Senza rendersene conto, 90 anni fa un pastore delle Dolomiti si trovava nella culla di una delle più grandi rivoluzioni dell’alpinismo: la suola Vibram. Qualcun altro elaborò con successo la sua brillante idea, ma solo dopo una tragedia dall’esito drammatico avvenuta sulla Punta Ràsica, una vetta al confine tra Italia e Svizzera.
La nascita della suola Vibram
(sulle orme di un visionario)
di Robert Eckhardt
Nel classico libro di alpinismo Le Dolomiti Occidentali – Le cento più belle ascensioni ed escursioni (1), al numero 97, una via estrema sul Sass Maòr, c’è un paragrafo che parla di un incontro casuale nelle Pale di San Martino tra l’alpinista Silvio Saglio e un pastore. Quasi nessuno conosce questa storia, perché chi legge il testo di una via che pochi possono percorrere? Lo si fa solo quando si concepisce il progetto di volerla scalare. Eppure questo incontro, il 26 luglio 1934, fu di straordinaria importanza storica.

Saglio si stava recando alla partenza dello spigolo sud-est del Sass Maòr. In quel momento i suoi amici Ettore Castiglioni e Bruno Detassis stavano scalando per la prima volta quell’evidente spigolo. Stavano salendo con un’attrezzatura leggera e avevano lasciato alla base i pesanti scarponi da montagna, con cui avevano fatto la marcia di avvicinamento. Saglio aveva promesso agli amici di andare a prenderli. Durante il tragitto, Saglio incontrò un pastore che, per evitare di scivolare sui ripidi pendii erbosi, aveva dotato le sue scarpe di una suola rudimentale di gomma (ricavata da un copertone d’auto) nel quale aveva intagliato un profilo dentato. Ciò che Saglio vide sarebbe stato di grande importanza per il probabilmente più significativo sviluppo in materia di attrezzatura alpinistica, ovvero la suola profilata in gomma. Decisivo fu il ruolo di un altro alpinista, amico di Saglio, Vitale Bramani (1900-1970).
Chi era il visionario?
Questo per quanto riguarda la storia dal punto di vista italiano. In un libro sul Pizzo Badile (2), ho letto che Bramani si è ispirato anche a un’invenzione dello scalatore svizzero Hans Frei. Già nell’estate del 1934, quest’ultimo arrampicava con scarpette munite di rozze suole di gomma. Nell’inverno successivo, le scarpe di Frei furono addirittura esaminate a fondo nel negozio sportivo di Bramani. Tutti questi fatti sollevano immediatamente la domanda: chi è stato il visionario nella culla della suola profilata in gomma? Il pastore delle Dolomiti, l’attento Silvio Saglio, lo svizzero Hans Frei o Vitale Bramani, lo scalatore milanese?
Ecco qualcosa di divertente da ricercare, ho pensato, e nel farlo mi sono imbattuto in un articolo di Luciano Gadenz intitolato Sul Sass Maòr la nascita della Vibram (3). In esso si legge che quel pastore si chiamava Pietro Simion ed era originario del paese di Tonadico. Visse dal 1903 al 1984. Simion trascorreva lunghi periodi estivi nelle valli delle Pale di San Martino. Lì tagliava grandi quantità di legna da ardere e sorvegliava le sue pecore che pascolavano sui verdi pendii sotto le pareti verticali della Cima Stanga e del Sass Maòr. L’autore dell’articolo ha persino cercato Angelo Simion, il figlio del pastore. Angelo ricordava bene le suole di pezzi di pneumatici d’auto con cui il padre camminava su quei ripidi pendii.
Gadenz scrive un’altra cosa: “Caricato di due paia di scarponi da montagna, Silvio Saglio continuò il suo cammino per andare incontro a Castiglioni e Detassis”. Come concordato, incontrò i suoi amici sotto la via di discesa del Sass Maòr. Avevano raggiunto la vetta dopo nove ore di scalata, aprendo una via di sesto grado sullo spigolo sud-est. Tornato a Milano, Saglio raccontò la storia del pastore a Bramani. Quest’ultimo ne trasse indubbiamente ispirazione, ma dovette prima verificarsi una terribile tragedia – come purtroppo accade spesso ancora oggi – prima che mettesse effettivamente in pratica l’idea geniale di quel pastore.
