentre Mike mi fa sicura, forse sono fin troppo a destra per evitare la parte unta, afferro una grossa lama di roccia che pare solida, ma d’un tratto cede di colpo e per intero, facendomi cadere sotto di lui nel canale.
La scaglia di roccia finisce tra le braccia di Mike che non molla la presa sull’assicuratore fermando la mia caduta. Mi rialzo a pochissimi metri da lui, gli vado incontro e noto che sanguina dalla mano destra e dal braccio sinistro. Fortunatamente sono solo escoriazioni superficiali, ma che non fanno certo un bell’effetto. Gli chiedo come sta e lo ringrazio per avermi bloccato. Gli domando poi cosa pensa di fare, se si senta o meno di continuare, pensando che voglia tornare a valle. Invece con la tranquillità più serafica di questo mondo mi dice che non è successo nulla e che vuole fare la via. Giusto un attimo per tirare insieme le idee e ripartiamo. Vista la sua determinazione, mi rimetto a scalare e tiro dopo tiro arriviamo in cima con la sua mano e il suo braccio ancora sporchi di sangue, ma con una forza di volontà inaspettata. Inutile dire che pochi giorni dopo siamo in vetta all’Eiger, alla fine di una salita memorabile con condizioni e clima perfetti.
Distrazioni sul Ghiacciaio del Garstelet
Qualche giorno dopo parto per un weekend di iniziazione all’alpinismo e all’alta montagna, obiettivo quota 4000 nel gruppo del Monte Rosa con altri due ragazzi belgi. La temperatura finalmente si è abbassata dopo la perturbazione del giorno precedente, che ha depositato al di sopra dei 4000 m 15-20 cm di neve fresca, facendo tornare al consueto candore gli alti spazi di queste montagne. Il primo giorno ci si lancia sulla Piramide Vincent per la cresta sud-ovest, mentre il secondo giorno l’obiettivo sono la Zumstein e la Punta Gnifetti. Quest’anno il Ghiacciaio del Garstelet, quello che scende dal Colle del Lys verso i rifugi Gnifetti e Mantova è in uno stato orrendo, devastato da una moltitudine di enormi crepacci e insidiosi ponti di neve. Salirlo o scenderlo vuol dire serpeggiare tra essi, scavalcandoli innumerevoli volte non senza qualche brivido. Fortunatamente esiste una buona traccia da seguire, frutto del passaggio delle numerosissime cordate che ogni giorno vanno e vengono.
La partenza è notturna, alla luce delle frontali, insieme ad altre decine e decine di persone. La temperatura finalmente è tornata “normale”, un bel freddo pungente come dovrebbe sempre essere a queste quote. La crestina che porta in vetta alla Zumstein è un pochino più esposta del solito, ma il traccione facilita la salita. La traversata e l’ascesa alla Punta Gnifetti è la solita autostrada iper battuta. Sosta di rito alla capanna Margherita e poi ritorno a valle ripassando nuovamente tra i numerosi crepacci. Siamo sempre in cordata lunga come da prassi sui ghiacciai.
Poco sotto la conca tra la Piramide Vincent e il Balmenhorn si deve passare sotto un muro di ghiaccio impressionante lungo una traccia quasi orizzontale, ma esposta.
Sono davanti a verificare e valutare i passaggi e i ponti di neve sul percorso.
D’un tratto sento un rumore e un grido alle mie spalle. Mi giro di scatto e vedo il secondo di cordata, che è inciampato, scivolare verso valle sul ripido pendio. Sono su una specie di crestina di ghiaccio: alla mia sinistra un ripido pendio che è lo stesso lungo il quale sta scivolando Chris, alla mia destra un crepaccio poco profondo oltre il quale c’è l’enorme muro di ghiaccio. Non so come, ma d’istinto mi getto nel crepaccio. È una frazione di secondo, un gesto automatico, non certo ragionato, che si rivela la soluzione migliore per arrestare una caduta di questo tipo.
