La morte di un grande

La morte di un grande
(Cristian Brenna)


Erano circa le 11 del 3 giugno 2025. Cristian Brenna e un compagno si trovavano sul Monte Biaena (Ronzo-Chienis, Trentino), ad una quota di 1350 m, quando Cristian è inciampato sul sentiero, scivolando lungo il pendio boschivo per svariati metri e precipitando in un secondo momento sulle rocce sottostanti.
Sembra, ma non ci è noto con certezza, che calzasse scarpe da mountain bike.

Il compagno, non riuscendo a vedere né a mettersi in contatto con Brenna, ha chiamato il 112. La centrale unica di emergenza ha quindi chiesto l’intervento dell’elicottero di Trentino emergenza, mentre gli operatori della stazione di Riva del Garda del Soccorso alpino e speleologico trentino ne assistevano l’atterraggio al campo sportivo Benacense.

Cristian Brenna e Jana Kuchejdová, Melloblocco 2008. Foto: Giulio Malfer.

Sul posto erano presenti anche il Soccorso alpino della Guardia di finanza di Tione — dove prestava servizio Brenna, con i colleghi presenti e sotto shock — e i vigili del fuoco volontari di Riva del Garda. Più tardi sono sopraggiunti anche i colleghi del 54enne addirittura da Passo Rolle.

Severino Scassa (a sinistra) e Cristian Brenna. Foto: planetmountain.com.

I soccorsi
Nel punto a monte dove si trovava il compagno di Brenna, l’elicottero ha sbarcato il tecnico di elisoccorso, a cui è stata indicata la direzione della caduta, e che si è calato per un centinaio di metri, fino a individuare Cristian. L’equipe sanitaria e anche due soccorritori della stazione di Riva del Garda sono stati calati sul posto.
A nulla purtroppo sono valsi i tentativi di rianimarlo.

Dopo la constatazione del decesso da parte del medico e il nullaosta delle autorità, la salma è stata recuperata a bordo dell’elicottero. È stata poi affidata alle Pompe funebri riunite di Arco, che l’hanno quindi trasferita alla camera mortuaria del cimitero di Riva del Garda. 

Brenna sul tiro chiave di Itaca nel Sole al Caporal. Foto: Andrea Gallo.

Chi era
Cristian Brenna era nato a Bollate (MI) il 22 luglio 1970. Ha iniziato ad arrampicare a quindici anni. Dal 1991 ha preso parte alla Coppa del Mondo di arrampicata. È salito su un podio di tappa per sette volte, con tre terzi posti, tre secondi posti e un primo posto conquistato a Courmayeur il 4 settembre 1998. Come migliori risultati finali ha ottenuto il terzo posto nella stagione 1996 e nella stagione 2000 e il secondo posto nella stagione 1998, alle spalle di Yuji Hirayama.

In campo europeo ha vinto due medaglie d’argento nella specialità lead, nell’edizione 1998 a Norimberga e nell’edizione 2000 a Monaco di Baviera. Ha inoltre vinto una terza medaglia d’argento nella specialità velocità nell’edizione 1992 a Francoforte.

A livello italiano è stato tre volte campione italiano e ha conquistato tre edizioni della Coppa Italia lead di arrampicata. Su Planetmountain Vinicio Stefanello aveva scritto 25 anni fa che Cristian era una “stella di prima grandezza nel mondo dell’arrampicata sportiva”.

Per maggiori dettagli sull’attività di Brenna in falesia, sia sul lavorato che a vista, vedi Wikipedia.

Marzio Nardi e Cristian Brenna sotto al Caporal. Foto: Andrea Gallo.

Nel maggio 2003 libera, in cordata con Marzio Nardi, la storica via Itaca nel Sole in Valle dell’Orco, aperta da Gian Piero Motti e Guido Morello nel 1975, con difficoltà fino all’8b su protezioni tradizionali.

