Un lavoratore stagionale parte da 1900 metri e si inerpica senza attrezzatura arrivando fino al ghiacciaio. Per certi versi, encomiabile. Poi il buio e la richiesta di aiuto. Arrivano i droni e l’elicottero. Il Soccorso alpino: non si sale senza equipaggiamento e pianificazione. Certe avventure, anche se finiscono bene, dovrebbero essere maggiormente enfatizzate nella comunicazione, per evitare che si verifichino altri episodi grotteschi come questo.
In scarpe da ginnastica a 3200 m: salvato in ipotermia
(era la sua prima volta in montagna)
di Benedetta Centin
(pubblicato su lastampa.it il 26 giugno 2025)
Con semplici scarpe da ginnastica, pantaloncini e maglietta da città, senza alcun bastoncino per aiutarsi nella salita, senza alcun dispositivo per orientarsi se non il cellulare, partendo tardi nel pomeriggio, ha cominciato a salire. Dai 1900 fino a circa 3200 metri, arrivando in poche ore fin sopra il rifugio Palla Bianca, sotto all’omonima cima, la più alta delle Alpi Venoste, in Alto Adige. Ma quando è diventato buio l’escursionista improvvisato è arrivato quasi al ghiacciaio. Lì, senza alcuna visibilità né orientamento e terrorizzato dall’idea di scivolare nel vuoto, ha chiamato i soccorsi con il suo cellulare ormai scarico. Erano le 22.15 di mercoledì 25 giugno 2025.
L’uomo, un cittadino magrebino di 37 anni, non un turista ma un lavoratore stagionale dell’Alta Val Venosta, si era fermato su una cengia rocciosa, circondata dal ghiacciaio. Era stremato dalla fatica e quasi in trappola, cosciente che, senza torcia, qualunque passo avesse fatto nel buio avrebbe rischiato di volare giù. Data la bassa temperatura, l’uomo era molto infreddolito, in ipotermia. Rischiava la morte per assideramento se non fosse stato per il tempestivo intervento dei soccorritori che hanno fatto alzare in volo l’elicottero per recuperarlo nel cuore della notte. Non è stato infatti così immediato individuarlo: le indicazioni che aveva fornito sul punto in cui si trovava non erano risultate attendibili.
«Era la sua primissima volta in montagna»
Agli operatori, con le poche forze che gli erano rimaste, l’uomo ha raccontato di lavorare come stagionale in un hotel della valle, a Melago, frazione di Curon Venosta, in alta Val Venosta. E proprio da lì, dai 1900 metri, era partito a piedi, da solo, attorno alle 19 di mercoledì sera, alla conquista della cima della montagna. Peccato che lo abbia fatto con un abbigliamento tutt’altro che adeguato e senza la dotazione di un minimo di attrezzatura.
Per la verità lui pensava di farsi un semplice giretto, una breve escursione. «Era la prima volta nella sua vita che andava in montagna» ha raccontato la sorella, preoccupata per le sue condizioni. Proprio così: in Alto Adige da poco, trasferitosi per lavoro, il 37enne aveva deciso di avventurarsi in altura ma senza alcuna esperienza, senza attrezzatura e dispositivi adeguati al seguito, incosciente della difficoltà del percorso. Naturalmente sul ghiacciaio non ci sono sentieri, la perdita dell’orientamento è stata la necessaria conseguenza.
Soccorritori, droni ed elicottero per lui
Per lui si sono attivati nove tecnici del Soccorso alpino CNSAS di Melago, due militari del Soccorso alpino della Guardia di finanza di Silandro, con in più il gruppo droni del Soccorso alpino Brd di Prato allo Stelvio.
L’intervento del soccorso alpino
Erano le 3.50 di notte quando il 37enne è stato localizzato, in stato di forte ipotermia ma ancora in vita, e recuperato con il verricello dall’elicottero della Elisondrio che l’ha individuato grazie ai visori notturni e alle tracce del gps. Da lì è stato trasferito all’ospedale di Silandro dove è stato sottoposto a tutti gli accertamenti e le cure del caso. Un intervento non facile, quello effettuato, che si è concluso solo attorno alle 4.20 del 26 giugno 2025. Date le condizioni dell’uomo, gli operatori sono convinti che non avrebbe superato la notte se non fosse stato recuperato.
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96@ Lupo, hai fatto le due vie che ho citato? Pier Luigi Bini arrampicava con le superga. Io ho salito la Stefano Tribioli non con le superga ma con un paio di ottime scarpe d’arrampicata, di quelle che appiccicano come diceva il mio amico Imbecaro. Quindi sono stato prudente, no? È chiaro che in questa mia , c’è un filo di ironia. Comunque sia la “Stefano Tribioli” che “Voci di terre lontane” sono due bellissime vie dove, almeno per me, ci vuole del pelo e mi sono messo in gioco.
Antoniomereu avevi ragione. Non dovevo dubitare che saremmo arrivati a 200 commenti.
A chi tocca l’ultimo passo per raggiungere la vetta?
90@ …”figliolo hai 37 anni …e mi par tutto dire ,vista la mezza sincope provocatami da questa storia la prossima (cazzata)facciamola assieme…
Basta una scorsa ai rapporti del CNSAS: la maggior parte degli interventi non riguarda vie difficili o imprese da “performance“, ma incidenti su sentieri
Credo sia normale e proporzionale al numero di chi frequenta i vari ambiti.
Dovremmo anche dare un occhio ai numeri degli ultimi 4 decenni per capire qualcosa di più e come si evoluta la situazione soccorsi nel tempo e molto importante da zona a zona.
Certo hai ragione per quanto dici a proposito di aproccio e pocacultura causa di molti, troppi mali.
@ 1(87)
Alberto, per cortesia, potresti spiegarmi il senso della frase sulle Superga di Pier Luigi Bini. Non colgo.
@ 1(93)
Non ho parlato di non utilizzare la tecnologia, ma di non sostituire le nostre abilità fisiche e mentali ‘affidandole‘ alla tecnologia. E’ molto diverso. Infatti, ho scritto che saper leggere i segni del tempo atmosferico è cosa più importante che affidarsi alle previsioni, ma che queste ultime si affiancano come supporto a ciò che scaturisce dalla nostra intelligenza. Sapersi orientare con muschio, licheni, sole, luna, stelle ecc. non riguarda la tecnologia, siamo noi con le nostre risorse naturali, intellettive, a disimpegnarci; poi, molto bene che in tasca abbiamo uno smartphone con tutte le applicazioni del caso.
Tutto qua.
Poi, verosimilmente, ci sono molte persone che non appartengono a nessuna delle due culture. Di qui anche l’aumento enorme di presenze in montagna. Esse non pensano in maniera puntuale alla cultura della montagna, semplicemente desiderano fare un’esperienza interessante e diversa, non continuativa, per cui non si attrezzano adeguatamente, perché non sanno e anche perché costa. Conosco molte persone che sono andate occasionalmente sulle montagne, anche con i figli piccoli, ma senza un interesse specifico per l’escursionismo e l’alpinismo, rischiando. Diverse le ho personalmente dissuase in un modo o nell’altro. Però, esse in qualche modo risentono, anche solo inconsciamente, della cultura attuale, la respirano e diciamo, ne sono vittime. Un po’ di soldi ci sono, gli accessi sono illimitati, c’è il bisogno di evasione.
“Non fatemi dire cose che non ho scritto, per cortesia”
Lupo, lo hai detto in tutti i tuoi interventi, compreso il tuo ultimo. Rileggiti.
La tecnologia è uno strumento nelle nostre mani, come può sostituirsi alle nostre abilità? Utilizzarla al meglio E’ una nostra abilità, che cambia e si adegua di volta in volta alle innovazioni tecnologiche.
Che ci sono sempre state, come ci sono sempre stati, ieri e oggi, gli sprovveduti e coloro che partono pensando “che vuoi che succeda“.
Dovremmo forse andare scalzi perché usare gli scarponi è affidarsi “alla tecnologia, non a sé stessi“?
Dovremmo rinunciare alle corde dinamiche e tornare ai canaponi? Agli imbraghi creativi fai-da-te?
Dov’è il confine fra ciò che si può usare senza per questo perdere le “nostre facoltà personali“?