Chris si ferma immediatamente, trattenuto da me e anche dall’ultimo di cordata, il suo amico Nicolas. Una volta rimessosi in piedi, cerco di risalire la parete del crepaccio, che non è profondo. Con l’aiuto della piccozza ne esco facilmente tirando un sospiro di sollievo. Se non mi fossi tuffato dall’altra parte saremmo potuti cadere tutti e tre più sotto finendo in un altro crepaccio, invece ancora una volta la cordata condotta nella maniera corretta ha svolto il suo compito efficacemente. Più tardi Chris mi dirà che stava scattando una foto e, distratto, non aveva guardato dove metteva i piedi.
Si scusa enormemente, riconoscendo la gravità di quello che sarebbe potuto succedere. Io, in cuor mio, dopo il naturale sfogo del momento, mi rendo conto di come possa bastare un attimo per tramutare una gita meravigliosa in un tragico dramma e gli ripeto che spesso sono proprio i momenti più tranquilli quelli che possono scatenare una possibile tragedia.
Prima traccia sulla traversata dei Lyskamm
Arriviamo quindi ai primi di settembre quando mi ritrovo ad affrontare la traversata dei Lyskamm con un giovanissimo cinese di nome Yuxiao. È la prima volta che accompagno un cinese, non capita spesso di trovarne qualcuno appassionato di montagna e ancor meno che si prenda pure la briga di ingaggiare una guida alpina, ma questo bel tipo qui è un ragazzo discreto, molto sveglio, attento a tutto a quello che faccio e subito pronto a copiarmi per carpire insegnamenti e trucchi del mestiere. Inoltre ha un allenamento e una forma fisica non comuni.
Poche parole, ma molti fatti e soprattutto ben fatti.
Dopo la salita al rifugio Mantova, dove passiamo la notte, ci svegliamo ben prima dell’alba all’indomani di una bella nevicata che ha depositato 30 cm di neve fresca.
Partiti insieme a una moltitudine di persone tutte in fila verso la Margherita e dintorni, ai primi chiarori prima dell’alba siamo già poco sotto il Colle del Lys dove abbandoniamo il serpentone umano per dirigerci verso la base del Lyskamm Orientale. Ora siamo soli e si deve tracciare nella neve vergine in prima e unica traccia sulla coltre bianca e soffice caduta la sera prima.
Al posto di attaccare la prima cresta subito dopo la Roccia della Scoperta proseguiamo fino ad oltrepassare un “occhio roccioso” che si è formato ultimamente.
Poco oltre iniziamo a salire attraversando facilmente una terminale e puntando al lato sinistro delle rocce per uscire quindi sul crinale di ghiaccio. La lunga cresta quasi orizzontale che porta sotto il pendio della vetta è molto affilata e con la neve fresca dobbiamo muoverci con parecchia attenzione.
Corda corta e passi ponderati per creare la giusta traccia per Yuxiao. In questi frangenti è assolutamente vietato cadere. Meglio andare un po’ più piano, ma essere più concentrati ed attenti a quello che si fa.
Tutto sommato si rivela molto meglio il successivo pendio ripido che porta in vetta all’Orientale. Qua la neve è meno profonda, ma compatta e la progressione più facile. I ramponi affondano quel giusto che basta per formare ottimi gradini.
Yuxiao vedendomi un po’ affaticato per tutto quel che avevo già battuto, mi chiede se può andare avanti lui a fare un po’ di traccia. Mi fermo, mi giro, lo guardo negli occhi e gli dico “va bene, grazie mille”.
Ed ecco che parte una macchina, un trattore, passo dopo passo, seguendo le indicazioni che gli do sale gli ultimi cento metri che ci separano dalla cresta che porta in vetta, con un ritmo e un’attenzione veramente certosini.
Arrivato sulla cresta si ferma ancor prima che glielo chiedessi, lasciandomi il posto per condurre la parte più tecnica della traversata. Anche in questo frangente ho potuto constatare quanto sia importante il ruolo di ogni componente della cordata.