Nel 2002 ha accompagnato Mauro Bubu Bole nella salita di Bellavista sulla parete nord della Cima Ovest di Lavaredo.

Dunque la sua salita ai vertici è stata davvero travolgente, ma ciò che colpiva spettatori e amici erano il suo perenne sorriso, la sua gioia di vivere e anche i suoi famosi dreadlock. In tanti l’abbiamo sentito dire, commentando il suo precedente lavoro di elettricista e con gli occhi che ridevano, che era il “più forte elettricista di Milano”. La sua entrata nella Guardia di Finanza di certo gli fece cambiare look.

Nel 2005 si è ritirato dalle competizioni e si è dedicato all’attività alpinistica.

Nel 2005 effettua la sua prima esperienza di alpinismo extra-europeo, con la spedizione in Pakistan “UP-Project” (ideata da Luca Rampikino Maspes, con Hervé Barmasse, Gianluca Bellin, Francesca Chenal, Ezio Marlier, Giovanni Ongaro, Giovanni Pagnoncelli e Fabio Salini). Aprono diverse vie, tra le quali Up & Down sullo scudo del Chogolisa (800 m, 7a/A1) a 5000 metri di quota. Pochi giorni dopo l’apertura Cristian Brenna riesce a liberarla, superando difficoltà fino al 7c.

Nel febbraio 2008, dopo un tentativo nel gennaio del 2007 e un incidente che causa il ritiro a Giovanni Ongaro, assieme a Hervé Barmasse supera l’inviolata parete nord-ovest del Cerro Piergiorgio con la via La Routa de l’Hermano (950 m, 6b+/A3). La parete costituiva uno degli ultimi grandi problemi alpinistici in Patagonia ed aveva resistito a molti attacchi, a partire dal tentativo dei Ragni di Lecco (gruppo di cui faceva parte lo stesso Brenna) guidati da Casimiro Ferrari nel 1985.

Nel 2005, era infine entrato nel gruppo del soccorso alpino delle Fiamme gialle, dal quale sarebbe dovuto andare in pensione il prossimo anno. «Faccio un lavoro che mi permette di vivere la montagna 365 giorni l’anno in tutta la sua complessità — aveva raccontato alla rivista BollateoggiQuando sono libero, posso dedicarmi a scoprire nuove opportunità tra sentieri, rocce e pareti, un modo anche per tenermi in allenamento».

Oltre all’importante eredità nel mondo dell’arrampicata e dell’alpinismo, Brenna lascia la moglie Jana e due figli, Sofia e Filippo e Sofia. Quest’ultima è attualmente campionessa nazionale under-17 di arrampicata sportiva.

Hervé Barmasse e Cristian-Brenna. Foto: Hervè Barmasse.

Così lo ricordano
Il primo a farlo è stato Mauro Corona, durante la trasmissione È sempre Cartabianca del 3 giugno:«Era un carissimo amico, uno degli arrampicatori più forti del pianeta – ha detto Corona – è caduto. Un abbraccio ai familiari».

Tra quanti lo hanno conosciuto bene c’è anche Mauro Girardi, fondatore e direttore della Scuola di alpinismo, oggi “Mmove”: «Ci siamo visti lunedì sera – ricorda – mi stava raccontando che sarebbe andato in pensione a giorni e che aveva ricevuto una proposta interessante: quella di fare l’allenatore, nel ruolo di tattico, della Nazionale italiana di arrampicata. Avrebbe accettato volentieri».