Dai, su…
Facilitarsi la vita fa parte della natura umana, da sempre. Chiudersi nel passato serve quanto una forchetta per il brodo (liberissimo tu di farlo, naturalmente: è la pretesa di superiorità a irritare).
E’ che oggi i numeri sono semplicemente enormemente più alti di ieri, e con loro la quantità di pirla a piede libero e di conseguenza delle disgrazie. Tutto qui.
E figlie so’ ppiezze e core.
E’ la tua impressione. Impressione non è sinonimo di certezza.
Non si trattava di fatica logistica, ma di un approccio anche culturale alle montagne. Si faceva così anche perché lo si voleva, perché era un modo più completo e schietto di vivere le montagne, che consentiva anche un rapporto diretto con le persone locali: la Signora Luigina a Ponte Rio Arno, il pastore ai Prati di Tivo, la guida alpina al Rifugio delle Guide e via dicendo.
Osservare i segni del cielo e interpretarli è senz’altro meglio che affidarsi alle previsioni meteorologiche, le quali ultime devono costituire un supporto alle nostre facoltà personali. Esse infatti sono previsioni, non certezze, spesso non sono corrette. In montagna anche poche decine di minuti di errore possono essere fatali.
Anche qui: impressione non è certezza, previsione non è certezza.
Non ci sono nostalgie né generalizzazioni.
La frequentazione odierna della montagna è fortemente informata dalla tecnologia, come avete detto voi stessi, ed è proprio questa la cultura attuale: affrontare e vivere le montagne affidandosi alla tecnologia, non a sé stessi, in ogni campo dell’agire alpinistico ed escursionistico e non solo, sostituendosi alla precedente, e pensare che alpinismo ed escursionismo siano sport da vivere in leggerezza, senza pensare alla morte (Cfr. file interminabili di persone verso il Franchetti, il Corno Piccolo e altrove). Questa cultura ci allontana sempre di più dallo sviluppare le nostre abilità, quelle che una volta avevamo. Non uso mai il navigatore in automobile, riesco sempre a trovare, con pazienza, le strade giuste, perché ho una cultura del viaggio, costruita nel tempo, con mia moglie che mi stava accanto e leggeva le carte stradali delle città e delle regioni.
Nessuna scala di superiorità: solamente confronto tra culture appunto. Se quella di oggi non vi piace, perché governata dalla tecnologia e dal denaro, tanto tanto denaro, perché non apprezzate almeno un poco quella precedente, in cui non si guardava uno schermo ma si approfondiva, anche per forza di cose, la conoscenza del mondo in cui si era immersi?
Non fatemi dire cose che non ho scritto, per cortesia.
ma in definitiva il magrebino ha fatto bene o ha fatto male?
Perché questa è la mamma delle domande, al di la dei bei tempi andati… che come i capelli, non torneranno più!
O per essere un po’ più preciso: il magrebino l’ha fatta un po’ fuori dal vaso, è ovvio.
Ma fossimo noi i genitori dell’incriminato, come ci regoleremmo al suo ritorno a casa?
Lo prenderemmo a calci per consolidare nella sua memoria l’errore?
Lo sgrideremmo dicendogli “ma cosa ti ha detto il cervello”?
Lo sgrideremmo dicendogli: la prossima volta fai un corso da Crovella?
Gli diremmo: poteva andare peggio ma bene così, sarai un grande esploratore?
Concordo pienamente con Balsamo. E’ la cultura che fa la differenza e oggi ce ne sbattiamo, perchè diamo più peso agli aspetti tecnici e sportivi che a quelli culturali.
“non ho parlato di “bei tempi andati“, ma di tempi diversi”
Lupo, il punto non è come li chiamiamo, ma cosa si vuole trasmettere quando si fanno questi paragoni. E la mia impressione è che tu stia assegnando scale di superiorità generalizzate.
Erano tempi diversi, questo è vero, e che il viaggio in corriera o la tenda creassero un certo tipo di esperienza è indubbio. Ma nulla vieta di vivere la montagna in quel modo anche oggi, e infatti in molti lo fanno ancora.
Ma non condivido il salto logico: la fatica logistica non si traduce di per sé in maggiore consapevolezza o umiltà. E osservare i segni del cielo non per forza è meglio delle previsioni meteo dettagliate.
L’esperienza può essere profonda o superficiale in entrambi i casi, a seconda di chi la vive.
Non è la tecnologia o la logistica a creare superficialità (o “cannibalismo“, come direbbe Crovella) ma la scarsità di cultura.
La frequentazione oggi è esplosa in modo esponenziale, ma non altrettanto la cultura di montagna.
Forse, anziché rifugiarsi in nostalgie o in generalizzazioni sui bei tempi andati (o “diversi“), è meglio guardare qualche dato concreto.
Basta una scorsa ai rapporti del CNSAS: la maggior parte degli interventi non riguarda vie difficili o imprese da “performance“, ma incidenti su sentieri escursionistici semplici, spesso per errori di base. È, prima di tutto, una questione numerica.
Altro che bei tempi passati o modernità: è il tema dell’approccio culturale che fa la differenza, ieri come oggi.
Quando ho ripetuto VOCI DI TERRE LONTANE di Iannilli al Corno Piccolo, e la STEFANO TRIBIOLI di Bini alla Seconda Spalla, mi sono trovato a fare tiri di difficile lettura e quasi improteggibili o comunque dove è vietato volare. Sarò stato imprudente?
Forse non perchè non avevo le Superga come Bini.
Si! è una cresta sottile e scivolosa o di qua o di la, cadere nella cazzata(alpinistica e non ) o restare in equilibrio è sempre attuale e vale per tutti.
Riccardo Cassin avrà avuto lo stesso spirito, per portare i Ragni di Lecco sul Gran Sasso ad arrampicare, creando un campo base di tende ai Prati di Tivo.
Chi ricorda Walter Bonatti che si attaccava all’esterno del treno per Carbonin, perché non aveva i soldi per pagare il biglietto? O Hermann Bull che si recò in bicicletta al Pizzo Badile per scalarne la nord ovest? O… beh, ce ne sono stati tanti.
@ 82
La sua non l’avevo percepita come una provocazione, forse perché a me non piace provocare.
Comunque non ho parlato di “bei tempi andati“, ma di tempi diversi, in cui già solo per il fatto che si andava in corriera da Via Palestro (Roma) fino a Ponte Rio Arno (carichi di materiale), da quel ponte con altra corriera fino a Pietracamela e da lì a piedi ai Prati di Tivo e a Cima Alta per mettere una tenda vista mare e monti, era un’avventura. Il mattino successivo si andava in vetta al Corno Grande, per il ghiacciaio o per la normale dalla Sella dei Due Corni, o sulle Fiamme di Pietra per salire un diedro o la elementare normale del Campanile Livia. Poi di nuovo alla tenda e il terzo giorno a Roma (in corriera, Metro A, Metro B, altro treno, altra strada a piedi).
Questo permetteva di apprendere molto meglio l’ambiente in cui ci si muoveva, di capire i segni del cielo in relazione ai cambiamenti del tempo, di acquisire un grande allenamento, di osservare, conoscere la topografia del territorio e le vie alternative, comprese quelle di fuga, l’abbigliamento pesava, per le diverse eventualità meteorologiche.
Oggi si porta l’automobile il più in alto possibile, si va leggeri perché tanto si torna a casa nel pomeriggio o in prima serata (anche d’inverno), si sfruttano le finestre di bel tempo (non la conoscenza della meteorologia) e poi, e poi…
Quel mondo tra i due Corni lo conosco molto bene, è stato in qualche modo, per un po’ di tempo, come una seconda casa per me. Ho assistito all’epoca a diversi incidenti seguiti a vistose leggerezze. Conosco quel passato piuttosto bene per non farne un paradiso perduto. Tuttavia, ripeto, l’approccio era profondamente diverso e più formativo.
Vedo che la mia provocazione ha colpito nel segno, quindi continuo, che forse arriviamo a 200 e oltre. 🙂
Non so se trovare più ilare o patetico chi paragona i propri bei tempi andati (spoiler: non torneranno 🙂 ) con quelli attuali, come se le cazzate in montagna fossero un’esclusiva del tempo moderno.
