Introduzione alla traduzione italiana di Im Kampf gegen Rom pubblicato dalla casa editrice bolzanina Praxis 3 con il titolo In lotta contro Roma, febbraio 94. Il titolo completo dell’edizione originale in lingua tedesca è Im Kampf gegen Rom. Bürger, Minderheiten und Autonomien in Italien e l’editore è Wien Frankfurt Zürich, Europa Verlag (1968).
“In lotta contro Roma”
(introduzionealla traduzione italiana di “Im Kampf gegen Rom”, di Claus Gatterer)
di Alex Langer
(pubblicata in In lotta contro Roma nel febbraio 1994 e ripresa in alexanderlanger.org.it)
Deve dare un’impressione ben singolare leggere (o rileggere) questo libro di Claus Gatterer oggi, nel bel mezzo del furore etnico e leghista che scuote larghe parti d’Europa! Un autore sudtirolese che esamina i molti e diversi fronti di una lotta contro Roma, portata avanti in nome delle diversità da salvaguardare, delle autonomie da conquistare, della democrazia da arricchire attraverso l’autogoverno locale – e che, in questa sua ricerca, alza decisamente gli occhi sopra il bordo del proprio piatto particolare.
Ai sudtirolesi – che lo leggevano poco, avendo lui scelto una nuova patria geografica e ideologica negli ambienti della Vienna socialdemocratica – Gatterer svelava una verità semplice, ma spesso disattesa. Spiegava in sostanza che il fascismo italiano non era stato inventato e praticato apposta per tormentare i sudtirolesi, e che l’eredità statalista e centralista dello Stato italiano nelle sue molte incarnazioni, da quelle più borboniche a quelle napoleoniche e giacobine, da quelle nere o bianche a quelle rosse o tricolorate, non limitava le aspirazioni soltanto altoatesine. E che quindi non era un obiettivo per così dire locale e particolare dei sudtirolesi impegnarsi contro il fascismo (e non solo quello italiano!) e di battersi per la democrazia, le autonomie, i diritti.
Gatterer individuava filoni variegati, e tutti minoritari, di autonomismo democratico, e sollevava un interrogativo da sempre penoso per molti dirigenti politici sudtirolesi: perché nella difesa della causa sudtirolese essi si comportavano un po’ come la gerarchia cattolica nelle sue relazioni con lo Stato? Perché puntare tutto su un Concordato, che certamente poteva assicurare diritti e magari anche privilegi, ma restava nell’ambito della trattativa diplomatica tra potenze, lasciando tutte le altre minoranze al rango di “culti ammessi” ed esigendo dai propri fedeli di farsi rappresentare in blocco, annullando molti loro diritti individuali? Perché preoccuparsi solo di garantire e difendere i diritti e la sfera di potere della propria parte, senza mirare ad un più generale progresso della democrazia, favorevole anche ad altri?
Gatterer, in fondo, aveva sempre invitato i sudtirolesi a non mettere la loro luce sotto il moggio, per quanto modesta e limitata potesse essere, ma di farla risplendere nel concerto di una più ampia illuminazione democratica ed autonomista.
Così la lezione di Gatterer ai sudtirolesi era un costante impulso a non considerarsi un caso talmente speciale e sui generis da non essere comparabile ed analizzabile con categorie più universali.
Da qui poteva discendere, per chi avesse avuto orecchi per intendere, una ben diversa ricerca di alleati e di sostenitori democratici, nel panorama italiano: Gatterer avrebbe senz’altro preferito e ritenuto più confacente che i sudtirolesi in Italia non si facessero percepire semplicemente come protettorato o austriaco o democristiano-trentino, ma come parte di un più largo movimento autonomista e democratico, legando più strettamente le sorti della loro condizione a quelle delle minoranze in tutta la Repubblica. In questo senso Gatterer esigeva dai sudtirolesi – un po’ come fece Die Brücke, la rivista del dissenso democratico altoatesino negli anni ’60 – che si impegnassero anche sul fronte del decentramento e del regionalismo in Italia, dove proprio nel corso degli anni ’60 si lottava per quella che poi sarebbe divenuta la tardiva e maldestra attuazione di una Costituzione repubblicana che aveva prefigurato uno Stato con delle Regioni serie e forti.
