I silenzi della comunità alpinistica

I silenzi della comunità alpinistica
di Erik Decamp e Blaise Agresti
(pubblicato su Le Dauphiné Libéré il 29 marzo 2026)

Quest’inverno (2026, NdR), già più di 30 persone sono morte in valanghe nelle Alpi francesi, tra cui diversi professionisti (pista-soccorritore, istruttore, guida). Tra loro, nel massiccio del Monte Bianco, un pista-soccorritore e tre trentenni, di cui due della valle di Chamonix.

Questi eventi si inseriscono in una lunga serie di tragedie, spesso avvolte nel silenzio, che da decenni colpiscono i giovani e numerose famiglie. Nell’autunno del 2025, nella stessa settimana, tre insegnanti dell’École nationale de ski et d’alpinisme (ENSA) perdono la vita, uno durante una discesa in corda doppia, gli altri due in auto, e un giovane della valle muore in parapendio.

Erik Decamp (a sinistra) e Blaise Agresti

Questi incidenti hanno suscitato in noi dapprima dei dubbi sulle loro cause, poi delle domande. Anche se non sono della stessa natura, pensiamo che abbiano in comune il fatto di essere i sintomi di una cultura che valorizza l’assunzione di rischi al punto da diventare tossica.

Perché rompere il silenzio?

Perché è difficile accettare che la possibilità di un errore da parte di un esperto trapeli solo sotto forma di vaghe voci, anche dopo il periodo del lutto.

È forse la paura di ammettere che anche i migliori possono sbagliare? Un tabù che impone di non toccare coloro che incarnano l’eccellenza tecnica?

Non si può invocare solo il destino.

Siamo genitori di bambini che hanno tutti perso amici della loro età in montagna. Con i nostri silenzi e una dose di fatalismo, facciamo troppo poco per cambiare queste mentalità.

Viviamo a Chamonix, luogo che concentra la più grande competenza «montana» al mondo, plasma l’immaginario da molto tempo e si dimostra tuttavia incapace di proteggere i propri figli da una cultura del rischio diventata tossica.

Un bambino che vive a Chamonix si trova di fronte alla morte in montagna. Questo trauma è spesso circondato dal silenzio. Ogni bambino se la cava a modo suo: distoglie lo sguardo o cerca di dare un senso a questa morte («è morto vivendo la sua passione»).

Da qui a valorizzare il rischio, incoraggiati dall’immaginario degli «eroi della montagna», il passo è breve.

A tutte le età, gli incidenti dovrebbero essere l’occasione per comprendere meglio come l’incidente possa capitare anche ai più talentuosi. Bisognerebbe, tuttavia, evitare di aggiungere al peso della tristezza quello del silenzio.

In quell’età in cui si formano i modelli, quando una figura che ha suscitato ammirazione per le sue imprese perde la vita in montagna, viene presentata come un eroe vittima del destino.

L’ambiente tace e se qualcuno solleva domande sulle cause dell’incidente, si sente rispondere che non si «infanghi la memoria di un defunto». Eppure, saper rinunciare e comprendere che l’esperienza non protegge dall’errore sarebbe molto utile a questi giovani attratti dall’alta montagna.

Nonostante i loro sforzi, gli attori coinvolti nella formazione faticano a sfondare il muro del silenzio.

In questa catena di responsabilità, l’ENSA, dove vengono formati i futuri professionisti della montagna, occupa un posto particolare.

Questa scuola deve essere il luogo in cui condividere le esperienze, quelle inappropriate, quelle sfortunate e quelle drammatiche. Si stanno compiendo sforzi in tal senso, ma si scontrano con una cultura radicata che lascia in sospeso una domanda lancinante: l’eccellenza tecnica, proprio perché abbagliante, non continua forse ad accecarci?

Deve occupare un posto preponderante o essere in equilibrio con altre qualità altrettanto importanti per formare dei professionisti (sicurezza, diversità, relazionalità, pedagogia… )?

Perché ricostruire la nostra concezione del rischio?

Queste constatazioni non sono recenti; la tragedia è che persistono, come se la comunità resistesse, con i suoi silenzi e i suoi tabù, a ciò che potrebbe sconvolgere i suoi punti di riferimento.

Questi silenzi non sono pudore, ma un sintomo. Da tempo si è diffusa una cultura collettiva fatta di valorizzazione delle prestazioni ad alto rischio, combinata con una dose di fatalità.