E deve essere un pezzo in là anche chi parte da un singolo episodio per concludere che “ormai si punta solo alla performace […] e nessuno si preoccupa di acquisire le nozioni giuste e il materiale giusto” (cosa sarebbe, poi, giusto in un ambito in cui può accadere tutto e il contrario di tutto lo sa solo lui, ma vabbè).
Certo: in montagna siamo tutti umili, esperti, con le nozioni giuste eccetera, salvo poi passare nel gruppo dei coglioni quando qualcosa va storto veramente.
E la linea che divide i due gruppi è molto più sottile di quanto si pensi.
P.S. @Lupo: mai visto così tanti sprovveduti come sulla normale al Corno Grande e al Franchetti, nè volare così tanto l’elicottero come intorno al Corno Piccolo. Nel tratto attrezzato prima del Franchetti ci si potrebbe girare un film. Che sarebbe comico, se non venisse da piangere.
Vero!
E come diceva Edward Whymper, i panorami migliori non sempre si godono dalle vette più alte.
E intanto siamo a 181!
“….Sono stato un modesto alpinista, cose piccole ma belle…”
…e buone!Certe piccolissime fragoline di bosco sono molto più saporite di quelle giganti coltivate.
https://www.bfmtv.com/cote-d-azur/alpes-maritimes-une-guide-de-haute-montagne-meurt-dans-une-chute-d-une-dizaine-de-metres_AN-202207080310.html
Nel autunno 2018 alla ” Barres de la leche”, una falesia sopra Sant Martin Vesubie, avevo conosciuto Marine, lei era con il papà e un amico del papà. Era il suo primo anno da guida e aveva passato l’estate a Chamonix accompagnando clienti di lingua tedesca, lei sapeva il tedesco.
Mi aveva stupito perché pisciava stando in piedi esattamente come un uomo.
Deve essere stata una morte atroce, di sfinimento appesa a una corda con il cliente che non riesce a fare nulla.
Adesso anche io sono scosso con quello che hai appena scritto.
E anche io ho avuto un grande aiuto dall’andare sulle montagne, quando ero nella mia giovinezza, non sempre facile, anche se per motivi diversi. Sono stato un modesto alpinista, cose piccole ma belle, per riuscire a percepire la vita che vivevo come una promessa di cose buone per il futuro.
L altro giorno quando hai scritto di quel tuo amico e della sua eroina amica mi ha percorso il brivido.
Grazie a te!
Grazie Lupo per aver compreso quello che volevo evidenziare.
L’ Io Alpinista maiuscolo come scrive Balsamo non è cosa mia .
Mai pensato di essere migliore ne dei passati ne dei presenti.
L alpinismo quello mio è molto minuscolo, mi ha solo tolto dalle droghe , gli devo molto e lo ringrazio e rispetto per questo!
@ (1)67Ottimo interventoConcordo con quanto scrive Carlo.E’ così comodo sto 118 che sembra fatto apposta…
Errore… @ 1(69)
casomai umili… Acuta osservazione, come spesso ne hai. Non credo infatti che noi fossimo presuntuosi in montagna.
@ (1)70
casomai umili… Acuta osservazione, come spesso ne hai. Non credo infatti che avessimo presunzione in montagna.
Poi ancora sui numeri un esempio contrastante la proporzionalita’ : oggi circolano ( quasi incalcolabili)miliardi di passaggi auto e gli incidenti statisticamente calano,sara’ forse che rispetto al passato sono un cininin meglio!? Sui monti oggi la leggerezza e l approccio di massa è lampante e non sono solo giornali e social ad amplificare, anche se un contributo ovvio lo danno.
@ (1)67
Ottimo intervento!
66 mica si tratta di minuscole e maiuscole…ma un approccio un tempo normale alla legge di tornare a casa con le proprie forze non per che si era più forti casomai umili…ma vedo che salti a conclusioni tutte tue.Sui numeri hai ragione sono aumentati e personalmente credo di averlo anche detto più volte ma questo che centra con la preparazione?
Chiedi in giro a quella tua signora quanti si arrangiano e manco sanno di cosa stiamo scrivendo,poi ne riparliamo.
@ 66
Non si tratta di mettere bravi contro incapaci. Ho detto infatti delle mie solenni cretinate e che semplicemente mi è andata bene. Però, è vero che le persone sono cambiate e mutato è il loro approccio alla vita.
Dice bene Antoniomereu inveve. Oggi si hanno a disposizione mille diavolerie per fare questo e quello, alla nostra epoca era diverso e, per chi voleva farlo, era possibile affinare le proprie abilità con i mezzi normali da scalata. Per esempio, avevo imparato efficacemente a scendere in corda doppia, anche su strapiombi molto accentuati, con un discensore fatto di un sistema di moschettoni appreso da un testo di tecnica di soccorso alpino (di Wastl Mariner). Imparavamo a orientarci solamente attraverso quello che la natura ci offriva, usavamo i mezzi pubblici, dormivamo in tenda prima di scalare, anche in inverno e, quando scoppiavano temporali, si passavano le ore sotto al telo a scherzare, leggere, fare nodi (come si fa nei campi delle spedizioni). Il tempo atmosferico era un compagno di viaggio, che piovesse o che ci fosse il sole, avevamo imparato a conviverci se si poteva farlo, a evitarlo se era necessario. Potrei dire altro, ma forse questo che ho scritto è sufficiente. Almeno per adesso.
Il sottostante link segnala il terzo caso, in circa 10-15 gg, di un alpinista o arrampicatore rimasto “appeso alle corde” nella totale incapacità del suo socio di recuperarlo con il paranco applicato sulla sosta.
https://www.lastampa.it/aosta/2025/07/15/news/alpinista_resta_appeso_vuoto_corda_dente_gigante_salvato_via_terra_guide-15233206/?ref=LSHAT-BH-P2-S1-T1
Questo episodio, per fortuna, si è concluso positivamente, gli altri due hanno invece avuto una conclusione fatale (probabilmente per traumi nella caduta, ma intanto il recupero non è stato neppure impostato). Ormai si punta solo alla performace (“ho fatto il tal grado, ho salito la tal via”…) e nessuno si preoccupa di acquisire le nozioni giuste e il materiale giusto per affrontare manovre di autosoccorso. Anche nello scialpinismo, in caso di travolgimento da valanga, l’ARTVA serve “solo” per essere trovati dai soccorritori chiamati da compagni con il cellulare. I casi in cui sono i compagni del travolto che iniziano a cercarlo sono ormai “rarissimi”… E pensare che viviamo nell’era degli ARTVA digitali neppure più a due antenne ma a tre antenne – o forse più: basta convertirli in modalità “ricerca” e sono gli ARTVA che ti conducono… Quando c’erano gli ARTVA analogici, occorreva saper fare tutta la procedura di ricerca e ci poteva stare che, sotto stress emotivo perché sotto c’era un amico, si preferisse chiamare il 118: oggi commuti l’ARTVA e lo “segui” come un cagnolino. Già, poi arrivato “sopra” al travolto, devi saper usare la sonda e soprattutto devi conoscere ed esserti esercitato nella tecnica di scavo (nella neve, mica si scava a muzzo…). tutte “cose” che richiedono investimento di giornate in esercitazioni e ho sentito con le mie orecchie frasi del tipo: “ma perché sacrificare tempo libero per imparare le manovra di autosoccorso, sottraendolo all’azione diretta (arrampicata o scialpinismo)? Tanto, in caso di incidente, chiami il 118 e risolvono loro il problema.”
Anche questo è un modo di essere cannibali, anzi cannibalissimi. Trattasi di una fattispecie molto diverse da quella dell’articolo, ma che ha l’origine nello stesso modello concettuale: che la montagna sia come un palazzetto dello sport dovesi va a giocare a tennis o a fare pesi e, se arriva un intoppo, smetti in qualsiasi momento e c’è sempre qualcuno che pensa a te. Andare in montagna non è un semplice “sport”, ma è una cosa completamente diversa: in montagna possono accadere intoppi anche “gravi” e devi esser pronto a saperli affrontare. In più c’è anche il Soccorso
Ah, quando andavamo in montagna noi… Altro che i giovinastri d’oggi…
Signora mia, non ci sono più gli Alpinisti di una volta, quelli con la A maiuscola,quelli che io il soccorso mai…
Naturalmente non c’entra nulla il fatto che la frequentazione della montagna sia aumentata in modo esponenziale e con essa il numero di stupidi (vedi Cipolla) e/o inconsapevoli (vedi protagonista dell’articolo), nè che i mezzi moderni di comunicazione fanno sì che tutto venga immediatamente amplificato.