«Durante il suo intenso periodo agonistico, Cristian non ha mai perso di vista la falesia, dove strabiliava con performance efficaci fino all’8c+, quando questo grado era il non plus ultra dell’arrampicata in falesia. In quel periodo era la climbing machine per eccellenza e, anche se sul lavorato praticamente non aveva uguali in termini di velocità, prediligeva quella che vedeva come la massima essenza dell’arrampicata, ovvero l’arrampicata a vista. Instagram e con internet ancora alle prime armi, facevano veramente sognare. Cristian era diventato un simbolo e un maestro di quell’arrampicata che ricerca sempre la bellezza e la libertà.
Pensandoci bene, Cristian faceva parte di un po’ di tutto, un po’ di tutti. Falesia, boulder, trad, alpinismo, membro del soccorso alpino della Guardia di Finanza, guida alpina, assicuratore alle gare del Rock Master e Rock Junior. Cristian in questi decenni è stato ovunque, sempre. Era una parte integrale dell’arrampicata italiana, un volto amico (Nicholas Hobley, su planetmountain.com)».

Brenna sulla parete nord-ovest del Cerro Piergiorgio, La Routa de l’Hermano (950 m, 6b+, A3). Foto: Hervé Barmasse.

Il ricordo di una giovane atleta e alpinista
(letto ai funerali di Brenna)
di Lucia Furlani (20 anni, Pietramurata di Dro), che ha raccolto pensieri e sentimenti della squadra di arrampicata “Arco Climbing”.

Ciao Cristian, nessuno di noi riesce ancora ad accettare la tua assenza, del resto non si è mai pronti a perdere chi amiamo e quando accade sembra quasi che il mondo si fermi e che tutto perda di significato.

Notizie come questa ci colpiscono all’improvviso, ci travolgono in un istante, lasciandoci con un senso di vuoto e d’ingiustizia che le parole, per quanto vengano cercate, fanno fatica a comunicare.

Quindi ciò che oggi possiamo fare, è provare ad esprimere insieme quanto eri importante per ognuno di noi, quanto sei stato in grado di lasciare nei gesti, nei ricordi e nei cuori di chi ti ha voluto bene.

Farlo non sarà facile perché ridurre tutto ciò che sei stato a poche parole non rende giustizia al percorso che abbiamo vissuto insieme.

Sì, eri il nostro allenatore, ma sei stato anche molto più: eri una guida, un esempio concreto da seguire, un punto di riferimento. Con te si poteva parlare liberamente, ridere, scherzare. Hai saputo ascoltarci, sostenerci e capirci.

Hai costruito con noi un legame vero, sincero, e in tutto questo sei stato anche un amico. E proprio per questo, lasciarti andare è qualcosa che fa immensamente male.

Cristian Brenna

Non vogliamo fingere: in questi giorni abbiamo sofferto. Abbiamo pianto, tanto. Ci siamo sentiti persi, vuoti. Perché lo sappiamo bene, una squadra è come una seconda famiglia, e noi non eravamo pronti a perdere un suo membro.

E proprio perché ci hai dato così tanto, sono tanti i ricordi di te che conserveremo.

Ricordi fatti di momenti semplici ma preziosi, di parole che ci hanno motivato, di sguardi che valevano più di interi discorsi, di gesti che ci hanno fatto sentire visti e importanti.

Speriamo tutti che questo in fondo sia un brutto sogno, di poterci svegliare e vederti ancora lì pronto ad allenarci con il tuo solito sorriso contagioso, quel sorriso che anche quando si era poco motivati ci faceva subito cambiare idea.

Ci rimarrà sempre impressa la tua voce, quella che durante gli allenamenti o prima delle gare ci ricordava di respirare, di lasciar andare tutto il resto, eliminare il contesto e scalare leggeri, fluidi, seguendo solo la passione, quella stessa passione che tu sapevi trasmetterci con tanta naturalezza e forza.

Ci ricorderemo per sempre le trasferte, la musica che mettevi in furgone, i blocchi che ci facevi fare, con quei movimenti durissimi che però nella tua testa funzionavano ma che alla fine finivano sempre in un sorriso perchè li dovevi cambiare ogni volta. Ci ricorderemo di come ci sostenevi anche quando le cose non sembravano mai andare nel verso giusto.