Agli italiani – che salvo rarissime eccezioni non lo leggevano affatto – Gatterer avrebbe avuto altre lezioni da impartire. Innanzitutto un invito a conoscere le numerose e variegate minoranze sul territorio della Repubblica, a non considerarle come molesto impiccio o penoso grattacapo, bensì come una vera ricchezza ed una risorsa “nazionale”. Molto del diffuso fastidio sudtirolese verso la plateale ignoranza italiana nei confronti delle etnie minoritarie traspare anche in Gatterer. Talmente volgari e falsi erano gli stereotipi correnti che provenivano allora da pulpiti anche autorevoli che la semplice conoscenza di un minimo di storia dei sudtirolesi o di altre comunità minoritarie appariva già come una conquista.
Andava per la maggiore e veniva tranquillamente propalato l’argomento che chi non voleva sentirsi italiano, poteva sempre scegliere di andarsene oltre il Brennero (argomento che ripeteva inconsciamente proprio ciò che era stato pattuito tra Mussolini e Hitler, a proposito dei sudtirolesi), ed i luoghi comuni della cultura fascista – per la quale gli altoatesini erano in fondo dei latini da recuperare al loro vero “status quo ante” – facevano largamente opinione. Gatterer avrebbe invece voluto che gli italiani fossero fieri di una eredità storica che aveva permesso (magari grazie alle maglie larghe della trascuratezza statale e dell’oblio amministrativo) a numerose comunità etno-linguistiche minoritarie di sopravvivere nei secoli: dagli arbresh e dai grecanici nel Meridione ai franco-provenzali o ai mocheno-cimbri nel Settentrione. Avrebbe desiderato che la parte migliore e più seriamente riformista del Paese accogliesse nel suo patrimonio culturale-politico e nelle sue rivendicazioni la questione delle minoranze e delle autonomie.
Avrebbe augurato agli italiani una coscienza meno nazionale e più repubblicana, meno statale e più locale; l’avrebbe augurata soprattutto a quelle forze politiche che per lui incarnavano gran parte della gente (popolari e socialisti, nell’accezione austriaca, dove i comunisti italiani potevano ancora rientrare) e nelle quali lamentava una deplorevole cecità a questo proposito, a dispetto di alcune loro migliori tradizioni, alle quali Gatterer tentava di richiamarle.
Non a caso egli valorizzava, viceversa, le componenti democratiche e culturalmente solide dei diversi autonomismi, distinguendo – nei fatti – le correnti puramente etno-corporative da quelle con un patrimonio di valori più ampiamente generalizzabile. E pur facendo lo storico, non il moralista, e non piegando la storia a semplice supporto di una tesi da dimostrare, l’esame che Gatterer compie dell’articolata battaglia contro Roma (ricordando che quella dei tirolesi nel passato si era rivolta anche contro Vienna) rivela proprio questi tratti: una sorta di inventario dell’autonomismo, un campionario delle buone ragioni locali, etno-linguistiche e democratiche contro l’omologazione forzata e la riduzione a periferia, a provincia da governare dal centro, con ampio ricorso a prefetti, questori, funzionari, spie e militari.
Per la cultura democratica italiana che – salvo poche eccezioni – ignorava Gatterer, qualche lezione poteva essere capita prima e qualche errore evitato, se si fosse studiato a suo tempo Im Kampf gegen Rom, che invece dai più fu percepito al massimo come uno dei tanti libri austriaci che si pubblicavano in appoggio alla causa sudtirolese: alla stregua dei volumi dei Karl Heinz Ritschel o dei Franz Huter, cui si contrapponevano, da parte italiana, le opere dei vari Mario Toscano o Renato Cajoli.
Oggi, in tempi – come si diceva – di furore etnico e leghista, in cui l’appello alle identità differenziate spesso fa da trampolino a rivendicazioni di spostamento o moltiplicazione delle frontiere, ci si può interrogare se l’approccio di Gatterer abbia perso valore o credibilità, e valga dunque solo come riferimento storico, per capire come eravamo e perché le cose andarono come andarono, o se viceversa possa ancora fornire spunti ed ispirazione valida.
