La mia Nordenskioldsloppet

Questa super gara di sci di fondo in Lapponia svedese, al Circolo Polare Artico, mi ha portato via sei mesi di alpinismo e di arrampicata per potermi preparare decentemente… (Massimo Bursi).

La mia Nordenskioldsloppet
di Massimo Bursi
Fotografie prese dal sito della gara: https://www.nordenskioldsloppet.com/

«Mi dissero: “i tuoi sogni non ti porteranno da nessuna parte”, ed io andai ovunque (Joy Musaj)».

Una gara che risale al 1884
In Scandinavia, in passato, gli sci erano un efficiente mezzo di trasporto.

Durante la sua spedizione in Groenlandia nel 1883, l’esploratore polare Adolf Erik Nordenskiöld lasciò che due uomini del suo equipaggio esplorassero con gli sci le aree interne sconosciute del continente di ghiaccio. Dopo circa 57 ore, i due Sámi originari della zona di Jokkmokk tornarono esausti, dichiarando di aver percorso complessivamente 460 chilometri.

Nordenskiöld riportò l’episodio nel resoconto della spedizione, ma molti lettori faticarono a crederci: coprire una distanza simile in così poco tempo, esclusivamente sugli sci, sembrava semplicemente impossibile.

Per rispondere agli scettici, Nordenskiöld organizzò una gara di sci da Jokkmokk a Kvikkjokk e ritorno: era davvero possibile percorrere 220 chilometri in un solo giorno?

Il 3 aprile 1884 la gara ebbe inizio. Diciotto uomini si presentarono sulla linea di partenza. Dopo 21 ore e 22 minuti, Pavva Lars Tuorda tagliò il traguardo, dimostrando che ciò che molti ritenevano impossibile poteva, invece, diventare realtà.

L’odierna competizione si ispira direttamente a quella storica sfida ottocentesca.

Un’insana attrazione
Anni fa venni a conoscenza di questa gara, ma cercai subito di reprimerne l’idea: non volevo nemmeno sentirne parlare, tantomeno impegnarmi nella sua preparazione. Eppure, ciclicamente, quel sogno tornava a riaffiorare, alimentato da tre concetti che continuavano a ronzarmi in testa: Circolo Polare Artico, la gara più lunga del mondo, la gara più dura del mondo.

Una gara di 220 chilometri – sì, duecentoventi – da completare entro 30 ore. Un richiamo irresistibile. Così, un anno fa, decisi di iscrivermi.

Perché 220 chilometri non sono solo per i professionisti. Sono per i sognatori. Per chi cerca l’avventura. Per chi vuole scoprire fino a dove può spingersi.

Un sogno, un desiderio, un progetto
Tutto nasce come un sogno: vago, lontano, quasi infantile. Poi, lentamente, nella mente prende forma un obiettivo. Il sogno diventa razionale. Misurabile.

Ma un obiettivo resta sterile se non si trasforma in progetto. Il progetto è fatto di allenamenti, piani, attrezzatura, logistica, viaggi e, quando possibile, di compagni lungo il cammino. È la fase meno romantica, ma quella che dà concretezza al sogno.

A colloquio con me stesso
Nonostante gli allenamenti quotidiani – corsa, skiroll, SkiErg e sci non appena possibile – nonostante tredici Marcialonghe e due Vasaloppet alle spalle, pochi giorni prima della partenza avevo paura. Temevo davvero di non farcela.

«Massimo, non è una debolezza. È il passaggio obbligato di chi affronta qualcosa di fuori scala. Temere di non farcela significa solo che stai prendendo sul serio questa impresa.»

Avvicinandosi la gara, il corpo era stanco. La mente non poteva più barare. Per mesi mi ero detto che stavo preparando la gara. Ora era reale. Stavo guardando l’ignoto dritto negli occhi.

«L’impresa non è finire. L’impresa è restare dentro il prossimo passo. Se finirai, bene. Se non finirai, questo non cancella ciò che sei. E quando, tra il chilometro 130 e 170, arriverà il pensiero “Forse non ce la faccio”, ricordati questa frase: “Non devo farcela oggi. Devo solo andare avanti adesso.”»

Questo non è motivarsi. È gestire.

