La chiusura Covid della primavera 2020 è una delle esperienze umane più rilevanti e meno dibattute degli ultimi anni. Di fronte al virus, molti Stati hanno respinto la scelta della reclusione stretta imposta a italiani e spagnoli, senza per questo incorrere in un aumento della mortalità.
Per 55 giorni, dal 17 marzo al 10 maggio 2020, in Francia è stata sospesa la libertà di movimento. Lo stato di emergenza sanitaria e il suo rispetto ci spingono a riflettere.
Perché e come ha obbedito la popolazione? Le medesime considerazioni possono essere fatte per l’Italia.
Inchiesta sul confinamento
di Théo Boulakia e Nicolas Mariot*
(pubblicato su Le Monde diplomatique – Il Manifesto, n. 3, marzo 2025)
Il confinamento, dall’obbedienza al silenzio
Per frenare la propagazione di una pandemia che minacciava di sopraffare le capacità ospedaliere, il governo ha ordinato il confinamento della popolazione: ad eccezione di alcuni lavoratori, tutti dovevano rimanere a casa, per non incorrere in una sanzione e fino a nuovo ordine. Solo la compilazione di un’autocertificazione permetteva una deroga, con rigide condizioni, al divieto di uscire. Migliaia di ordinanze – prefettizie, municipali – hanno inasprito le norme nazionali con l’instaurazione del coprifuoco o di limitazioni locali sugli acquisti e, quasi ovunque, con la chiusura amministrativa degli spazi naturali (parchi urbani ma anche foreste, montagne, argini e spiagge).
L’emergenza sanitaria ha giustificato inoltre il dispiegamento su tutti i dipartimenti metropolitani di strumenti di sorveglianza e di repressione senza precedenti. Un emendamento al progetto di legge sull’emergenza Covid-19, votato il 19 marzo 2020, ha autorizzato i poliziotti municipali e le guardie forestali a sanzionare il mancato rispetto delle norme sulle uscite. Al termine del periodo, l’insieme delle forze dell’ordine aveva effettuato almeno 21 milioni di controlli e sanzionato 1,1 milioni di persone.
La parentesi è chiusa, sono passati cinque anni senza che sia scaturito il minimo dibattito nazionale sulla scelta di un confinamento duro. Per contro, la gestione governativa della stessa pandemia, in particolare la questione delle violazioni alle libertà pubbliche, alimenta una vivace disputa in Germania, dove pure i divieti sono stati molto meno vincolanti rispetto alla Francia.
A Parigi, i due rapporti parlamentari – n. 3053 e 3633 – che a partire dal 2020 hanno preso in esame la gestione della crisi sanitaria, non fanno riferimento all’autocertificazione per l’uscita e non mettono in discussione la correttezza della scelta di chiudere gli spazi naturali. Sulla scia, le conclusioni della missione indipendente nazionale sulla valutazione della gestione della crisi Covid-19 preziose quanto trascurate rimangono particolarmente discrete sull’aspetto delle responsabilità dell’autorità nella crisi (1). La questione lascia indifferenti anche le istanze che di solito stimolano il dibattito pubblico.
Naturalmente, durante il confinamento, gli articoli parlano dei controlli e delle sanzioni, ma il loro apporto non scaturisce in un esame sistematico, almeno in un secondo tempo, dello stato di emergenza sanitaria. Inoltre, si osserva la pressoché totale assenza di editoriali e petizioni sull’approccio poliziesco alla crisi, sulle sue conseguenze in merito alla limitazione delle libertà pubbliche. Lo stesso emerge dalla lettura di migliaia di note elaborate sulla pandemia da partiti politici, sindacati, circoli di riflessione e fondazioni.
Per la popolazione, la deriva verso il regime di eccezione è stata una delle manifestazioni più concrete della politica sanitaria. L’isolamento e la sospensione della frequentazione dei gruppi di amici, dei collettivi professionali e dei corpi intermedi hanno instaurato un testa a testa iniquo tra individuo e Stato. Di fronte all’imposizione di rimanere a casa, ai controlli pignoli sulla spesa, alle aberrazioni burocratico-poliziesche, l’assenza di protesta rappresenta un fatto degno di nota, ma non per forza sorprendente.
Il grande confinamento della primavera 2020 è un’esperienza inedita di obbedienza di massa: un esercizio coercitivo che i francesi non avevano assolutamente più conosciuto, sotto un regime liberale e su questa scala, dopo la mobilitazione generale dell’agosto 1914. L’episodio solleva domande solitamente lasciate agli esegeti della filosofia politica: a quali condizioni accettiamo di sottometterci alle autorità? Perché una parte della popolazione, spesso urbana e colta, solitamente critica verso la repressione poliziesca e sensibile alle violazioni dello Stato di diritto, questa volta ha acconsentito alla sua sospensione?
