L’alpinismo extraeuropeo – 2
di Gian Piero Motti (pubblicato in La storia dell’alpinismo) (GPM-SdA-41)
Africa
I rilievi montagnosi dell’Africa non possono certo reggere il confronto con quelli dell’Asia e dell’America. Tuttavia anche il continente africano ha offerto agli alpinisti eccellenti terreni d’azione, strettamente uniti al fascino avventuroso dell’esplorazione, forse qui ancor più vivo che altrove. Al nord troviamo la grande catena dell’Atlante, che raggiunge la sua massima elevazione nel Gebel Toubkal 4165 m, una montagna piuttosto facile dal suo versante normale. Va ricordato che l’esplorazione dell’Atlante e dei gruppi montuosi sahariani è stata realizzata soprattutto da alpinisti francesi, al tempo in cui la Francia dominava su gran parte dell’Africa settentrionale e centrale. Comunque anche nel settore marocchino dell’Atlante vi sono splendide pareti rocciose, alte parecchie centinaia di metri, dove sono stati aperti moltissimi itinerari di notevole difficoltà da alpinisti francesi, italiani ed anche marocchini, i quali vanno costituendo un buon nucleo di arrampicatori preparati. Lo stesso discorso vale per l’Atlante Algerino, dove il piccolo massiccio calcareo del Djurdjura offre un vero e proprio paradiso agli amanti della scalata rocciosa difficile. Anche in Algeria, ormai, sono molti gli amanti dell’alpinismo e si vanno creando organizzazioni locali che provvedono alla costruzione dei rifugi ed al mantenimento dei sentieri.
Se ci portiamo nel regno sconfinato ed affascinante del Sahara, troviamo alcuni massicci granitici e basaltici, antichi resti di potenti fenomeni vulcanici, che come piccole isole si elevano dal grande mare di sabbia dorata. Il gruppo più imponente ed anche quello più frequentato dagli alpinisti è quello dell’Hoggar, posto esattamente al centro del Sahara, attorno all’oasi di Tamanrasset. Il gruppo, che culmina con il Monte Tahat 2918 m, è caratterizzato da un’infinità di torri rocciose, assai levigate ed ardite, generalmente di picchi vulcanici messi a nudo dal vento e dall’erosione. Su queste torri sono state aperte moltissime vie di ogni difficoltà da alpinisti francesi (in prevalenza) ed italiani. Data la relativa facilità d’accesso lungo la pista transahariana (ormai quasi interamente asfaltata) l’Hoggar è divenuto uno dei tanti «paradisi» degli arrampicatori, che qui possono unire il fascino e l’avventura del deserto alla bellezza dell’arrampicata in luoghi straordinari e di eccezionale bellezza ambientale. Un po’ discosta dal settore centrale dell’Hoggar, la Garet-el-Djenoun, la famosa montagna degli spiriti dei tuareg, offre scalate di gran classe su roccia granitica eccellente, con dislivelli anche notevoli (da 500 a 700 metri d’arrampicata).
Ad oriente dell’Hoggar vi è il grande massiccio del Tassili, ancora poco sfruttato alpinisticamente, anche perché la roccia è forse meno buona che nell’Hoggar. Magnifico invece è il Gruppo del Tibesti, posto più a sud (in realtà più a est e poco più a sud, NdR), certamente il più bel massiccio montuoso del Sahara, che culmina a 3415 metri con la vetta dell’Emi Koussi. Il Tibesti presenta un gran numero di splendide guglie e di altissime pareti che ancora attendono di essere scalate.