Al di là delle singole situazioni prese in considerazione, forse oggi al lettore italiano il libro di Gatterer può servire proprio a questo: fargli capire l’incredulo stupore dell’osservatore estraneo, ma simpatizzante, che si interroga come mai un Paese così ricco di diversità e di tradizioni democratiche locali (comunali, regionali, ecc.) abbia potuto accettare – seppure a fini di unificazione e di promozione nazionale – una così diffusa reductio ad unum, una così sorprendente rinuncia a far sentire cento voci e far fiorire cento fiori.
E fargli intravvedere quanto impoverimento della cultura democratica di un Paese può derivare dall’ignoranza o dalla sottovalutazione di quella parte del proprio patrimonio genetico o comunque acquisito che consiste nell’autonomismo, nel pluralismo linguistico e culturale (e magari religioso), nella stessa sapienza dei campanili spesso ingiustamente vituperati e disprezzati.
Forse ci si sarebbe potuta risparmiare qualche dispendiosa ed ancora non del tutto calcolabile esagerazione del pendolo anti-centralista, anti-statale ed anti-unitario, se si fosse capita e seguita in tempo la lezione dei diversi maestri – che anche in Italia non mancavano – regionalisti, autonomisti, federalisti. Gatterer, ovviamente, tale maestro non avrebbe mai potuto essere per l’Italia, ma permette comunque agli italiani di guardarsi con occhi diversi da quelli scontati e conosciuti, e di leggere in controluce non solo alcuni capitoli del loro difficile rapporto con i sudtirolesi, ma con tutti quelli che rivendicano e praticano il diritto alla diversità ed all’autogoverno locale.
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Amen.
Le differenze culturali/etnico/linguistiche (ivi compresi i dialetti) sono una ricchezza del vecchio continente. Personalmente, ne sono il sale. Chi ha pensato che appiattendole (a volte riuscendoci) si ottenga uno stato migliore, ha solo ottenuto uno stato povero e precario nelle proprie istituzioni (regimi fascisti e URSS, per fare due esempi veloci).
La Lega attuale fa scappare da ridere, per non piangere. Da rivendicazione di autonomia si è trasformata in partito nazionalista, l’esatto opposto, per becera ricerca di voti
Nel commento 14 la dicitura “somiglianza con… svizzeri tedeschi” va intesa come “somiglianza con svizzeri francesi”. In realtà il lapsus ha un suo fondamento, perché i francoprovenzali derivano dai burgundi che, provenienti dall’area germanica, si stanziarono a formare il regno di Borgogna che, a nord abbraccia appunto aree fra svizzera-Francia e anche Germania. Quando avrò un po’ di tempo racconterò la storia dei francoprovenzali, storia che è molto interessante e sottolinea quanto poco “italiane” siano le nostre lontane origini… Eppure non ci piangiamo addosso per avere in cambio l’autonomia…
Quello che voglio dire è: perché “Roma ladrona” (non è un caso che usi tale definizione: un titolo come “In lotta verso Roma” comprende INDISCUTIBILMENTE il concetto di “Roma ladrona”, ladrona di soldi ma anche tendente ad appiattire il resto, come cultura, lingua, tradizioni), ebbene perché “Roma ladrona” deve chinare il capo di fronte alle richieste di autonomia culturale, linguistica, comportamentale ma alla fin fine prioritariamente FISCALE e quindi FINANZIARIA degli altoatesini e invece i francoprovenzali NON hanno diritto alle stesse condizioni di autonomia? INOLTRE: Se vale anche per noi FRANCOPROVENZALI, chiederanno le stesse cose anche quelli della Lomellina e poi quelli dell’Irpinia e poi le enclave albanesi della Calabra e della Lucania… e l’unità dell’Italia (sancita dall’art 5 della Costituzione che tanto vi piace) va a farsi benedire… Quindi fra i cittadini italiani non ci deve essere nessuna differenza politica, legislativa, fiscale e finanziaria, sennò non esiste più l’unità della nazione. Spostandosi a livello di Unione Europea, lo stesso principio dovrà valere a livello continentale, sennò… non esisterà l’UE! La ratio del mettersi insieme a livello continentale è quella dell’esser “più forti”, ma una UE con in pancia decine se non centinaia di aree “autonome” sarà più debole della somma dei singoli stati attuali. Questo spiega anche perché l’avversione verso le autonomie non sia specifica verso l’AA, ma valga verso OGNI forma di autonomia politica
Ma appunto vedi che non cogli al differenza? Una cosa sono le autonomie culturali (di lingua, di storia, di tradizioni, di usi e di costumi, di piatti tipici ecc ecc ecc) un’altra cosa è l’autonomia politica, quindi legislativa, quindi fiscale, quindi finanziaria… Soprattutto quello che è irritantissimo è che si faccia discendere la seconda dalla prima: cioè siamo stati “diversi” per secoli (rispetto all’autorità centrale, oggi italiana, ma domani comunitaria) e quindi rivendichiamo il diritto di gestirci i nostri soldi. Questo è il punto cruciale. perché deve VALERE solo per alcuni? L’Italia è stata fatta 164 anni fa, è ovvio che tutti gli italiani (tutti, non solo gli altoatesini), se si va a scavare, sono stati “diversi” gli uni dagli altri e a maggior ragione rispetto al concetto di italiano medio.