Divieto di accesso agli spazi naturali
Una prima spiegazione va cercata nell’allineamento pressoché totale della «società civile» e dei poteri pubblici sulle decisioni del governo. Secondo il modello classico delle situazioni di crisi che impongono il superamento delle divergenze in un’unione sacra temporanea («è troppo grave per discutere», «non è il momento»), rappresentanti politici, associativi o sindacali e media hanno sostenuto e promosso le misure adottate, oppure hanno taciuto. A posteriori, la maggior parte degli amministratori non ha voluto mettere in discussione le scelte e i silenzi, soprattutto quando la discussione verteva sulla legittimità o sulla proporzionalità di alcune misure, come quelle che vietavano completamente l’accesso agli spazi naturali, anche per passeggiate individuali.
Un secondo argomento rimanda a uno specifico atteggiamento osservato nella primavera 2020: la disapprovazione nell’obbedienza. L’inchiesta «La vita in confinamento», realizzata sul momento, permette di ricostruire le linee di condotta collettive di fronte ai vincoli della reclusione (2). Sedicimila inchieste hanno sottoposto cinque domande sull’atteggiamento riguardo agli obblighi che implicavano una sanzione (compilazione dell’autocertificazione, spostamento nel raggio di un chilometro e per un’ora, ecc.), altre cinque sul rispetto di semplici raccomandazioni sanitarie (lavarsi le mani, rispettare il distanziamento di un metro, indossare la mascherina, ecc.), infine cinque sul comportamento politico nel corso del periodo (applaudire i sanitari dalla finestra, fischiare il governo, interessarsi alla pandemia, ecc.).
Un’elaborazione statistica ci permette di individuare sei gruppi al contempo esclusivi tra loro e omogenei al proprio interno: i «reclusi», che hanno scelto di non usufruire delle uscite per prendere aria (21% della popolazione); gli «esemplari», che rispettano regole e raccomandazioni (22%); i «legalisti», che si piegano alle prime ma non alle seconde (25%); gli «spensierati» che, come indica il loro nome, aderiscono a seconda dell’umore del momento (14%); infine i «contestatori» (7%) e i «refrattari» (11%), su cui ci soffermeremo.
Voltar pagina sulle restrizioni
Mentre la maggior parte della popolazione accetta le regole, c’è chi le mette in discussione: i refrattari, i contestatori e parte degli spensierati. Tuttavia, esprimono il proprio disaccordo in modi molto diversi. Rispetto al silenzio sulle responsabilità amministrative del confinamento, il gruppo dei contestatori attira la nostra attenzione. Infatti, questo insieme è composto per più di due terzi da laureati (69%, percentuale più elevata di tutti i gruppi). Spesso, i suoi membri esercitano un’attività professionale in ambito intellettuale e culturale, dichiarano in misura maggiore degli altri gruppi di aver manifestato di recente, firmato petizioni, assistito a un dibattito o fatto sciopero, e si pongono a sinistra o estrema sinistra sull’asse politico. Insieme ai reclusi, sottolineano più della media le difficili condizioni di confinamento (rumori, spazi ridotti, conflitti di vicinato) e le emozioni negative (tristezza, stress, fatica).
Pur respingendo le regole sulle uscite, la loro contrarietà non si esprime nella disobbedienza. Dalla finestra, fischiano e battono i coperchi contro il governo, oppure appendono uno striscione al balcone, ma le loro uscite rispettano scrupolosamente i divieti. Lasciano la propria abitazione solo dotati di autocertificazione (spesso manoscritta, come segno di sfiducia e di distinzione), non fanno i furbi con i limiti orari (13%), ancor meno con il raggio di un chilometro (6%) o con il numero di uscite giornaliere (8%). E questi rispettosi reclusi si distinguono per la propensione più elevata della media ad adottare le raccomandazioni sanitarie (distanziamento, mascherina, sanificazione).
A tal riguardo, tutto li divide dai refrattari, gruppo meno politicizzato, molto più a destra e soprattutto meno istruito, i cui membri rivendicano la disobbedienza frontale, imbrogliano e aggirano le regole (3).
Così, la popolazione più abituata a protestare contro la repressione della polizia, sia sul momento sia in un secondo tempo, anche nella semplice forma di petizione o di redazione di articoli, ha scelto in prevalenza un’«opposizione obbediente». Il suo conformismo verso le regole e le raccomandazioni sembra spingere i contestatori a distogliere lo sguardo e poi a voltare pagina sulle restrizioni alle libertà pubbliche.
L’ultimo argomento, di portata più generale, rimanda all’universalità delle misure adottate per imporre il divieto di uscire, più forte in Francia che in altre zone d’Europa. Sulla carta, le regole valevano per tutti, senza distinzione di età, di genere, di luogo di residenza, di reddito o di religione. Si applicavano in tutti i dipartimenti, qualunque fosse il livello locale di circolazione del virus o il loro grado di urbanizzazione.