La catastrofe
Nel luglio del 1935, Vitale Bramani era stato il primo a percorrere con tre amici la bellissima cresta sud-ovest della Punta Ràsica 3304 m in Bregaglia. Ne fu talmente entusiasta che due mesi dopo propose di salire nuovamente la sua via con un gruppo della Società Escursionisti Milanesi (SEM), una sezione del Club Alpino Italiano. Naturalmente Bramani era presente, ma ufficialmente il comando era affidato a un altro alpinista. Alla base della via avevano lasciato le pesanti scarpe chiodate e, come era consuetudine, erano saliti con calzature leggere con suole di feltro pressato o di corda, una sorta di espadrillas (4), per proseguire. Alla fine di ogni salita queste scarpe in genere erano consumate e dovevano essere buttate o riparate. Erano valide sulla roccia, ma del tutto inadatte per avanzare sulla neve o sul ghiaccio.

Tuttavia, il gruppo di 19 persone, diviso in cinque cordate, era troppo numeroso per una via così lunga! Alcuni erano fuori forma, altri non avevano mai scalato insieme. Comprensibilmente, la salita è durata troppo a lungo. Durante la discesa, il gruppo è stato investito da una violenta e inaspettata tempesta di neve. Gli alpinisti rimasero intrappolati come topi, poiché neve e ghiaccio rendevano impossibile la ritirata. Le condizioni divennero “artiche”. Il capogita fu il primo a soccombere. Ci fu una feroce discussione su cosa fare, ma molti furono costretti a bivaccare. Non erano preparati per questo e così altri cinque scalatori non sopravvissero a quella notte.
Di certo erano stati commessi errori grossolani. All’indomani della tragedia, seguì un’indagine guidata dal presidente della SEM. Bramani fu scagionato dalla responsabilità della tragedia (5). Anche se non sono riuscito a leggerlo da nessuna parte, è probabile che si sia sentito in colpa per questo; dopo tutto, l’idea di andare proprio là era stata sua. Tuttavia, si convinse che il disastro avrebbe potuto essere evitato con calzature più adeguate.
Una nuova suola
Prendendo come esempio le scarpe di Hans Frei, Bramani iniziò la ricerca di una suola più robusta, adatta all’arrampicata e con la quale si potesse fare anche la via di avvicinamento. Unì le forze con Leopoldo Pirelli, il maestro dei pneumatici. Insieme, i due hanno armeggiato con la composizione della gomma fino a quando non hanno trovato la suola perfetta.
Un importante sviluppo nel progetto di Bramani fu la realizzazione di scarpe più pesanti e rigide rispetto a quelle di Hans Frei. Fu realizzato un prototipo con sotto una prima versione – in gomma naturale – con il profilo a carro armato (6), dal design accattivante. La moglie di Bramani, Maria Fasana, fu la prima a provarlo. Alcune scivolate su un ghiacciaio rivelarono che le suole erano troppo morbide. Ora le suole, migliorate, dovevano essere testate nella pratica vera. Questo fu fatto già nel 1936 da Giusto Gervasutti e l’anno successivo dallo stesso Bramani. Il nome della suola fu stabilito da lui stesso un anno dopo: Vibram, composto di “Vitale” e “Bramani” (7).

Pizzo Badile
Come gli amici Saglio e Castiglioni, Vitale Bramani faceva parte di un gruppo di alpinisti lombardi. La loro base era Milano, da cui si potevano raggiungere in breve importanti zone di arrampicata. Nel negozio di alpinismo di Bramani, in città, si riunivano per definire i piani. Tra loro c’era anche il re Alberto I del Belgio (caduto sulle rocce belghe vicino a Marche-les-Dames nel 1934).
Ispirati dal successo di Riccardo Cassin nel 1937 sulla parete nord-est del Badile, Bramani e Castiglioni effettuarono pochi giorni dopo la prima salita della parete nord-ovest della stessa montagna. Per Bramani fu forse uno delle salite più belle, non solo per la bellezza della via, ma anche perché lì sperimentò per la prima volta le proprie suole. Scriveva nella Rivista del Club Alpino Italiano (8): “Lavorando di pura aderenza, con le mani piatte sulla roccia, ma fidandomi forse di più, su quel sano granito, dell’aderenza delle mie scarpe da montagna con la chiodatura di gomma che anche questa volta fanno magnificamente il loro dovere“.