Esistere a Chamonix significa correre dei rischi e dimostrarlo. Quell’alone di luce che circonda gli «eroi dell’estremo» produce comportamenti compulsivi.

La prudenza? Dimenticata. La vigilanza condivisa? Emarginata.

L’apprendimento graduale? Precipitato. L’ibridazione tra montagna, turismo e mediatizzazione ha trovato a Chamonix un’arena d’eccezione. Ha generato un mostro: una cultura del rischio esagerata, esistenzialista, portata dal «no limit» che si affranca dalle regole e predica una libertà assoluta.

Vivere per e attraverso il rischio. Certo, si tratta di tratti delle nostre società che questo ambiente locale non fa che esacerbare grazie al facile accesso all’alta montagna, alla concentrazione degli attori e alla mediatizzazione. Ma qui se ne muore.

Come ricostruire allora una base di comportamenti più adeguati e consapevoli, e ristabilire una cultura della prudenza e della moderazione? Si tratta di uno sforzo collettivo.

Questo articolo vuole essere un incoraggiamento a liberarci dall’egemonia di un immaginario basato sull’apologia dell’assunzione di rischi e a educare meglio i nostri giovani al rischio consapevole e misurato. La montagna può tornare a essere uno spazio di apprendimento unico.

Questa politica deve essere costruita con coerenza dai principali attori. Altri immaginari sono possibili.

I silenzi della comunità alpinistica ultima modifica: 2026-04-20T05:45:00+02:00 da GognaBlog

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36 pensieri su “I silenzi della comunità alpinistica”

  1. Crovella, concordo con quello che dici ma è anche vero che questo fa parte della tua beneaugurante ” destrizzazione dell’occidente ” che ci vuole tutti controllati e inquadrati come tanti sudditi/soldatini.
    Se tu avessi svolto il servizio militare (non che io lo elogi particolarmente) avresti acquisito degli elementi che avrebbero reso la tua mente più pratica e aperta verso le diverse sfaccettature dell’umanità. 
    Sull’attribuzione delle responsabilità, personalmente considero lo spartiacque tra la fatalità e il capro espiatorio, l’incidente della valanga del Pavillon a Courmayeur del 1991. Vista l’importanza e l’influenza di alcuni dei coinvolti, che appartenevano a famiglie altolocate, iniziò quel processo di americanizzazione che ci ha portato a dovere sempre attribuire la colpa a qualcuno.
    I seracchi continueranno a cadere finché il ghiaccio non si sarà fuso tutto.
    E lì ci saranno quelli che, spesso campandoci/marciandoci,  diranno: che tristezza vedere il ritiro dei ghiacciai.
    Finché non si uscirà da questo cerchio vizioso avremo sempre materiale per cantarcela e suonarcela.
     

  2. Lungoi fa me risollevare l’ennesimo polverone, specie con le vestali del diritti (faccio notare che ho usato il plurale, per cui mi riferisco a un gruppo di soggetti e non a uno in particolate), ma non riesco a trattenermi dalla tentazione di far notare che il finale del 31 e’ un’ ulteriore conferma che si sta diffondendo, a torto o a ragione poco rileva, quanto sto dicendo da tempo. Si tratta di un fenomeno culturale e non strettamente giuridico. Ovvero che si ha sempre più la percezione che la società sicuritaria, in caso di incidende, “deve” individuare il colpevole per punirlo severamente davanti a tutti. E quale miglior candidato a questo scomodo ruolo, se non l’esperto, anche in uscite private fra amici? Da ciò deriva quanto annotato nel 31, cioè che i più avveduti fra gli esperti tendono a un atteggiamento “difensivo” per evitare alla radice i problemi. Andremo sempre di più in questa direzione e non è un trend “giuridico”, ma comportamentale, però se non è zuppa è pan bagnato…

  3. L’effetto gregge coinvolge anche i gradi alti.
    Da un bel po’ l’alpinismo non è più così mistico com’era una volta.
    Cosa credevate!?
     
