Metadiario – 256 – Ischgl, la Ibiza delle Alpi (AG 2004-001)
Il mio primo compito di tutte le mattine era quello di dare da mangiare ai gatti ma non al cane, prima di traversare tutta la casa e accedere al mio studio, dove accendevo il computer. Poi tornavo in cucina a prepararmi un beverone a base di nescafè. Dopo un po’ si alzava anche Guya e a lei spettava l’urgente incombenza di portare fuori Pelucco ai giardini di piazzale Baracca. Questo slargo è all’inizio di corso Magenta, quello che porta diritto a Santa Maria delle Grazie. Lei di solito usciva in stato comatoso e, se era inverno, rientrava infreddolita anche se coperta come si doveva. Finalmente allora ci potevamo salutare e preparavamo la colazione. Anche Pelucco poteva finalmente spazzolare la sua ciotola.
Una mattina, forse era un po’ più tardi del solito, tipo le nove, Guya rientrò ridendo in modo del tutto anomalo.
– Sapessi cosa mi è successo… avevo appena fatto entrare Pelucco nella sua aiuola dedicata che mi si avvicina una tipa, una biondina slavata, che sorridendo mi chiede farfugliando in inglese qualcosa relativo a una “last supper”… Dapprima io le chiedo di ripetere la domanda ed effettivamente quella mi ripete “last supper”. Mi dicevo: “Ma perché questa mi sta chiedendo cosa ho mangiato ieri sera?”. Quella intanto si sbracciava per indicarmi qualcosa di molto grande… già non è che l’inglese lo so così bene, in più a quest’ora sai che connetto poco. Sai cosa voleva sapere? Dov’era l’Ultima cena…
– Già, quella di Leonardo – dissi io scoppiando a ridere.
L’11 gennaio 2004 tornammo ai Corni di Canzo, questa volta debitamente innevati. Ma non eravamo solo noi quattro, c’erano anche Giovanni Alfieri e Giovanni Sicola con sua figlia Costanza. Scegliemmo di salire alla cima del Corno di Canzo Occidentale per la cresta ovest. Guya e Costanza si fermarono prima che l’itinerario si raddrizzasse, noi invece proseguimmo fino a raggiungere un pronunciato canalone che ci portò sulla cresta ovest. Dopo l’intaglio (chiamato Passo della Vacca) raggiungemmo la vetta, con gran piacere di tutti. Perché quando si sale una cima ricoperta di neve è sempre bellissimo.
Nel weekend del 24 e 25 gennaio approfittammo dell’invito di una compagna di scuola di Petra, Nicoletta Del Tedesco, per andare a Valtournenche nella casa del padre Gianni. Fu un soggiorno molto piacevole, anche se dedicato esclusivamente allo sci di pista. Ma il tempo era bellissimo e andammo su e giù per le piste lisciate fino all’esaurimento. Ad un certo punto, sopra Cervinia, mi accorsi che Petra (dodicenne) non era con noi. Date le varie possibilità di discesa, decidemmo di dividerci. Gianni e Nicoletta sarebbero rimasti lì nei pressi di una baita-ristoro, mentre Elena ed io scendemmo al presumibile arrivo della varie piste, nel casino di Cervinia. Per telefono Gianni mi avvertì che la Petra era poi arrivata: si era accorta di averci perso, aveva aspettato per un po’ ferma dov’era, nel caso che noi fossimo dietro, poi si era decisa a scendere. In ogni caso una bella botta di adrenalina…
Nell’ambito dei lavori per Kappatre Comunicazione Katja era riuscita ad avere il contratto con l’ufficio del turismo di Ischgl, una delle località tirolesi di maggior successo sciistico. Il primo viaggio familiare lo facemmo dal 7 al 14 febbraio. La Paznauntal, la valle tirolese del Silvretta, al sole dell’inverno ci apparve come un’isola per buongustai della montagna di un certo tipo, un paradiso all’odore del legno ben stagionato dei fienili, apprezzato semisdraiati su una delle caratteristiche panchine collocate ad arte nei punti più belli. Sapevamo di “favolosi” aprés ski che a chiunque riescono a ritmare la memoria dei fine pomeriggio invernali.
Già dalla prima sera Ischgl ci apparve come una piccola isola di luci e ricordi che negli echi dei racconti diventava una moltiplicazione di suggestioni, ritrovi e locali, storie di vip del bel mondo da 50 anni ad oggi. Rivissute poi da designer e pubblicitari tedeschi che andavano là tutti gli anni ad applaudire i concerti di rockstar come Tina Turner, Elton John e Peter Gabriel.
A 1377 metri di altezza, poco a nord dell’Engadina, Ischgl era ed è molto amata e famosa in tutta Europa. Questo nome così difficile da pronunciare per gli italiani era invece garanzia di qualità totale per i più esigenti appassionati della montagna godereccia, una montagna che accanto a gare atletiche come l’annuale Ironbike, una specie di massacrante maratona per bici da montagna, offriva agli amatori la possibilità di farsi coccolare in uno degli alberghi a 4 o 5 stelle.