Io sono un francoprovenzale. Cioè: di lingua madre, di cultura, di forma mentis, di usi e costumi, di tradizioni, di piatti tipici, di vini e bevande, di modi di dire sono molto più simile a un ginevrino o a un vodese (svizzero del Cantone di Vaud) di quanto lo sia rispetto a un bolognese o a un toscano. Non parliamo di romani, napoletani e siciliani. NON sto esprimendo giudici etici o di merito in funzione delle regioni: trovo simpaticissimi i meridionali, diciamo che ve ne sono alcuni che mi stanno simpatici e altri no, come ci sono piemontesi simpatici e altri no (anzi normalmente i piemontesi non sono strutturalmente simpatici). non è un caso la “somiglianza” fra i piemontesi di origine francoprovenzale e gli svizzeri tedeschi, perché Givenvra e il cantone di Vaud sono stati possedimenti dei Savoia ancor prima che lo diventassero le prime terre piemontesi, non parliamo del Piemonte nel suo complesso. In più, durante gli anni di napoleone, il Piemonte era in dipartimento diretto della Repubblica francese (poi Impero Francese), cioè faceva parte della Francia con le stessi leggi di Parigi. Ergo noi siamo in primis simili ai ginevrini, i secundis (come diceva Totò) ai francesi e solo in terza battuta siamo diventati italiani… Quindi la NOSTRA “diversità” rispetto all’Italia ha radici storiche e cronologiche profonde almeno come quelle dell’AA, se non di più. EBBENE: MI AVETE MAI SENTITO RECLAMARE AUTONOMIA DALL’ITALIA?
Per solo curiosità,@ Sig.Crovella, che lavoro fa’?
Anzi, guarda, irriducibile (a tuo danno) Crovella, questo è il primo libro di Gatterer che ho letto, ormai più di 40 anni fa, e può servirti a chiarirti alcune idee che ti sono oggi oscurate dalla tua prosopopea fantapolitica.
https://www.eastjournal.net/archives/86772
Ciò non toglie che sono io per primo un grande appassionato di storia locale, di dialetti locali, di culture locali, di usi e consuetudini locali (e NON solo del Nord Ovest, ma in assoluto, anche oltre l’Italia).
Se è così, studiati la storia dell’Alto Adige/Südtirol e poi ne parliamo.
Langer o non Langer, il titolo è chiaro: “In lotta contro Roma” E’ un titolo dalla valenza politica e non solo culturale. In ogni caso io ho volutamente spostato il discorso sul piano esplicitamente politico, perché è quello, oggi, il discorso rilevante sul tavolo dell’UE (NON solo verso l’AA, ma verso tutte le aree che potrebbero richiedere autonomie legislative rispetto a Bruxelles).
