La tragedia di Spinetta Marengo – 1

La tragedia di Spinetta Marengo – 1
di Lino Balza

1) C’era una volta
C’era una volta… Così cominciavano le fiabe. Ma questa da raccontare non è una fiaba, ma una tragedia per il territorio di Alessandria e il suo sobborgo di Spinetta Marengo, per la popolazione. C’erano solo contadini: fino all’anno mille per i suoi tetti era denominata “la città della paglia”, ma neppure il Barbarossa riuscì a conquistarla incendiandola, Napoleone neanche la usò per la battaglia di Marengo. Ma all’inizio del ‘900 comincia a insediarsi l’industria. Perché?

Nella Fraschetta non c’erano risorse estrattive da sfruttare industrialmente, ma c’era in abbondanza la risorsa acqua: da prelevare pulita dal sottosuolo e scaricare sporca nei fiumi. La collocazione proprio al centro del triangolo industriale Torino-Milano-Genova completava l’appetibilità del territorio. I contadini si trasformarono in operai, part-time come si dice oggi. I briganti, che furoreggiavano nei boschi della Fraschetta piemontese-ligure, furono sostituiti dai briganti industriali (che accorreranno, come vedremo, fino ai giorni nostri, anche dall’estero).

Spinetta Marengo

Scambiando per l’Eldorado la tipica terra rossa, con la quale fino ad allora si costruivano le case (trunere: cà d’tèra, calde d’inverno e fresche d’estate, molto ecologiche), nel 1988 la grandeur francese esplorò la Fraschetta (Frascheta) costruendo a Spinetta un impianto per l’estrazione dell’oro dalle sabbie aurifere del torrente Orba. Un fallimento.

Allora i “mandrogni”, cioè gli alessandrini (Mandrogne è sempre stato un sobborgo non di contadini, bensì di commercianti che si presentavano in tutto il mondo snobbando il nome di Alessandria), si insediarono furbescamente nei capannoni abbandonati scoprendo che il vero filone aureo è la chimica: dal 1905 la Società di Marengo comincia a produrre solfato di rame, acido solforico e concime chimico “Super”, e nel 1928 ingloba la ditta Sclopis con gli impianti di acido muriatico e acido nitrico. Dunque, si concentra sui prodotti per l’agricoltura, soprattutto fertilizzanti e fitofarmaci, inserita cioè nel contesto economico dell’Italia che rimane ancora un paese a vocazione fortemente agricola (quasi il 60% degli addetti).

Marengo nel 1933 supera i mille dipendenti, non qualificati, ex contadini adatti alla manualità. E’ il momento di lasciare il passo alla concorrenza supportata dal fascismo, cioè alla Montecatini, l’industria chimica più importante d’Italia, nonché una delle più importanti a livello europeo. Si sviluppa “l’era degli acidi forti”: fase che, come vedremo, si concluderà a fine anni ’70, caratterizzata da elevati livelli di inquinamento contro i quali si opporranno le lotte operaie.

Ma non anticipiamo i tempi.

2) La mostarda letale
L’interesse del governo fascista per la Montecatini di Spinetta Marengo fu anche indotto, in quanto la fabbrica era utilizzabile a fini bellici. Trasformando le sostanze usate per fare prodotti per l’agricoltura. Esempio, l’acido nitrico per ottenere… mostarda. Non facciamoci ingannare dal nome, non stiamo parlando del profumato, speziato, saporito prodotto culinario. Bensì dell’iprite, gas impiegato per la guerra chimica, conosciuto anche come “gas mostarda”, a causa di un errore di traduzione dell’inglese “mustard gas”, per il caratteristico colore e odore di senape. L’iprite è un gas subdolo: persistente, estremamente penetrante, agisce sulla pelle anche infiltrandosi attraverso gli abiti, il cuoio, la gomma, e diversi tessuti anche se impermeabili all’acqua. L’esposizione all’iprite inizialmente non ha sintomi, di solito non è riconosciuta fino a irritazione cutanea avvenuta. Poi comporta danni gravissimi nel sangue e all’apparato respiratorio e la morte sopraggiunge dopo giorni tra indicibili sofferenze.

L’iprite, inaugurata durante la prima guerra mondiale nel settore belga di Ypres (da cui il nome), fu utilizzata nel 1917 da parte dei tedeschi (che si dimostreranno specialisti in materia nei campi di concentramento). Nel 1919 venne impiegata dall’Inghilterra contro i ribelli dell’Hadramaut arabo e nel 1920 contro i Curdi; nel 1922, in grandi quantità, dalla Spagna per contrastare la ribellione del Rif marocchino.