Questa gara non si porta a termine con la forza. Si porta a termine con il rispetto del proprio corpo, con l’adattamento all’ignoto e con la continuità. Ed è questo che ho allenato: da solo, nei lunghi pomeriggi in compagnia soltanto della fatica. Soprattutto a livello mentale.

Non sono un solitario. Non amo allenarmi da solo. Eppure, in questa avventura, mi sono ritrovato solo, con esclusione di diverse uscite con Filippo ed Alessandro. Ma proprio lì ho scoperto che potevo farcela.

Finalmente il colpo di fucile
A Jokkmokk nevica. Mancano pochi minuti alle cinque del mattino. Siamo oltre 500 atleti sulla linea di partenza. Ognuno sistema la sacca dei ricambi, controlla l’attrezzatura, cerca di non raffreddarsi.

Un colpo di fucile. Si parte.

Gli sci scorrono bene. L’aria è ricca di ossigeno: siamo a circa 300 metri sul livello del mare. Il paesaggio nordico di betulle e conifere incanta. Attraversiamo un lago ghiacciato vasto quanto il Lago di Garda.

«Massimo, sei al Circolo Polare Artico.»

Nessun animale. Nessun uccello. Solo il freddo, il respiro e il battito del cuore.

Le basi-vita si succedono regolari. I chilometri scorrono forse troppo velocemente rispetto alle previsioni. Le salite – 1.800 metri di dislivello complessivo – si conquistano metro dopo metro. Due volte superiamo un passo a 430 metri: non era esattamente ciò che avevo ordinato nel menù artico.

La crisi
Dopo 12–13 ore di marcia forzata arriva la fatica vera. La mente smette di chiedersi come arrivare in fondo e inizia a martellare: “E se non fossi all’altezza?”

È una domanda nuda. Senza risposta tecnica.

La parte più dura di questa gara non è la fatica, ma l’intimità: quando non puoi più fingere, distrarti, rimandare. Resti tu, stanco e fragile. E questo spaventa più del freddo, più del vento, più della distanza.

La resilienza mentale
In gare come la Nordenskiöldsloppet si parla spesso di forza mentale. Ma la resilienza non ha nulla a che fare con il serrarsi i denti o con l’andare contro se stessi. Quella è solo resistenza e, prima o poi, presenta il conto.

La resilienza mentale, qui, è un’altra cosa: è la capacità di restare quando tutto dentro di te suggerirebbe di smettere. Restare non nello sforzo massimo, ma nella realtà del momento. A un certo punto la fatica non è più un avversario da battere: diventa un dato di fatto. Ignorarla è inutile, contrastarla è dispendioso. L’unica strada è dialogare con essa.

C’è un momento in cui la gara smette di essere esterna. Non è più lì davanti, sulla traccia battuta: è dentro. La domanda non è più “come arrivo in fondo?”, ma “Sono davvero all’altezza di ciò che ho scelto?”. È una domanda pericolosa perché non ammette risposte tecniche: non la risolvi con una sciolinatura migliore o con un cambio di ritmo. È una domanda identitaria e per questo pesa così tanto.

In quel punto ho capito una cosa semplice: non si può reggere mentalmente una distanza di 220 chilometri. Nessun essere umano lo fa. Nemmeno i migliori. La resilienza non consiste nel pensare in grande, ma nel frammentare l’esperienza: ridurre l’orizzonte fino a renderlo abitabile.

Il prossimo chilometro. La prossima base-vita. La prossima salita. Non è una strategia di fuga: è una strategia di presenza. Quando la mente resta agganciata al passo immediatamente successivo, il carico psicologico diventa sostenibile.

In quelle ore il dialogo con me stesso diventa continuo. Non enfatico, non motivazionale: funzionale. Respiro, sistemo la postura, allineo il gesto al ritmo. Mi parlo come si fa con qualcuno che deve continuare, non come con qualcuno da spronare: “respira”, “rilassa le spalle”, “spingi con le braccia”.

Quando arriva la fatica vera, non la interpreto come un segnale di fallimento, ma come informazione: il corpo sta lavorando. La locomotiva consuma carbone, sì, ma continua ad avanzare. La fatica non è il sintomo della fine: è il prezzo del movimento.