Questa uguaglianza è stata imposta dalle autorità (sotto forma di divieti oggettivabili attraverso l’autocertificazione e sanzionabili), rivendicata dai confinati («se tutti sono sulla stessa barca, allora va bene»), ma anche «sorvegliata» da molti di loro pronti a denunciare i trasgressori o a postare tweet rabbiosi contro i corridori del caso. Così è stata impiegata una consistente energia per verificare l’assenza di arbitrarietà e di privilegi nell’applicazione dei divieti, più che per contestarne la pertinenza, la legittimità o la proporzionalità.
Le diverse strategie adottate in altri paesi (si legga più sotto) dimostrano che nessuna fatalità imponeva una sospensione così drastica delle libertà pubbliche. Questa scelta, se non avesse incontrato l’indifferenza o il silenzio di quanti avevano familiarità con la contestazione, forse non sarebbe stata imposta con tanta facilità.
Note
(1) Missione indipendente nazionale sulla valutazione della gestione della crisi Covid-19, rapporto finale, marzo 2021, www.vie-publique.fr
(2) Cfr. https://vico.hypotheses.org
(3) Si legga Pierre Rimbert, La società degli asociali, in Le Monde diplomatique/il manifesto, settembre 2021 (traduzione di Alice Campetti).
Il lockdown era necessario?
Il primo confinamento sanitario della primavera 2020 fa parte dei rarissimi argomenti su cui tutti quanti esprimono la propria opinione, spesso molto netta. E che poggia su un orizzonte ed esempi limitati: la gestione «totalitaria» cinese, il «lassismo» svedese, le decisioni incostanti di Donald Trump negli Stati uniti e di Jair Bolsonaro in Brasile.
Nel mezzo, una specie di palude indefinita in cui si delinea una sorta di modello mondiale di gestione della pandemia che unisce con più o meno rigidità la chiusura delle frontiere, delle scuole, dei negozi e dei luoghi di lavoro «non essenziali», il divieto di assembramenti ed eventi pubblici, la permanenza al domicilio sottoposta a controllo di polizia.
Cinque anni dopo, l’immagine emerge con maggior chiarezza. Di fronte alla stessa situazione di grande incertezza («Dobbiamo prendere il 100% delle decisioni con il 50% di informazioni», diceva all’epoca il primo ministro olandese), i governi hanno optato per politiche anche molto diverse tra loro. Questa considerazione fa affiorare una domanda al contempo semplice e cruciale: la scelta di un confinamento stretto era inevitabile? Detto altrimenti, la rigidità delle misure adottate ha impedito un’espansione mortifera del Covid-19 oppure altre soluzioni, meno restrittive sul piano delle libertà pubbliche, hanno prodotto risultati migliori? Rispondere a quest’interrogativo non ha come scopo di «riscrivere la storia» a posteriori, ma di invitare a riflettere, a cosa avviene quando si sospende lo Stato di diritto, foss’anche in nome di politiche di protezione sanitaria.
Ad alcune settimane dall’inizio della pandemia, molte squadre di ricercatori hanno iniziato ad archiviare e classificare le politiche sanitarie, per pubblicarle sotto forma di database in libero accesso (1). Ma, per analizzare i risultati, è necessario chiarire un equivoco insito nel termine stesso di «confinamento» – in inglese, lockdown. Utilizzato in molte ricerche, indica in maniera imprecisa la chiusura delle scuole, quella delle frontiere, il divieto di riunirsi e l’obbligo di restare a casa. In base a questi presupposti, faticheremmo a trovare un paese che, nella primavera 2020, non fosse in confinamento, dal momento che la maggior parte aveva adottato almeno una di queste misure.
In senso più restrittivo, il confinamento si riferisce all’indicazione di restare a casa (stay at home order), ossia il divieto di uscire, salvo alcune eccezioni e la verifica da parte delle forze dell’ordine della legittimità delle uscite: una situazione «alla francese», in cui ogni persona intenzionata a uscire doveva procurarsi un’autocertificazione di uscita in deroga che precisasse l’identità del soggetto, il suo indirizzo, la data, l’ora e il motivo dell’uscita, inclusa la possibilità di fare esercizio fisico una volta al giorno. In Europa, solo una minoranza di paesi – tra cui la Francia, l’Italia e la Grecia – passano attraverso quest’esperienza.
Altri, come la Spagna e la Serbia, non impongono autocertificazione ma vietano le passeggiate. La maggior parte degli Stati del nord Europa (Danimarca, Norvegia, Paesi bassi, Svezia, Islanda) e dei Länder tedeschi non disciplinano le uscite, pur vietando gli assembramenti – anche se la polizia non può chiedere agli abitanti cosa facciano fuori. Infine, le autorità di Regno unito e Belgio, non impongono limiti alle passeggiate ma esigono la loro giustificazione, rendendo di fatto libere le uscite.