Ancora a sud e più ad ovest del Tibesti (in realtà è alla stessa latitudine, NdR), a monte della bella oasi di Agadez, troviamo il massiccio dell’Air, magnifico territorio naturale più verdeggiante e più ricco di acqua dell’Hoggar e del Tibesti, popolato da numerosi tuareg. Anche l’Air è stato esplorato da alcune spedizioni italiane e francesi, che hanno tracciato alcune vie (generalmente assai dure ed impegnative) su pareti alte da 300 a 700 metri, di roccia granitica o basaltica molto levigata e compatta. Comunque anche in questo gruppo vi sono ancora parecchie possibilità. L’alpinismo sahariano non è certo quello della neve, del freddo, delle altissime quote e dei venti glaciali. Ma il fascino delle immensità sahariane non è certo inferiore a quello delle altezze ed ha più volte «stregato» esploratori ed alpinisti che ne serbano un ricordo meraviglioso ed intatto.
Ruwenzori, Kenya, Kilimangiaro
Le più alte montagne d’Africa si trovano proprio nella regione equatoriale ed orientale del continente e non appartengono ad una catena definita e regolare, ma sono dei grandi massicci vulcanici isolati. In genere la bellezza ambientale di queste montagne è superba e indescrivibile, in quanto il clima equatoriale crea una flora abbondantissima ed esuberante, che si inerpica lungo le pendici dei monti fino a lambire i ghiacciai. Il contrasto è eccezionale: ai piedi si estende la grande foresta verdissima, poi la gialla savana, infine le pendici fiorite e poi le distese di neve scintillante. Basti pensare che sovente le nevi discendono fino alla quota di 4000 metri. I tre grandi colossi africani sono il Ruwenzori 5115 m, il Kenya 5198 m ed il Kilimangiaro 5895 m.
Il Ruwenzori forma una piccola catena sulla quale si distinguono alcune vette isolate. Fu scoperto dal celebre esploratore Henry Morton Stanley nel 1888, ma fu salito solo nel 1906 da una spedizione italiana guidata dal Duca degli Abruzzi, che scalò quasi tutte le vette del massiccio. Il Ruwenzori è certamente il più facile dei tre «grandi» africani ed oggi viene sovente raggiunto da numerose spedizioni organizzate, composte anche da alpinisti modesti.
Il Kenya invece è una montagna difficile e grandiosa, certamente una delle più affascinanti del pianeta. Formato da due cime gemelle (il Batian ed il Nelion), il Kenya fu scalato il 13 settembre 1899 da sir Halford Mackinder lungo la cresta sud, assai difficile ed esposta. In seguito sul Kenya sono state aperte, da numerose spedizioni francesi, inglesi, tedesche ed italiane, molte vie di notevole difficoltà, paragonabili alle grandi classiche alpine. Anche la via normale di salita è molto frequentata da alpinisti di ogni Paese, attratti anche dalla straordinaria bellezza dei luoghi che attorniano la montagna.
La più famosa e frequentata delle grandi montagne africane resta comunque il Kilimangiaro, immenso vulcano estinto caratterizzato alla sommità da un cratere ricoperto dai ghiacci.
Anche il Kilimangiaro è formato da due vette: una rocciosa, il Mawenzi e l’altra ricoperta di ghiaccio, il Kibo. Tutta la zona che circonda il grande vulcano è forse tra le più belle e suggestive del continente africano ed attira ogni anno numerosissimi turisti. D’altronde la salita alla vetta del Kibo non offre difficoltà alpinistiche e può essere compiuta da chiunque sia ben allenato a quote elevate. Per facilitarne la salita sono stati costruiti lungo il cammino alcuni rifugi e si è creata una efficiente organizzazione di guide e portatori locali. La prima salita fu compiuta nel 1889 da Hans Meyer di Lipsia con il famoso alpinista Ludwig Purtscheller.
America del Sud
Come una gigantesca colonna vertebrale la Cordigliera Andina percorre tutto il continente sudamericano, fino ad immergersi tra i ghiacci della Terra del Fuoco. Praticamente dall’istmo di Panama fino a Capo Horn, la catena si svolge per circa settemila chilometri e raggiunge la sua massima elevazione con la vetta dell’Aconcagua 6959 m, ma sono centinaia le cime superiori ai seimila metri.