Questo bravo ed intraprendente ragazzo senza alcuna pretesa è stato pronto ad offrire il proprio impegno per il bene comune. Il seguito non poteva essere altro che una strepitosa cavalcata a fil di cielo lungo una delle più celebrate creste delle Alpi e un rientro a valle pieno di gioia e felicità per la fantastica avventura vissuta insieme.
Giunto alla fine di questa ricca e splendida stagione estiva, una cosa veramente particolare mi ha colpito: il valore della cordata! Forse in nessun altro ambito si dimostra, come nell’alpinismo, che “l’unione” fa la forza!
Non serve essere guide alpine o alpinisti di fama mondiale; gli esperti come i principianti, i professionisti come i semplici appassionati sono tutti uniti dalla stessa corda. Possiamo essere indipendenti e/o individualisti, ma in montagna ognuno ha il suo compito preciso dato dalla consapevolezza del bene comune.
Il valore della cordata è il valore della vita! Grazie a tutti ragazzi, siete stati formidabili.
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Premetto che questo scambio è abbastanza surreale, essendo palese che qui pressochè tutti hanno esperienze e capacità ben superiori al mio modesto livello. Detto questo:
@10 Benassi: ancora una volta sì certo, pienamente d’accordo. Ma ancora una volta, io cercavo di capire un’altra cosa, e cioè proprio sino a che punto certi studi (= se uno scivola, si ammazzano in due) siano davvero significativi.
A suo tempo (50-60 anni fa) al nostro livello di amici della parrocchietta facemmo un bel po’ di prove, ovviamente in condizioni di assoluta sicurezza, proprio per capire cosa si potesse/dovesse fare in certe circostanze quando si procede di conserva.
Venne fuori (ripeto, al nostro modesto livello) che in caso di scivolata da una cresta, la tattica di buttarsi subito dall’altra parte (come descritta nell’articolo) funziona bene quasi sempre, anche perché è abbastanza istintiva e non richiede particolari abilità se non il fare attenzione a non andare a sbattere contro qualche roccia. Anche in discesa su pendio, se il più bravo sta dietro e tiene la corda tesa, riesce quasi sempre a bloccare subito qualsiasi “sbandamento” di chi sta davanti. Le cose sono diverse in salita, dove la corda deve per forza essere tenuta un po’ lasca e il primo non pò tenere sempre d’occhio il secondo. Una scivolata del primo ci risultò pressoché sempre non controllabile dal secondo. Una scivolata del secondo può, sì, essere bloccata dal primo (tipo buttandosi sulla piccozza), ma troppo dipende dalle condizioni della neve ecc.
Mi domandavo quindi se 1) i famosi studi sono in realtà troppo allarmistici, e tecniche e allenamento permettono pressochè sempre ad un primo bravo di ristabilire la situazione, oppure 2) gli studi sono reali, e in questo caso come fa una guida ad affidare la propria vita ad un cliente per definizione molto meno capace.
Gli studi sono importanti, ma a volte lasciano il tempo che trovano. In montagna ci sono situazioni in cui è vietato cadere e questo bisogna averlo ben chiaro.
@Benassi: si’, certo, pienamente d’accordo, e appunto per questo dicevo che l’ottica di procedere slegati perche’ cosi’ almeno muore uno solo non e’ applicabile quando si tratta di guida/cliente, o comunque di una cordata in cui il primo e’ molto piu’ bravo del secondo. In questi casi, il cliente/secondo ovviamente si aspetta che ci sia la corda per dargli sicurezza, e non si puo’ certo negargliela. Il fatto e’ pero’ che se gli studi di cui dicevo sono corretti, in questo modo la sicurezza complessiva di una cordata si riduce parecchio. Inserire sicurezze ai punti di sosta o magari anche in progressione allungherebbe i tempi in modo enorme. E allora? Sino a che punto il primo puo’ contare sulla sua capacita’ di reagire immediatamente e bene, come raccontato nell’ articolo? E sino a che punto il cliente/secondo deve comprendere che, se la guida/primo scivola, e’ spacciato anche lui? Questo era il senso della mia domanda.