Ciò non toglie che sono io per primo un grande appassionato di storia locale, di dialetti locali, di culture locali, di usi e consuetudini locali (e NON solo del Nord Ovest, ma in assoluto, anche oltre l’Italia), ma tutto ciò NON deve incidere sull’assoluta e perfetta uguaglianza di ciascun cittadino europeo rispetto al potere centrale. Potere centrale che io do per scontato che sarà a Bruxelles, perché, da europeista convinto quale sono – anche solo per convenienza “difensiva”, auspico che si arriverà davvero all’Unione Europea, e anche in tempi relativamente brevi. Riconoscere autonomie legislative in nome della tutela di cultura locali, di lingue locali, di usi e consuetudini locali (che sia in AA o in Catalogna o in Prussia non fa differenza) significa che NON avremo MAI una Europa davvero “unita”. Allora tanto vale che lasciamo perdere il progetto europeo e torniamo ai singoli stati (Italia, Francia, Germania ecc), che, però, lo vediamo già oggi che non contano una mazza sullo scacchiere internazionale. Non arrivare alla “vera” Unione Europea significa condannarci di nostra volontà a esser, domani, i sudditi del russo o del cinese o dell’islamico….
“Ho già detto che il discorso tutela delle differenze culturali, storiche, linguistiche ecc è un discorso completamente diverso e non c’entra nulla in questa sede.”
Tu credi? A me pare che questo fosse esattamente quello di cui parlava questo articolo (e Alex Langer)…
” Oggi si “comanda” in ben altri modi: innanzi tutto sul piano finanziario (se i player detengono cospicue dette del nostro debito, ci ordineranno di fare certe politiche di bilancio che magari a noi non piaceranno, per esempio cancellando i servizi pubblici), oppure sul piano informatico (cybersicurezza ecc).”
Ma davvero?!
E la tua Trumpetta (appunto), con la sua totale mancanza di presa di una qualsiasi posizione autonoma è la più spettacolare dimostrazione che è così già adesso, quindi ti che ti preoccupi?
Un’Europa così, parcellizzata in un’infinità di aree autonome, sarà ancora più debole, sullo scacchiere internazionale, di quanto lo sia ora che è a metà del guado (esiste in teoria, ma non c’è un vero potere centrale): vediamo chiaramente che, oggi, Germania, Francia, Italia, Spagna contano una beata mazza. Un’Europa dilaniata internamente dall’esasperazione della tutela delle minoranze, sarà facile preda dei grandi player internazionali. Attenzione: quando dico che ci comanderanno, non intendo necessariamente che i tank russi arriveranno in Piazza San Pietro. Oggi si “comanda” in ben altri modi: innanzi tutto sul piano finanziario (se i player detengono cospicue dette del nostro debito, ci ordineranno di fare certe politiche di bilancio che magari a noi non piaceranno, per esempio cancellando i servizi pubblici), oppure sul piano informatico (cybersicurezza ecc). A me quello che mi sta sulla balle è che per tutelare il “diritto” delle minoranze, ci indeboliamo così’ tanto (a livello aggregato) che domani un cinese o un russo o un islamico comanderà tutti noi e quindi anche me. Io esigo che l’Europa “mi” difenda e non che (indebolita perchè troppo attenta alle minoranze interne) sia addirittura il grimaldello con il quale il russo o il cinese o l’islamico metteranno i piedi in testa a tutti noi e quindi anche sa me.
Se il motto è “in lotta contro Roma ” (cioè contro il potere centrale, in nome della tutela delle diversità individuali, sociali, culturali, ideologiche, ecc), tale motto, domani (cioè a Unione Europea completata) diventerà “in lotta contro Bruxelles”. Cosa che mina alle fondamenta la validità stessa dell’Unione. Per Bruxelles, una volta centralizzato il “potere”, non dovrà esserci nessuna differenza fra un cittadino “europeo” nato e residente nell’attuale Alto Adige (quindi di lingua e cultura tedesca), rispetto a un altro cittadino, sempre “europeo”, nato e residente a Verona (quindi di lingua e cultura italiana) e, udite udite!, per Bruxelles non ci sarà neppure differenza fra il cittadino europeo nato e residente in Alto Adige (oggi politicamente italiano, anche se di lingua e cultura tedesca) e un cittadino europeo nato e residente a Innsbruck (oggi politicamente austriaco). Così come non ci saranno differenze, sempre il tutto visto da Bruxelles, fra catalani e madrileni oppure fra valloni e fiamminghi, ecc ecc ecc. Sto parlando a livello di posizione del singolo cittadino europeo rispetto alle cose comuni, quali la legge (unica), il fisco europeo (unico), i servizi pubblici (uguali sull’intero territorio europeo). Ho già detto che il discorso tutela delle differenze culturali, storiche, linguistiche ecc è un discorso completamente diverso e non c’entra nulla in questa sede.