    Del resto era stato ben espresso nel libro di Twight, Confessioni di un serial climber.
    Ho lavorato con Erik Decamp negli anni ’80 durante gli Stages Vallençant e me lo ricordo come un “giovane spericolato” ne più ne meno di quanto potessi esserlo stato io stesso. È che ognuno vive la sua età con le sue emozioni e le proprie esigenze.
    Oggi i corsi guida sono solo tecnici e accademici. Nessuno ti insegna l’umanità del mestiere. Ti insegnano una professione. Il mestiere te lo fai tu, se ci riesci.
    Anch’io da alpinista/persona “matura” che passa molto tempo con giovani alpinisti che sovente poi vogliono diventare guide, noto tutte quelle caratteristiche che mi ricordano la mia gioventù e il mio apprendistato.
    Più che dispensare consigli preferisco che mi si facciano delle domande alle quali spero di poter dare risposta. Dalle domande che ti vengono poste capisci molto di quella persona. Gli scavezzacollo inconsapevoli li lascio perdere. Se non schiattano arrivano anche loro a calmarsi, prima e di più degli altri.
    È come chi per vincere la timidezza fa cose estremamente estroverse. E poi dipende dal vissuto dell’infanzia e in famiglia fino all’adolescenza. 
    Tutto si determina, secondo me, nei primi 5 anni di vita. Le riconversioni profonde sono rare.
    L’unica cosa a non cambiare mai è la forza di gravità. 

  4. Ringrazio chi ha evidenziato il mio commento @12.
    Ricordo a chi è meno esperto la differenza che esiste fra pericolo (oggettivo ma che cambia nel momento in cui lo affronta) e il rischio (soggettivo e pertanto dipende dal singolo soggetto in quel momento: ecco forse perché anche i più esperti sono soggetti a brutte esperienze o purtroppo nefaste.
    Mi piace qui sottoporvi questa breve lettura https://www.storicang.it/a/seneca-filosofo-romano-non-osiamo-fare-molte-cose-perche-sono-difficili-ma-sono-difficili-perche-non-osiamo-farle_18082 e che sia stimolo di approfondimenti.
    P.S. sono un codardo della montagna anche se la frequento da ormai mezzo secolo. Ho affrontato le stesse problematiche in altro ambito, l’altro mio grande amore: la scienza della informazione.

  5. si prospetta il quadro di una società organica,

    Con l’organico ci si concima bene giardino e l’orto. Poi è chiaro bisogna dare bene di vanga e rigirare la terra…ma la vanga è pesa e la terra è bassa 

  6. @ Vittorio Lega
    Ne sono convinto anch’io.
    Prima di tutto servirebbe la Certezza del Diritto, concetto secondo il quale è Profondamente sbagliato che se lo stesso caso va’ in mano a tre giudici diversi , si abbiano tre sentenze diverse , e questo sarebbe già una conquista”Paramount” nell’attuale marasma.
    In secondo luogo io da almeno 4 anni , ad ogni gita scialpinistica, tocco con mano che chi ha competenze maggiori adotta un comportamento “difensivo” , ovvero , anziché giudicare in base a quello che la sua esperienza nella disciplina gli dice ,cerca di pararsi le terga da sentenze assurde, che invariabilmente incolperanno il “più esperto”.
    Sarà sempre più comune che , dopo un incidente in valanga , qualche imbecille digiuno in materia , incolpi persone che hanno tagliato il pendio a monte il giorno prima…

  7. Erik Decampe è una guida alpina che stimo. Consiglio a tutti “Le guide et le procureur” del 2020, Editions du Mont Blanc, la casa editrice di Catherine Destivelle. Tratta di una collaborazione fra guide dell’ENSA e magistrati francesi per definire un approccio equilibrato e condiviso fra tecnici e giuristi sulla responsabilità in montagna. Non so quanto sia andata a buon fine, forse poco visto il tono di Decamp qui, che sembra remissivo e prono al diktat della sicurezza. Non giriamoci attorno, l’alpinismo è rischio per il rischio, la domanda di senso che c’è dietro a questa ricerca è ben più profonda dell’edonismo, e queste cose non sono popolari oggi. Trovo che la magistratura sia il convitato di pietra di questa interessante discussione, perché se non c’è una nozione condivisa di responsabilità e una fiducia reciproca, lo spettro di un procedimento e di una condanna impedirà ogni serena e rigorosa rivisitazione dell’incidente, che pure sarebbe così utile tecnicamente in chiave preventiva. Scatta subito la tattica procedimentale, che ha ben poco a vedere purtroppo con una ricostruzione oggettiva dei fatti. In Italia soprattutto.