La loro prima ascensione non fece quasi scalpore. Quasi nessuno conosceva quella parete, nascosta in un angolo remoto e selvaggio della Bregaglia. A causa del gran parlare della tragedia avvenuta pochi giorni prima nella prima salita di Cassin della parete nord-est, era quello l’evento sotto i riflettori. Inoltre, la parete nord-est è più alta e, forse, più impressionante e più difficile della parete nord-ovest.
La morte in montagna
Quando nel 1981 avevo scalato la parete nord-est del Pizzo Badile con Joyce Heckman, era quasi ovvio che l’anno successivo volessimo tentare la parete nord-ovest. Quell’anno, il nostro gruppo di scalatori si era nuovamente riunito al campeggio in Bregaglia. Si facevano progetti e si sognavano fantastiche vie di granito. Naturalmente si parlò anche della parete nord-ovest del Badile. La mia lirica descrizione di “una parete nascosta in un ambiente selvaggio” fece sì che due dei nostri compagni di cordata più giovani volessero farsi notare. Probabilmente saremmo andati in quattro, ma a causa di un brutto infortunio per quella stagione non potei scalare neppure un metro di roccia in più. La via Bramani-Castiglioni non sempre ha un’ottima qualità di roccia. Così avevo consigliato loro di fare un’altra via sulla stessa parete, la via Chiara. Questa è più difficile, ma entrambi erano forti rocciatori e si erano preparati bene. Inoltre, la via Chiara è più sicura perché la roccia è sempre solida.
Dal loro bivacco sotto la parete, entrambi hanno potuto godere intensamente della bellezza di questo angolo desolato. Ma il destino ha colpito crudelmente il giorno dopo. Quel pomeriggio, uno di loro fece una grossa caduta che si rivelò fatale, poiché ebbe la terribile sfortuna di atterrare sull’unico pezzo di parete orizzontale prima di essere trattenuto dalla corda. L’impatto è stato mortale. Il compagno rimase lì, sconvolto e terribilmente solo, su una parete che era diventata improvvisamente infernale e ostile – un ambiente che non offriva alcun tipo di conforto. Inaccettabile, poi, che noi in quel pomeriggio fossimo in valle a godercela. Quando il morto e il sopravvissuto furono recuperati, fu uno shock così violento che lo sento ancora dopo 40 anni. La telefonata ai genitori del nostro giovane amico, l’identificazione ufficiale della vittima e sempre quella domanda: la scalata sarebbe andata diversamente se fossi stato in forma e fossimo saliti in quattro? Fu allora che decisi che non avrei mai scalato quella parete nord-ovest.

Le quattro vie più importanti di Vitale Bramani
(a) Pizzo Dell’Oro Meridionale 2695 m, parete nord-ovest (con Elvezio Bozzoli-Parasacchi, 22 luglio 1934). ADsup, III, IV e 2 passi di IV+, 3 ore, 300 m. Discesa facile (F). Dal rifugio Omio.
(b) Punta Ràsica 3305 m, cresta sud-ovest (con lo stesso Bozzoli-Parasacchi, Aldo Bonacossa e Carlo Negri, 14 luglio 1935). D, III, IV e 3 passi di IV+; 5-6 ore, 600 m. Discesa difficile (PD). Dal rifugio Allievi. Tutte le vie sulla Punta Ràsica terminano sotto il bellissimo ed esposto blocco sommitale, che quindi va sempre salito! È più facile (IV+) di quanto sembri.
(c) Pioda di Sciora 3238 m, spigolo ovest-nord-ovest (ancora con Bozzoli-Parasacchi, 16 agosto 1935). Dsup, IV e V con passaggio chiave oggi valutato 6b (A0, 5c+); 6-7 ore, circa 23 lunghezze di corda, 700 m. Il rifugio Sciora è chiuso fino a nuovo avviso a causa di pericolose cadute di massi dalla parete nord del Pizzo Céngalo che possono interessare, tra l’altro, il sentiero per raggiungere il rifugio. Lo spigolo ovest-nord-ovest (Piodakante) può essere anche raggiunto dalla diga o dal rifugio dell’Albigna, però con un faticoso avvicinamento di circa 6 ore. È necessario quindi un bivacco sotto allo spigolo.
(d) Pizzo Badile 3308 m, parete nord-ovest (con Ettore Castiglioni, 27-28 luglio 1937). TD, molti passaggi di V, 650 m. Viene salita raramente.
Ci sono altre vie Bramani.