La situazione reale, a volte, si discosta dalle regole: alcuni Stati che hanno adottato misure rigide, come l’Ucraina, non sanzionano le infrazioni. In Europa, il podio della repressione va a Spagna (1 milione di multe da 601 euro per la prima infrazione) (2), Francia (1,1 milioni) e Italia (420.000). Confrontando le sanzioni con il numero di abitanti, il rischio di esser multati nella primavera 2020 era cinquantasei volte inferiore nel Regno unito rispetto alla Francia, in cui ogni persona presente nello spazio pubblico appariva come potenziale trasgressore.
I dati di geolocalizzazione degli smatphone aggregati e pubblicati da Google durante la pandemia offrono una chiara immagine del livello di rigore delle chiusure in ogni paese. La loro analisi, per esempio, mostra l’evoluzione delle presenze nei negozi «essenziali» e «non essenziali», negli spazi verdi e del tempo medio trascorso in casa rispetto a un periodo di riferimento tra gennaio e febbraio 2020. Dal 1 marzo al 1 giugno 2020, si differenziano tre gruppi di paesi europei. In Italia, Spagna e Francia, la frequentazione degli spazi verdi cala dal 25 al 50% rispetto al pieno dell’inverno. Nel Regno unito resta stazionaria. In Germania, Paesi bassi, Lituania, Norvegia, Finlandia, Svezia e Danimarca, aumenta dal 35 all’80% come durante una qualsiasi primavera. Così, mentre francesi, italiani e spagnoli rimangono rigorosamente rinchiusi, una parte significativa delle popolazioni europee gironzola liberamente.
La propagazione del virus e la mortalità hanno avuto un’incidenza maggiore al loro interno?
Numerosi lavori scientifici dimostrano che il confinamento ha significativamente contribuito ad attenuare lo shock dell’epidemia (3). Ma nel termine lockdown convogliano tutte le misure che puntano a evitare il contatto (chiusura delle scuole, dei ristoranti, delle università, dei negozi «non essenziali», limitazione degli assembramenti e ordine di rimanere in casa). Fortunatamente, alcuni studi hanno analizzato nel dettaglio l’effetto di ognuna di queste (4). Ne concludono che l’imposizione di rimanere a casa è inutile, poiché la chiusura dei luoghi di istruzione e di lavoro, insieme alla limitazione degli assembramenti, sono in massima parte responsabili della riduzione di decessi e contagi.
Per accertarsi che tutti i paesi più «liberi» non abbiano pagato a caro prezzo la loro leggerezza, possiamo incrociare l’eccesso di mortalità, ossia lo scarto tra la mortalità attesa senza la pandemia (quella degli anni 2015-2019) e quella riscontrata nella primavera 2020, con un indicatore di rigidità del confinamento (si veda la cartina). In Danimarca, Lettonia, Giappone, come anche a Taiwan, nel 2020, la mortalità è scesa, nonostante la mancanza dell’indicazione generale di rimanere a casa. In Germania, Finlandia, Corea del sud, Islanda e Slovacchia, non è aumentata. Per definizione, l’eccesso di mortalità non misura solo i decessi per Covid. Può anche risultare dalle politiche adottate per contenere il virus. A farci riflettere sono i casi di Spagna e Perù, in cui si rilevano al contempo una draconiana clausura e un’ecatombe: quante persone sono morte di confinamento? Tra le risposte, è stato spesso sottovalutato il fattore della pessima assistenza nelle residenze per anziani e la mancanza di misure di protezione per le persone anziane, prime vittime della pandemia (l’età media delle persone morte di Covid-19 supera gli 80 anni). In Francia e in Spagna, gli ospiti degli istituti per persone anziane rappresentano la metà dei decessi durante la prima ondata. Per prevenire queste morti erano necessarie politiche diverse dal dispiegamento delle forze di polizia nello spazio pubblico.
Dove trascorrere la prossima pandemia? Privilegiate la Danimarca e il Giappone; scartate l’ipotesi di Perù e Spagna; non rimanete in Francia. Ma, soprattutto, evitate gli ospizi!
Note
(1) Le numerose fonti scientifiche di questo articolo sono tratte da L’Attestation. Une expérience d’obéissance de masse, printemps 2020, Anamosa, Parigi, 2023. I dati utilizzati per i grafici sono consultabili sul sito https://l-attestation.github.io
(2) Il 14 luglio 2021, il Tribunale costituzionale spagnolo ha dichiarato incostituzionale il confinamento della primavera 2020. Tutte le persone che hanno pagato le sanzioni hanno potuto chiedere un rimborso, con gli interessi, a partire dal gennaio 2022.
(3) Tra i più citati: Seth Flaxman et al., Estimating the effects of non-pharmaceutical interventions on Covid-19 in Europe, in Nature, vol. 584, n° 7820, Londra, agosto 2020.