Ora più che mai capiamo quanto i consigli dati in allenamento erano anche consigli di vita, come quando non si riusciva a moschettonare e tu ci urlavi di andare avanti comunque perché ci insegnavi a stringere i denti, proseguire e pensare dopo ai problemi.

Ci hai insegnato a non mollare mai nella vita come in palestra ed è per questo ora ti facciamo una promessa: ci impegneremo ancora di più in una cosa che ci univa profondamente: scalare.

Scaleremo con la grinta e la voglia che tu ci hai sempre insegnato, daremo il 100% di noi stessi, sempre, proprio come avresti voluto te per provare a vincere non solo le gare contro gli altri, ma anche, e soprattutto, quelle contro noi stessi. Quelle che ci rendono più forti, più consapevoli, e che un giorno, forse, ci aiuteranno a diventare delle persone migliori. Un po’ più simili alla persona straordinaria che sei stato per noi.

Proveremo ad arrivare in alto Cristian ricordandoci di quel tuo sguardo soddisfatto che ci aspettava ai piedi della parete dopo aver chiuso un blocco o una via.

Ora che hai raggiunto la tua vetta più alta, da lassù continuerai a guidarci, a credere in noi, a ispirarci come hai sempre fatto, anche quando noi stessi facevamo fatica a farlo.

Eri un uomo pieno, profondo, speciale, ci piace ricordarti come una costellazione la cui luce, assieme ai principi in cui credevi e al tuo entusiasmo per la vita, è rimasta in tutti noi che ti volevamo bene.

Con te se ne va una parte importante della nostra storia, ma soprattutto un pezzo della nostra crescita. A tutti voi, agli amici, alla famiglia e anche a noi vogliamo lasciare questo aforisma:

Coloro che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dove erano, ma sono ovunque noi siamo”.

Perché per noi Cristian non ci ha davvero lasciati, d’ora in avanti sarà con noi in un modo diverso, ma non meno reale, solo che starà a ciascuno di noi cercarlo e rivederlo nei piccoli dettagli delle nostre vite, in ogni parete, in ogni presa, blocco, passo fatto verso l’alto, nel silenzio della sera, nel rumore della nostra palestra e per i più fortunati nelle espressioni di Fillo e nel sorriso di Sofi.

Cristian è ancora con noi, ora abita proprio in quei gesti, ricordi e nell’amore che ci ha lasciato. La tua forza Cristian vivrà in ogni battito del nostro cuore.

Ti salutiamo per l’ultima volta come piaceva fare a noi:
Ciao Onorevole, Ti ricorderemo così

Una delle rare immagini di Cristian non sorridente

Uè Fabio, com’è
di Fabio Palma
(pubblicato su fabiopalma.net il 4 giugno 2025)

Sono stato proposto per i Ragni e ci sono entrato nel 2003, assieme a Gio, e a Cristian Brenna. Era fine autunno o inizio inverno, tavolata della cena. Conoscevo Gio e certamente pochi sapevano chi fossi io, non avevo ancora aperto le vie, non ero nessuno, ma tutti sapevano chi fosse Cristian. Cioè…era quel tipo che da elettricista era arrivato in catena a un Rock Master. Era quello che si era formato sulle placche lecchesi, a Erna soprattutto, e poi siccome era diventato forte ma le gare si svolgevano su strapiombo, si era fatto a casa sua il pannello più strapiombante del mondo. Non lo sapeva, me lo ha detto giusto qualche mese fa, aveva un sacco di storie divertenti e una delle ultime fu questa, che andarono a casa sua garisti stranieri e tutti rimasero attoniti da quanto strapiombasse. E dai suoi circuiti di 70 movimenti. All’inizio la sfida era fare 4 movimenti, poi piano piano arrivarono i circuiti. Ma quanti? Ah, 10×70. Ma finiti, eh. Se cadevi non contavano.