Perché il problema (!) è che nessuno è più capace a fare un paranco e chiamare soccorso è “più facile“.
Ma certo.
64@ Ma certo ,l imponderabile e la sfiga sono inarginabili.
Ma quanti oggi sono in grado di fare autosoccorso e le manovre conseguenti ? M,carrucola giunzione di corda in trazione etc?
Più facile telefonare! È li il .
Ciao
Però, non tutti gli incidenti in cui incappano esperti e non esperti sono imputabili a mancanza di responsabilità.
Siamo in una situazione ormai parossistica. Forse arriverà il giorno auspicato da Carlo Crovella, non penso però al livello che lui auspica. Tra esperti e non esperti che vengono soccorsi, tra soccorritori che pure si infortunato o muoiono per soccorrere (vedi Campo Felice di qualche anno fa, cinque o sei soccorritori morti in elicottero per portare in ospedale un sciatore fratturato a una gamba), sembra non aprirsi alcuno spiraglio di ragionevolezza. Non si impara nulla dalle sciagure altrui. Chi va in montagna pensa, come chi guida (e chi guida va in montagna e viceversa): “A me non succederà nulla, ho il controllo della situazione.”. E pensa anche: “Vado in montagna per stare bene, per la felicità, la spensieratezza, perché dovrebbe succedermi qualcosa?”. Quando andavo sulle montagne mettevo sempre in conto che sarei potuto non tornare; ero dunque meno spensierato ma questo mi ha permesso di avere più risorse per rientrare a valle, anche quando ho fatto solenni cretinate, riuscendo persino a non farmi mai soccorrere. Altri tempi, mi pare, perché certamente non sono stato l’unico a ragionare così.
1@61Lupo non ho seguito troppo le cronache locali della montagna in queste giornate…e pensare che come dice Riky dentro un commento di poco fa un tempo ci si leccava escoriazioni o peggio e si rimandavano a casa i soccorsi ,visti più come un onta nel cartellino che un passaggio in autostop per la vita futura.
Oggi più soccorri e più soccorrerai; sembra un processo inversamente proporzionale quello in corso attualmente ,da un lato le stazioni si fanno forti dei numeri d’uscite e soccorsi per aver ragione d esistere, dall altro molto giustamente danno consigli per non far confondere la vita con la morte a chi va per le montagne e non dover quindi uscire a salvarli o metterli nel sacco.
@ (1)58
Sembra che tutto taccia.
Nel frattempo, in questi pochi giorni, si sono consumate altre tragedie, ci sono stati altri incidenti, dispersi, e i soccorritori senza sosta si alzano in volo.
A proposito del millesimo commento, ricordo ora che verso la fine molti studiavano la situazione allo scopo di accaparrarsi l’ambito primato. Rammentate come andò con la millesima ascensione del Campanile Basso?
Ebbene, da profondo conoscitore della storia dell’alpinismo, applicai la stessa strategia (piú o meno). Nei dettagli: arrivati al commento n. 996, senza attendere gli eventi io commentai a raffica col 997, poi col 998, poi col 999, e infine ecco il 1.000! Tutti fregati!
Ma dal signor Gogna non ho mai ricevuto una medaglia, una targa, un encomio, nessun riconoscimento… Ingrato!
@ (1)57
Se lo fa, fa bene a farlo e se trova le risposte diventa ricco.
Ho un po’ l’impressione che a 200 non arriveremo.
Mai perdere la speranza.
Invece dell ipotermico senza nome si sa qualche cosa di più?
@ (1)52
Sí. Noi lo prendiamo sempre in giro ma, sotto sotto, il buon Carlone, anziché agli aridi numeri del bilancio economico o a chi bombarda di piú, è interessato alle profonde riflessioni di filosofia esistenziale con tendenze tardoromantiche se non crepuscolari. Insomma: “Chi sono io? E che cosa sono? Donde vengo? E dove vado?”. Roba cosí: domande da un miliardo di dollari…
O no?
Ho un po’ l’impressione che a 200 non arriveremo. Chissà.
Attenzione con i doppioni se si accorgono in alto che bariamo alzano l’asticella a 300…
Da “I dolori del giovane Werther” di Goethe?
Ma poi a 200 che calzature devono mettere i B.B. ? e non ho anfibi neri che stanno su tutto, cazzo!
Da “I dolori del giovane Werther” di Goethe?
Se ricordo bene, alcuni anni fa si raggiunse il primato astronomico di piú di 1.000 (mille) commenti. Qualcuno se lo ricorda? Riguardava il Covid? Era l’epoca in cui al forum partecipava ancora Lorenzo Merlo.
Carlo si piazzò in posizione onorevole con un centinaio di interventi. Ma allora era giovane e forte.
Ora è piú taciturno (e meno male!), piú introverso, piú riflessivo, piú crepuscolare… Insomma, roba da “I dolori del giovane Carlo”.
@carlo
è abnorme il numero di informazioni che hai di soggetti così.
30’anni fa non avevi i social, il soccorso non aveva i social, nessuno aveva il telefonino.
Ma la gente faceva cagate pazzesche in montagna, io per primo (e mi è sempre andata bene)
@tutti gli altri: daicazzo! Siamo a 149, manca poco e svettiamo a 200! Poi gogna ci assume come black-bloc del sito per alzare l’audience
@carlo
è abnorme il numero di informazioni che hai di soggetti così.
30’anni fa non avevi i social, il soccorso non aveva i social, nessuno aveva il telefonino.
Ma la gente faceva cagate pazzesche in montagna, io per primo (e mi è sempre andata bene)
@tutti gli altri: daicazzo! Siamo a 149, manca poco e svettiamo a 200! Poi gogna ci assume come black-bloc del sito per alzare l’audience
Ciao Marco Blatto. Sì sì sono un caiano, anzi un caianissimo. Non l’ho mai negato, anzi. Mi pare in passato di aver amchr scritto un articolo (pubblicato sul blog) proprio su questo punto. Per me non è un difetto, anzi. Sono di quelli per cui andar in montagna e far parte attivamente del CAI sono due concetti fusi insieme.
Ma qui non vedo cosa c’entri. Il tipo in questione è un caso isolato, statisticamente irrilevante. Piuttosto è problematico il numero abnorme di soggetti che si comportano così. Però sono abbastanza convinto che il trend genererà il suo contrario, cioè che le condizioni delle montagne diventeranno così pericolose che si creerà una selezione darwiniana e la mole di “improvvisati” si indirizzerà verso altre attività. Occorre solo capire la tempistica di questa inversione.
@ 44
Non volevo metterla in difficoltà.
Grazie.
Molto chiaro e per me pienamente condivisibile.
Saluti.
Grazie.
Molto chiaro e per me pienamente condivisibile.
Non a caso “I giorni grandi” ha la prefazione di Dino Buzzati.
No, assolutamente, perché sono fuoriuscito dal soccorso e’ un problema mio e antico. Off topic. Io dico che non si può sempre citare giornalisticamente il soccorso alpino come “vittima” degli scriteriati. Se poi vogliamo parlare di gestione, ci son stati altri post, su costi e quant’altro. Per me il soccorso alpino resta un ideale di solidarietà alpina gratuita, come era nato e come dovrebbe continuare a essere. Senza troppa retorica e neppure sempre tirato per la giacca giornalisticamente come “vittima”. Chiudo ed esco dal dibattito. Saluti.
Certo, non tolgo nulla a Bonatti. Infatti, ho evidenziato proprio la sua denuncia del comportamento di certi media, in relazione alla sua persona e non solo. Ne parla con grande dolore subito dopo aver terminato il racconto dell’avventura sul Pilone, con Mazeaud che lo abbraccia e piange con lui: “Dal letto in cui giaccio, sfoglio i primi giornali…“.
Bonatti in Italia dopo il Pilone e prima ancora nella vicenda Vincendom Henry fu crocifisso e infangato dai maggiori quotidiani, a parte Buzzati che lo difese… in Francia P.Mazeud riteneva che gli avesse salvato la vita ed essendo personalità’ politica gli fece avere la Legion d’onore. Leggere e’ importante. Per il K2 è stato scritto tanto e non mi dilungo.