Come già si è detto per le montagne dell’Asia, una spedizione alpinistica rappresenta un’avventura completa. Anche in Sudamerica l’esperienza lascia come un’impressione di essere stati su un altro pianeta. Oggi raggiungere le Ande Tropicali è certamente più facile che portarsi in Himalaya ed anche dal punto di vista tecnico le montagne andine, seppur estremamente ardue su alcuni versanti glaciali, sono più abbordabili di quelle himalayane (la Patagonia, come vedremo, fa discorso a sé). Le marce d’approccio sono molto più brevi, la quota è inferiore, il tempo generalmente è più stabile. Ma le Ande sono un mondo fantastico, dal fascino quasi stregato. La particolare morfologia dei luoghi, il clima molto secco e ventoso, la luce cruda e trasparente, i resti di antiche culture che su questi monti avevano costruito i loro imperi, costituiscono un richiamo irresistibile che sempre invita a tornare. La visione della catena andina è indimenticabile. Su queste montagne non esistono boschi e foreste. Quando si giunge sui nudi e desolati altopiani costantemente battuti dal vento, l’occhio scorge al limite di un ciclo disperatamente blu una catena dal biancore abbacinante, caratterizzata da picchi glaciali arditissimi, vere e proprie trine di ghiaccio cesellate dal vento.
L’alpinista francese Lionel Terray, che fu uno degli amanti più appassionati di queste montagne, disse: «Alcune di queste cime, senza alcun dubbio, sono le più imponenti e maestose che si possano trovare al di fuori dell’Himalaya. La bellezza di queste montagne, la loro elevata altitudine, la complessità e la difficoltà dei problemi che esse presentano, possono soddisfare gli alpinisti più esigenti.
Malgrado la prossimità dell’Equatore, queste vette sono straordinariamente ricoperte dai ghiacci; anche i picchi granitici più arditi sono pressoché interamente ricoperti da una crosta glaciale. Questa particolarità conferisce loro una seduzione affascinante. Ai miei occhi nulla è più bello che queste immense piramidi di ghiaccio scintillanti sotto il sole tra il blu profondo del ciclo e l’immensità dorata degli altopiani andini. L’estrema glaciazione è data dall’alternanza di una stagione estiva molto piovosa, durante la quale in altitudine cade una quantità enorme di neve, e di un periodo secco e molto freddo che incolla questa massa nevosa sulle pareti e lentamente la trasforma in una corazza di ghiaccio. Scolpite dal vento, queste pareti si trasformano in giganteschi lenzuoli ricamati, solcati da gigantesche canne d’organo e coronati da immensi strapiombi che sembrano dei grandi fiori di cristallo. L’estrema glaciazione delle alte vette della Bolivia e del Perù e il carattere molto ripido di queste pareti, la notevole altezza delle stesse pareti e l’altitudine già considerevole, danno alle salite in questo settore andino uno stile assai particolare. Qui la tecnica impiegata è un compromesso tra le scalate alpine più difficili e le spedizioni himalayane, pur restando una cosa differente sia dalle une che dalle altre.
Recenti ricerche fisiologiche, condotte per lunghi periodi, hanno dimostrato che sull’Himalaya, già a 6000 metri, un uomo nato in pianura, per quanto forte e ben allenato, ha già perduto il cinquanta per cento delle sue possibilità fisiche. Tuttavia, l’esperienza ha dimostrato che nelle Ande Tropicali, essendo la temperatura più elevata in eguale altitudine che in Himalaya, la pressione atmosferica è più debole e quindi, di conseguenza, gli effetti della rarefazione dell’ossigeno sono più importanti. Si comprenderà allora che in queste condizioni gli alpinisti che si accingono a scalare le grandi vette delle Ande del nord, sono considerevolmente ostacolati dalla rarefazione dell’ossigeno. Rapidamente essi si trovano privati di gran parte dei loro mezzi fisici e sono sottoposti ad una penosa carenza d’ossigeno. Tuttavia in nessun settore delle Ande l’alpinista si trova costretto a ricorrere agli apparecchi respiratori, che conferiscono alle imprese sugli Ottomila himalayani un carattere di meccanizzazione assai sgradevole (Lionel Terray, Joies de la montagne, Hachette, 1965)».