Siccome l’alternativa era fare l’elettricista, ci diede dentro come quelli che hanno fame di una vita migliore. Ed entrò in Finanza. Arrivo’ anche secondo in Coppa del mondo, la sua sfiga fu la presenza di Legrand, che sullo stile di quei tempi, infinita resistenza su prese discrete quasi tutte uguali, era veramente imbattibile. E perse anche molto da Yuji Hirayama, il primo giapponese della storia dell’arrampicata, che divenne suo grandissimo amico. Era molto difficile non essere amico di Cristian.

In questi ultimi due anni entravo nei palazzetti delle gare e lui mi salutava sempre per primo, era velocissimo a salutare. “Com’è Fabio?”. Lui a me. 

Brenna e Barmasse in vetta al Cerro Piergiorgio. Foto: Archivio Cristian Brenna.

Dissi più volte chiaro e tondo a chi di dovere che lui  avrebbe dovuto fare una lezione di due ore o più a tutti gli agonisti italiani. Lui aveva vinto e perso davanti a 10.000 persone, aveva lottato contro lo squadrone francese, contro la NON federazione italiana e l’organizzazione francese e il talento di Yuji. Lui e Zardini erano stati eroici.

Era incazzato come una bestia per i conflitti di interesse italiani. Non avrebbe mai fatto certe cose in favore di sua figlia, e per questo quando a dicembre fu scritto che era nel team federale dissi, finalmente. Meritava la totale responsabilità perché nessuno ne capiva quanto lui e nessuno avrebbe mai stimolato e consigliato quanto lui. Infatti gli chiedevo sempre tutto e gli sottoponevo tutto. Sul piano politico, eravamo d’accordo su tutto. Siccome era per la competenza e la meritocrazia, era ovvio ma era ancora più netto di me. E aveva un occhiometro incredibile. Domenica, domenica scorsa, al piede che va via dice, ancora questi blackout, mi fa. Fretta, fretta, fretta. Gli dico, i piedi li guarda, è concentrata. E lui, a Milano, riguardati il video della finale, io non l’ho fatto ma ho avuto la sensazione che guardasse il piede, poi alzasse la testa e lo caricasse, e quindi lo perdesse. Perché aveva fretta. Invece stava bene, doveva guardare il piede, metterlo, sentirlo, spingere e andare su lentamente. Su quei piedi devi spingere con calma. 

E sulla finale di sabato mi fa, Franci e la Hofer erano marce, lei no. Ha fatto quel lancio come loro, perché non ha usato l’intermedio? Faceva retroversione bacino, intermedio pinza del volume, passava tranquilla. Aveva tutto il tempo. Non fanno mai retroversione bacino.

Guardava tutto di tutti e tutte, si era calato molto bene nel ruolo. Io ero contentissimo e un paio di volte gli avevo anche telefonato, lui sempre disponibile. Lo avevo messo dentro nel libro Uomini&Pareti, assieme a Hirayama, Manolo, Moffatt, Moon, Edlinger, Berhault, Huber, Glowacz. I grandissimi, le leggende dell’arrampicata. Gli altri erano alpinisti, in totale 16. Per me era nel 2000 uno dei grandi 10 della storia dell’arrampicata, e questo forse lo aveva sorpreso e da allora e per allora forse mi salutava sempre per primo. “Com’è Fabio?”.

La pagina di giugno del Calendario ANDE 2025 raffigura la parete nord-ovest del Cerro Piergiorgio con il tracciato de La Routa de l’Hermano. Foto: Tyler Lekki (@tylekki).