Essere resilienti non significa ignorare il limite, ma riconoscerlo senza farsene schiacciare. La resilienza è fatta di micro-scelte: bere prima di avere sete, mangiare prima di essere vuoti, rallentare prima di rompersi. Non sono segni di debolezza: sono atti di intelligenza adattiva.

Alla fine ho capito che questa gara non si finisce con un colpo solo. Si finisce per continuità. Continuare nonostante tutto, ma non contro tutto. Continuare insieme al corpo, non sopra di esso. La resilienza mentale non è un atto eroico: è una lunga serie di piccoli aggiustamenti invisibili, fatti in silenzio, quando nessuno guarda.

Notte artica
Arriva la notte artica. Nevica di nuovo. Provo a mangiare un piatto caldo di pasta alla carbonara, ma, malgrado la fame, devo lasciarla: sento che lo stomaco si sta chiudendo.

La neve, ghiacciando, diventa veloce. La notte mi avvolge nel cono della pila frontale. Le basi-vita sono tende tradizionali lapponi: una stufa al centro, pelli di renna sulle panche. Un richiamo fortissimo.

«Massimo, resisti alle sirene. Se entri ora, non esci più.»

Delirio di onnipotenza
A cinquanta chilometri dall’arrivo, dopo una telefonata alla famiglia e sotto l’aurora boreale, qualcosa cambia. Una scarica di energia impropria. Un delirio di onnipotenza.

Abbandono il kit di sopravvivenza per andare più leggero. Ora voglio solo arrivare e sentire l’acqua calda sulla pelle.

Nel buio risuonano le parole di Guccini che si rifà ad un brano biblico del profeta Isaia “Sentinella, a che punto è la notte? La notte, udite, sta per finire, ma il giorno ancora non è arrivato, sembra che il tempo nel suo fluire resti inchiodato…”

Durante la notte i volontari delle basi-vita mi chiedono come sto, se ho crampi, vogliono verificare che sia lucido e sono pronti a bloccarmi in caso di problemi cognitivi.

All’ultimo chilometro, una caduta violenta. La pila frontale scivola verso un torrente. La recupero togliendo gli sci. Arriverò alle tre di notte, dolorante, ma intero.

Il giorno dopo
Il sole sorge su Jokkmokk. Con Noel, amico tedesco conosciuto per caso, assisto agli ultimi arrivi.

Michael, un altro amico svedese al settimo tentativo, arriva in tempo, lo sorreggo e piange dall’emozione. Bernardette, madre di tre figli, conclude la gara al terzo tentativo per dimostrare la tenacia femminile scandinava.

Qui capisco davvero cosa significa questa gara. Non è solo una prova sportiva. È un atto umano.

La mia Nordenskioldsloppet ultima modifica: 2026-04-22T05:21:00+02:00 da GognaBlog

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16 pensieri su “La mia Nordenskioldsloppet”

  1. Massimo. Come sai la resistenza regge più a lungo della flessibilità e della forza massimale, destinata inevitabilmente a scendere a causa della sarcopenia. Questo potrebbe anche essere, insieme ad altri ovviamente, uno dei fattori della crescente popolarità delle attività di resistenza. Fasce crescenti di popolazione rimangono attive nelle attività sportive anche ad età una volta impensabili per i non professionisti. In una gara di pura velocità, destrezza o forza non c’e’ partita e magari uno preferisce ingaggiarsi in gare dove magari può ancora fare la sua dignitosa figura. Parlo di gare, contesti nei quali inevitabilmente scatta un po’ di competitività o almeno di confronto che è anche uno stimolo ad allenarsi e mettersi in gioco come hai fatto tu e ad accettare i necessari sacrifici.

