La scoperta di Finale

Una vita d’alpinismo – 88 La scoperta di Finale (AG 1979-009)

Dopo l’abbuffata di altissima e alta montagna, dovuta al K2 e al corso di ghiaccio e misto per aspiranti guida, venne la volta di un po’ di riposo ma anche di nuove pratiche.

Le nuove modalità per un free climbing che si distanziasse un po’, ma non troppo, dall’alpinismo presero il sopravvento e cominciai a dedicarmi alle arrampicate che a Finale mi si proponevano in numero davvero imponente.

La primissima guida La pietra del Finale era ormai vecchia di tre anni ma era ancora degnamente valida perché le nuove aperture si erano diradate dopo il periodo 1968-1975. Ciò che si poteva fare senza spit era stato fatto e i tempi stavano maturando. Chi voleva fare arrampicata libera si impegnava sulle vie che presentavano tratti più o meno lunghi in artificiale, ed erano tanti gli itinerari non ancora “liberati”.

Rocca di Corno

Dopo il relax delle Fate Nere, durante il quale il 19 settembre 1979 feci salire a Nella lo spigolo nord del Monte Sarezza, e dopo un periodo molto lavorativo, incominciarono le uscite di fine settimana a Finale Ligure. Guida alla mano ripetemmo tutte o quasi le vie a disposizione. I compagni erano vari, si andava dalle compagnie numerose (e rumorose) alle uscite con un singolo compagno, magari protraendo il weekend al lunedì e al martedì…

Gli orari d’arrivo nella piazzetta di Finalborgo, con ritrovo al mitico Bar Centrale, erano molto variabili. Compravamo la focaccia, ci attardavamo a salutare quello o quell’altro. Si consultavano febbrilmente i quaderni del Bar Centrale e della Locanda del Rio per vedere se qualcuno aveva fatto qualcosa di nuovo e chi ripeteva che cosa. Di alcuni compagni non ho traccia, come è successo quella volta del 20 ottobre, quando con Nella, Marco Lanzavecchia, Michele Radici, Adriana e Claudio Bacigalupo salimmo con altri due (uno o una si chiamava Titta) la via Titomanlio alla Rocca di Corno. Probabilmente eravamo arrivati assai tardi, perché per quel giorno non facemmo altro. Il giorno dopo, a compagnia sfoltita e rinnovata, andai a Monte Cucco dove salii la Corpus Domini con tre compagni (oggi ignoti). In seguito, la via della Gomma, con Alessandro Grillo (l’autore della guida), Michele Radici, Gianni Calcagno e Marco Lanzavecchia (che ancora non era stato soprannominato Rel). Nel mio diario riportavo pignolescamente quanti chiodi “tiravo”, ma non starò ora a tediare con questi dettagli. Dirò solo che le salite in libera non erano del tutto “pulite”, allora non avevo ancora coniato la parola resting (che in inglese nessuno usa) semplicemente perché tutte le regole erano ancora da definire. Terminai con Lanzavecchia facendo un tentativo (credo interrotto per l’ora tarda) sulla via degli Allievi.

Rocca degli Uccelli

Per la festa dei Santi tornammo, più entusiasti che mai. Feci reincontrare Lanzavecchia con Roberto Bonelli. Io credevo che fosse stato Roberto a soprannominarlo Rel, invece Luca Mozzati mi ha recentemente chiarito che la responsabilità del nomignolo è stata sua e me ne ha fornito anche l’astruso processo mentale: “da lanzavecchia a lanz o’ keck (non c’entrano nulla le checche intese come omosessuali): era un nome mitizzante, che lo poneva in una dimensione leggendaria; poi da lanz o’ keck a checcarel: di nuovo non c’entrano le checche, ma c’era stata una degradazione del mito; infine da checcarel a Rel il passo era ovvio e breve”. Per Mozzati il nome, che non alludeva a nulla in particolare, era bello e attecchì.