(4) Per esempio Jan M. Brauner et al., Inferring the effectiveness of government interventions against Covid-19, in Science, vol. 371, n° 6531, Washington, DC, 19 febbraio 2021, e, più recentemente, Simon Galmiche et al., Patterns and drivers of excess mortality during the Covid19 pandemic in 13 Western European countries, in BMC Global and Public Health, Londra, 9 dicembre 2024 (traduzione di Alice Campetti).
Buone intenzioni e vecchie abitudini
Di fronte alla pandemia della primavera 2020, i governi hanno avuto a disposizione le stesse frammentarie informazioni ma hanno reagito in maniera diversa. Gli uni hanno deciso di imporre un confinamento rigido, gli altri no. Come spiegarlo? Naturalmente a influenzare la decisione è stato il congestionamento dei servizi ospedalieri. In Europa, la Francia, l’Italia e la Spagna hanno registrato importanti e precoci focolai di contagio, contrariamente alla Danimarca. Ma questo fattore non basta.
Stando alle immagini diffuse nei telegiornali di allora, sulla scia del virus si sarebbe diffuso uniformemente un «modello cinese» di confinamento, inaugurato nella città di Wuhan, nel gennaio 2020.
Questa narrazione sul contagio omette le continuità tra le politiche pandemiche e lo stile dei governi precedenti. Passa sotto silenzio la strumentalizzazione dei confinamenti attuata da alcuni Stati con una finalità di repressione politica.
Nelle Filippine, la lunga «guerra contro il virus» condotta da Rodrigo Duterte, allora presidente, riprende la retorica e le pratiche della sanguinosa «guerra contro la droga» intrapresa anni prima.
In Uganda, il coprifuoco imposto dal presidente Yoweri Museveni si ispira alla gestione militarizzata del virus Ebola.
In Colombia, i confinamenti sanciti da diversi gruppi armati riprendono le pratiche adottate in occasione degli scontri con il governo. In India, l’indicazione di restare a casa emanata dal primo ministro Narendra Modi seda provvidenzialmente le manifestazioni di massa che si susseguivano dalla fine del 2019, per protestare contro l’emendamento sulla cittadinanza, grave pregiudizio per i musulmani. In Libano, dove la contestazione sociale infuriava da diversi mesi, la polizia e l’esercito hanno smantellato accampamenti e barricate, mentre gli elicotteri invitavano gli abitanti a «restare a casa». In Francia, lo stato d’emergenza sanitaria si è presentata come estensione di quello, antiterrorismo, adottato dal novembre 2015 al novembre 2017.
Alcuni discorsi sono stranamente simili. «Siamo in guerra contro un nemico crudele e invisibile, che non può esser visto a occhio nudo. In questa straordinaria guerra, siamo tutti soldati» (Duterte, 16 marzo 2020). «Siamo in guerra, una guerra sanitaria, certo. Non lottiamo né contro un esercito né contro un’altra nazione, ma il nemico è lì, invisibile, inafferrabile e in progresso. Questo richiede la nostra mobilitazione generale» (Emmanuel Macron, 16 marzo 2020). Sicuramente, le motivazioni dei due dirigenti sono diverse. Ma niente come un confinamento premuroso assomiglia a un confinamento autoritario.
Le reazioni alla pandemia sono legate alla storia di ogni paese. Uno studio dimostra che gli Stati più repressivi in condizioni ordinarie si mostrano più inclini ad adottare misure di confinamento e di coprifuoco, a emanarle rapidamente (rispetto alla manifestazione dei primi casi di Covid-19 rilevati nel paese) e a conservarle più a lungo. L’analisi è confermata in Europa, dove il grado di confinamento – comparato alla frequentazione degli spazi verdi nella primavera 2020 – varia in funzione degli effettivi delle forze dell’ordine: a una maggiore concentrazione poliziesca corrisponde una frequentazione ridotta degli spazi naturali. Si osserva un’affinità tra i paesi del sud e i paesi dell’est del continente, che si contrappongono al blocco nord-europeo (si veda il grafico a pagina 12). Certo, potremmo concludere che gli Stati più attrezzati a mantenere l’ordine riescono a rinchiudere i propri cittadini con maggior facilità. Ma l’interpretazione corretta è molto più semplice: le élite politiche abituate a governare senza polizia scelgono di non confinare la propria popolazione.
«No, non è una guerra»
Potremmo anche pensare che la globalizzazione del confinamento sia stata portata dal virus della preoccupazione.
I confinamenti punitivi sono figli più che delle buone intenzioni, delle vecchie abitudini. Per esempio, quella del rapporto tra polizia e cittadini. Nei Paesi bassi, dove il livello delle sanzioni è stato ventotto volte inferiore rispetto a quello francese, nella primavera 2020, le forze dell’ordine hanno dovuto far rispettare il divieto di assembramento tra più di due persone a meno di un metro e mezzo di distanza. Ma, al contrario degli omologhi francesi, i poliziotti olandesi hanno incentrato la propria azione sulla discussione e sulla conciliazione, sanzionando solo in ultima istanza. Nella pratica, gli abitanti potevano passeggiare quasi liberamente, anche sedendosi sulle panchine o nei prati dei parchi, a condizione di non dar luogo a un assembramento.