Mussolini, che non era secondo a nessuno, dal dicembre 1935 al maggio 1936, durante la guerra d’Etiopia, impiegò l’iprite della Montecatini di Spinetta Marengo contro gli etiopi in ritirata, principalmente tramite bombe (tipo C.500.T) dal peso di 280 chilogrammi, sganciate dagli aerei: circa 1.000 bombe, ciascuna delle quali contenenti circa 220 chilogrammi di iprite. Mentre sul fronte della Somalia si limitò a 281 bombe di pesi differenti. L’uso di iprite, con arsina e fosgene, va detto, fu doppiamente criminale perché non necessario per l’esito scontato della guerra, data la superiorità tecnologica italiana.

Nella seconda guerra mondiale l’iprite non fu, ufficialmente, utilizzata sui campi di battaglia. Ufficialmente, perché in realtà circolava; tant’è che nel ‘43, nel corso del bombardamento di Bari da parte dei tedeschi, fu colpito e distrutto un cargo inglese che trasportava 100 tonnellate di munizioni all’iprite; l’esplosione provocò l’avvelenamento da vapori di numerosi soldati presenti, ma fortunatamente il vento soffiò verso il mare e non verso la città. Gli ordigni inesplosi depositati sui fondali per decenni hanno provocato problemi sanitari ai pescatori locali che vi incappavano con le reti.

Nel dopoguerra, Saddam Hussein nel 1988 ne fece buon uso nel Kurdistan. Pinochet l’aveva praticata nel 1982 in Cile per assassinare l’ex presidente Eduardo Frei. E chissà dove ancora nel globo. Ad ogni modo, Montecatini a Spinetta Marengo cessò la produzione di iprite, sostituendola ahimè con DDT e altre bombe chimiche in tempo di pace, di cui parleremo, anche per l’attualità del piano di emergenza e (in)sicurezza. Però il ruolo bellico di Spinetta viene ancora tirato in ballo nel 1993 dal giornalista alessandrino Guido Manzone che attribuisce un attentato allo stabilimento come mònito ai servizi segreti israeliani su impianti produttori di armi chimiche usate da Saddam Hussein.

Ma proprio riferendoci agli ebrei, adesso vediamo come Spinetta fu destinata quale ultima tappa della “soluzione finale” di Hitler.

3) La fabbrica degli orrori
Parliamo della fabbrica degli orrori. Hitler individuò la Montecatini di Spinetta Marengo come ultimissima tappa della “Soluzione Finale”. Cioè: le ossa provenienti dai campi di sterminio utilizzate per produrre fertilizzanti agricoli. Tra il 1943 e il 1945, a causa della guerra, ad Alessandria non arrivava più dal Perù il guano (ammasso di escrementi di uccelli marini, ricco di fosfati e azotati). Il guano fu appunto sostituito da teschi, tibie, casse toraciche… Non sono voci o leggende, ma testimonianze dirette che io stesso ho ascoltato e trascritto nel libro Ambiente Delitto Perfetto.

Rileggiamole: “I vagoni avevano un fetore insopportabile”, ricordano i testimoni, “Talvolta le ossa erano pulite, altre volte presentavano brandelli di carne, in una poltiglia di ossa e sabbia”. Ad Auschwitz le SS studiarono l’impiego di una macchina tritatrice, ma faceva perdere troppo tempo. “I treni, anche con 30 vagoni senza tetto”, rammentano i testimoni, “arrivavano di notte, due volte la settimana”. “I tedeschi con i mitra scortavano i convogli in totale silenzio, con secchi ordini”. “Per scaricare prendevano 30 o 40 operai ogni volta”. “La prima volta, quelli che salirono sui vagoni scapparono gridando: sono ossa di cristiani!”. “Ci avvertivano che se non avessimo obbedito ci avrebbero fucilato sul posto”. “Allora solo gli operai più anziani, pagati con lauti extra, accettarono il compito”. Si formarono squadre speciali di operai e capi, delle quali, dicono i testimoni, loro avevano cercato di non farne parte.