Il tema in sede politica è invece rilevantissimo, perché, se ammettiamo che in AA abbia una “sua” autonomia legislativa, allora Bruxelles dovrà riconoscere pari diritto di autonomia legislativa o OGNI altra area infra europea: ai baschi, ai catalani, ai valloni e magari si scenderà di livello e si avrà autonomia legislativa per l’Irpinia, per il Monferrato, per la Lomellina e poi ancora si scenderà di ulteriore livello e si riconoscerà pari diritto di autonomia legislativa a ogni singolo condominio e qui io rivendicherò che il mio condominio sia un’area di minoranza tutelata dove parliamo il nostro patois, dove mettiamo gli avvisi bilingue e dove applichiamo regole “nostre”, magari diverse dalle leggi centralizzate (oggi italiane, domani europee). Trattasi di ipotesi provocatoria, ma rende bene l’idea. CONT
“Agli italiani – che salvo rarissime eccezioni non lo leggevano affatto – Gatterer avrebbe avuto altre lezioni da impartire. Innanzitutto un invito a conoscere le numerose e variegate minoranze sul territorio della Repubblica, a non considerarle come molesto impiccio o penoso grattacapo, bensì come una vera ricchezza ed una risorsa “nazionale”. Molto del diffuso fastidio sudtirolese verso la plateale ignoranza italiana nei confronti delle etnie minoritarie traspare anche in Gatterer. Talmente volgari e falsi erano gli stereotipi correnti che provenivano allora da pulpiti anche autorevoli che la semplice conoscenza di un minimo di storia dei sudtirolesi o di altre comunità minoritarie appariva già come una conquista”.
Questo la dice lunga su chi, forte della sua ignoranza dei fatti, proclama teorie che hanno facile presa sui suoi simili, altrettanto ignoranti.Ma Langer aveva una visione talmente ampia e futurista, e che possiamo definire come “ribelle” alle rigidità istituzionali, che uno come Crovella può solo etichettare come anacronistica quando il contrario gli fa comodo.
Non basta l’esempio della vicina Yugoslavia, in cui molti gruppi etnici implosero al suo interno portando alla guerra che tutti ricordiamo, vista la nostra età?
A pelle mi sembra che da quando si parla di Europa, tutte le minoranze si siano allertate per non perdere la loro presenza e messe tutte assieme possono costituire un “problema” non da poco a chi vorrebbe un unico calderone da governare a senso unico. Non succederà mai. L’onnipresente globalizzazione non uniformerà mai le razze (non so come altro chiamarle per esprimere un concetto più forte di quello semplicemente etnico) perché le persone non sono oggetti e per fortuna all’interno di ogni popolo si annida sempre e comunque chi non accetta le regole perché semplicemente calate dall’alto.
La massa appecorata esiste eccome, ma ci sono anche i pastori. Lo insegna anche la Bibbia.
Nessuno dotato di senso della storia, caro Crovella, vuole tanti staterelli europei distinti per etnia, certo non Langer, e neanche uno stato europeo centrale che le annulla. Il regno sabaudo è stato un gran modello, ma era l’800. Sono passati 160 anni…Rassegnati, il mondo è un posto troppo coplicato per le tue categorie rigide; o grezze?
“Ribadisco l’obsolescenza ideologica di questi concetti, al di là della loro fondatezza ideologica o meno. Nell’Unione Europea non ha più senso ragionare in termini di minoranze.”
“O crediamo nell’Europa centralizzata…oppure troneremo ad un’europa medievale, cioè saremo un insieme di staterellini minuscoli”
Questa è la tua personale opinione, Carlo, completa degli errori di italiano e io la definirei completamente sbagliata.
Solo per questo vale la pena ragionarci su.
In particolare uno stato centralizzato da capo Nord a s. Maria di Leuca e da capo Finisterre a Narva che non tenga conto delle differenze umane, sociali, culturali, storiche, climatiche e geofisiche sarebbe semplicemente impossibile (anche se era il sogno di un tuo referente ideologico).