Nell’aprile 2020, le autorità olandesi hanno pubblicato un «Manuale di comunicazione strategica sul coronavirus», destinata ai funzionari statali, in cui si proibiva l’utilizzo di un linguaggio bellicoso e l’insistenza su «ordini e divieti», promuovendo piuttosto messaggi rivolti alla dimensione collettiva della lotta contro il virus («Tutto inizia e si conclude con e attraverso il coinvolgimento di tutti»). L’8 maggio, il primo ministro ha rifiutato categoricamente l’inasprimento delle misure sul modello di alcuni vicini, spiegando: «Non mi piacerebbe vivere in paesi simili. Non voglio giocare allo sceriffo». Si univa alle parole del presidente della Repubblica federale tedesca, Frank-Walter Steinmeier, che, in uno dei suoi rari interventi pubblici, un mese prima, aveva affermato: «No, questa pandemia non è una guerra». Il responsabile regionale di un’agenzia di sicurezza olandese è andato oltre, affermando che uno Stato, impegnato nella sola applicazione della forza, era uno «Stato debole». Ai loro occhi, il ruolo dei poteri pubblici non consisteva, nemmeno in situazione di crisi, nell’agire come se i cittadini fossero «bambini irresponsabili».
* Sociologi. Autori di L’Attestation. Une expérience d’obéissance de masse, printemps 2020, Anamosa, Parigi, 2023
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Ebbene, sì, ho studiato alle Frattocchie sul pianeta Papalla. Mi hai sgamato, Bertoncè 🙂
Quanto alle circolari, l’articolo che ho segnalato già ne indica due: basta cliccarci sopra. Fa riferimento, inoltre, anche alla sentenza del TAR (magistrati buoni) poi annullata dal Consiglio di Stato (magistrati cattivi). Ovviamente, prima, l’articolo va (andrebbe) letto, ma tu sei quello che ha i dubbi e si fa le domande, giusto?
Però se tu ne hai delle altre, di circolari, indicale e fammi sapere la tua interpretazione, così ne discutiamo.
“gonfiati come una zampogna da un autorespiratore”
Questa è una delle altre favolette che va per la maggiore fra i c.d. risvegliati: pazienti in TI intubati, gonfi come palloni e con i polmoni bruciati.
Come se i desaturati fossero stati intubati per cattiveria o un ventilatore meccanico (o ventilatore polmonare, o respiratore – e non “autorespiratore“, che è un dispositvo per ambienti dove c’è poco ossigeno e che usano, ad esempio, i vigili del fuoco – gnurant! 🙂 ) fosse uguale a un compressore comprato al supermercato ed erogasse ossigeno puro.
Ma cose da pazzi!
Balsamo, sai che sei proprio una bella sagoma! Un Grande Smanettatore come te non è capace di reperire (e leggere, e capire) le circolari di Speranza? Mah!
NOTA BENE. Mi riferisco – beninteso – alle circolari del Ministero della Salute, con successive sentenze del TAR. Non mi riferisco alla Pravda: quella la lascio a te, che hai plasmato il cervello alla scuola delle Frattocchie.
P.S. Orsú, prova a cercare! Se non ci riesci, domanda pure: lo farò io per te. Certo che mi deludi: dal Grande Smanettatore non me lo sarei mai aspettato…
😀 😀 😀
Un vero peccato per quelle migliaia che sono rimasti in vigile attesa per l’eternità, con una Tachipirina in pancia e gonfiati come una zampogna da un autorespiratore.
Hai ragione Clà, chi prescriveva quegli intrugli (ah no, quello è il termine copyright per vaccino) era il mio alter ego nell’universo parallelo.
Invoco la legge di Brandolini e mi ritiro. Ciao Balsamo, menomale che sei rimasto tu.
Giudici e giornalai dopo 18 anni hanno riesumato il caso Garlasco come errore giudiziario. I medici dopo 5 anni possono ben riesumare direttive dell’Aifa del marzo 2020, mai messe in atto
Niente, ormai la Pravda gli ha inculcato questo slogan, facile facile, insieme a un capro espiatorio (il povero Speranza, pure comunista) e nulla e nessuno gli farà più cambiare idea.
Ma, nel caso ti sia venuto un minimo dubbio, Bertoncelli, prova a dare un’occhiata a questo articolo, che ho trovato smanettando su internet ( 🙂 ) e che propone una ricostruzione dei fatti:
https://www.quotidianosanita.it/governo-e-parlamento/articolo.php?articolo_id=127457
Chissà, forse ti renderai conto che la questione è un pochino più complessa del bianco/nero che ti ha raccontato la Pravda (o i tiggì).