I cinque grandi pilastri della Val Bregaglia
Il Piodakante è uno dei cinque grandi e classici pilastri della Val Bregaglia:
– Fuorikante (spigolo nord-ovest della Sciora di Fuori 3169 m, di Karl Simon e Willi Weippert, 17 settembre 1933);
– Piodakante;
– Gemellikante (spigolo nord-ovest del Pizzo Nord-ovest dei Gemelli 3221 m, di Hans Frei e Jürg Weiss, 28-29 luglio 1935);
– Pilastro del Cengalo (Spigolo nord-ovest, chiamato anche lui Kante nella letteratura degli anni Trenta, di Fred Gaiser e Bertl Lehmann, 15 luglio 1937);
– Badilekante (spigolo nord del Pizzo Badile, di Alfred Zürcher con la guida Walter Risch, 4 agosto 1923).
Lo spigolo ovest-nord-ovest della Pioda di Sciora (Piodakante) è stato l’ultimo di questo famoso quintetto che ho salito (nel 2002). A metà salita si trova il passaggio chiave, uno strapiombo nero, quasi sempre bagnato. Anche le due lunghezze di quinto grado sotto di esso possono essere sgradevolmente umide e fredde a causa dello scorrimento d’acqua. Dopo questo strapiombo arriva la parte più bella della via. Per molto tempo il Piodakante è stato temuto e poco praticato a causa della sua difficile e complicata discesa. Già prima del 2002, tutti i tiri erano dotati di solidi chiodi ad anello. Ora è possibile percorrere l’intera via in corda doppia: 23 doppie, 4-5 ore!

Note
(1) Le Dolomiti Occidentali – Le cento più belle ascensioni ed escursioni, di Gino Buscaini e Silvia Metzeltin (Zanichelli, 1988) è disponibile anche in tedesco. È uno degli oltre 20 libri di arrampicata della serie “Le 100 vie più belle di…”.
(2) Marco Volken, Badile-Kathedrale aus Granit, AS Verlag Zurich 2006; in italiano Marco Volken e Giuseppe Miotti, Badile-Cattedrale di granito, Bellavite, 2007.
(3) Sul Sass Maòr la nascita della Vibram, da aquilemagazine.it, agosto 2017.
(4) Chiamate scarpe de gat nelle Dolomiti. Sono le lontane precorritrici delle attuali scarpe da arrampicata sportiva, spesso dotate di suola Vibram.
(5) Il dramma della Punta Ràsica è stato descritto da più persone. Ognuno dal proprio punto di vista. Ecco perché i racconti in letteratura, su Internet e sul sito di Vibram sono ogni volta diversi.
(6) La composizione attuale è: tanta gomma naturale quanta gomma sintetica. Il modo in cui è fatta la miscela è un segreto commerciale.
(7) Negli anni Venti, Vitale Bramani firmava i suoi articoli sulla Rivista Mensile del Club Alpino Italiano con il nome Vibram, acronimo del suo nome.
(8) Rivista Mensile del Club Alpino Italiano, 1939.
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Non lo metto in dubbio: sai meglio di me che espressioni come questa erano purtroppo normali (e in tanti ambienti lo sono ancora).
Non ho problemi a dire che le ho usate anch’io, ma adesso me ne vergogno e sono pentito di averlo fatto.
Chi è già pronto a tacciarmi di political correctness (qualunque cosa ormai voglia dire), sappia che me ne sbatto allegramente i maroni.
Ma stronzo, il termine genovese “buliccio” tradotto in italiano è frocio ma, a seconda di come si usa, può assumere significato diverso. Ad esempio, detto a un amico, può significare “sei un figo” oppure un imbroglione o un fighetto delicato e via discorrendo.
L’uso che ne faceva l’allora direttore era sicuramente dispregiativo, nonostante si trattasse di una carissima persona di cui ho un bel ricordo. Anche Gogna se lo ricorderà di sicuro.
Tutto sto rigiro per dire che nelle scuole d’ alpinismo di tradizione (un nostro conoscente direbbe blasonate, ma io evito) si faceva più fatica a infrangere quelli che erano dei tabù.
A Finale tutti scalavano da tempo con le scarpette ma i corsi del Cai arrivavano con i loro scarponi dalla lamina inflessibile. Poi, fortunatamente, cambiò.
Pregiudizio doppio, in questo caso.
Manco io ne ho voglia. Ma certi giudizi forse sono detti con troppo leggerezza.
Non ho voglia di discutere sul talento e fare l’istruttore ma segnalo quella che secondo me è un’imprecisione nell’articolo.