In effetti accettare questa ipotesi come obbiettivo significa affermare l’impossibilità di una unione europea e in questo senso è corretto affermare che non ha senso parlarne. E quindi ad autocondannarci in partenza a portare sulla testa il piatto di pastasciutta per altri (o più probabilmente di hamburger o riso, direi!)
L’errore di fondo credo sia nel ritenere che “governo centralizzato” significa necessariamente che tutto debba essere indistinto e uniforme per tutti e in tutti i luoghi.
Inoltre una Europa composta da una miriade di staterellini sarà irrilevanti nella geopolitica. Infatti il mondo accentuerà all’esasperazione il carattere che già oggi esprime, ovvero che ci saranno tre grandi player mondiali (USA, la Russia di Punti e la Cina), più una sottocategorie di player cmq di livello internazionale (India, l’area del Golfo, la Turchia di Erdogan che vuole ricostituire l’Impero Ottomano, ecc). Se noi europei vogliamo dire la nostra a livello mondiale, quando meno per evitare che siano gli altri a “mangiarci la pastasciutta in testa” (espressione che rende bene l’idea), dobbiamo ragionare con una “unione” indistinta sull’intero territorio continentale. Questa convinzione comporta il definitivo superamento del concetto di minoranze e il tutto prescinde dal solo Alto Adige: vale per qualsiasi realtà in Europa. Ecco perché il concetto di tutela delle minoranze è obsoleto: se non lo superiamo, ci governeranno “altri”. Questo vale da un punto di vista politico, cioè di perfetta uguaglianza dei cittadini europei, cui si lega la centralità del potere. Discorso diverso quello della tutale delle culture locali, in termini di lingua/dialetti, storia, usi e consuetudini: a ciò io sono molto sensibile e mi batterò sempre, ma esso non deve incidere minimamente sulla questione “politica”. Chi continua a ragionare solo sui diritti delle minoranze all’interno del grande stato europeo appartiene la passato: prima “capiamo” il futuro e meglio sarà per tutti noi europei.
Ribadisco l’obsolescenza ideologica di questi concetti, al di là della loro fondatezza ideologica o meno. Nell’Unione Europea non ha più senso ragionare in termini di minoranze. Dovremmo esser tutti cittadini uguali da Capo Nord a Ragusa e dal Portogallo ai confini con la Russia. Se, all’interno di questo stato enorme, iniziamo a circoscrivere dei territori caratterizzati dal fatto di esser abitati da “minoranze”, non ne usciamo più. Ammesso che si arrivi ad una unità politica a livello continentale, non sarà in termini di “unione”, ma di “confederazione”, che è una forma giuridica molto diversa. La confederazione può funzionare su aree relativamente limitate, coma accade in Svizzera (dove, cmq, andate a chiedere a uno svizzero tedesco se si sente “uguale” a uno svizzero francese o, soprattutto, a uno svizzero italiano-cioè ticinese!), ma non reggerebbe a livello macro. O crediamo nell’Europa centralizzata (= un unico governo centrale che opera su tutto il territorio continentale e un unico parlamento centrale – non l’attuale barzelletta – che legifera indistintamente per 450.000 di cittadini europei, senza distinzioni) oppure troneremo ad un’europa medievale, cioè saremo un insieme di staterellini minuscoli, uno per ogni “minoranza”, ma a questo punto il numero delle minoranze esploderà: per esempio io voglio una minoranza “franco-provenzale”, circoscritta al condominio dove abito e abbia individualità comportamentali diverse da quella dello stato europeo contrale: qui nel mio condominio si parlerà il nostro patois, avremo avvisi condominiali bilingui, batteremo una nostra moneta e stabiliremo le regole come cappero piace a noi e non come piace a Bruxelles. questo esempio provocatorio rende bene il concetto che l’Europa unita non può essere divisa!
Grazie Alessandro di aver riportato questo breve testo del Grande Alex Langer, tuttora utilissimo perché descrive bene una mentalità rattrappita nel particolare che si vuole imporre come generale. Illuminante. E per conseguenza di tale restrizione mentale ora abbiamo un tal Generale (!) Vannacci alla ribalta politica nostrana