  2. Massimo, non è una trappola, penso veramente ciò che ho scritto. Il fatto che non siete abituati a ricevere critiche, o quando succede preferite nascondere la testa come gli struzzi, la dice lunga sulla condizione generale di questa casa di riposo che è il Gogna. Saluti FM

  3. Evito di rispondere a Fausto per non cadere nelle trappole che ama tendere e alle quali non ci casco più.
    Per Fabio Bertoncelli e Roberto Pasini: si è incredibile l’evoluzione della resilienza e degli ultra-trail che si è vista in questi anni. Io ho voluto provare. Non sono giovanissimo, anzi ero uno dei più vecchi.
    Nove mesi prima ho iniziato a correre facendo veramente pena visto che dopo 4 chilometri ero stanco. Ma ho continuato visto che avevo questa storia che mi  stava occupando la mente. Alla fine mi facevo circa 200 chilometri alla settimana fra corsa, skiroll, skierg e sci. Nella mia solitudine ho metabolizzato la distanza e la Nordenkioldsloppet non è davvero una cosa impossibile, anzi. Sicuramente sono stato fortunato con il tempo anche se comunque 6 ore di nevicata continua me la sono beccata.
    Ho trovato tanti sciatori di alto livello, ciascuno con la propria logistica ed attrezzatura sperimentata nelle lunghe sedute di allenamento. Sedute che oggi un pò mi mancano e che ho rimpiazzato con arrampicate.
    Due cose ho imparato la privazione del sonno e la fame.
    Il sonno: prima della gara, alzandosi alle 3 di notte per fare colazione, robusta, sostanzialmente non sono riuscito a dormire per l’emozione e dopo la gara, mettendomi a letto alle 5 del mattino, dopo 22 ore di gara, non riuscivo a chiudere occhio per l’adrenalina in corpo. Quindi ho saltato, senza grossi problemi, 2 notti.
    La fame: hanno stimato che tale gara, considerando anche il freddo, necessita di 20.000 calorie, quello che di solito mangio in 10 giorni! In effetti ne approfittavo per mangiare sempre come un lupo ed evitare la crisi di fame.
    Vi saluto che qui mi chiudono la casa di riposo……..

  4. Ho detto Cicero ma pensavo a Fausto che ama cambiare nom de plume. Forse la stessa persona? Anche sta’ storia …noi saremo vecchi ma un bel nome e cognome quando comunichi con un altro …no eh ? Roba superata dicono, sarà…

  5. Non farti illusioni Cicero. Qui non siamo interessati a emulare la Zanzara di Cruciani, anche se qualche volta ci sono stati degli slittamenti, ma erano tempi emotivamente difficili. Non siamo interlocutori così brillanti come quelli che scova lui, soprattutto a dire il vero proprio nelle regioni dell’Est. Va in Pace fratello, se ti riesce e cercati partner più adeguati di noi. Game over. 

  6. Solite doti da cantore di Bursi, davvero sorprendenti. Fra le righe quintalate di disimpegno occidentale frammiste alla retorica romantica del “sogno” : basta, vi preghiamo di smetterla. Uscite da questo loop? C’è speranza? 

  7. Bertoncelli: i tuoi tempi!!!???
    Anche adesso sono i tuoi tempi, sicuramente vivi cose diverse dagli anni ’70/’80.
    Arroganza: che cosa è stata quella di Benito, Stalin, Mao e altri se non arroganza???
     
    Maleducazione: è stata forse educazione quella di portare un compressore sul Torre???
    Inciviltà: quella dei nuovi cristiani di demolire i templi e sfregiare le statue pagane romane è stata civiltà???
    Prepotenza: quella di deportare schiavi dall’Africa, mandare ragazzi a morire sui reticolati sul Carso, il reparto 101 delle SS e i forni di Auswithz cosa è stata???
    Tutte questa qualità umane sono sempre dilagante.

  8. C’azzeccano. Qualcuno sostiene che la grande diffusione delle attività dove la resilienza viene costantemente innalzata a livelli impensabili è dovuta al fatto che la resilienza è una “virtù” perseguita proprio nelle fasi di decadenza dove i sistemi tendono a collassare e ogni giorno ti può cadere una colonna del tempio sulla testa. Non so se sia valida questa tesi ma non c’è dubbio che negli ultimi trent’anni questo tipo di prove in tutte i campi si è diffuso in modo esponenziale e persegue obiettivi sempre più sfidanti. Sulla decadenza del nostro sistema sociale non sono così pessimista come te, perché non mi va di ripetere i discorsi di mio padre, come se la sua generazione non ne avesse combinate di tutti i colori  ( e pure la nostra se per quello) , ma non c’è dubbio che scricchioli e rumori sospetti si sentono da tutte le parti, quindi migliorare la capacità di “reggere l’impatto” concentrandosi sul qui e ora può essere utile, magari senza fare 200 km. Il buon vecchio Seneca studiato al liceo e rispreso in altri Spazi l’aveva già capito, ma non sono cose che interessano ad un diciottene ne’ allora ne’ oggi. Infatti si torna a rileggerlo qui a Villa Alzheimer cercando di compensare con la lettura i 200 km che non si riescono più a fare.