@ 39
Potrebbe spiegarmi, per cortesia, cosa nel CNSAS non va? Perché ne è rimasto deluso e ne è uscito? In questa lunga serie di interventi il Soccorso Alpino è stato alquanto flagellato, senza dare però alcuna spiegazione sul perché delle posizioni enunciate. Visto che il livello di questo blog è più elevato di altri, come qui detto, perché non essere più completi e chiari? Posso capire la sua posizione personale, però, forse, in questo caso, è meglio non colpire il CNSAS se si sa che non se ne può parlare. Io non so nulla di come funzioni il Soccorso Alpino. Ho solamente conosciuto persone che ne fanno parte e che non mi hanno mai parlato dei suoi pregi e difetti. Mi farebbe piacere una sua replica.
@ 34, 36
Tuttavia, Bonatti lasciò detto dove era diretto. Quindi egli stesso fidava in eventuali soccorsi e, in effetti, durante la discesa cercò di capire dove fossero, per l’estrema necessità del momento.
D’altro canto, se è vero che raggiunse il Rifugio Gamba e vi trovò i soccorsi, è anche vero che da lì non sarebbe potuto scendere a valle con le sue sole forze. Quindi sì, in quel caso fu soccorso e salvato. Questo non toglie nulla al suo straordinario valore esercitato in quel momento disperato.
A proposito dei media, direi che quanto Bonatti ha scritto a proposito di essi in relazione anche alla tragedia del Pilone, sia da rileggere come cosa molto istruttiva e significativa, anche come confronto con i tempi attuali.
Sono andato a rispolverare un poco la questione.
Grazie per gli spunti di riflessione.
Che dire? Vi seguo sempre con interesse, specie quando il dibattito si fa “duro”, salvo poi constatare, con amarezza, che questa diventa la fotocopia dei tanti dibattiti che si accendono sui web journal, dove, là, interviene la “massaia X” e il “ragioner Z”, mentre qui il livello di competenza è decisamente più elevato. Alla fine ahimè, lo schemino, però, è sempre lo stesso. Se posso permettermi, l’articolo in questione è davvero di basso giornalettismo, secondo me con l’aggravante che nel caso specifico non c’è il solito scriteriato in scarpe da ginnastica, la famigliola che salta i crepacci al Col Flambeau (giunti lì a suon di euri e funivia) e neppure lo sfigato di turno che chiama i soccorsi come fossero l’elitaxi. Mi parrebbe un caso diverso, non da santificare, ovvio, ma neppure da lapidare alla stregua degli altri che ormai quotidianamente ci vengono dati in pasto dai social media. Qui mi pare, davvero, vi sia un genuino desiderio di “salire e vedere” ciò che probabilmente non si è mai visto (i vecchi soccorritori che ho conosciuto io, avrebbero dato alla fine una pacca sulla spalla). Ormai, però, ogni occasione è buona per giudicare, travestendo il giudizio con “intenti moralistico-didattici”. Cosa che almeno, qui, non dovrebbe far cadere nella trappola. Per quanto riguarda il soccorso alpino, gli “angeli salvatori” che la cronaca oramai oppone agli scriteriati come “vittime”, ci sarebbero delle finestre interessanti da aprire per quanto riguarda il “caso italiano” (tutto italiano). Siccome quasi sempre mi trovo d’accordo con Marcello Cominetti e i suoi interventi, mi riferisco, con un dico e non dico, a una sua citazione del passato, su quale dovrebbe essere la “sorte” del Cnsas attuale. Però, siccome anch’io, come lui sono un ex soccorritore, disilluso e fuoriuscito, potrei non fare testo per qualcuno. Poi, a dire queste cose da membro della Commissione Cai Cultura, già mi vedo: crocefisso in sala CDC. Carlo (Crovella), sai che ti stimo e ti ritengo uno dei più preparati storici dello scialpinismo e anche dell’alpinismo. Però, qualche volta, sei troppo “caiano”. Un abbraccio (doppia crocifissione, questa volta in sala Cnsas…).
Finora mi sono dedicato con profitto a vela e canottaggio , ma adesso, rinfrancato dalle opinioni di persone che hanno insegnato ad arrampicare a Reinhold e che sono pure guide alpine , non mi attrezzero’ più di tanto per fare il Sentiero Roma , le scarpe da padel nelle polemiche vanno benissimo e il guscio è per le lumache, e i caiani, al massimo andrò veloce come un atleta del Kima !
I giornalai più beceri confezionerebbero articoli sulla falsariga di questo. Troverebbero audience lobotomizzata che approverebbe, Crovello in testa.
Il problema è che c’è un sacco di gente che va in montagna “vestita” da alpinista ma che ragiona da commercialista.
Ora che avete il Cnsas anche a Let’s all right, siete a posto. Meno male che resti il più alto d’Ogliastra.
@michele
vero ciò che dici, anche se con l’asterisco, perché i soccorsi erano partiti, ne avevano bisogno, ma si sono fermati in bivacco. Ma poco conta.
Adesso facciamo finta che i fatti del ’61 siano successi oggi, in cui di un gruppo di 7 alpinisti di buon (ottimo) livello, 4 muoiono di stenti mentre il soccorso non può fare nulla a causa del maltempo.
E facciamo un esercizio di immaginazione.
Cosa scriverebbero sulla Sampa? (e sui social, e sugli altri media)
a voi le proposte titoli
Grazie, dunque faccio un passo indietro.
Ricordavo male.
Visto che e’ stato citato Walter Bonatti mi permetto di dire che lui non ha mai avuto bisogno del soccorso semmai e’ riuscito a salvare sul K2 Mahdi , sul Pilone Galliani e P.Mazeud, trovando lui i soccorsi che dormivano al bivacco , e nella vicenda di Vincendon e Henry salvo’ Gheser suo cliente, trovò’ Panei che gli era venuto incontro per pura amicizia.
Trovo scandaloso che il Cnsas abbia un addetto stampa media marketing.
Già mi danno fastidio le pubblicità delle pompe funebri.
Crovella, come al solito non hai capito un cazzo, essendo convinto di avere capito tutto.
E non hai il dono della sintesi. Ripeti sempre le stesse cose e dimostri di avere la lingua lunga e il cervello piccolo piccolo.
Come diceva un mio prof. i più pericolosi non sono gli stupidi, ma gli stupidi volonterosi.
per gli admin: com’è che crovella può scrivere commenti più lunghi degli altri? Io sopra i 1500 caratteri mi blocca, crovella ne ha uno da 2100.
Sono forse più stronzo? (cit. Fantozzi, non è una volgarità gratuita)
Già è una punizione doverlo leggere (e lui sicuramente e comprensibilmente lo pensa di me), dargli anche spazi illimitati mi pare scorretto
due puntualizzazioni:
1) la critica su cui poggiano questi millemila commenti parte dal fatto che sia stato scritto un articolo di merda
2) almeno quelli che vanno in montagna e hanno una visione semilucida dell’esistenza riflettano sul fatto che non si può fare una classifica dei modi in cui ci si fa male. Perché la scala va sempre da “idiota” passando per “molto idiota” a “incredibilmente idiota”.
Detto questo far notare le cose e rifletterci è corretto, se non altro per far uscire di casa la gente con un’idea di ciò che potrebbe accadere (come quando vai a giocare a calcetto a 45 anni e 15 kg di troppo), e far capire ai “media” che di ste puttanate non ce ne può fregare di meno è l’unica strada per uscirne.
In cui i soccorritori vanno a prendere il 45enne col ginocchio fottuto al calcetto e il simpatico “magrebba” poco prima dell’ipotermia. Senza clamori e lanci di uffici stampa del soccorso che parlano dei 40 droni e di sti grandissimi cazzi che sono servito a recuperarlo, notizie nelle quali i giornalisti dimmerda da clicbait sguazzano come coccodrilli nel fango del nilo
Se Bonatti non avesse pescato la fessura sarebbe passato alla storia come “abbastanza idiota”
Io mi riferivo a chi esalta lo spirito di avventura di questo signore, elevandolo a eroe omerico, come un Ulisse del ns tempo. In realtà è uno dei tanti bischeri che infestano le montagne. Se si esalta lo spirito di avventura come qualcosa di eroico, si abbia il coraggio di portarlo fino in fondo. Sennò è solo spirito di avventura in stile Disneyland, dove fai il giro della morte sulle montagne russe, ma sei saldamente agganciato al seggiolino.