Non sono una guida, ma che senso avrebbe prendere una guida se poi devo procedere slegato? Solo perchè la guida mi puo indicare il percorso? Si è già tanto, ma credo che se prendo una guida, è anche perchè non mi sento in grado di prendere e suddividere, su di me e sul mio compagno, le svariate decisioni che dovrò adottare durante una salita. Magari ho il livello tecnico, ma non ho quello morale.
Come giustamente scrive Cominetti, procedere di conserva è un arte sofisticata dell’uso della corda, che richiede grande esperienza e capacità di previsione e reazione. Adottare si e no questo tipo di progressione lo si fa sul terreno sul momento, a seconda delle condizioni e difficoltà dello stesso e, naturalmente, delle condizioni del compagno se sta bene oppure no. Chiaramente nulla ci impedisce di passare da una tecnica di progressione di conserva a quella a tiri di corda, oppure anche di adottare una tecnica di conserva protetta con uso sapiente di ancoraggi naturali e/o posizionamento di artificiali. Sembra facile a dirsi ma non altrettanto a farsi. Occorre esperienza e colpo d’occhio. Se siamo compagni sullo stesso livello e vediamo che è praticamente impossibile assicurarci, meglio andate sciolti. Così almento o sempre fatto io. Ma se vado con una persona che mi si affida, anche se non sono una guida, non posso certo non usare la corda. La corda è un’assunzione di responsabilità.
Da qualche anno, qui in Germania è in corso un vivace dibattito, dentro e fuori il DAV, circa la reale convenienza, dal punto di vista della sicurezza, di salire legati di conserva – come si è sempre fatto – pendii di neve o ghiaccio ripidi, ma non tanto da richiedere la creazione di punti di sosta con chiodi da ghiaccio, fittoni o altri mezzi di assicurazione. Questo perché studi ed esperimenti dinamici hanno dimostrato che dopo non più di 2-3 metri, una scivolata su pendio ripido assume tutte le caratteristiche di una caduta libera nel vuoto. Una scivolata del primo di cordata non è quindi quasi mai arrestabile, e anche il secondo può essere fermato solo da un intervento immediato ed efficace del primo. Ne consegue che in queste condizioni, la corda è poco più che una specie di “impegno morale”, “se succede qualcosa, moriamo assieme”, e che sarebbe paradossalmente più sicuro procedere slegati.
Naturalmente però le cose sono ben diverse per una guida, visto che il cliente paga soprattutto per ottenere un buon livello di sicurezza ma che esiste il non troppo remoto rischio che sia proprio il cliente a causare un disastro coinvolgendo anche la guida.
Vorrei quindi, se possibile, chiedere a Cominetti se considerazioni del genere vengano fatte anche tra le guide italiane, e se sì con quali risultati.
E’ bello rileggerti Sorega , come su Facebook era bello vedere che cosa avevi combinato in giro con gli sci.
Mai conosciuto direttamente, ma eri una bella persona, piena di buon senso e ironia.
L’uso della corda sul terreno facile è molto complicato e ai corsi guida si dedica moltissimo tempo per conoscere a fondo questa sofisticata tecnica di progressione/assicurazione.
Infatti gli alpinisti che superano le selezioni e poi frequentano i corsi non sono abituati ad assicurarsi sul facile, ghiacciai a parte.
Sul mandare avanti un cliente si tratta di valutazioni del momento e non è affatto vietato. Vi sono cordate guida-cliente che non hanno nessuna differenza con cordate formate da amici. Le valutazioni che fa la guida sono comunque sempre orientate alla massima sicurezza ma questo non significa che quest’ultima sia sempre elevata.
Sulle regole che si danno gruppi di guide è perché hanno ritenuto giusto farlo sulla base di precedenti esperienze, come in qualsiasi attività lavorativa.