Gli scarponi Galibier Super Guide Desmaison, costruiti dalla ditta Richard Pontvert, non avevano una suola Vibram ma un’imitazione dal nome Makalu e Made in France.
Ne ho un pessimo ricordo perché facevano un terribile male ai piedi, erano pesantissimi e si inzuppavano d’acqua. La suola scivolava di lato sulla neve e a ogni passo si doveva farne un altro più piccolo per recuoperare la sbandata. Erano costosissimi e quando uscirono i Koflach di plastica sembrava di volare, sia per il peso che per il comfort in generale.
La foto che ritrare l’autore alla Punta Rasica è impresentabile per la bruttezza della posizione d’arrampicata (da secondo, poi).
che poi ci siamo i talentuosi è innegabile e che ci possa essere un allievo che ha più talento di un istruttore è altrettanto vero. La cosa interessante è il direttore che fa i complimenti ma non il sermone all’istruttore che manda da primo l’allievo perchè lui non ne è capace. I tempi sono cambiati. Giustamente o no???
Caminetti questo lo dici te. Io ne conosco tanti di talentuosi arrampicata che fanno l’istruttore cai.
Be’ Benassi, non è poi cosi raro. I talenti sono talenti. Senza nulla togliere agli istruttori del Cai, se uno ha talento in arrampicata di certo non si mette a fare l’istruttore del Cai.
Menegardi mette in evidenza le differenze di mentalità tra le sezioni Cai delle grandi città del nord con le province.
Le EB nel 1976 ai piedi di un istruttore Cai sono un record. Ricordo che l’allora direttore della scuola B.Figari della sezione Ligure del Cai di Genova, Vittorio Pescia, le chiamava “scarpe da bulicci” ancora nei primi anni ’80.
I pregiudizi della storia.
lL’allievo che fa da primo all’istruttore e lo porta fuori dalle difficoltà. Interessante…
Nel 1976 partecipavo come allievo al corso di roccia del Cai di Mantova e durante la salita della via degli svizzeri alla Pietra di Bismantova il nostro istruttore che calzava scarpette francesi (EB) visto che c’era stato un breve scroscio di pioggia, disse che dovevamo calarci perché le scarpette a suola liscia sulla calcarenite bagnata non avevano nessuna tenuta. Noi allievi avevamo, per regolamento della scuola Morari-Moccia del Cai degli scarponi con suola Vibram, 3.6 kg a paio con lamina in acciaio! Proposi all’ istruttore di proseguire io, visto che avevo il “Vibram”! Acconsentì e uscimmo senza grossi problemi dalla via e ricordo che superai uno strapiombino incastrando lo scarpone in una fessura bagnata. Il direttore del corso, un INA, quando seppe del fatto si complimentò e da allora finimmo per fare coppia fissa su molte vie in Dolomiti e non solo, ma io finito il corso mi procurai delle EB di fabbricazione francese.
Dopo l’epoca di Emilio Comici, le pedule moderne da arrampicata a suola liscia di gomma fecero la loro apparizione in Italia alla metà degli anni Settanta.
Se desiderate sapere l’anno e il mese precisi, rivolgetevi con riverenza al Sommo Maestro della Storia dell’Alpinismo, qui presente nel GognaBlog e sempre disposto a illuminare con benevolenza il cammino di chi vaga nell’oscurità.
😀 😀 😀
Ricordo che, al CAI di Modena, il direttore del corso roccia le aveva ribattezzate le “muoripresto”.
Con questa nomea io, giovanissimo alpinista che muoveva i primi timidi passi nella difficile arte della sopravvivenza in montagna, mi guardai bene dall’adottarle. E sbagliai.
Il tabú venne infranto solo diversi anni dopo. Ahimè!
Scarponi rigidissimi, fatti apposta nel rispetto del famoso motto di Cesare Maestri:
“Lo scarpone dev’essere la naturale prosecuzione dell’appoggio”.
Decenni piú tardi, tra la suola Vibram e il resto dello scarpone fu inserita una lamina d’acciaio, a scopo di irrigidimento.
Provate a figurarvi che cosa significasse arrampicare con quei cosi sugli appoggi lisci e arrotondati della Pietra di Bismantova (Appennino Reggiano). Calcarenite, non dolomia! Erano la negazione di ogni logica arrampicatoria.
