In vetta è sbagliato sentirsi dio?
di Martina Guglielmi
(pubblicato su avevolevertigini.com il 23 marzo 2026)
E non fraintendiamoci: non sto parlando della conquista della vetta, ma di un semplice toccare, salirci sopra, arrivare alla destinazione, a qualunque altezza, in qualsiasi spazio. Si dica come si vuole, ma la questione che voglio porre è semplice: ci si può sentire un dio in vetta senza essere politicamente scorretto, filosoficamente irrispettoso, socialmente indegno?

L’alpinista che si sente o che è visto come un dio dopo aver raggiunto la meta tanto agognata e sudata, oggi è un arrogante spregiudicato che mette in pericolo la sua vita e quella degli altri per il proprio ego. Il comune sentire percepisce il paragone a dio come un qualcosa di blasfemo o addirittura rischia di sfiorare il ridicolo.
L’alpinista non è un dio. L’alpinista o l’arrampicatore è uno che se le va a cercare (e qui non diamo tutti i torti a chi lo dice). È un ‘conquistatore dell’inutile’, che va acclamato con circospezione da chi in montagna ci ha messo piede dalla funivia.
Io stessa in alcuni miei scritti ho affermato quanto possa essere messo in discussione l’agire di questi ‘scellerati’. Mettere a rischio la propria vita e per cosa, poi? Per salire sul tetto del Mondo? Per raggiungere le estremità della Terra?
Sì. Che c’è di male?
Freddo, caldo, condizioni climatiche e fisiche estreme, giorni e giorni su una parete, dita di piedi e mani massacrate, labbra inaridite, pelle screpolata, graffi, lividi… La vita in parete, qualsiasi parete, di roccia o di ghiaccio, è un viaggio che in alcuni momenti rasenta l’eternità e in altri vorresti che il tempo smettesse di correre.
Sulle più colossali lastre di roccia, ghiaccio e neve del mondo, uomini straordinari si sono messi in gioco per raggiungere obiettivi… alti, molto alti. Si allenano, seguono programmi ferrei o vivono nella loro piena libertà di espressione e di scelta, ma arrampicano, corrono, camminano, sollevano pesi, contano le trazioni e gli infiniti minuti di sospensioni, potenziano gli addominali, controllano il respiro. Lo fanno per arrivare a un traguardo che è personale, profondo, un contatto puro con la natura.
Lo fanno per passione, lo fanno per un’ossessione, ma benessere o malattia che sia, questa attività ti porta a estraniarti dal mondo e allora per alcuni diventa rimedio, per altri rivincita e per altri ancora un divertimento che mai è innocuo del tutto. Può ferirti la mente, farti male allo spirito, eppure c’è la gioia, c’è sempre la gioia. Una rinascita che vedi in chi aveva perso la speranza, la felicità negli occhi di un bambino che raggiunge la sua vetta in una palestra, una sensazione di vittoria da mostrare e dimostrare.
In bilico su un appiglio, talvolta la vita è appesa a un chiodo, a un friend o semplicemente a dita sofferenti che hanno affrontato la roccia per metri e metri, decine o anche centinaia. Il solo superare un passaggio non ti fa sentire solo fortunato: in quell’attimo, in cui ti senti sollevato e torni a respirare, il tuo subconscio sorride ed è dio, sì proprio dio, a prendere le tue veci in un battito d’ali. Una sensazione impercettibile, che si manifesta in un istante per lasciare poi lo spazio alla concentrazione che serve per andare avanti, e ritrovarsi magari nella stessa situazione per più e più volte.
La vetta, il punto di arrivo, la fine di un itinerario è il risultato di qualcosa che tiene con il fiato sospeso chi lo legge, chi lo vede, chi lo ascolta. È il risultato di una sfrenata passione che non guarda in faccia al sacrificio, a chi o cosa si lascerebbe in questa vita mortale. Cosa c’è di più forte di ciò che ti spinge a rischiare di abbandonare tutto?
E allora mi chiedo perché un alpinista non può considerarsi, o essere considerato, un dio?

Mettiamo da parte l’ipocrisia o la modestia: rivelare ciò che si sente non è obbligatorio, ma farlo scomparire dietro una finta verità non vale poi così tanto la pena. È una liberazione non doversi nascondere, non trovi? Dopo aver raggiunto la tua vetta, non hai salvato nessuno, né tanto meno sei un eroe. Ma sentirsi infallibili per un momento in una vita ricca anche di fallimenti è magia.
C’è chi scala la roccia a piedi nudi, chi sale una parete senza protezioni e senza averla mai vista prima, chi sfida le leggi della natura per incontrare e conoscere i propri limiti. C’è chi lo fa da solo, per costruire un dialogo più stretto con la natura e con sé stesso, con paure e consapevolezze. C’è chi affronta la sfida e chi la ama alla follia. C’è chi ha accettato la realtà e chi non ancora, perché non gli basta.