Bel racconto di esperienze pratiche. Mi viene da dire…il valore della cordata e soprattutto della corda. Poi se la corda non la sai usare a volte è come non averla o peggio. La cosa più importante da sottolineare è che sul ghiacciaio nessuno – nemmeno i fuoriclasse – dovrebbero andare slegati. Io ho salito qualche 4000 con ghiacciao in solitaria e dal punto di vista metodologico non ne vado fiero. Anche se l’ho fatto sempre prestissimo a inizio stagione con tutta la copertura invernale presente e scegliendo giorni freddi. Ma un buco può aprirsi sotto sempre, anche se conoscevo le zone benissimo per averle attraversate molte volte prima. Quindi sempre legati. Non solo, ma a mio avviso, quando come negli ultimi anni si verificano estati torride non so se nemmeno sia il caso di andare in certi posti (per esempio tutta la parte sopra il rifugio Gnifetti che diventa una gruviera infernale). Ho sempre ammirato l’uso della corda corta che fanno le Guide, hanno una pratica notevole in questo.
Credo che per una guida lasciare andare avanti un cliente non sia accettabile dal punto di vista regolamentare, per ciò che potrebbe accadere dopo una sua eventuale caduta. Qui vi sono guide alpine che mi possono dire se sbaglio. Qualche volta ho chiesto alle Guide di Cervinia come mai, a Plateau Rosà, tengano legati i clienti da subito fuori la fuiniva e non vadano slegati sui primi tratti di pure piste da sci ed il motivo che mi è stato detto è di regolamento.
Tu t’encordes si tu as confiance ; sinon tu fais autre chose !
Il rapporto fra soci strutturali di cordata è una fattispecie molto particolare di rapporti umani in montagna. Per certi versi è simile a un matrimonio, a maggior ragione se si parla di matrimonio di lungo periodo. E’ un matrimonio “laico”, nel senso che non c’entrano né sentimenti come “amore” né tanto meno attrazione sessuale (inevitabilmente io faccio riferimento a legami strutturali fra “soci” di cordata entrambi maschi etero). Nonostante l’assoluta assenza di attrazione, fra i soci strutturali di cordata scattano dinamiche analoghe a quelle matrimoniali, sia positive che negative. Ci si apprezza, è ovvio (sennò si arrampicherebber con altri). C’è incondizionata fiducia reciproca e piacere di condividere le giornate in montagna, ma ci sono anche mille “magagnette”, spesso taciute perché scomode: una competizione implicita (per cui si fanno i conti dei tiri al fine di effettuare il passaggio chiave della via), una certa reciproca pretesa di esclusività (per cui se il socio arrampica questa domeica con un altro… la cosa infastidisce, ma lo si perdona, basta che non lo faccia più) e c’è l’aleggiante rischio di violente e irreversibili rotture del sodalizio, dei veri e propri divorzi burrascosi, con code polemiche e magari spaccatura del gruppo degli amici in due fazioni. Sia per esperienza personale che “guardandomi introno” di dinamiche del genere se ho viste a decine. Ovviamente mi riferisco a “soci di cordata” entrambi maschi. Sarebbe curioso ascoltare le esperienze di uomini che hanno arrampicato sistematicamente con donne (ma, attenzione, con due fattispecie molto diverse: una se all’altro capo della corda c’è la moglie/fidanzata, l’altra se la compagna di cordata è del tutto “slegata” sul piano affettivo) oppure, fenomeno relativamente recente ma in crescita esponenziale, donne che hanno sistematiche socie (donne) di cordata. Altra curiosità capire cosa succede nelle cordate fra maschi gay, legali o meno fra loro da affetto a prescindere dalla cordata. Magari in tutte queste altre fattispecie di rapporti ci sono delle differenze, rispetto al rapporto di una cordata maschio-maschio (etero), magari invece no e chissà che non si scopra che nelle cordate miste o addirittura in quelle esclusivamente femminili o in quelle fra maschi gay la “competizione implicita” sia perfino più accentuata.
Le ultime frasi, accompagnate dalla nostalgia del tempo che fu, mi hanno commosso.
Grazie.