  8. Educare.
    Il progetto di educare è già meglio di quello di rieducare: pare meno coercitivo.
    Però sottende una idea di ordine da creare facendo leva su volontà orientate da valori, non solo proposti, ma intromessi nello spirito: si prospetta il quadro di una società organica, con tutto il fascistume rosso o nero hol style, che ne consegue.
     

  9. “Ma adesso, per tutta una serie di fattori, siamo arrivati al punto che il rischio sempre più estremo sta diventando l’essenza stessa dell’alpinismo di punta. “
    Vorrei far notare due cose.
    Primo, il rischio estremo tanto da essere percepito come pura follia è sempre stato connaturato all’alpinismo di punta. Se non ci credete, andate a rileggere gli articoli di commento alla solitaria di Comici alla Nord di Lavaredo (1937).
    Secondo, ma siamo sicuri-sicuri che l’aumento di morti in montagna sia così eclatante? E sopratutto che questo aumento sia costituito da alpinisti di punta e professionisti? Perché io non ne trovo traccia e come già detto prima, parlare a partire da fantasie e sensazioni (proprie o altrui) è pettegolezzo livello protineria, non ragionamento.

  10. Quoto #20.
    Ci si muove per un ideale che ci sfugge ogni volta tra le mani. Per quanto ci si impegni. Ma non ha senso andarci e rischiare per mostrarlo agli altri. Anche perché si è perso il senso poetico e discreto dell’estremo. L’estremo limite del sogno. Il Butch se ne andava aggrappato al suo sogno, solo, forse con quell’ultima imprevedibile lama scricchiolante della Jori Bardill. Il senso è immaginare Sisifo sorridente.

  11. @24:
    Al limite dell’assurdo sì, e appunto per questo mi sembra che proprio questo sia il cuore del problema. Una salita solitaria di per sè non richiede il superamento di difficoltà alpinistiche superiori a quelle affrontate da una cordata sulla stessa via, ma comporta un margine di rischio più elevato. L’asticella del rischio viene ancora innalzata se si parla di solitarie senza auto-assicurazione, e così via.
    Ora, l’accettazione cosciente di un certo margine di rischio è sempre stata connaturata all’alpinismo, e anzi sappiamo tutti, ciascuno al suo livello, come sia appunto parte fondamentale di ciò che rende l’alpinismo affascinante e sostanzialmente diverso da altre attività sportive. Ed è anche vero che una certa ricerca del rischio per il rischio ci sia sempre stata, visto che le solitarie non sono certo un’invenzione recente. Ma adesso, per tutta una serie di fattori, siamo arrivati al punto che il rischio sempre più estremo sta diventando l’essenza stessa dell’alpinismo di punta. Pur non essendo, ne essendo mai stato, in grado di muovermi in montagna a certi livelli (ma ci si ammazza anche sui sentieri), mi permetto di osservare che si tratta non solo di un’involuzione pericolosa, ma anche di un vicolo cieco per il concetto stesso di alpinismo.

  12. Se non si trattasse di cose terribilmente serie, direi che in assenza di un qualche forte correttivo si arriverà alle solitarie bendati e con una mano legata dietro la schiena

    Se così accadrà e non è impossibile, non sarà più alpinismo, ma roulette russa.

  13. Molto in punta di piedi, dato che si tratta di un argomento di enorme peso e in merito al quale non posso certo vantare competenze specifiche:
    Che si tratti di guide, professionisti o dilettanti di alto livello, mi sembra che un fattore centrale, che non mi sembra sia sinora stato menzionato da nessuno, è che ormai la ricerca del “più difficile/più impegnativo” è di fatto limitata all’arrampicata sportiva in falesia (con tutte le arcisicurezze del caso), mentre in alpinismo è praticamente morta perché è stato fatto pressoché tutto il fattibile (o perlomeno, tutto il fattibile che possa servire a sostenere un’attività professionale). Ne consegue che per cercare di fare qualcosa di nuovo e di “eclatante” in alpinismo, si è sempre più andati – come del resto denuncia l’artic0lo – alla ricerca del rischio fine a sè stesso: solitarie, solitarie senza auto-assicurazione, solitarie invernali senza materiale da bivacco, eccetera. Se non si trattasse di cose terribilmente serie, direi che in assenza di un qualche forte correttivo si arriverà alle solitarie bendati e con una mano legata dietro la schiena.