Che poi i bischeri, che io per abitudine familiare chiamo cannibali, siano ormai così tanti da rivelarsi un cancro che infesta le ns montagne, è un altro discorso. Conseguenziale al primo, ma il tipo in questione non c’entra nulla con il secondo discorso perché non è un singolo caso che fa la differenza, ma un mega trend ormai comprovato dalle statistiche anche del CNSAS. Gli stessi responsabili del soccorso parlano apertamente di necessità di educare all’andar in montagna. Così come prudenza e prevenzione sono i due concetti base del modello didattico delle Scuole CAI. Solo che se “imbrigli” l’andar in montagna in un approccio razionale, prudente, incentrato sulla prevenzione (che, sia chiaro, è l’approccio che io seguo convintamente da decenni), inevitabilmente “soffochi” quell’indomito spirito di avventura che tanto piace ai relativi sacerdoti. Mai vedrete uno quadrato come me partire in tardo pomeriggio con le scarpe da tennis per trovarsi sul ghiacciaio quando viene il buio, ecc ecc. Sono due approccio antitetici, addirittura conflittuali sul piano ideologico: ma mentre nell’approccio in cui mi inserisco io ci sta che, se qualcosa va storto, si attivi la macchina dei soccorsi, nell’altro approccio, quello ulissiano dell’avventura elevata alla massima potenza, io trovo che stoni, proprio sul piano ideologico. Se vuoi vivere il massimo dell’avventura devi avere il coraggio di spingere il concetto fino in fondo, sennò non è vero spirito di avventura, ma è una mezza avventura, è un’avventura farsa, è solo un gioco, un giro di giostra. E allora tanto vale che il giro di giostra lo si vada a fare altrove, così non si appesantiscono le montagne, che di cannibali c’è n’è già da togliersi la voglia
Quando andavo a scuola mi hanno insegnato a fare i riassunti.
Vediamo un po’:
Introduzione:
1. Un uomo decide di salire su un ghiacciaio in alta quota.
2. Nessuno di noi sa qualcosa di lui.
3. Rimane in difficoltà e chiama i soccorsi.
4. È salvo.
5. Nasce una discussione su persone impreparate che si infortunato o che potrebbero infortunarsi, la giustificazione o meno delle loro azioni, la giustezza o meno di soccorrerle.
Considerazioni:
1. Educare.
2. Educare e limitare.
3. Impedire in maniera autoritaria e se necessario dittatoriale (Cfr. COVID) di accedere alle montagne.
Conclusioni:
1. Educare, e, di fronte a situazioni di particolare evidenza e gravità, limitare l’accesso alle montagne, con il solo scopo della tutela della cultura locale, del paesaggio e della incolumità delle persone.
2. Non rinunciare agli interventi del soccorso alpino e delle altre entità preposte a questo: CC, GDF ecc. Il soccorso non può essere negato a nessuno, anche perché nessuno può conoscere in anticipo la natura dei fatti che avvengono. Il vincolo è innanzitutto di ordine morale, inscritto in una dimensione giuridica. Chi chiama indebitamente il soccorso paghi le spese.
A questo punto la discussione dovrebbe transitare solamente su questioni di carattere psicologico, esistenziale e morale di chi va in montagna.
Mia personale considerazione: non credo che coloro che frequentano le montagne partano già con l’idea che tanto c’è il soccorso alpino, ma piuttosto con l’idea che non gli succederà nulla. Poi, anche i grandi alpinisti, Bonatti compreso, sono stati salvati dal soccorso. I grandi sanno bene che primo o poi qualcosa potrebbe capitargli, e dunque è implicito che i soccorsi ci saranno anche per loro.
I sacerdoti dello spirito d’avventura che ha animato questo signore, elevandolo quasi a eroe omerico, fanno benissimo ad esprimere pubblicamente la loro convinzione, ma commettono due errori strutturali.
1) Considerano la loro visione non solo come la “migliore”, ma addirittura come l’ “unica” accettabile, per cui le altre visioni sono “rifiuti organici” e come tali vanno appellati i rispettivi sostenitori.
2) Se vale lo spirito di avventura come unica variabile chiave, e allora che si vada fino in fondo. Il tipo in quesitone ha fatto benissimo a partire se gli è scattato dentro lo spirito d’avventura, ma poi non si venga a pretendere la copertura del paparino che lo va a riprendere. Parti pure se ti gira di farlo, vai, non ti preoccupare di che scarpe indossi, poi ti troverai sul ghiacciaio, allora batterai i denti per una notte intera, se ti va bene rivedrai il sole del nuovo giorno, se non ti va bene… eh… fa parte del “gioco avventura” anche quello, sennò che “avventura” è? Troppo comodo enfatizzare lo spirito di avventura nel solo risvolto positivo (elevando questo signore a eroe del nostri giorni) e invece pretendere che sia sempre assicurato il paracadute da parte del sistema. O si sta sempre di “qua” o si sta sempre di “là”. Quando Schackleton partiva per le spedizioni in Antartide, contava forse sul soccorso garantito dal sistema? Quando Bonatti, salendo l’omonimo pilier ai Dru, lanciò la corda con l’estremità fatta a grappolo di nodi perché si bloccasse in qualche fessura, contava forse sul soccorso assicurato dal sistema? Quello è il vero spirito d’avventura: e allora chi lo “sente” deve sposarlo fino in fondo. Sennò è una avventura a metà, cioè una falsa avventura, ovvero una farsa…
@Riky ahahahah sei almeno simpatico, tranquillo troverai sicuramente un motivo 😂
@alexar si ho sbagliato ce l’avevo con un altro (o molti altri) e l’ho associato a te, ma sono senza occhiali e come tutti i VdM (vecchi di merda) generalizzo e sparo sentenze su quello più facile da abbattere 😉
ma troverò un motivo per accanirmi contro di te!
@Riky, mi fa ridere leggere che io e quelli come me saranno la causa della fine della sanità pubblica in Italia, quanta importanza mi attribuisci. Non è questo il tema di discussione, ma vedo che a qualcuno viene difficile non divagare. Che c’è un problema oggettivo di sostenibilità è chiaro a tutti e non a te. Siamo un paese di vecchi che hanno bisogno di più cure spesso lunghe e costose, regioni inefficienti che gestiscono in malo modo i soldi pubblici, tempi di attesa che portano l’utente a scegliere il privato, ecc ecc Sono d’accordo con qualcuno, sono certo che lo sei anche tu, che le scelte di questo governo per la destinazione dei nostri soldi non sono prioritarie, vedi ponte sullo stretto e armamento ad esempio, che sarebbero da investire per una nuova visione di sanità pubblica. Che vuoi fare, ogni politico fa la sua parte quando è al governo per impoverirci. Il sistema va revisionato, così com’è stato creato non può resistere molto, è oggettivo. Questa è la mia opinione e per chiarezza il sistema americano non mi piace. Vorrei anche chiarire che non ho mai scritto che il medico non deve curare tutti o che i soccorritori devono solo attivarsi per alcuni e non per altri. Certo non sono d’accordo che la vita di un soccorritore non vale niente visto che se lè scelta. Cosa mi consigli per stasera Riky, un bel film per educarmi di più alla tua linea per purificarmi dall’indottrinamento americano?
@ 20
Non sono un solitario e tu sei un buon compagno di viaggio. Ti ringrazio per questo.
Non scrivi fiumi di parole e sei chiaro. Penso che tu sappia che troppa informazione nasconde l’informazione.
Di nuovo buona strada.
Che bello leggere i commetti parte 1 e parte 2 di Riky: avrei voluto scriverli io.
Aggiungo che il parte 1 fa pure scendere una lacrimuccia a un vecchio di emme: il fatto di aver dovuto arrangiarsi dopo un qlc sfracellamento altrui o in prima persona e il trovare ciò normale, ormai per alcuni olezzerà di stantio, ma per me sa ancora un po’ di (patetico) romanticismo.