Abbiamo perso tantissimo perché quella cosa di starlo a sentire per due ore la volevo proprio fare. Il ragazzino con i Dreds che da elettricista era finito in cima al Rock master, poi era diventato professionista. Lui odiava due cose, proprio non le sopportava e si incazzava oltre le regole (e per questo fu sospeso dalla nazionale e fu mandato in punizione per tre anni dalla finanza…): le ingiustizie meritocratiche e il lamento da fatica. Chiunque si lamentasse per lui era da pigliare a sberle. Qualche mese fa mi disse proprio così, “se uno ha uno stipendio per fare le gare, deve allenarsi 40 ore alla settimana e fare tutte le gare, 4 settimane al massimo di ferie l’anno. Ma deve sapere che c’è chi non le fa e gli finirà davanti. Ma ti rendi conto che c’è chi dice che è stanco perché ha due gare consecutive?” Usava sempre la frase “ma ti rendi conto?”

Quando venne fuori che sarebbe andato al Pier Giorgio, io rimasi senza parole. Ma che cazzo c’entra Cristian Brenna con la Patagonia?

Ero al Ratikon con Paul e Dodo quando dissi così, e Paul ebbe la risposta pronta: una di quelle risposte che te le ricordi per sempre.

Brenna? Uno che si è allenato per le gare come ha fatto lui si mette 10 ore al giorno a fare dislivello con il saccone e nessuno gli sta dietro.

E naturalmente avvenne questo. E negli anni successivi divenne guida alpina, faceva alta montagna come se niente fosse, gli venne un po’ di pancetta ed io con sei anni in più ero fisicamente messo meglio, all’apparenza. 

Perché con la pancetta venne a Ponte Brolla sul famoso spigolo di 8a con tallonaggi e naturalmente lo fece a vista, e per lui andare a vista era rigorosamente mettendo i rinvii. Infatti c’era un mio fisso lungo al terzo perché era un rinviaggio delicato e se lo sbagliavi non era bello e mi disse, ah io l’ho rinviato dopo. Minkia ma se va via il tallone su quel liscio arrivi a terra da 5 metri e sotto hai tutti quei massi appuntiti.

Rise come sapeva ridere lui e rispose, eh, l’ho rinviato dopo 

Da sinistra, Luca Zardini, Rolando Larcher, Luca Giupponi, Cristian Brenna e Marzio Nardi. Foto: Luca Zardini.

Sette domande a Cristian Brenna
a cura di olympos.it
(pubblicato su olympos.it)

1. Completa questa frase: Per me la montagna è…
Divertimento, passare bei momenti con gli amici e vivere esperienze intense.

2. Descrivi le caratteristiche e le doti che contraddistinguono un forte alpinista?
La completezza e la polivalenza. Un grande alpinista è capace di esprimersi ai massimi livelli un po’ su tutti i terreni (ghiaccio, roccia, misto, neve, alta quota). A 360 gradi.

3. Cosa è importante fare per prepararsi al meglio ad un’ascensione alpinistica?
Molto dipende da quello che uno vuole fare, ma penso che l’allenamento sia la base di tutte le prestazioni, sia a livello sportivo che a livello alpinistico. Soprattutto perché ormai l’alpinismo si sta evolvendo in maniera tale da assomigliare sempre più ad uno sport di alto livello. Penso sia indispensabile prepararsi in maniera professionale, per poi saper gestire tutte le situazioni che ti si presentano sulle pareti o in alta montagna.
Con questo intendo anche una preparazione a livello psicologico, per esempio allenandosi su vie con terreno simile a quello che si deve poi affrontare durante l’ascensione. Però in questo caso è importante allenarsi bene, ma non troppo, cercando magari di fare cose esasperate. Il grosso rischio sarebbe di arrivare all’obiettivo già troppo scarico.
Se arrivi a iniziare l’impresa quando hai già preso troppo “spaventi” prima, magari non ce la fai più a sopportare la tensione. Bisogna prepararsi nel modo giusto, per arrivare carichi al punto giusto, per essere pronti a sopportare anche uno stress psicologico maggiore. Non è un’opinione solo mia, è condivisa da molti atleti, ho avuto modo di verificarlo in più occasioni.