La Silvretta-Arena era uno dei paradisi dello sci, con i suoi oltre 40 impianti di risalita e più di 200 km di piste, dalle gobbe pure alle facilissime blu, un vero e proprio “place to be” dove il piacere era esibito senza alcun rispetto per le vecchie idee di una montagna spartana e parca. Qui alla fine della pista la gente si stordiva, scarponi da sci ai piedi e il martini-vodka in mano, in tre o quattro locali che pompavano musica facendo a gara a chi la produceva più alta, ammiccando a tutti i peccati possibili dopo le discese “immacolate”…
Nel 2004 ancora poco conosciuta in Italia, l’area sciistica di Ischgl era considerata una delle più prestigiose delle Alpi intere. Il luogo per chi voleva sciare intensamente di giorno e divertirsi di notte, abbinando uno stile di vita sportivo e mondano con tutti i lussi di una vacanza invernale di alto livello.
Tanto per dare qualche numero, nel 2004 la Silvretta-Skiarena, con tre ovovie, due funivie, 21 seggiovie e 16 ski-lift, rientrava in assoluto fra i comprensori sciistici più grandi delle Alpi. L’intera area sciistica si trova ad un’altezza superiore ai 1400 m e il 90% delle piste sono situate tra i 2000 e i 2872 m.
Anche gli appassionati di snowboard trovavano piste perfette, stupendi pendii a grande inclinazione da discesa ed il Boarders’ Paradise, il più grande funpark europeo registrato.
D’estate sarebbe stata gente sempre nuova quella che cavalcava su moto più o meno rombanti l’Hochalpenstraβe, la strada panoramica che unisce la Paznauntal a Montafon, traversando la zona settentrionale del gruppo del Silvretta. Non sono questi gli appassionati di montagna, ma se quella gente andava lì ci sarà stato il suo bravo motivo.
Al mattino incrociavamo parecchi sportivi mattinieri nelle vie animate di Ischgl: che invece di primo pomeriggio vedevano l’incerto risveglio dei nottambuli del Coyote Ugly. Quelli erano i ritmi di Ischgl, e bisognava conoscerli.
D’estate la Silvretta Arena era a misura di bici. I fanatici della due ruote avrebbero arrancato, espulso tossine a fontanella ma senza demordere, sapendo ostinati che il vento asciuga rapidamente il sudore. L’itinerario più famoso è lo Schmugglertour, il «giro dei contabbandieri» che collega Ischgl a Samnaun, un paesino in territorio svizzero che, come la nostra Livigno, permette acquisti con agevolazioni fiscali. Lo Schmugglertour concede molte varianti, adatte anche al percorso a piedi: qui due sportivi ben diversi, il camminatore e il ciclista, agli antipodi per l’abbigliamento e per la velocità, trovavano un terreno comune, quello subito sotto alle nevi e alle rocce del Silvretta, campo in quota per ascensioni più alpinistiche.
Ma in genere, anche oggi, è un pubblico di adulti quello che predilige Ischgl, quello che vuole respirare lo stile di vita internazionale, tra bei negozi e wellness in relax, che è lo spirito stesso di Ischgl. Noi non correvamo il rischio di farci tentare…
Lontani dall’estivo scorrazzare dei centauri e riluttanti al passeggiare mondano, non facevamo fatica a goderci la Silvretta Arena con la sua enorme ragnatela di piste perfettamente innevate. Siamo riusciti anche in quel casino a trovare un nostro stile di vita, rilassante e spensierato.
Del resto a Ischgl e dintorni aveva sciato Ernest Hemingway con elegante tecnica a telemark. La disciplina, tornata in auge nelle Alpi era in rinascita anche lì e vedevamo tanti appassionati della curva inginocchiata, anche se per praticare questa disciplina forse sarebbe stato meglio aspettare la primavera e uno spettacolare manto di “firn”.
Mi fecero conoscere Rudolf Walser, Stefan Wolf per parlare con loro di fuoripista e di scialpinismo. Il primo giorno di sciate mi capitò ancora di perdere una figlia, questa volta Elena (9 anni). Improvvisamente Petra ed io ci rendemmo conto che non era più con noi. Evitai di telefonare a Guya per sapere se per caso era arrivata alla fine delle piste, più che altro per non allarmarla inutilmente. Passarono un bel dieci minuti di angoscia, lì nel bel mezzo di una pista, prima di ricevere un colpo di telefono. La bambina si era rivolta a una coppia di olandesi simpatici e gli aveva chiesto “Do you spek english?”. Questi le avevano sorriso, non potevano credere che quelle treccine bionde avessero bisogno di loro. “Yes, of course”. “Please, telephone Papi”, ovviamente facendo il gesto di telefonare. Quelli le porsero sorridendo il cellulare chiedendole anche come si chiamava. Lei fece il mio numero e quando la sentii persi subito le staffe, allorché mi chiese da che parte doveva scendere. “Elena, come posso dirti da che parte scendere se non so dove sei…? Comunque tu scendi, vedrai che arrivi dove devi arrivare, non c’è un altro arrivo”.