Quel 1° novembre in tre salimmo la Rocca degli Uccelli per tre vie una dietro l’altra, lo spigolo nord-ovest, lo spigolo nord-est e la via Vaccari.

Dopo una serata abbastanza alcolica alla Locanda del Rio e una notte passata sul mio van, con uno dei due compagni che si arrangiava in tendina, il giorno dopo optammo per Rocca di Corno, più solatia di altre strutture. Sempre in tre salimmo la via della Prima Fessura con variante finale diretta, la via Massimiliano Ferretti, la via Ferdinando e la Fessura a Y con variante Mesciulam.

Il 3 novembre fu la volta di un posto nuovo, le Rocce dell’Orera, che non ci avevano mai attirato troppo per via dell’esposizione a settentrione. Sempre con Bonelli e Lanzavecchia salii lo spigolo nord-ovest e la via dei Diedri Obliqui. Quindi ci dedicammo all’apertura di una via nuova (tra la via Cicino e la via di Nico) che chiamammo Potere oscuro. La facemmo tutta in libera. Non so che fine abbia fatto il nome di questo itinerario, certamente oggi inglobato in qualche via a spit.

Il 4 novembre, sollecitati dall’amico Grillo, noi tre andammo assieme a lui, a Gianni Calcagno e a Mauro Oddone a Capo Noli, per intraprendere la splendida traversata sul mare chiamata In Sciö Bölesömme, non difficile ma veramente grandiosa. Fu molto divertente, anche perché il mare non era proprio calmissimo.

Allorché, in quel pomeriggio ventoso e assolato, in pieno inverno, percorsi la traversata, promisi a me stesso di non parlarne troppo in giro. Perché volevo tenere per me un angolo di pace vicino all’ormai frequentata Pietra del Finale. In seguito cambiai idea, anche perché i segreti nel nostro ambiente non durano a lungo e le cose belle prima o poi si devono dividere con gli altri. Meglio volenti che nolenti.

Finalese, sentiero dei ponti romani, Chiesa di Magnone

Il 9 novembre andai in Provenza con Roberto Bonelli. Scalammo il Bau de St. Jannet per la via del Jardin Sospendu, poi il giorno dopo per la Directissime, che ricordo piuttosto impegnativa. La sera ci spostammo più all’interno, con l’intento di raggiungere la Montagne de Teillon. Quel bastardo di Bonelli mi fece fumare qualcosa di terribile: ebbi incubi e visioni tutta la notte. Di piacevole non c’era nulla, e ricordo che avevamo posteggiato proprio in mezzo a una stretta gola. La mattina dopo, a dispetto di un tempo bellissimo, non ero ancora in grado di scalare. Perciò soltanto il 12 novembre salimmo la bellissima Montagne de Teillon per la voie de l’Étrave, immersi in un meraviglioso cielo autunnale.

Il 22 novembre ritornai a Finale con Lanzavecchia: a Monte Cucco, salimmo il già conosciuto Diedro Rosso, la via del Cuore, la via della Cooperazione, la via della Torre, chiudendo la giornata con l’aggiunta dell’asso locale Nico Ivaldo su Zone pelviche.

Anche il giorno dopo, altra florida messe: a Rocca di Perti, via Florivana, Pilastro Josephine con variante diretta Ivaldo, via della Grattugia. Ma la giornata era tutta in attesa di cimentarci con le due lunghezze del Pilier della Concentrazione, soprattutto di lottare con la fessura cattiva in off-width aperta da Gian Carlo Grassi. Non riuscimmo a farla in libera, la nostra tecnica d’incastro era ancora assai primordiale. Per chiudere scalai con Ivaldo la via del Diedro (a destra della via Florivana).