L’invito è rivolto anche ad altri, naturalmente.
Piantala, Bertoncelli, conservo una cartella piena delle direttive ricevute a cadenza quotidiana, che tutti i medici e tutti i reparti hanno seguito in quel periodo.
I documenti sono quelli, il resto è chiacchiera da bar sport.
La notizia sulla “vigile attesa” fu riportata su TUTTI i quotidiani d’Italia e da TUTTI i telegiornali d’Italia. Tutti allucinati?
Mio fratello, ammalato di COVID un anno dopo, chiese al suo medico di poter curarsi a casa. Risposta: “Solo Tachipirina“. Allucinato pure lui?
A suo tempo riportai nel forum i vari collegamenti alle circolari del Ministero della Salute nel merito. Chi vuole può controllare. Io non ne ho alcuna voglia.
Perfino Speranza parlò (eccome parlò!) di “vigile attesa” prima, durante, dopo e molto dopo il 17 marzo 2020.
E ora, dopo piú di CINQUE ANNI (sic!), devo leggere che era vero solo fino al 17 marzo 2020? Ma stiamo scherzando?
Tachipirina e vigile attesa? Riporto lo stralcio di una delle infinite circolari che ci arrivavano allora dal Ministero della Salute:
“Come noto, la Determina AIFA DG 258 del 17 marzo, pubblicata in GU 69 del 17 marzo 2020, ha previsto la rimborsabilità a carico del Servizio sanitario nazionale dei medicinali clorochina, idrossiclorochina, lopinavir/ ritonavir, danuravir/ cobicistat, per il trattamento anche in regime domiciliare dei pazienti affetti da infezione da SARS CoV2”.
Quindi il 17 marzo 2020, una settimana dopo l’inizio del lockdown, era già disponibile una serie di farmaci da usare anche a domicilio, identici a quelli in uso nel resto dei Paesi occidentali (vedi The Medical Letter, aprile 2020).
Tachipirina e vigile attesa? Ma di che parlate senza sapere come si sono svolti gli avvenimenti? Tacere è molto meglio della Tachipirina.
Forse la “vigile attesa” era da fare sulle strisce pedonali. Speranza non aveva specificato!
Winston Churchill: “Un taxi vuoto si è fermato davanti al n. 10 di Downing Street. Ne è sceso Attlee”.
Fabio Bertoncelli: “Un commento vuoto è apparso sul GognaBlog. Era di Balsamo”.
Gli ulivi sono sempre liberi nel mio uliveto ….uno lasciatelo per me ….però assolutamente quello per speranza non datelo a nessun altro….
Cerchiamo di non cadere nella solita trappola. Possiamo parlare a mente fredda se alcune misure in assoluto siano accettabili / intendo dire moralmente accettabili. Mi spiego. io credevo che certi diritti fossero inalienabili. Mi sbagliavo e mi sbaglio. Vado al punto . Lockdown, coprifuoco, vaccino obbligatorio, greennpass a richiesta del barista di turno.a mia avviso non poteveno essere in alcun modo essere messi in atto.
Se domani venisse proclamato lo stato di emergenza diciamo per motivi bellici e reintrodotta la leva obbligatoria vorrei vedere quanti direbbero è ma la legge è bla bla bla…
Io non mi sono vaccinato, non ho fatto il militare e non ho rispettato mai il lock down…e non sono un no vax , forse non fosse stato obbligatorio mi sarei anche vaccinato…..
Bertoncelli, non sto facendo sarcasmo su quella che è stata una tragedia, ma su ciò che tu stai scrivendo.
Ma ti pare che una terapia, di qualunque genere, venga decisa da un ministro della Salute (da te, per questo, definito “impudente criminale“), per di più laureato in scienze politiche (con tutto il rispetto) e non da medici?
Ma dai, Bertoncelli, cerca d’esser serio per una volta (se puoi)!
E come se, all’evoluzione nefasta in polmonite bilaterale, i pazienti non fossero stati ricoverati nelle terapie intensive (peraltro al collasso) ma lasciati con la tachipirina in mano.
Ma cose da pazzi!
Quanto alle insinuazioni personali (“non hai avuto morti in famiglia”, ecc.), comprendo che questi tuoi atteggiamenti facciano parte del modo passivo/aggressivo che spesso caratterizza i tuoi interventi in questo spazio, ma ti invito amichevolmente a non proiettare la tua rabbia sugli altri.
Non sei nella posizione di esprimere giudizi sulla mia storia, di cui – a maggior ragione – non sai nulla.
Tali esternazioni, infatti, cariche di emozione e risentimento ma che non rispondono nel merito, qualificano più te che me.