  9. A questo punto urge sentire l’opinione del diretto interessato: Massimo Bursi.
    Che “ci azzeccano” (lessico dipietresco) i nostri pistolotti sociali ed esistenziali con la sua stupefacente Nordenskioldsloppet?

  10. Ciò che hai scritto è vero: viviamo in un mondo spaventosamente ignorante della nostra storia. E fosse solo quello! L’arroganza, la maleducazione, l’inciviltà, la prepotenza stanno dilagando.
    Era cosí anche ai nostri tempi? Non credo. Vi saranno stati altri difetti, ma non quelli, o almeno non ai livelli attuali.
     
    Però penso pure che ancor prima, nella prima metà del Novecento, il mondo è stato devastato a causa dei fanatismi. E questi ultimi sono nati dall’ignoranza e dal sonno della ragione. Mi sembra inconcepibile, ma accadde davvero.
    E cosí mi domando spesso: le società umane stanno migliorando, seppure lentissimamente? oppure si tratta solo dei cicli della Storia? Mah?!

  11. Lo so Fabio e lo apprezzo, ma spesso mi capita di verificare tanta confusione e ignoranza sul passato in chi non ha vissuto quegli anni. Pensa all’uso che viene fatto a volte di simboli, parole e sigle in modo superficiale. Ho visto persino dei tatuaggi in ragazzi che probabilmente neppure sanno cosa c’è dietro quel simbolo che si sono fatti tatuare per fare magari il figo nel gruppo è con le ragazze. Per questo cerco, quando posso, di mantenere le distinzioni e la memoria. Perché come diceva il filosofo solo nella notte tutte le vacche sembrano uguali e nere, ma con la luce non lo sono affatto. Ciao

  12. Caro Roberto, lo so. 
    Ma il mio umorismo spesso travalica nel surreale.
    In questo mondo cosí misterioso in cui ci siamo trovati a vivere, un sorriso ogni tanto rende piú lieve sopportare le nostre pene di anime che vagano per un po’ di anni non si sa verso dove, non si sa il perché. Non se ne sa nulla.
    Sono fatto cosí. Cerco di difendermi anche cosí.
     
    Buona vita.

  13. Bertoncelli. Boia chi molla e’ uno slogan della rivolta di Reggio il cui leader fu Ciccio Franco, senatore del MSI. Katanga erano chiamati i membri del servizio d’ordine del Movimento studentesco della Statale di Milano. Non avevano nulla a che fare con il servizio d’ordine dei partiti della sinistra parlamentare e del sindacato. Anzi, in alcune manifestazioni ci furono momenti di “franco dissenso” sulla gestione dei cortei, per usare il linguaggio dell’epoca. Così per la precisione delle citazioni. Saluti. 

  14. Grazie ai sorrisi che risveglia sempre Fabio!

    Ho letto con piacere il racconto: tanti dei sentimenti provati dal protagonista sono stati miei durante le gare di corsa.

    Non condivido certamente le ultime frasi: Bernadette ha corso per mostrare d’essere lei stessa tenace in una competizione (mica tutte le donne scandinave sono tenaci, magari mostrano la loro forza in tanto altro); una gara è un atto umano nella misura in cui viene espressa solidarietà, non certo se si compete in piena solitudine.

  15. Duecentoventi chilometri…
     
    Che sa’ da fa’ pe’ campa’ (il Pensatore, Indietro tutta).
    Ciascuno si fa male come preferisce (Fabio Bertoncelli, GognaBlog)
    Boia chi molla!” (Roberto Pasini, Gruppo Katanga ’68)
    “Chi si ferma è perduto” (proverbio italiano, poi Benito Mussolini, poi Totò e Peppino De Filippo)
    Ora o mai piú (Massimo Bursi, sopravvissuto)

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