Tramonto su Rocca di Perti

Il 24 novembre con Marco ci rivolgemmo a Rocca di Corno, via della Terza Fessura, via del Topo, via del Pescecane (con variante diretta del diedro terminale della via Titomanlio). Tanto per dare un’idea del mio livello, sulla via del Topo mi attaccai a 5 chiodi e sulla via del Pescecane a 7…

Continuammo sulla via Carolina, con l’aggiunta di Franco Piana e di Massimo Mesciulam, che allora era incerto se dedicarsi alla carriera di attore. Con gli stessi chiudemmo sulla via della Seconda Fessura.
La sera ci incontrammo con gli amici Aldo Anghileri e Francesco Margola: va da sé che fu festa grande, scatenati alla Locanda del Rio.
Il giorno dopo, il 25, dirigemmo tutti e quattro alla Rocca di Boragni, dove con il solo Lanzavecchia salii la via Pipino, un vero e proprio calcio nei denti, e in quattro la via San Silvestro. Poi con il solo Marco, la via Ambra, itinerario assai vegetale e da dimenticare.

San Lorenzino (Orco Feglino, Finale Ligure)

In mezzo a tutto questo Finale, Nella ed io invitammo Marco alle Fate Nere. Ormai era nevicato e faceva il giusto freddo. Il 2 dicembre, i tre salimmo verso il Colle Perrin con gli sci: poi però solo Nella arrivò al colle, perché io e Marco salimmo una cascata in prima ascensione, la Cascata del Pinter di Destra. Quella di sinistra era molto più bella, ma per quella volta ci accontentammo. Il giorno dopo era brutto, così salii al Crest inferiore, tanto per fare qualcosa.

Ivan Guerini sulla via dell’Ypsilon (Rocca di Corno), 8 dicembre 1979

L’8 dicembre, festa dell’Immacolata, di nuovo a Finale. Questa volta sul van avevo imbarcato, oltre a Nella, gli amici Ivan Guerini, Antonella Belloro, Valerio Burò e un Carlo. Andammo a Rocca di Corno dove ripetemmo le tre vie di media difficoltà, Titomanlio, Prima Fessura e Fessura a Y.

Quest’ultima è una delle più belle arrampicate non estreme di Finale, adatta a chi voglia sperimentare il quinto grado. Qualche chiodo non era necessario, ma nessuno azzardava l’asportazione per non deteriorare la roccia. A questo proposito raccomandavamo l’uso delle scarpette lisce sulla Pietra del Finale. Specialmente gli istruttori dei corsi di alpinismo, dovevano esigere che gli allievi non si presentassero con scarponi rigidi che distruggono in breve tempo quelle «gocce» di pietra che sono la reale caratteristica piacevole di questa roccia. Piuttosto che lo scarpone rigido, se non si voleva acquistare la scarpetta, era meglio un paio di scarpe da training qualsiasi, che oltretutto, ormai era provato, funziona meglio dei «rigidones».

Il 9 dicembre, sempre a Rocca di Corno, dopo una Terza Fessura per scaldarci, con Ivan salii il Muro Crepitante. Fu un’idea di Guerini, vedere quel muro grigio senza alcuna fessura e pensare di salirlo fu tutt’uno. Gli feci sicura mentre saliva con circospezione ma anche con tanto margine quella via, che poi divenne davvero classica. Chiudemmo con lo spigolo sud, assieme anche a Nella e Antonella.

Il 15 dicembre 1979 nel nostro gruppetto “finalese” ci fu la new entry di Marco Marantonio. Questi abitava ad Albisola, quindi non facevamo altro che prenderci per il culo con il finto (ma solo fino a un certo punto) disprezzo del “savonese” e del “genovese”. Non ricordo affatto come fu la conoscenza con Marco, un giorno glielo chiederò…

Antonella Belloro sulla variante finale diretta della Prima Fessura, Rocca di Corno (Finale Ligure), 8 dicembre 1979