L’esplorazione alpinistica della catena andina precedette di molto quella delle montagne asiatiche. Basti pensare che già nel 1738 due scienziati francesi riuscirono a scalare il Corazón 4816 m, vetta delle Ande dell’Ecuador. Anche il famoso geografo Alessandro Humboldt nel 1802 tentò di raggiungere la vetta del Cotopaxi e quella del Chimborazo che con i suoi 6272 metri è la più alta cima delle Ande Ecuadoriane. Va subito detto che le montagne di questo settore andino, pur essendo elevate in altezza, sono meno ardite e spettacolari di quelle del settore peruviano e boliviano, in quanto si tratta di vulcani estinti, come d’altronde è facilmente intuibile dalla caratteristica forma conica.
Nel 1872 è il grande inglese Edward Whymper che, riconciliatosi con l’avversario Jean-Antoine Carrel, raggiunge la vetta del Chimborazo ed altre importanti vette delle Ande Ecuadoriane: Antisana 5766 m, Cayambe 5840 m, Cotocachi 4966 m e Carihuairazo 5106 m. Whymper salì anche il Cotopaxi 5897 m, che è invece vulcano attivo. Il Cotopaxi è una montagna assai bella ed elegante, un cono perfetto ricoperto di neve e di ghiaccio: va ricordato che è appunto il vulcano attivo più alto del globo.
Le Ande Peruviane e Boliviane
Ma se vogliamo incontrare montagne e pareti degne di quelle alpine ed himalayane dobbiamo discendere fino in Perù, dove alcune «cordillere» formano una serie spettacolare di vette arditissime, sovente superiori per eleganza e bellezza a quelle himalayane, un po’ più tozze e massicce. Sono soprattutto quattro cordigliere peruviane che hanno attratto gli alpinisti: la Cordillera Bianca, la Cordillera di Huayhuash, la Cordillera di Vilcabamba e quella di Vilcanota.
La più celebre ed anche la più bella ed ardita è sicuramente la Cordillera Bianca, costituita da rocce granitiche le quali conferiscono alle vette un aspetto straordinariamente elegante.
Seguire tutta la cronistoria dell’esplorazione andina è pressoché impossibile e d’altronde ne risulterebbe solo un elenco di nomi e di fatti. Bisogna ricordare soltanto che l’esplorazione della Cordillera Bianca ebbe inizio intorno al 1900, ma fu soltanto a partire dal 1940 che si iniziò la vera e propria conquista di queste montagne. D’altronde la difficoltà estrema di certe creste e di molte pareti glaciali richiedeva e tuttora richiede una perfetta conoscenza delle più moderne tecniche d’arrampicata ed una condizione interiore ottenibile solo da alpinisti che si siano cimentati con successo sulle più dure pareti alpine. A parte l’Huascarán, che con i suoi 6768 metri è la più alta vetta della Cordillera Bianca e che ha una via normale di salita abbastanza facile ed accessibile, tutte le altre vette della Cordillera non hanno facili versanti di salita. Anzi, a differenza di molte vette himalayane dove la prima salita si svolse sul più facile versante della montagna, le prime ascensioni di molte vette delle Ande Peruviane si svolsero sì lungo il versante più abbordabile, ma offrirono comunque difficoltà di ordine estremo sia su ghiaccio che su roccia. Ciò può dare un’idea di quanto queste vette siano ardite e difficili da ogni versante. La conquista di una vetta in questo settore della Cordillera è già di per sé un’impresa eccezionale. Solo in questi ultimi anni, infatti, l’esplorazione si è fatta più metodica e si comincia a dare l’assalto sistematico alle creste e alle pareti che ancora sono inscalate, su vette che già sono state salite in precedenza. In questo senso le Ande rappresentano un fantastico terreno di gioco per il futuro, in quanto ancora moltissimo resta da fare per gli alpinisti che amano le scalate di estrema difficoltà su ghiaccio. Invece per gli amanti della conquista di vette vergini ormai sulle Ande nulla di veramente importante resta da salire.