  14. Naturalmente la preparazione è necessaria, ma evidentemente non sufficiente, visto che molti incidenti accadono a persone cosiddette “esperte”…
    Sono d’accordo con @12. Mi ricordo che in ambiente aeronautico circolava una rivistina il cui nome era “Sicurezza del volo”, che tra le altre cose analizzava le cause di incidenti verificatisi con gli aeroplani. Lo scopo era naturalmente quello di individuare le cause degli incidenti aerei e di proporre quindi delle modalità per evitarli. Credo che sarebbe utile una pubblicazione del genere anche per chi va in montagna. Magari il CAI potrebbe pensarci… 😉

  15. Miti eroici, fantasie di intrepidezza hanno attraversato i millenni della storia dell’umanità.
    L’annichilimento della vitalità, dell’esuberanza è nello spirito di questa società eutanasica: un mondo di moribondi alla ricerca di complici.
     

  16. @18 Nessuno dei tre portava il martello. Mancanza imperdonabile.
    In questo caso il silenzio è inaccettato. Fu la prima cosa che notai nell’ispezione.
    Poi dipende molto dal motivo per il quale si esce in croda. In ambiente.

  17. Molti commenti hanno senso, in particolare per me il Paolo @12. Fui molto impressionato, 14 anni fa, dalla morte di tre fortissimi giovani soccorritori su una facile via classica, percorsa pochissimi giorni prima da me e due altri scalatori della domenica, con un’età media tripla della loro. Mi domandavo cosa potesse essere successo, cercai di informarmi ma nulla riuscii a sapere. Ipotizzavo allora il cedimento di una sosta un po’ balenga, su cui ci eravamo calati in discesa, previo rinforzo dell’assicurazione e calando prima il più pesante fra noi; scesi per ultimo io, il più leggero, senza problemi, smontato il rinforzo. Era solo un’ipotesi come un’altra. Vero è che non sempre esiste una causa chiara e tanto meno un “colpevole”. Per capire cosa è andato storto penso però che si debba imitare l’aviazione, settore con interessi enormi in gioco, e sottoporre ogni tragedia a un esame rigoroso, per evitarne di nuove; senza riguardi per gli sfortunati che ci han lasciato la pelle. Si tratta di evitare nuove sciagure, se evitabili

  18. Come diceva Einaudi “conoscere, discutere, decidere” e per “conoscere” ci vogliono i dati (come giá detto in altri commenti).
    L’aumento in valore assoluto degli incidenti può dare l’impressione che il fenomeno sia in aumento ma tale incremento va messo in relazione con la quantitá di gite in cui viene coinvolto un professionista. Sarebbe auspicabile che il risultato di questo rapporto tra incidenti e gite rimanesse stabile o magari diminuisse grazie a materiali sempre piú evoluti e a meteo sempre piú affidabili. Se aumenta siamo di fronte ad un problema …

  19. Perché sto facendo questa discesa? Perché mi espongo al rischio in questo ambiente incerto? Spesso le risposte che emergono sono comode: è bello, è divertente, mi fa stare bene.
    Non è un problema di superficialità nell’animo, è che queste motivazioni, pur legittime, sono fragili davanti all’imprevedibilità della montagna. 
    Quando qualcosa va storto, la mente istintivamente cerca un senso, un perché che possa reggere alla tragedia. Se il motivo profondo manca, tutto diventa più difficile da sostenere, anche per chi resta, anche per chi deve raccontare la scena dopo il fatto.
    Una risposta solo tecnica o razionale, basata su strumenti o procedure, non è sufficiente, serve una consapevolezza più ampia, che guardi alla montagna non solo come sfida fisica o ambientale, ma come esperienza che interroga profondamente chi la vive. 
    Questa consapevolezza non elimina il rischio — non c’è alcuna garanzia di assenza di pericolo nella montagna — ma può aiutare a gestirlo meglio. 
    Aiuta a decidere con lucidità, ad ascoltare segnali deboli, a fermarsi quando serve e a riconoscere la propria vulnerabilità come una componente reale dell’esperienza…

  20. Quello che accade nell’alpinismo è solo l’ eco di un fenomeno più grande: le pubblicazioni sono una molla compulsiva fortissima ; per alcuni una gita non è nel carniere se non è remunerata da adeguata pubblicazione sui social.Il rischio corso e la “bravata” oggi può essere facilmente valorizzato ( non tanto in termini economici , ma di hype ) con un filmato sui social.Io penso che una solitaria o un volo in proximity in tuta alare , senza il “payoff” dei social sarebbero meno attraenti.Invece…Invece è pieno di gente che si filma a fare cazzate , a riprendersi il tachimetro mentre vanno a 280 kmh in tangenziale , a manipolare animali velenosi  o addirittura persone che si postano mentre compiono reati , anteponendo un’effimera notorietà all’impunità garantita dall’anonimato.