Per di piú, nella seconda metà degli anni Settanta – temporibus illis – i chiodi in parete erano un terzo di quelli attuali. Ma che dico? Un quarto o addirittura un quinto.
E non esistevano ancora nut, friend, grigri, camalot e tutte le altre diavolerie moderne. I secchielli erano solo quelli che i bimbi usavano per giocare sulla spiaggia a Riccione.
Voi mi capirete se vi dico che le cordate sulle vie dal quarto grado in su erano un decimo che al giorno d’oggi. O un ventesimo. O un trentesimo. Ciò depone a favore della sanità mentale degli esseri umani, e anche dell’insanità di chi allora arrampicava…
Al ritorno dalle scalate, spesso si faceva una capatina al vicino eremo benedettino, accendendo un cero come ringraziamento per essere ancora vivi.
P.S. Tranne il cero, giuro che è tutto vero.
Quando, nel 1936, decise di provare le suole Vibram, Giusto Gervasutti si fece una bella passeggiata sulla Mer de Glace, come rivelò lui stesso nell’autobiografia. Però, a causa di quelle strane scarpe, si dovette sorbire una sgridata da guide alpine francesi: “Giovanotto, non si va cosí in montagna!”.
Il secondo collaudo su alte difficoltà, dopo quello menzionato sul Pizzo Badile, avvenne nel 1938 a opera di Riccardo Cassin e dei suoi – Esposito e Tizzoni – nientepopodimeno che sullo Sperone Walker.
Insomma, furono collaudi coi fiocchi e i controfiocchi.
Ringrazio Piero Carlesi per l’informazione. L’articolo menzionato, a firma di Giovanni Padovani, si intitola “Ottant’anni di suole Vibram” ed è stato pubblicato su La Rivista della Giovane Montagna n. 1 del 2016.
Lo si può scaricare in formato PDF al seguente indirizzo:
https://www.giovanemontagna.org/rivista_numero.asp?n=Numero-1-2016&id=487&pg=2&a=2016
Leggetelo: è interessante.
Nell’ articolo si cita Leopoldo Pirelli ma in realtà la persona che fece sperimentare la mescola di gomma adatta agli scarponi fu Franco Brambilla alpinista milanese amico di Vitale Bramani dirigente in Pirelli che il gruppo di alpinisti milanesi di allora soprannominavano Franco Gomma. Anni fa uscì un articolo sulla Rivista della Giovane Montagna che raccontò come nacque la suola Vibram.
comunque una o due poco cambia
A me sembra che Castiglioni ne regga ( alla bersagliera ) una sola , e che la seconda passi dietro il braccio di Castiglioni e forse passi in un ancoraggio che non si vede ( seopra è tesa , sotto è lasca ).
Fabio, secondo me dalla mano destra di Castiglioni escono a V tutte e due le corde, una va a sx al chiodo in alto, l’altra a direttamente a dx a Bramani.
Ma Castiglioni si sarà autoassicurato?
Alberto, mi pare che l’altra corda passi dapprima dietro l’avambraccio destro di Castiglioni (dietro nella prospettiva della fotografia) e poi oltre il corpo. Certamente la sua mano sinistra ne impugna una sola.
… … …
Io sono miope come una talpa. Però da vicino ci vedo ancora benissimo. Non sono come voi settimogradisti che, alla vostra età, avete bisogno di occhiali da presbite spessi come il fondo di una bottiglia.
Sto scherzando! 😀 😀 😀
Fabio guarda meglio le corde Castiglioni le impugna tutte e due.
Comunque già allora sfalzavano le corde…. anche se sul primo non andrebbe fatto.
Ma allora la torre di Padova non c’era…
Nella fotografia (è la penultima) di Vitale Bramani da capocordata sul Gemellikante, lo si vede legato a due corde. Di queste, una passa per il primo chiodo moschettonato, ma è poi lasciata libera! L’assicuratore (Castiglioni) impugna invece l’altra corda, cioè quella che non passa per il chiodo, e lo fa afferrandola semplicemente con entrambe le mani. Pertanto non si tratta nemmeno di sicurezza a spalla, già nota a quei tempi (1937).
Da allora, fortunatamente, molta acqua è passata sotto i ponti in tema di assicurazione su roccia.
Racconto interessante.
Anche se non sono riuscito a seguirne tutti i passi e a spiegarmi il perché di certe descrizioni di salite, che con la storia delle scuole non hanno nessun collegamento.
Forse la traduzione…chissà.