Spedizioni di ogni Paese europeo si sono cimentate sulle vette della Cordillera Bianca, ma comunque tra i più assidui frequentatori di queste montagne dobbiamo ricordare i francesi, gli italiani e gli austriaci.
Simile alla Cordillera Bianca, è quella di Huayhuash, per certi versi ancor più ardita ed elegante. Tutte le sue cime sono assai difficili e non offrono versanti di difficoltà moderata. Non per nulla la sua esplorazione è piuttosto recente ed è stata attuata da alpinisti di straordinario valore, come Toni Egger, Walter Bonatti e Reinhold Messner. Anche qui gli alpinisti, conquistate le vette principali, ormai si rivolgono alla ricerca di problemi sulle creste e sulle pareti ancora da scalare.
Anche il settore boliviano della Cordillera si presenta con una serie di vette imponenti e ghiacciate, come l’Illampu 6650 m, il Condoriri 6109 m, lo Huayna Potosi 6196 m ed il celebre Illimani 6457 m, la più alta vetta della Bolivia, che domina la città di La Paz posta a 3630 metri. Il settore boliviano della Cordillera è ancora più selvaggio e desertico di quello peruviano ed è caratterizzato da immensi altopiani che si estendono per centinaia e centinaia di chilometri. Anche se l’Illimani fu vinto nel 1898 dall’inglese William Martin Conway e l’Illampu nel 1919, l’esplorazione delle Ande Boliviane è avvenuta con un po’ di ritardo rispetto a quelle Peruviane.
D’altronde gli alpinisti si sono sentiti più attratti dall’aspetto straordinario delle cime della Cordillera Bianca.
In anni più recenti invece sono state molte le spedizioni che hanno operato nelle Ande Boliviane (molte anche italiane) ed hanno effettuato ascensioni anche di notevole difficoltà su vette che già erano state salite dal versante più facile.
Le Ande Argentine – L’Aconcagua
Nel territorio argentino e cileno la catena andina assume un aspetto più arido e desolato ed anche le cime sovente hanno l’aspetto di ammassi enormi di detriti, a volte ricoperti dalla neve e dal ghiaccio.
Fanno eccezione alcuni «colossi» come il Mercedario 6670 m, il Tupungato 6550 m e l’Aconcagua 6959 m, la montagna per antonomasia del Sudamerica ed anche la vetta più alta del continente. L’Aconcagua fu salito per la prima volta nel gennaio 1897 dalla guida di Macugnaga Matthias Zurbriggen, da solo. La via normale non presenta alcuna difficoltà alpinistica, ma è assai faticosa per le difficoltà di respirazione date dalla quota elevata e dai fattori precedentemente esposti. Inoltre un improvviso mutamento del tempo può rivelarsi veramente drammatico nella parte finale dell’ascensione: non per nulla alcuni alpinisti hanno perso la vita proprio perché sorpresi da bufere di violenza inaudita nei pressi della vetta. Comunque oggi sono stati costruiti alcuni rifugi che facilitano la marcia verso la vetta.
