La difficoltà di “farsi capaci” di quello che stiamo vivendo

Il problema è prendere la misura della “cosa”. Fuoriesce, non riusciamo a contenerla, a farla nostra, a tradurla in un’esperienza sensata.

La difficoltà di “farsi capaci” di quello che stiamo vivendo
di Massimo Adinolfi
(pubblicato su huffingtonpost.it del 29 novembre 2021)

Sometimes you just need a second to process everything

Il nemico è il virus. Però “nemico” è un concetto politico, maneggiato di solito da militari, storici, scienziati e filosofi della politica, mentre di “virus” si occupano per lo più medici e biologi: non è solo un impaccio linguistico, o un bisticcio concettuale. È la più semplice evidenza di quanto sia difficile prendere la misura della cosa.

Foto: Peopleimages via Getty Images

Di quale cosa? Di quello che sta capitando, da quasi due anni a questa parte. Pensate a cosa significherebbe anche solo perdere il nome – pandemia da CoViD-19 – e doverne parlarne proprio così, come de «la Cosa». Di colpo, ci sembrerebbe di precipitare in un film dell’orrore. E in effetti un film dell’orrore con questo titolo c’è: The Thing, di John Carpenter, del 1982, e guarda caso ruota intorno a una forma di vita parassita, capace di continue mutazioni, che minaccia di infettare l’intero pianeta. Se però c’è una cosa che in genere ha un lieto fine sono i film dell’orrore (alla fine, purtuttavia, bisogna arrivarci): vale per il film di Carpenter e vale pure per la pandemia che stiamo attraversando, nonostante la variante Delta e la nuova variante Omicron. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, comunque, le ha dato un nome, ed è già un passo avanti.

Ma è su questa storia dei nomi e dei concetti che volevo soffermarmi, non su incubi e spaventi e orrorifiche storie da nessun luogo. Quando Carl Schmitt, nel saggio forse più influente di teoria politica del Novecento, propone una definizione di “nemico”, non ha in testa lo smog, le polvere sottili o i pesticidi: “Nemico è solo un insieme di uomini che combatte”, scrive. Nemici sono gli uomini, non i virus, non gli animali e neppure gli dei. A Schmitt, che era un giurista, premevano anzitutto le distinzioni: nella sua dottrina, il concetto di nemico doveva assicurare la chiarezza della contrapposizione polemica, per cui bisognava tenere il nemico distinto essenzialmente dall’avversario, dal concorrente e da ogni generica forma di ostilità. Si combatte contro molte cose, ma si combatte politicamente – fino, nel caso estremo, alla guerra – solo con il nemico.

Nulla di tutto ciò ci riguarda, nella lotta contro il virus. Però noi scivoliamo subito nella personificazione: ci viene più facile. Aiuta a identificare, motivare, mobilitare. Non a capire, però. In un libro recente, “Noi, esseri ecologici”, di Timothy Morton, mi imbatto in queste parole: “Ci troviamo nel bel mezzo di eventi traumatici e tremendamente disorientanti come il riscaldamento globale e l’estinzione di massa, e non abbiamo uno straccio di idea di come vivere ciò”. Non uno straccio di idea. In verità, non sono sicurissimo che ci troviamo nel bel mezzo di un’estinzione di massa (vorrei dire: per fortuna), ma si capisce bene, perlomeno, perché Morton metta in corsivo la parola “vivere”. Corrisponde infatti a ciò che prima dicevo della difficoltà di prendere la misura delle cose, o anche – con un’espressione che alle mie orecchie suona quasi dialettale, ma rende l’idea – di “farsi capace”. Cioè rendersi davvero conto di quel che accade. Quando non ci riusciamo, non ci capacitiamo, ed è proprio come per i contenitori di cui misuriamo la capacità: la cosa fuoriesce, non riusciamo a contenerla, a farla nostra, a tradurla in un’esperienza sensata (ci sono un altro paio di parole importanti, nella proposizione, ma ve le dico dopo).