4. Quali sono i pro e quali i contro di salire le montagne in solitaria invece che insieme ad altri alpinisti?
Solitarie non ne ho mai fatte, quindi non posso dare giudizi obiettivi. Preferisco vivere l’alpinismo con qualcun altro, per condividere l’esperienza, anche se penso che anche le solitarie abbiano il loro fascino. Per il momento, comunque, propendo per andare con altri che hanno più esperienza di me, almeno in questa fase della mia carriera, che dal punto di vista alpinistico è solo all’inizio. Il lato difficile è che a volte devi convivere con qualcuno che non conosci perfettamente, e c’è il rischio che ci si “sopporti” a vicenda. Io sono uno che si adegua abbastanza alle situazioni, ed è una fortuna, perché quando sali con altri c’è sempre da fare un compromesso, e devi saperlo accettarlo di buon grado altrimenti la convivenza può diventare davvero difficile.

Sulla Via dei Ladri al Campanile Basso (Silvestro e Tommaso Franchini, Max Faletti e Cristian Brenna aprono la via tra l’inverno 2005-2006 e il luglio 2010).

5. Quali emozioni provi nel raggiungere una vetta?
Quando arrivi in cima l’emozione non è mai alle stelle. Almeno, io non mi sono mai sentito appagato sulla vetta, lo sono sempre molto di più dopo quando sono a casa e ci ripenso. Però, più che la vetta quello che mi da soddisfazione è l’itinerario di salita: se trovo una via che mi soddisfa molto, anche se non arrivo in vetta sono contento lo stesso.

6. Cosa provi e come reagisci dovendo rinunciare invece ad una vetta?
Uno quando parte dovrebbe sempre mettere in conto che può anche rinunciare. Se capita, la metti via, magari con un po’ di amaro in bocca, però non è che ti piangi addosso. Qualche settimana fa sono dovuto rientrare dalla spedizione al Cerro Piergiorgio, mentre i miei compagni sono ancora in Patagonia. Un po’ mi dispiaceva perché praticamente eravamo a metà parete e iniziavamo a vedere la possibilità di finire la via, invece per lavoro ho dovuto interrompere. Pazienza, spero che gli altri ce la facciano, e se non potessero, ritenteremo insieme.

7. Cosa significa per te avere successo?
Il successo dovrebbe essere sempre una cosa che ti appaga a livello personale, e non qualcosa che devi dimostrare a tutti i costi a qualcuno. Quando riesco in qualcosa, sono contento di come l’ho fatta, come l’ho vissuta, se ho avuto dei momenti che mi hanno fatto felice: quello per me è un successo. Non voglio un successo riconosciuto dagli altri, anche se è ovvio che ti gratifica. Voglio soprattutto sentirmi a posto con me stesso.

Attivazione Fondo Studi per i figli di Cristian Brenna
di Severino Scassa

C’erano tutti Cristian, sei riuscito a riunire in una sola piazza la Storia dell’Arrampicata, perché tu di quella storia ne sei sostanza e anima.

L’abbraccio di tutti è stato sincero, commosso, vero. Lasciar volare in alto i ricordi non è stato facile, stringere la tua famiglia in un abbraccio è stato il solo modo per cercare di farlo. 

Ci piacerebbe dare sostanza all’abbraccio dato il giorno del funerale ad Arco ai figli di Cristian, Sofia e Filippo ed il modo migliore per farlo ci è sembrato quello di attivare una raccolta fondi per due borse di studio, per sostenere Jana nel compito di accompagnare Sofia e Filippo nella loro crescita, nello studio, nello sport. 