  21. Per me Francesco (#10) ha il punto piu’ condivisibile. Occorrerebbe sapere come e’ cambiato, nel tempo, il numero di incidenti per “uscita” ( escursione, gita con gli sci, arrampicata, ecc ), e si dovrebbe qualificarlo per come e’ avvenuto e chi coinvolge ( non-esperto, principiante, esperto, guida alpina, ecc ).  I numeri letti senza analisi allarmano ma potrebbe essere che invece, il numero di incidenti per uscita e’ in diminuzione, sia in generale che in particolare quello relativo agli esperti. Ovvero, l’aumentare del numero di incidenti potrebbe essere la conseguenza (ovvia) dell’aumentare del numero di uscite.
    Ho invece dei dubbi sul senso di chiedersi “cosa spinga” alla presa del rischio. Le motivazioni delle uscite sono ovvie, si va semplicemente perche’ si prova piacere a farlo. E’ semmai la percezione del rischio che e’ soggettiva e molte volte manca di realismo.

  22. Sono d’accordo con Francesco Porcari: per analizzare un fenomeno, cercarne le spiegazioni e trarre delle conclusioni ragionate, occorre partire dai dati.
     
    Altrimenti si rimane nel campo dell’aneddoto e del sentimento personale.
    Esempio palese Giuann de Vares che scrive “sulle strade ci sono sempre più morti” e “auto e moto sempre più rumorose, energivore” quando i morti per incidente stradale sono in diminuzione netta da anni e i mezzi molto meno rumorosi ed energivori che negli anni ’70.
    Il che non significa che la situazione sia soddisfacente e nemmeno che non ci siano deficienti alla guida…
     
    Non so in Francia, ma in Italia i morti in montagna sono stabili o semmai in diminuzione, a fronte di un aumento di frequentatori.
    Tutte le considerazioni dovrebbero partire da questo fatto e prima di incolpare cannibali, estremizzazione del rischio, testosterone e mercato (anche se queste componenti esisteno e agiscono)
     

  23. In America esiste la pubblicazione “Accidents in North American Climbing” da parte del American Alpine Club.I silenzi menzionati nell’articolo non potrebbero essere mitigati da una pubblicazione che analizza e raccoglie gli eventi?Scrivo questo perchè credo non esista un documento unico condiviso fra i vari Club Alpini.Credo che solo l’incremento di informazione, anche se ancora di origine tecnica, possa agevolare i cambiamenti culturali emersi nell’articolo e nei commenti.La montagna in primis è cultura in tutte le sue dimensioni.

  24. Al silenzio del rischio bisogna rispondere con il silenzio dello sport. Basta con la propaganda dello sport e i falsi eroi del primato!

  25. Un paio (anche 3) di considerazioni:
    – ogni genere di analisi del fenomeno deve partire da un approccio scientifico, altrimenti il rischio è lasciare il campo alla aneddotica, alla selezione arbitraria delle variabili, a modalità sbagliate di raccolta dati, e in fondo ai bias di conferma. Servono dati quanto più precisi e analisi controfattuali.
    – Mi sembra che l’aumento (percezione personale) di discorsi di natura precauzionale vada di pari passo con l’invecchiamento della fetta più importante della popolazione (in tutto il vecchio continente).
    – sottolineo il punto di Michele Comi al commento 4, che mi trova molto d’accordo. Una volta valutata l’entità percentuale (denominatore il numero in crescita dei fruitori periti della montagna) del fenomeno, prima di tirare le cause per la presunta (e indimostrata) propensione al rischio, occorre capire coaa spinge la gente chr muore ad andare in montagna. Non credo sia (solo) “il mercato” (professionale, di attenzione sui social etc.).