Chiusi la conversazione dicendole di ringraziare i due sciatori molto da parte mia, poi con Petra mi precipitai alla fine delle piste per precederla comunque. In fondo c’era Guya che si godeva l’ultimo sole: si accorse subito della mancanza di Elena. “Arriva, tranquilla, arriva!”.
Dopo un buon cinque minuti di ansia finalmente la vediamo arrivare, da sola: agitava le braccia per farsi riconoscere, ma io l’avrei riconosciuta tra diecimila altre bambine…
Tutto bene quello che finisce bene… a quel punto ci raccontò com’era andata. Nel frattempo la musica dell’après ski era diventata talmente ossessiva, nell’ombra del fine pomeriggio senza più il sole, da costringerci ad entrare nella bolgia per vedere da vicino. Ballammo anche noi, in mezzo a un centinaio di scatenati. C’erano anche tre cubi sui quali danzavano tre belle ragazze non propriamente vestite da sci, in costume un po’ discinto che ricordava, molto da lontano, la tradizione tirolese. Ogni tanto qualcuno porgeva loro qualche banconota e quelle sorridendo mettevano il denaro tra la pancia nuda e la minigonna.
Commento di Elena: “Papi, domani vengo anch’io con i miei vestiti tirolesi così magari qualcuno mi dà dei soldi…!”.
Nessuno allora poteva sapere quello che sarebbe successo sedici anni dopo. Ischgl nel febbraio 2020 diventò un focolaio di diffusione del CoViD-19 non perché il luogo avesse caratteristiche particolari ma perché, pare, diversi funzionari (in seguito incriminati) non avevano chiuso il sito con la prontezza necessaria nonostante i precisi ordini del governo austriaco. La stessa cosa sarebbe successa subito dopo a Courchevel, in Francia.
Il 20 marzo con Marco Milani, Matteo Pellegrini e Stefano Pagani andammo alla Corna di Medale per salire la via dell’Anniversario, una via che arrivava al 6b ma che purtroppo già allora era abbastanza unta. Non la feci bene, ma fu ugualmente, in quel momento, una salita di grande soddisfazione.
Ancora con Marco andai il 4 aprile alla Bastionata Sud del Resegone, dove invece che impegnarci su una via di tre o quattro lunghezze, salimmo il primo tiro di Marinando, poi quello di CAI Lissone e infine quello di Aspettando il Sole. Solo al pomeriggio, con il sole che scaldava finalmente anche il versante ovest, salimmo una bella via di tre lunghezze, Lele Rock alla Torre Elisabetta, poco sopra al Passo del Fò. La via non risultava essere molto frequentata. La roccia era decisamente buona e riservava una bella arrampicata per muri verticali ben provvisti di tacchette. L’attrezzatura non era entusiasmante, specialmente nella prima parte della via, dove sentimmo il bisogno di qualche protezione in più, friend e nut.
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In una delle mie rarissime puntata su facebook, mi sono imbattuto in questa recente richiesta di un inglese appena arrivato al Setrière:
Ehi, siamo un gruppo di 4 inglesi appena arrivati in resort. Dov’è buono per apres ski con musica dal vivo? Qualche bar happy hour? Inoltre c’è un posto dove puoi nuotare all’aperto? Abbiamo visto la piscina pubblica chiusa. Qualsiasi consiglio sarebbe molto apprezzato!
Certo che se c’è gente che viene sulle Alpi d’inverno NON per sciare ma per gli happy hour e nuotare all’aperto (?!?), significa che le stazioni sciistiche ormai sono tutto tranne che… stazioni sciistiche. Vent’anni fa Iscghl anticipava il trend.
Sempre interessanti questi racconti.
Anche se trovo ingenuo pensare ancora oggi che il Covid si sia propagato da Ischgl, da Viggiù, da Bergamo o da Vò Euganeo, perché lo diceva la televisione.
Quando arriva l’influenza autunnale mica ci fanno ‘sti pipponi propagandisti.
Domanda: al Coyote Ugly c’è la possibilità di infilare banconote da dieci dollari tra poppe e reggiseno delle ballerine oppure sotto le loro mutandine?
P.S. Agnese, non arrabbiarti: chiedo per un amico.
Più che la mitica pista da bob di Ischgl, che pare una delle più prestigiose e storiche piste in ghiaccio naturale (di lei si narra che sia tutta in pieno nord: brrr!), penso che ad attirarmi lì potrebbe essere la possibilità di “farmi del male, con un salto al Coyote Ugly. Vista la foto, ci deve esser proprio un bell’ambientino… molto cannibalesco!
Gogna a Ischgl.
Tu quoque? 😀 😀 😀