Abbiamo pensato di creare per la causa una carta ricaricabile Poste Pay Evolution intestata a Severino Scassa con codice IBAN. Qui di seguito vi lascio gli estremi della carta qualora foste interessati a partecipare al Fondo Studi  con una donazione libera:

Codice IBAN: IT05E3608105138263630863651

Per raccogliere le donazioni e permettere ad aziende e amici di partecipare ( siete liberi di condividere questa mail con chi pensiate possa essere interessato a prendere parte al progetto) la carta resterà attiva per i prossimi due mesi, dopo di che chiuderemo la raccolta fondi e gireremo il totale dell’importo raggiunto a Jana, moglie di Cristian Brenna. Ci teniamo a non rendere pubblica questa iniziativa e a mantenere un profilo riservato, ma continueremo a tenervi aggiornati sulla raccolta fino alla sua conclusione ed alla consegna del ricavato ai familiari di Cristian. 

Spero che l’idea di questo progetto possa essere da voi condivisa e sostenuta.

Grazie, un abbraccio.

La morte di un grande ultima modifica: 2025-06-07T05:51:00+02:00 da GognaBlog

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8 pensieri su “La morte di un grande”

  1. Le piantine quando sono piccole ,appena nate sono un po’ tutte uguali. 
    Poi alcune ,le più sane oltrepassano crescendo con le loro chiome le altre piante.
    Sempre però intrecciando con loro rapporti radicali di supporto  e vitalità reciproca. 
    Non si può prevedere se la pianta si seccherá per malattia,se verrà  tagliata o il vento la farà cadere appartengono per sempre a tutto il bosco.
    Ma sicuro tanti piccoli semi di  qualità stanno già arricchendo il terreno sotto le fronde che ancora sono piu’ che vive per chi ti ha conosciuto da vicino.
    Non ho avuto il piacere di conoscerti ,se non di fama quando gareggiavi ,ma leggendo (soprattutto)Lucia il meglio di te lo davi ora!
    Scusate il piccolo sermone ma per un grande …questo e altro!
     

  2. Il pensiero di Lucia Furlani mi ha commosso, quello di Fabio l’ho trovato uno dei migliori che ha scritto.
    Personalmente non trovo bella la moviola dettagliata dell’accaduto (le scarpe da mountain bike, la scivolata sul sentiero). Sarà un blog di super nicchia, ma rendere pubblici certi particolari potrebbero dare voce ai soliti coglioni. Si sa che nessuno è esente all’imprevisto.
    Dispiace molto, l’avevo conosciuto anch’io e quelle poche volte che l’avevo incontrato di persona era sempre alla ricerca di due chiacchiere, col sorriso. 

  3. ciao Cristian,
    ho provato un grandissimo dolore alla notizia, sono tanti anni oramai che non ci incontravamo, ma sei sempre stato uno dei pochi che ricordavo con piacere.
    Sono addolorato,….
    Stefano
     

  4. “Ei fu.”
     
    Pace alla sua anima. 
    Al pensiero di una vita che ieri c’era e oggi non c’è, mi commuovo sempre di piú col passare del tempo.
    Sarà l’età? Sarà la maggior consapevolezza della nostra precarietà? Sarà quel che sarà, ma è cosí.

  5. Bellissime parole,
    Cristian un esempio da ricordare sempre. È il vero scalatore, uno di quelli che mancano ancora di più oggi.
    Le ingiustizie e quelli che si lamentano… Fantastico❤️ perle di saggezza.
    Con lui se ne va l arrampicata vera, un uomo semplicemente speciale. Spero che la sua visione e il suo puro sorriso possano contagiare e supportare per sempre la sua famiglia.

  6. Una gran brutta notizia.
    Non lo conoscevo personalmente ma da alcune interviste mi è sempre sembrata una di quelle persone che mi sarebbe piaciuto incontrare, con cui bere una birra e chiacchierare.

  7. Lo chiamai “forte elettricista milanese” mentre facevo lo speaker a una gara di coppa Italia a Corvara. Credo fosse il 1995.
    Cordiale e sorridente ogni volta che ci siamo incontrati. Era un grande che non se la tirava e una vera forza della natura sulla roccia.
    Mancherà a tutti quelli che l’hanno conosciuto.

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