Ben diverso è il discorso per la parete sud della montagna. Alta quasi 3000 metri, vasta ed immensa, con grandi ghiacciai sospesi che poggiano su barriere di roccia friabilissima (conglomerato ed arenaria), la parete sud dell’Aconcagua è certamente una delle più difficili e complesse del mondo. Nel febbraio 1954, dopo sette giorni d’arrampicata e sei bivacchi in parete, essa fu vinta in stile alpino da una spedizione francese formata da Lucien Berardini, Adrien Dagory, Pierre Lesueur, Robert Paragot, Guy Poulet ed Edmund Denis. La scalata fu durissima: furono superati muri di ghiaccio in arrampicata artificiale, pareti di roccia pericolosissime ed instabili, si dovette bivaccare su terrazzini senza la protezione della tendina. L’impresa è da annoverare come una delle più straordinarie realizzazioni dell’intera storia dell’alpinismo, sia per le difficoltà superate in quota, sia per lo stile con cui venne condotta. Ma la vittoria fu pagata a caro prezzo: quasi tutti i membri della spedizione dovettero subire atroci amputazioni agli arti inferiori e superiori, a causa dei congelamenti riportati durante la fase finale della salita.
Un’altra via, sempre di estrema difficoltà, è stata aperta sulla parete da una spedizione altoatesina guidata da Reinhold Messner nel gennaio 1974. Dalla quota di 6100 metri, raggiunta in collaborazione con gli altri alpinisti (Konrad Renzler, Jörgl Mayr, Jochen Grüber, Ernst Pertl, Oswald Ölz), Messner ha proseguito in scalata solitaria fino alla vetta, realizzando uno dei molti exploits d’eccezione che lo hanno confermato come il migliore alpinista dei nostri giorni.
Il fascino selvaggio della Patagonia
Posta all’estremo lembo meridionale del continente sudamericano, la Patagonia è una terra selvaggia e feroce, un Paese dal fascino straordinario dove la solitudine, gli spazi immensi ed il vento regnano indisturbati. In questa terra la catena andina si abbassa gradatamente prima di immergersi nel mare e le vette si portano dapprima sui 4000 metri e poi via via scendono fino ai 2000 metri del Monte Sarmiento, l’ultima vetta posta tra i ghiacci e le acque all’incontro tra l’Oceano Pacifico e l’Oceano Atlantico. Ma non si creda che la quota non molto elevata possa dare a queste montagne un vantaggio di facilità rispetto ad altre più elevate. Soprattutto nel fantastico Gruppo del Fitz Roy, dove sicuramente vi sono le montagne più ardite e difficili del globo intero, le condizioni ambientali sono durissime ed una spedizione che agisce su queste montagne ha scarsissime possibilità di successo. I venti umidi che si vanno formando sul Pacifico giungono a velocità pazzesca, in quanto non incontrano alcun ostacolo sul loro cammino, e vanno a cozzare a 120 o anche a 150 chilometri orari (ma si sono registrare velocità anche superiori) contro le vette granitiche delle Ande Patagoniche. Qui l’aria umida del Pacifico incontra le fredde correnti atlantiche con il risultato che costantemente si scatenano uragani impressionanti, con cadute di neve copiosissime. Inoltre la neve umida e bagnata, a causa delle correnti fredde si «incolla» letteralmente alle pareti rocciose anche più verticali e strapiombanti, formando costruzioni glaciali di una bellezza indescrivibile, veri e propri «funghi» di neve e di ghiaccio, terrore e disperazione degli alpinisti impegnati in una scalata. Un improvviso rialzo di temperatura, in questi casi, può generare una catastrofe, in quanto la neve aderisce solo per il gelo alle levigatissime placche granitiche. Con il rialzo di temperatura si originano valanghe enormi e slavine che spazzano rovinosamente le pareti.