Mi permetto però di ripetere una cosa che va fuori dal seminato.
I Sigg. Nome&Cognome che continuano pedissequamente a esecrare chi non usa firmarsi come loro fanno, hanno veramente scassato lo stame.
Ripeto:
– dimostrano di essere dei parvenu del web, dei figli di android che ante smàrfon non erano abituati a scambiare opinioni in rete, né più né meno dei pancina69 o dei w-redronnie del più sfigato coacervo di ignoranti da gruppo FB;
– non vogliono capire che lo pseudonimo porta a commentare (criticare s.l. ) l’idea, il concetto, non chi lo abbia espresso. E questa era la ragione per cui in origine veniva adottato lo pseudonimo, mentre risultava poco educato, a livello di quella che veniva definita netiquette, l’uso del nome e cognome;
– fanno dei distinguo faziosi: come viene esecrato l’anonimato di pincopalla altrettanto lo dovrebbe essere quello di Riky; no, Riky no perché a prescindere, clara fama si sa chi sia e perché enne interventi fa ha declinato le proprie generalità e chiunque interagisca in questo blog lo dovrebbe sapere anche se lo fa a posteriori della presentazione… (dico Riky come esempio).
Insomma, sinceramente vi interessa l’altrui opinione o sapere chi la esprima?
Sinceramente a me il Nome&Cognome non fa da sempre voglia di interagire: l’auto censura è un limite.
Dire a Pincopalla che non si è d’accordo sulla valutazione di una via è più facile che dirlo a Noto Alpinista.
Dire che non si è d’accordo su un concetto etico, politico ecc non pone molta difficoltà.
Ma l’auto censura rende difficile il mandare affanzum Grande Alpinista che ogni piè sospinto inveisce sugli anonimi e dà a gratis dell’appecorato (ma checcazzo c’entra pporcozzio?) a chi non si sia vaccinato.
Se Grande Alpinista si nomasse Nerosubiancosonounapignainculo, il fanzum da tempo sarebbe fluito con estrema facilità.
E la pianto qua.
piccolo O.T.
Abebe Bikila dopo la famosa scarpinata senza scarpe;
…”All Italia servì un milione di soldati per conquistare l’ Etiopia ,noi Etiopi per conquistare Roma un soldato solo”
Piccolo contributo per i 200@
Una stretta di mano anche a te Lupo 80… si capisce che sei più un solitario che da branco buona strada ,anzi steppa …
—-
Ricky:standing ovation!
parte 2
E poi giù “ma quanto ci costa l’extracomunitario che si taglia il piede perché corre scalzo e intasa il nostro SSN!”
Nessuno avrebbe mai detto “ma cosa ci fa un coccio di vetro per terra? Chi l0’ha buttato?” Ma questa è un’altra storia, più legata al giornalismo.
Per finire: smettetela di dire cazzate, tutti. Tranne Cominetti che ha detto la frase che tutti i rincoglioniti da tastiera dovrebbero tatuarsi sulla cornea.
Un medico assiste tutti, indipendentemente dal QI. E aggiungo che non ci sono modi intelligenti di farsi male, e grazie a dio (e alle tasse) abbiamo un SSN che cura tutti indipendentemente da come si son infortunati, comprese le massaie che si tagliano le dita, quelli che sonno andati dritti in curva e quelli che si sono rotti i legamenti al calcetto il mercoledì sera. E anche il magrebba che ha avuto una bella pensata ma non aveva il motore di Abebe Bikila.
@alexar, ma non ci arrivi a capire che sei perfettamente indottrinato per farci imboccare la strada della sanità privata come in USA, lo stato più idiota e di merda del pianeta? E chi dice il contrario guarda solo i film di Hollywood e non sa leggere una statistica
Parte 1
ci ho messo un po’ ma sono arrivato. Mi propongo come tedoforo per portare la lista dei commenti a 200 .
Chiarito questo, mi pare ci sia uno scontro fra culture. Quella dei nazi-soccorritori da tastiera e quella dei troglo-avventurieri (di cui faccio parte).Io come tanti altri sono vecchio, non sono guida ne un cazzo, e non ho mai chiamato il soccorso perché quando mi perdevo nelle mie disavventure l’unico modo per chiamare qualcuno era urlare forte. E se non c’era nessuno nel raggio di qualche cento metri, ti alzavi e cominciavi un tremendo ritorno verso il parcheggio o la civiltà. E quando uno moriva o passava ua nottataccia la cosa rimaneva circoscritta alla cronaca locale (bar sport del paese) e non c’erano eroici soccorritori a menare il torrone con le loro gesta su feisbuc, tictoc e instagram, a ingrassare le verdi praterie dell’ignoranza e della superficialità. Gli unici che avrebbero questo diritto (menare il torrone con le loro gesta) sono quelli che asfaltano le strade a luglio.
I soccorritori devono soccorrere e non rompere il cazzo. Se non gli piace ciò che fanno possono venire a chiodare con me o giocare a canasta al bar sport. O andare al bar oceano. O non lo so che cosa. Scelte ne hanno.
Il “magrebba” (!) in questione invece è un capo, che anziché sputtanarsi lo stipendio ai videopoker o a disoneste, ha provato per puro gusto di avventura il colpaccio alpinistico! Purtroppo, forse per questioni di abitudine al cellulare, è un Abebe Bikila che non ce l’ha fatta. Immaginate se il povero Abebe (quello originale) avesse fatto una maratona nel 2025 ma poi si fosse tagliato l’un piede con un coccio di bottiglia!
Apriti cielo: “un coglione che vuole dimostrare che cosa?” sarebbe il titolo più lusinghiero.
Caro Alexar ho già detto e confermo che sono allineato alle posizioni da te espresse. Purtroppo chi vive, all’opposto di noi, solo di “sogni” e di “diritti”, ritiene che la sua sia l’unica tesi degna di esistere, per cui denigra gli altri. Spesso, trovandosi a corto di argomento oggettivi, non può che ridursi all’insulto (a puro titolo di esempio, guarda 14, che poi è 114): sono dei poveretti, che NON cercano il confronto dialettico, ma che si rivolgono a siti come questo solo per trovare sostegno alle loro idee e quindi vanno in tilt se sbattono il grugno contro posizioni antitetiche e ben argomentate. Proprio perché siamo esponenti di posizioni tetragone e ben argomentate, non dobbiamo temere né gli insulti né i patetici sfottò, da chiunque provengano, perfino da Guide alpine in attività…
@Marcello Cominetti, non era mia intenzione sbagliare il nome, non mi abbasso a subdoli giochini, ho scritto di d’impulso e ho fatto poca attenzione. Fatto questa premessa, non ho nessuna voglia ne tempo di portare questa differenza di opinioni ad uno stillicidio di botta e risposta. Ho detto quello che penso in merito all’articolo e quello che secondo me sarebbe giusto fare per affrontare al meglio un escursione. Poi se tu, con la tua esperienza da guida e soccorso alpino la pensi diversamente, evita di dire che una persona che non la pensa come te ragiona da stupido, che ci farai più bella figura e non otterrai di rimando offese. Avremmo potuto confrontarci in modo diverso. Ci tengo a dire che per me magrebini o italiani sono uguali e che imprudenze così, per me, non vanno certo incoraggiate soprattutto se sono inesperti. Se si è consapevoli e si ha idea delle conseguenze del proprio comportamento scellerato, anch’io posso essere d’accordo che sia giusto che le accetti. Non ne ho mai fatto di una professione, la mia passione per le alte terre ma, in più di 40 anni che le frequento anch’io ne ho fatte di cazzate e per fortuna, finora, ho portato a casa la pelle, per questo credo di fare cosa giusta dando ragione all’autore dell’articolo. È di qualità pessima? Lo dici tu. Io preferisco condividere in toto quello che ha scritto e passare per bambino ( ignorante ).
Saluti.
Quanto più l’illusione di un sogno è profonda ,gran parte dell’intelligenza verrà impiegata nel non capire nulla.