  26. Anche sulle strade ci sono sempre più morti con auto e moto sempre più potenti, rumorose, energivore e costose. Alla guida piloti deficienti che sgasano di giorno e di notte fregandosene di stop, semafori, linee continue e auto che rispettano i limiti.
    Sarà la famosa “DECRESCITA FELICE”?

  27. Quoto #6 Crovella. Non bisogna avere paura di dire: “oggi meglio non andare”. Fa parte dello spirito alpinistico, va insegnato e non dimenticato

  28. Il trend è sotto gli occhi di tutti, inutile negarlo. Però bisogna anche tenere in considerazione che è aumentato a dismisura il numero di persone che vivono la montagna. La % di incidenti e morti come si è mossa? Calcolo difficilissimo, forse impossibile. 
    Ciò che sembra trapelare da questo articolo è che a Chamonix si muore di più che in altri luoghi. Ci sono cifre a sostegno di questa tesi? 
    Sarebbe interessante studiare l’argomento in modo più completo, altrimenti si rischia di fare un processo alla libera scelta di presa di rischio da parte degli alpinisti, il che equivarrebbe a uccidere l’alpinismo.
     

  29. A parte la grande pancia “cannibalesca” (cresciuta a dismisura in conseguenza di quel fenomeno che io chiamo la disintermediazione del CAI, ovvero0 che accede alla montagna FGUORI dal precedente percorso ortodosso), effettivamente siamo di fronte a u8n incremento esponenziale di incident8i che coinvolgono i cosiddetti esperti. E’ allucinante se addirittura gli esperti commettono errori in numero così vistoso da entrare nelle statistiche. Quali le cause? Minor precisione dell’apprendimento? Foga? Effetto competizione (magari alimentato dai social)? Secondo me, a parte quelli citati, c’è una causa specifica: il mercato “preme” e il professionista risponde mettendosi a disposizione anche quando la prudenze imporrebbe di astenersi dall’uscita o di farne una “piccola e modesta”. Se il cliente chiama, “esige” l’alta performance, perché difficile che paghi per una modesta scialpinistica. E i professionisti sono diventati così numerosi che se uno di loro si “permette” di dire “NO, oggi non si va”, il cliente telefona al successivo professionista nell’elenco tirato giù da internet e combina con quest’ultimo. L’esigenza della pagnotta quotidiana per i professionisti è legittima e umanamente comprensibile, ma sta inquinando anche il mondo dei professionisti. Io NON sono un professionista, quindi NON vivo le dinamiche dall’interno del loro settore e  le guardo dall’esterno, ma sono un osservatore attento e temo che le mie analisi siano fondate. Come risolvere questo problema? Anche in questo caso scremando il mercato: meno domanda (cioè meno potenziali clienti), meno necessità di coprire la giornata per il professionista (non perdendo il cliente col rischio che si accasi con un altro), più serietà dell’intero sistema. Ovviamente in queste annotazioni molto sintetiche, faccio “di tutta un’erba un fascio” e so benissimo che ci sono professionisti di un tipo e professionisti di un altro tipo, molti sono ancora “alla veja manera” (molti di questi li conosco di persona). Ma se le statistiche drammatiche crescono in modo così veemente, significa che il problema esiste…

  30. Forse ci vorrebbe un po’ meno di testosterone e capire che un grande alpininista è quello che sa quando rinunciare per portare a casa la pelle. Il problema che da giovani circola un sacco di testosterone e la voglia di primeggiare sugli altri!

  31. Forse la domanda più necessaria — e meno praticata — è la più elementare: “perché sto facendo questo?”.
     
    Non riguarda la tecnica, ma il senso. E proprio per questo viene spesso elusa, anche da chi ha esperienza e competenza. In molti casi, soprattutto tra i professionisti, l’incidente tende a essere rapidamente ricondotto a una spiegazione tecnica o archiviato, più che interrogato a fondo.

  32. E’ brutto quando ci si dimentica di essere stati giovani e si vorrebbe che la propria cupa saggezza di vecchi fosse la misura di tutto il mondo

  33. Se sto fenomeno di estremizzazione del rischio lo denunciano i francesi che ne sono un po’ i maestri, direi che c’é veramente da preoccuparsi.
    Un altro “side effect” dei social media ?

  34. Le Dauphine Liberê storica e credibile testata giornalistica,già il nome ne racconta la sua storia e una garanzia.

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