C’è chi immagina e chi realizza.
L’alpinista e l’arrampicatore non sono figure epiche, sono umani che hanno messo in dubbio il loro esserlo. Perché confinati in ciò che è stato imposto non si sentono a loro agio.
Cosa abbiamo in comune con la natura? Ce lo siamo mai chiesti? È una domanda così banale che no, non l’abbiamo fatto. Tanto inutile che una risposta non la merita. Eppure seguiamo una strada che corre in piano e, se incontriamo una salita, il nostro pensiero va subito alla fatica.
Loro, la salita, la cercano. Forse perché umani sì, ma anche un po’ dei.
In una società dove la modestia siede al tavolo di chi racconta e l’arroganza viene punita con il dito puntato, ma ‘aggiungi un posto a tavola che c’è un amico in più’, vorrei poter dire che no, un alpinista o un arrampicatore che varca le porte del suo arrivo e raggiunge la vetta, qualunque cosa essa sia, non è il salvatore del mondo, ma che sì, è un dio per sé stesso, è un dio per chi ne ammira l’azione, è un dio per chi non teme più di offendere qualcuno ammettendolo.
Sentirsi dio non è un’offesa, non è arroganza, è anch’esso libertà.
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mi ritrovo nel commento 8 di Ratman che non lo facevo spirituale.
Ci si può sentire Dio… dipende cosa intendi per Dio, se lo intendi come la visione che ci inclulcano da bambini di una specie di omone che tutto può, che punta il dito e scaglia le saette a chi disubbedisce allora direi che si parla purtroppo di solo egocentrismo.
Se si pensa a Dio (come sto facendo io in un mio percorso del tutto personale senza essere seguito da padri spirituali, shamani, budda, maometti, dalalilama, stregoni etc..) come il bene e la pace assoluti, allora secondo me è concesso. Darsi un obbiettivo e raggiungerlo ti da un senso di serenità e pace che riesci anche a trasmetterlo agli altri, e talvolta è utile anche per affrontare le difficoltà che la vita ci mette davanti. Attenzione però che questo appagamento personale non diventi la fuga dalla realtà. Penso per esempio ai genitori che affrontano la malattia di un figlio, quanto è difficle vedere il bene nella malattia? come fai a non imprecare contro la vita? Sono fuori tema.. scusate.
Ma perché, Benasi, guardare il mare dalla cima del Pania, tremando dal freddo, con la schiena rotta per uno spuntone di roccia, i reumatismi e non da una spiaggia seduti comodamente sulla sdraio, sotto un ombrellone con un Gyn&Tonic e tante belle donne che entrano ed escono dall’acqua?
Lasciamo perdere le ovvie ragioni razionali logico matematiche per cui tette e culi sono siliconati e magari hanno pure 50 anni per gamma e per prenotare i lettini devi accendere un mutuo, ci saranno altre ragioni più profonde che ti spingono a guardare il mare dal lassù, non trovi?
“Vi consiglio un bivacco il vetta alla Pania della Croce in Apuane, non vi sentirete Dio, ma in compenso vi godrete un bel sorgere del sole e girandovi vedrete il mare.”
La saggezza può salvare l’alpinismo e le montagne.
E pure il mondo.
Bravo, Alberto!
@ 22 Ratman
Negare l’esistenza di Dio è un pensiero che ha una sua utilità, soprattutto in campo anticlericale, solo per affermare altre istanze del dominio
In realtà la stessa proposizione vale anche per chi afferma a prescindere l’esistenza di un Dio , e anzi gli attribuisce anche delle caratteristiche molto umane.
Vi consiglio un bivacco il vetta alla Pania della Croce in Apuane, non vi sentirete Dio, ma in compenso vi godrete un bel sorgere del sole e girandovi vedrete il mare.
Giovanni, ho salito la Don Chisciotte nel 1984, allora non era come oggi che bastava telefonare, anche perchè non avevamo il cellulare che oggi fa parte della N.D.A.
Il pensiero che trova la sua espressione nella frase “Dio esiste” o “Dio non esiste”, è tollerabile solo per via del carattere limitato del linguaggio che forza la necessità di esprimere desideri, perché credere o non credere altro non sono che una sorta di desiderio della ragione.
Negare l’esistenza di Dio è un pensiero che ha una sua utilità, soprattutto in campo anticlericale, solo per affermare altre istanze del dominio e a nuovi padroni dello spirito.
Sicuramente Benassi se arrivi in cma di sera, con il temporale e dove magari c’è pure un bel traliccio a forma di croce, c’è poco da meditare, ma col bel tempo, una leggera brezza e da soli, magari sì!