Una spedizione in Patagonia è un’esperienza durissima e richiede all’alpinista un complesso di doti psicofisiche eccezionali. Più che altro qui contano la pazienza, il saper attendere giorni e giorni chiusi nelle umide grotte di ghiaccio mentre il frastuono del vento assordante impedisce il riposo, la tenacia, la capacità di soffrire, la resistenza fisica. L’alpinista argentino Lito Tejada Flores, profondo conoscitore della Patagonia, in un suo scritto, ebbe a dire che «queste montagne o conducono gli uomini alla morte o li trasformano in filosofi». Molti alpinisti hanno giurato di non tornare mai più in Patagonia, eppure molti di loro sono tornati ancora, attratti dal fascino strano ed indescrivibile di questa terra. Le grandi ed immense pianure, aride e desolate, sferzate dal vento, il cielo sempre cupo e del colore del piombo, le grandi masse di nubi che si arricciano sulle creste dei monti, il vento feroce che improvviso lacera il cielo e scopre lembi di un blu introvabile altrove, che mette a nudo le torri scintillanti di ghiaccio, le sere passate accanto al fuoco sulle rive dei laghi cupi e profondi: una terra dove non esiste la via di mezzo, una terra dove regnano i contrasti più esasperati, dove ancora si può vivere l’avventura nel senso più puro e genuino della parola.
È ancora Lionel Terray, che con Guido Magnone nel 1951 conquistò il Fitz Roy, a parlare: «Nella mia vita ho visto innumerevoli vette, ma nessuna di loro mi è parsa così bella e così inaccessibile come quelle della Patagonia. Oggi, quando nel quieto tepore della mia casa lascio vagabondare la mia fantasia e mi soffermo su tanti ricordi, i picchi granitici della Patagonia mi appaiono così selvaggi, così fantasticamente arditi che a stento riesco a convincermi che queste immagini non siano frutto del sogno di un pazzo».
In effetti il gruppo del Fitz Roy si presenta come un castello di guglie granitiche affilate come coltelli, incrostate di ghiaccio e caratterizzate da enormi placche di roccia compattissima, solcate unicamente da sottili crepe e da incisioni che procedono per decine e decine di metri. È forse ciò che l’alpinista immagina sempre nei suoi sogni visto tradotto in realtà. Ma purtroppo queste montagne sembrano essere gelose della loro bellezza quasi perfetta e selvaggia e si difendono assai bene dagli assalti degli alpinisti. Molte spedizioni non solo non sono riuscite nei loro intenti, ma a causa delle pessime condizioni meteorologiche non sono neanche riuscite a portarsi agli attacchi delle pareti!
Non per nulla i problemi rimasti insoluti sono ancora moltissimi, ma… «pochi sono gli alpinisti che intendono rischiare il tempo ed il denaro necessari in una spedizione in Patagonia. È un fatto che su tre mesi di permanenza in queste zone ci si può considerare fortunati ad avere una settimana di bel tempo (Doug Scott, Le Grandi Pareti)».
Una immensa landa ghiacciata, detta appunto lo Hielo Continental, separa verso sud le due catene principali della Patagonia e molte sono ancora le vette da salire in questa zona. Ma la traversata dello Hielo Continental è già di per sé un’avventura di prim’ordine, degna delle esplorazioni polari.
Come si è detto il gruppo principale è quello del Fitz Roy, che culmina appunto con la vetta di tal nome a 3374 metri. Prima di passare alla storia alpinistica vera e propria dobbiamo ricordare i viaggi e le esplorazioni che padre Alberto De Agostini effettuò in tutta questa regione. Gli alpinisti si trovarono poi molto avvantaggiati dalle notizie che De Agostini diffuse nei suoi scritti.
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L’escalade dans les pays lointains, oui ;
mais on y va à pied et à la nage (si nécessaire) !
cela fait un bon entrainement et on ne pollue pas la planète !
LA zona di Tamanrasset è stupenda e consigliatissima a chi voglia divertirsi con una cifra ragionevole. Ci abbiamo aperto una manciata di vie nuove nel 2023, ma va detto che la situazione geopolitica non è ancora proprio rosea. Non drammatica, ma la svizzera è più sicura. Anche se il posto probabilmente più bello è il Mali, nella speranza che torni accessibile e la smettano di ammazzarsi in nome della religione…