Balsamo, spero proprio che tu non ti ammali mai di polmonite bilaterale. Però, se accadesse, sarei curioso di assistere alla tua reazione di fronte a un medico – anzi, uno “scienziato politico” – che ti prescrivesse come cura una “vigile attesa”.
Stai facendo sarcasmo quando non è proprio il caso. Evidentemente non hai sofferto di morti in famiglia (padre, madre, fratelli, moglie, figli, ecc.) e quindi credi di poterti permettere di RAGLIARE speculando su decine e decine di migliaia di altri morti. Ma che te ne frega?
Questa è la tua cifra umana.
Siamo qui a commentare perché il COVID ci ha risparmiato. Confinamento imposto o auotoimposto semplicemente avevano origine dalla paura che quotidianamente i TG ci rappresentavano. Statistiche, sale ospedaliere di terapie intensive, migliaia di bare trasportate con mezzi militari. Centinaia i medici deceduti che, soprattutto nelle prime fasi di non conoscenza, erano stati contagiati dai loro pazienti affetti da sintomatologie non classificate con precisione. Credo che una paura così diffusa sia stata provata dai nostri nonni e genitori durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Certamente qualcuno si è salvato non scendendo nei rifugi, ma recandosi in spazi aperti poco costruiti e frequentati. Scelte simili quelle dei fanti della prima guerra che sotto i bombardamenti saltavano in una buca aperta da una precedente bomba. Calcolo delle probabilità, non certo esente dalla paura. Oggi mi astengo da ogni considerazione pro o contro il confinamento. Sottolineo solo che anche i contrari, ieri e oggi, come me avevano paura e se sono qui a raccontarcela, come me per fortuna, caso, fatalità o altro, non sono stati contagiati.
Te lo dico io, Bertoncè.
1. Un giorno, mentre era sulla tazza del cesso, il ministro della Salute pensava a come poter trattare i malati e gli è venuta in mente questa cosa della tachipirina&vigile attesa. E da allora…
Perché, come tutti sanno, il modo migliore per trattare una patologia lo stabilisce il ministro della Salute, specie se è laureato in scienze politiche e non deve certo chiedere pareri ai medici.
2. Quanto ai condannati o incarcerati, se nessuno lo è stato fino ad ora ci sono due possibili spiegazioni.
O c’è una collusione fra la magistratura (chiaramente comunista) e la politica (altrettanto comunista) del tipo “cane non morde cane” (o era mangia? mah 🙂 ), oppure non c’è proprio nessuno da condannare o incarcerare e qualcun altro ha la testa piena di pregiudizi (che chissà da dove gli arrivano? mah 🙂 ).
Secondo te, Bertoncè, qual’è la spiegazione più plausibile?
3. Questa è quasi una certezza. Tant’è che esistono testate giornalistiche che su questo ci prosperano. Hai un’idea a quali testate mi riferisco, vero? 🙂
Le confinement (ou réclusion imposée) en 2020 a été une absurdité.
Et (presque) toutes les mesures adoptées par le Gouvernement et le Corps Médical et Pharmaceutique, idiotes, mais bien orientées pour eux !
Je parle de la France.
” I politici – certi politici – ci credono davvero cosí deficienti o imbelli? Mah! Forse hanno ragione…”
Togli il forse: nessuno ancora oggi è andato a contestare nulla e il tentativo di analisi a posteriori dei dati è di un giornalista
A mio parere è un ottimo motivo per guardare con sospetto chi predica per l’abolizione dei controlli, lacci e lacciuoli, per l’uomo solo al comando, per uno Stato gestito come un’azienda e compagnia cantante
Mi sono sempre domandato:
1) Perché il ministro della Salute indicò la Tachipirina e la “vigile attesa” (!) come trattamento sanitario a domicilio per il Covid?
A un paziente malato, a forte rischio di polmonite, con quale impudenza criminale si può indicare di “attendere” a casa propria?
2) Perché nessun magistrato ha mai indagato nel merito? rinviato a giudizio? processato? condannato? incarcerato?
3) I politici – certi politici – ci credono davvero cosí deficienti o imbelli? Mah! Forse hanno ragione…
Hanno fatto bene a chiudere tutto.
Mio cugino è morto per il COVID. Sua mamma, che è anche mia zia, aveva contratto la malattia, lui è andato in farmacia per comprare la Tachipirina (che con la “vigile attesa” era la cura), uscendo dalla farmacia è stato investito sulle strisce pedonali da una betoniera. Morto per COVID!
Abbiamo detto tutto
Il confinamento per ragioni sanitarie diventa oggi un problema marginale. Oggi l’accesso agli spazi naturali viene negato per ragioni (over)turistiche che vietano ai cittadini la libertà di muoversi all’interno del territorio nazionale. Il numero chiuso diventa lo strumento della dittatura moderna, dalle Cinque Terre alle cime di Lavaredo e altrove: in futuro anche la democrazia sarà a numero chiuso.