Benassi: bagnato dopo il temporale? Telefonavi e arrivava l’elicottero del 118/VVFF e ti riportava alla macchina. Come è successo oggi a Domaso
https://share.google/TPU43halIa0AZwutv
Esistono 4 modi per scendere dopo aver fatto una via:
– La normale di discesa. Lunga, noiosa e bisogna portare gli scarponi.
– Le doppie. Pericolosa, a volte si incastrano.
– La funivia. Costosa!
-Telefonare al 118, dire che ti sei perso, hai fame, freddo e ti è andato anche un moscerino in un occhio. Ti mandano subito l’elicottero. Consigliatissimo!
ALTRO CHE SENTIRSI DIO!!?
E poi, non è che abbiamo qualcosa in comune con la natura: siamo natura.
E’ vero che ci si sente in gamba quando si porta a compimento qualcosa che ci si era proposti di fare – non solo quando si scala una vetta.
E’ vero pure che fa star bene constatare che il recinto in cui siamo stati educati ad autoconfinarci non esiste.
Tuttavia, gli umani non cercano la fatica per ricordarsi d’essere frammenti di divinità, ma perché il movimento è necessario al mantenimento della salute psicofisica, nel senso banale che se non ci muoviamo il nostro corpo smette di funzionare.
Sentirsi Dio??
Non credo di essermi sentito sempre uguale tutte le volte che ho raggiunto una vetta. La vetta non è traguardo è un punto di passaggio, molto è dipeso da come ci sono arrivato. Se tranquillo mi sono messo a mangiare, bere, pisciare, ammirare il paesaggio. Insomma me la sono goduta. Altre volte ci sono arrivato con la preoccupazione della discesa. Da che parte sarà? Altre volte sotto il temporale mi son detto speriamo bene e via di corsa. Una volta in vetta al pilastro Don Chisciotte col temporale, con i fulmini che picchiano, l’aria satura di elettricità, la grandine, il freddo, tutto fradicio, mi son sentito piccolo, piccolo, impaurito, altro che un Dio. Insomma la vetta è un luogo dove le sensazioni possono essere molto diverse e a volte molto amplificate.
Meglio non sentirsi Dio, con tutti i dio cane, dio porco, dio di qua e dio di la che si sentono ci sarebbe da litigare con tutti. Ma nemmeno la madonna, visto che in tanti mettono in discussione la sua verginità. Molto meglio sentirsi lo Spirito Santo, mai sentito nessuno imprecare su di lui, e poi mi ha sempre dato l’impressione che in paradiso è quello che sta alla cassa!!!
Si potrebbe rispondere con la famosa frase: “La cima è oltre la vetta!”, come dire che la cima è un punto topografico come un altro e quindi non ha alcun senso sentirsi Dio proprio lì.
In realtà la vetta attira come una calamita anche quelli che non gliene frega niente di metterci sopra la loro bandierina da mostrare in ufficio, perché è un luogo mistico di meditazione dove magari per un attimo si percepisce che esiste una realtà diversa da quella razionale logico matematica (per citare Merlo) che ci imprigiona tutti i giorni.
Gli animali stessi sono attratti dalle cime, anche il mio mitico incrocio husky quando arrivava in cima si sedeva come una sfinge a meditare e forse a scannerizzare il territorio per individuare la presenza di una povera pecora da sbranare! Le pecore, le capre e gli stambecchi sono altri amanti delle cime, spesso arditissime (mai dire che una cima è facile perché ci salgono anche le capre, si rischia di scottarsi!) che però le rendono inospitali per le cacche che lasciano insieme agli inevitabili mosconi.
Altri animali amanti delle cime sono quelli che per esempio salgono la Biancograt attraversando gli anfratti e le cenge più remote, dove nessun uomo ha mai messo piede, ma loro la tengono fino a diventare blu, per poi farla esattamente in cima al Bernina!
Ma questi pezzi di m..da che si credono Dio, non possono farla almeno 50 metri più in basso seguendo facili roccette di primo grado?
No, questi semi Dei la devono fare proprio in cima così che tutti possano percepire per almeno un mese la loro presenza divina! Grazie a queste persone molte magnifiche cime si sono trasformate in luoghi da evitare e fuggire a gambe levate!
e tu vivi di questo effetto capitalistico, Caminetti, non diversamente da chi spinge la produzione ai livelli più alti sottraendo ricchezza e diritti ai lavoratori. Quindi, cosa facciamo? oltre al disimpegno da blog, c’è sostanza? in questo periodo mi sono annoiato a leggervi, senza me questo blog perde ogni connotato di interesse, soprattutto per chi vi si affaccia con interessi intellettuali. Chiaro che la funzione da RSA per i soliti noti rimane…
Eh si, quello di dio è proprio un bel mistero.