In ogni caso il modo di arrampicare di Marantonio mi colpì in modo particolare, sembrava passeggiasse sulle rocce. Con lui, Lanzavecchia e Alessandro Pestalozza salimmo a Monte Cucco la via dell’Alpino con variante finale. Con il solo Marantonio salii sul bordo destro del Canyon di Monte Cucco una via nuova. E poi, ancora nella stessa giornata, prima la mitica via Machetto, dove con i due Marco c’erano anche Flaviano Bessone, Giovanni Marino e Nico Ivaldo. Questa arrampicata è tanto stupenda quanto allora temuta. Ancor più stupefacente era pensare che fosse stata aperta con le scarpe rigide. In effetti l’incompleta attrezzatura della via scoraggiava le velleità, anche perché si era verificato qualche incidente. Per questa ragione l’itinerario è stato al centro di polemiche. C’era chi sosteneva che «le vie di palestra» dovrebbero essere completamente attrezzate e c’era invece chi non vedeva chi avrebbe dovuto occuparsi di questa pretesa attrezzatura. Pretenderlo dai locali sembrava voler troppo, visto che già questi avevano diserbato le vie e le avevano attrezzate al 95%. Non parlerei di questi episodi se non fosse per mettere in campo il problema generale della chiodatura o meno. Ero già allora dell’opinione che, su strutture come quelle di Finale, la chiodatura dovesse esserci, stabile e sufficiente, allo scopo di non degradare una roccia abbastanza tenera e allo scopo di prevenire incidenti. Ma penso anche che ciò non si debba pretendere da nessuno.

E poi la via degli Allievi, con il solo Marantonio. Non si sarebbe mai creduto che il tetto della via degli Allievi potesse essere «scavalcato» in arrampicata libera. Quando lo feci mi dissero tutto ciò che dovevo fare per impostarlo e superarlo senza troppo sforzo. Il segreto sta nel ficcare la gamba sinistra nella fessura orizzontale sotto il tetto. Si diceva che il tetto fosse stato cosparso di «nutella»: il secondo di cordata spingeva la pasta marrone nei buchi così caratteristici della Pietra del Finale, ma dopo quella volta uscì la Rivista della Montagna a dire che i chiodi di cioccolata sono l’avvenire nell’equipaggiamento e tutti si tennero la «nutella» perché non si sa mai. Questa è una delle tante storie che i Maestri raccontano agli Allievi. Il primo diedro non aveva neppure un chiodo di protezione. Sicché molti lo facevano slegati.
Erano giorni bellissimi, pieni di entusiasmo. Arrampiocare sulle rocce del finalese era una gioia quasi sempre, tranne cioè quando ce le andavamo a cercare. Il 16 con Marantonio salii a Bric Scimarco la via del Cinghiale e il Pilastro del Re, pura libidine.

Ma subito dopo andammo a cacciarci sulla via Casarotto e lì furono tanti dolori.

A fine anno, soggiorno alle Fate Nere: lavoro, relax, passeggiate (Mascognaz e Alpe Cortoz) e cascate (31 dicembre 1979, Cascata di Mascognaz, con il vercellese Mario Pelizzaro, grande futuro tombeur de femmes).

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La scoperta di Finale ultima modifica: 2021-12-25T05:18:00+01:00 da GognaBlog

2 pensieri su “La scoperta di Finale”

  1. 2
    Enrico Defilippi says:

    Bei tempi, dopo le gioiose fatiche  tappa alla Vecchia Osteria di Perti – col juke box –  piatti gustosi e nostralino, poi c’era anche una trattoria favolosa sopra Orco, la Toppia, mi sembra aperta solo nei fine settimana, meta eletta dei Vaccari…

  2. 1

    Evocativo e fedele. Lo vissi anch’io allo stesso modo e, più o meno, negli stessi anni. Mi accompagnavo all’inizio con Fulvio Torre, Mauro Montanaro, Mauro Marsullo, Luciano Caneva, Vittorio Gnecco e poco più tardi, con Francesco Leardi, Andrea Parodi, Betta Belmonte, Martino Lang e Stefano De Benedetti. Passai così tante giornate di scalata a Finale che i ricordi mi si confondono, ma sono tutti belli.

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