Morton sta parlando non della pandemia, ma della crisi ecologica del pianeta (è il 2018), in una chiave, peraltro, che non è particolarmente rassicurante, visto che coinvolge tutta la storia umana dalla svolta mesopotamica a oggi: qualcosa come dodicimila anni circa. Ma non è questo il punto: il punto è se la taglia dei nostri concetti sia adeguata all’esperienza che stiamo compiendo. Morton, che è un tipo fantasioso, usa l’espressione “iperoggetto”, per riferirsi a entità non locali, latenti in certe fasi temporali, e produttivi di effetti qua e là. Il caso esemplare è per lui il riscaldamento globale, ma la descrizione funziona benissimo per la pandemia. Siccome non è solo un tipo fantasioso, ma è anche un filosofo, ci aggiunge anche un altro paio di considerazioni forse discutibili, in ogni caso non ovvie. La prima: “Gli iperoggetti hanno inaugurato una nuova fase di ipocrisia, di debolezza e di instabilità”. Ipocrisia significa che ci piacerebbe trattare gli iperoggetti come più familiari oggetti, di cui conosciamo contorni e dimensioni, e che riusciamo senza difficoltà a incasellare nelle nostre abituali ontologie: questo è un oggetto scientifico, quell’altro, per esempio, è un oggetto estetico, di quell’altro ancora si occupa il politico e così via. Non sempre è possibile, non sempre funziona, non sempre le distinzioni reggono. Debolezza significa che c’è distanza fra il fenomeno e la cosa, ossia che il regime di visibilità dell’iperoggetto è perlomeno inconsueto, e scombina le nostre abitudini percettive. Morton mi perdonerà se mi accontento di semplificare, anzi di stravolgere la sua idea e di pensare alla mascherina, che oltre a essere un’indispensabile misura di protezione è anche una potente risignificazione del nostro volto. Siccome sono filosofo anch’io, qui continuerei con un’espressione deleuziana di questo tipo: volto che a causa della mascherina entra in una zona di indiscernibilità con la faccia. Cioè, in soldoni, perde identità. Ma mi sto allontanando troppo dalla comfort zone del sapere scientifico, sento già le rampogne, e perciò non insisto. Instabilità, infine, significa che, a cospetto dell’iperoggetto, ci sentiamo maledettamente più insicuri. E questa, scienza o non scienza, si capisce benissimo, senza bisogno di aggiungere nulla.

Manca la seconda considerazione di Morton, però, che è quella più interessante, se non altro perché ci riporta al problema da cui siamo partiti. L’iperoggetto, sostiene il filosofo americano, abolisce “la possibilità di un metalinguaggio che possa dar conto delle cose rimanendo al tempo stesso incontaminato, cioè non lambito dalle cose stesse”. Il che in breve significa che la pandemia produce i suoi effetti pure sul linguaggio, che ne viene infettato. Ora, so bene che in cima alle preoccupazioni delle autorità sanitarie non ci sono le parole e i nomi. Ma di nuovo, fate l’esperienza, togliete parole e nomi, togliete alle cose la buccia del linguaggio: se non precipitate sul set del film di Carpenter, vi accorgete comunque che cambia completamente lo scenario.

Non è la prima volta, in realtà, che la cultura umana si trova assalita dalla realtà e costretta ad annaspare, a inventare nuovi sensi, a impiegare nuovi attrezzi concettuali per delineare nuove prospettive. È, anzi, quel che sempre capita quando ci si trova davanti a eventi traumatici: ecco le parole della proposizione di Morton, prima citata, che fanno al caso nostro. In realtà, l’espressione è persino ridondante: un evento è sempre traumatico, un trauma è sempre un evento. Ad ogni modo, le parole vengono dopo e inseguono. Ed è quello che proviamo a fare, stiracchiando vecchie terminologie, adoperando immagini o metafore più o meno consuete, inoltrandoci poco a poco in uno spazio d’esperienza del tutto inedito. Facendoci capaci, insomma, per quanto si può, e si deve. “Humanum sum”, diceva il poeta Terenzio, ma imbrogliando le sue parole io proseguirei così: e niente è più umano che misurarsi con l’alieno, cercandovi un senso.

Un’ultima cosa. Questa ricerca la conduciamo tutti, individualmente e, a volte, collettivamente, con maggiore o minore fortuna. Ma in tanto possiamo farlo, in quanto c’è comunque un tessuto regolare di vita che ci sostiene. Un insieme di pratiche, di leggi, di abitudini, di saperi. Massimo quello scientifico: nessuno vuole qui fare l’elogio dell’ignoranza o, peggio ancora, dell’impotenza. Come insegna l’antropologia, le istituzioni funzionano come riduttori di incertezza: perciò, prima di buttarle a mare, conviene pensarci due volte. Dio ci conservi, dunque, e ci aiuti anzi a migliorare tutta l’impalcatura eretta per fermare il virus. Intanto, la nuova variante è stata isolata, l’Oms l’ha battezzata, la comunità scientifica si è messa subito al lavoro, il Ministero della Salute ha preso i primi provvedimenti. Ma non basta, purtroppo: la discarica di informazioni (copyright by Morton) – lo sperimentiamo tutti i giorni – non ci risolve il problema di come vivere. E il corsivo, è vero, lo mette il filosofo, ma segnala che non è solo una faccenda medica, o biologica. E dunque ci vuole.

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La difficoltà di “farsi capaci” di quello che stiamo vivendo ultima modifica: 2022-07-05T04:51:00+02:00 da GognaBlog

1 commento su “La difficoltà di “farsi capaci” di quello che stiamo vivendo”

  1. 1
    lorenzo merlo says:

    Parlare di distruzione delle basi identitarie in forma filosofica e non come intento politico è gravissimo. È il virus. È l’Huffingtonpost. È il nemico.
    Un po’ come dire che “le mascherine sono indispensabili” tout curt.

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