Credere a milioni in qualcuno che non esiste. L’ho trovato preoccupante fin da bambino.
Su una cima penso unicamente alla discesa, perché sono a metà strada. Per altri pensieri ci sono altri momenti e il multitasking, proprio non mi è proprio.
E dire che andavo pure a catechismo…
Esiste per chiunque la carta d identità se proprio non di sa cosa si ê indipendentemente dal luogo,ora ê un problema per chi ê giovane cjclicamente scade e bisogna rinnovarla per ritrovarsi cosɨ non ê dopo i 70, non scade più si ê..a dire eterni
Articolo di una banalità ed inutilità davvero rare. In vetta ad ogni montagna a cui sono arrivato per vie per me impegnative ho pensato solo e soltanto “ ora devo scendere”. Su quelle su cui mi sono trovato a mio totale agio ho fatto spaziare di più i pensieri ma di solito penso di più quando ho finito la discesa. Sentirsi Dio e’, in generale, il modo migliore per fallire e, in montagna, per lasciarci le penne.
@ 9
Primum (soprav)vivere deinde philosophari.
Un dubbio mi assale: il Cominetti in vetta al Cerro Torre pensò a Dio, pensò a fare la pipí oppure pensò ai problemi della discesa?
Bisognerebbe domandarlo a lui.
Marcello, a che cosa pensasti? Io presumo di saperlo…
L’idea che l’appagamento di essere sia inerente a Dio, come sotteso, è impropria, appartiene ad una concezione rudimentale di Dio.
E’ sbagliato sentirsi “dio”, ma non solo in vetta, ovunque e a qualsiasi altezza. E’ un difetto strutturale della specie umana. Gli antichi avevano già identificato tale propensione umana e l’hanno chiamata ubris (= tracotanza). Il Dio cristiano non centra niente, quindi: è roba codificata già molti secoli prima del cristianesimo. Porre la casa degli dei sulle vette è traversale a molte altre culture e religioni, o addirittura fanno coincidere le montagne con le divinità e spesso con le divinità “creatrici” del mondo, per cui salirci è come ritornare nell’utero materno.
La specie umana ha questo difetto congenito, probabilmente connesso alla maggior intelligenza rispetto a qualsiasi altra specie vivente (dubito che animali o piante soffrano di ubris). Il far convergere un luogo elevato come una vetta con l’ubris èsi è accebntuato di molto nei secoli più recenti = (il Regno dei Cieli), ma non è “quello” il male, è antecedente. Certo gioca un ruolo psicologico anche la gratificazione adrenalinica di aver raggiunto un obiettivo, che può essere la vetta del K2 come quella del montarozzo dietro casa. Ma sono solo delle metafore, delle illusioni della mente umana. Essendo tutto ciò un difetto congenito della nostra specie, credo sia ineliminabile. Consideriamolo però un risvolto laico dell’esistenza umana, il senso religioso non c’entra un fico secco: “gioca con i fanti e lascia stare i santi”. Cioè non è che se sono un una vetta (che per definizione è posta “più in alto”) allora sono “più vicino a Dio”. Mi riferisco soprauttto al Dio cristiano: Dio, se lo “vuoi” davvero , lo trovi ovunque, se non lo cerchi, non lo incontri neppure in vetta all’Everest.
Io mi sento la Madonna invece
Per rimanere nello strampalato, anche Dio ha provato l’ebrezza di sentirsi Uomo.
Più modestamente ci si potrebbe chiedere, nella pratica dell’alpinismo, quali virtù dell’umano possano non solo esprimersi, ma trovare il luogo ideale della loro perfezione.
Insomma, non se ci si possa sentire Dio, ma Uomo.
Domanda anch’essa fuorviante perché non solo l’idea di Dio non è piu di gran voga, ma anche quella di uomo – non nel senso di maschio ma di appartenente generico alla specie – rischia di essere scorretta, quindi sbagliata.
Sentirsi dio in vetta?
Per favore, non diciamo sciocchezze! Rispettiamo il senso della misura e il significato delle parole; non rendiamoci ridicoli.
Però su una vetta solitaria, in pace col mondo, oltre che ammirare i monti all’intorno si può meditare su Dio, e sul mistero di Dio.
Sgangherato fin dal titolo: pasticcio mal combinato di banalità.
Si sarà sentita Dio nel pubblicarlo, meglio una specie di cucciolo del dio minore degli scrittori in erba.
Un presuntuoso temino da licenza media.
È domenica, c’è il sole. Tutti sono corsi da qualche parte, anche perché fa un caldo porco, a sentirsi dio.
Ieri (stessa situazione) a ripetere una recente via sul Lagazuoi c’era la coda peggio che in Agosto.
Domani: tutti in batteria e con il tempo per il gognablog. I cani ripristinano l’ordine.