Crovella un cretinate a km zero
Voglia di evasione, io penso che stando al lavoro tante ore abbia avuto un forte desiderio di allargare i suoi giretti. Io l’ho fatto tanti anni fa mentre facevo la stagionale in un rifugio sperso in montagna: siamo partite io e la mia amica con cui lavoravo e ci siamo fatte 12 km a piedi in strada, per fortuna che ci hanno riportate a casa dei conoscenti altrimenti era dura…si era fatta sera ormai. Ma è voglia di andare, di evadere, è questo. Certo bisogna usare la testa, scarpe comode e giuste; noi sapevamo che se non riuscivamo a tornare trovavamo qualcuno nel paese dove siamo arrivate. Viva l’avventura!
Una stretta di mano a tutti.
Buona strada.
Non voglio difendere ne offendere niuno ma se un commento è definito idiota lo è anche l autore?in automatico?Non credo! , se invece allora il commento è colto,ispirato e ironico l autore lo diviene a sua volta?
Figuriamoci!
Credo si debbano accettare poi le critiche ai propri scritti …un po meno le offese rivolte direttamente a persone, (sconosciute) che solo avvelenano e intorcono discussioni che generalmente sono (lato antropologico )interessanti e arricchenti.
Comunque i nomi e cognomi storpiati mi hanno riportato alla mente le gag dell’ immenso ragioniere di Genova…🤣
Lupo80, ti ho solo ricordato che è bene presentarsi con nome e cognome. Tutto qui.
Grazie, signor Cominetti. La leggo sempre volentieri e, in questo caso i suoi interventi 103, 104 riportano la discussione al fatto riferito dal giornale: ingenuità, impreparazione, dabbenaggine e grande spavento con lieto fine. Concordo sull’evidente articolo superficiale e di pessima qualità in relazione alla vicenda nonché sulle sue precisazioni riguardanti le calzature oggi usate in montagna. Il titolo e l’inizio dell’articolo mi hanno fatto sorridere. “Scarpe da ginnastica”? Dette anche “scarp del tennis” di cui alla nota canzone di Enzo Jannacci. Tali scarpe, da quattro soldi e usate da persone non certamente abbienti (il “barbun” di Jannacci), erano di tela blu, punta e suola di gomma bianca, sparite dai negozi dopo gli anni ’60 e sostituite da miriadi di tipologie per i più svariati usi sportivi, spesso con costi ben superiori ai classici modelli cittadini in pelle e cuoio. Oggi le scarpe ‘da tempo libero’ non specialistiche generalmente sono chiamate ‘sneakers’, ma – se molto modaiole – pur non essendo scarpe tecniche possono costare anche di più di quelle sportive specialistiche. Forse la giornalista voleva dare un poco di colore (“senza alcun bastoncino” … ) ad una notizia di rilevanza marginale rispetto ai normali contenuti del quotidiano torinese. Ecco, in questa piovosa domenica (almeno qui in Valchiavenna) mi piace contribuire così, con un po’ di leggerezza, dato il lieto fine.
E pensare che ti ho anche ringraziato.
Io ci metto mente e cuore, la faccia conta poco. Se ci fosse un dialogo faccia a faccia sarebbe diverso.
Comunque mi confermi che è meglio usare acronimi.
La montagna non unisce. Sono le persone che, se lo vogliono, si uniscono attraverso le montagne.
Lupo80, da che mondo è mondo è buona educazione presentarsi con nome e cognome, in ogni contesto umano.
Tranne che fra spie, terroristi, partigiani e in pochissimi altri casi. Ma lí si tratta di sicurezza personale. Qui non ti spariamo dietro (almeno, per ora; domani, visto l’andazzo, non si sa).
“[…] ma hanno prodotto opere che ci commuovono”
Io però, per l'”opera” prodotta da questo “artista”, non mi sono commosso. Se l’avessi fatto io, mi sarei giudicato cosí: “Imbecille”.
L”opera artistica” in questione assomiglia semmai a quella celeberrima Merda d’artista del sommo Piero Manzoni. Con una differenza: Manzoni intendeva prendere per i fondelli i gonzi, mentre nel forum alcuni hanno fatto tutto da sé.
P.S. Del caso ne abbiamo parlato troppo. Ma perché? Perché è un magrebino. Pertanto, secondo alcuni, per postulato è puro dal Peccato Originale.
Omnia munda mundis.
Per quando mi riguarda ho salito lo spigolo nord del Badile con le Superga. Con me avevo gli scarponi per l’avvicinamento e il rientro per la parete sud est, innevata.
Con le Superga ho salito tutte le mie vie, fino al sesto grado superiore. Per le salite invernali ho usato gli scarponi. Non ho mai calzato altro.
Quanto a Lupo 80 direi che la cosa non la riguarda. Il mio nome comunque non le direbbe nulla.
La maleducazione però c’è stata. Non giudico le sue intenzioni, cosa che non posso permettermi di fare, ma solo i fatti.
Un cordiale saluto.
Lupo80, Alexar, ma ce l’avrete ben un nome e cognome, no?
Farmi dare del maleducato da uno che si nasconde dietro a un nome di (poca) fantasia me lo fa prendere come un complimento. Grazie.
Se volete farci la morale, come da vostri commenti buonisti-diplomatici, metteteci la vostra faccetta, altrimenti risulterete sempre come dei quaquaraquà da social.
Le cosiddette “scarpe da ginnastica” prese ad esempio biblico del malandare in montagna sono spesso più adatte di molte calzature “tecniche” usate a sproposito. Quindi questa storia delle scarpe, per favore, lasciamola perdere una volta per tutte.
Sappiate però che i modelli di calzature da montagna più evolute cercano di combinare le caratteristiche dello scarpone ramponabile con la scarpa leggera da running e/o approach (alla faccia di chi direbbe da corsa e da avvicinamento, ma bisogna farsi capire…), e che atleti e professionisti utilizzano la calzatura più leggera e sensibile possibile in relazione al terreno che devono affrontare.
Ma tant’è….🤺
Alexar, nonostante tu sia riuscito a travisare il mio nome e pure il cognome, segno che quando leggi non sei molto attento, ribadisco ancor più l’idiozia che trasudano le tue parole.
L’articolo è di qualità pessima. Lo capirebbe anche un bambino (intelligente), ma invece continua a fomentare una superficialità di chi commenta, che io trovo sconcertante.
Faccio la guida alpina da 40 anni e ho fatto il soccorritore per 12, per uscirne disgustato da ormai molti anni.
Sul ragazzo che ha fatto la cazzata di salire poco vestito su una montagna si sono fatte mille teorie sul suo ruolo lavorativo, la sua etnia e i fatti suoi, che io mi vergognerei.
Sul fatto che i soccorritori rischino la vita per soccorrere spesso degli imbecilli: nessuno li obbliga. Se ci tengo a fare parte del soccorso so benissimo che dovrò soccorrere anche degli imbecilli. Esattamente come un medico che dovrà curare chiunque indipendentemente dal suo Q.I.
Se uno non è d’accordo faccia altro e chi sta a casa si astenga dal dare fiato alla bocca.
Il vero problema è quello accennato da Michelazzi.
E comunque questo ragazzo non è secondo me un cannibale crovelliano ma uno da ammirare.
Non ammiriamo forse un sacco di artisti che si sono distrutti con droghe e alcol ma hanno prodotto opere che ci commuovono?
Fatti 1000m in un’ora in scarpe da ginnastica e poi ne parliamo.
Buongiorno,
Io l’ho ascoltata volentieri e ho trovato la sua difesa di Alexar molto opportuna e valida nei contenuti, mantenendosi nel solco della questione.
Sono contento che in questo abbiamo remato sulla stessa barca.
Certo che se ci si deve ridurre (@98) a riempire un commento solo di prese in giro personali (peraltro patetiche e infondate), senza neppure un minimo aggancio all’articolo centrale, si è ridotti davvero male. Segnalo l’evento soprattutto a chi mi rinfaccia che io ho un tono “offensivo”: e allora chi offende direttamente (come già sottolineato ieri) e/o chi crede di esser un intelligentone perché sa inventare queste pantomime del tutto slegate dall’articolo? Molto meglio il mio “tono”, che a certi benpensanti del politically coirredt darà fastidio, ma almeno è, di volta in volta, “centrato” sul tema del giorno. Invece saper solo rigurgitare bile (tra l’altro in modo del tutto inefficace, visto che io me ne sbatto alla grandissima…) è esclusiva conferma della frustrazione di fondo degli autori di interventi del genere.