Dal ’45 è scesa una congiura del silenzio sopra quegli orrori, omertà sopra quella fabbrica degli orrori. Tutte le bocche dei lavoratori e dei cittadini che sapevano si sono cucite per mezzo secolo, finchè hanno parlato alcuni testimoni superstiti: Luigi Robotti, Franco Abricola, Elio Boccaleri, Virgilio Balza, Giovanni Barrera, Luciano Giunchi. Un noto giornale israeliano (Haaretz) ha aperto un’inchiesta e interrogato quei testimoni. Poi le bocche si sono di nuovo ricucite. Dopo che ne ho scritto, dopo che ne hanno scritto i giornali, nessun documento cartaceo di quel periodo è stato rintracciato, gli archivi di Ausimont Montedison riguardanti la Montecatini dal ’33 al ’45 sono stranamente scomparsi.

Così come sono scomparsi anche i documenti delle “mostarde”, dei gas letali prodotti già nella Prima guerra mondiale, sui quali ho appena raccontato. Scomparso anche il bunker antiaereo che, secondo le testimonianze che ho raccolto, ancora oggi dovrebbe sopravvivere sotto la fabbrica, magari con ossa, bombe chimiche, bidoni tossici: aberranti segreti che – ho chiesto più volte – meriterebbero venissero alla luce.

Lo meriterebbero sul piano storico. Gli impianti di stoccaggio e di lavorazione delle ossa umane alla Montecatini di Spinetta Marengo spiegano almeno in parte una pagina aperta dai revisionisti sull’Olocausto, quella relativa alla sorte delle ossa di milioni di ebrei sterminati, che dovrebbero essere raccolte in immensi giacimenti, mai rinvenuti. Certo, per oltre due anni hanno prodotto altrettante tonnellate di fertilizzanti!

4) Un inferno dantesco
“Ambiente Delitto Perfetto”: ho titolato uno dei miei libri. Prendendo come paradigma proprio il polo industriale del sobborgo di Alessandria. La chimica è morte? Non dovrebbe. Dovrebbe porsi al servizio dell’uomo. Purtroppo, abbiamo visto, nelle puntate precedenti, che lo spettro della morte si è sempre aggirato sulla fabbrica di Spinetta Marengo, fin dalle sue origini: addirittura fabbricava anche gas per sterminare gli eserciti, fabbricava fertilizzanti con le ossa degli ebrei sterminati. Uno spettro della morte, multiforme, che sarò costretto a raccontare fino ai giorni nostri.

Nel dopoguerra la Montecatini, sostituisce – come passare dalla padella alla brace – il reparto bellico “Nebbiogeno” con il “DDT”, cancerogeno per eccellenza finché non sarà (quasi) messo al bando nel mondo. E orienta le produzioni dall’agricoltura all’industria. Nel decennio ’53-’63 scompaiono impianti dai nomi lugubri: Canfora, Arseniati, Solfato di rame, Oleum. Sostituiti da reparti con nomi beneauguranti (Titanio, Sillan), ma di fatto anch’essi portatori di malattie e morti, come vedremo ben presto. L’occupazione ritorna sopra i 1.000, e si comincia a lavorare giorno e notte: a ciclo continuo.

Per le assunzioni, vale come raccomandazione, come già in epoca fascista, un “certificato di buona condotta” del parroco: per metà confessionale e per metà democristiano, quanto meno esente da socialismo e comunismo. Eppure, nelle elezioni della Commissione Interna, la CGIL raggiunge anche la maggioranza assoluta. Perché? Perché i contadini assunti si trasformano in operai manutentori, ma la tecnologia resta prevalentemente manifatturiera: allarmante per nocività e misure di sicurezza, tant’è che i giovani preferiscono licenziarsi dopo un breve turn over. Infatti, mentre l’occupazione – ingrossando il sobborgo di Spinetta – è salita anche a 1.800 dipendenti, diretti e per appalti, l’inizio degli anni ’60 è caratterizzato da un numero di “omicidi bianchi” sul lavoro, che scuote le rappresentanze sindacali. E anche preoccupa la mia famiglia perché mio padre per poco non resta coinvolto nell’incidente al Titanio che distrugge quattro operai (due morti e due gravemente invalidi).

Ma sale alla tragica ribalta anche il più tecnologico dei nuovi impianti, l’Algoflon, i cui gas nel 1962 bruciano i polmoni di Giampiero Massa: il diciannovenne che – per 40mila lire al mese – muore soffocato dopo una settimana di agonia.

Minimamente intossicati, sopravvivono gli altri due operai coinvolti. La morte di Massa rompe il silenzio sulla stampa, quattro colonne in prima pagina su L’Unità. Ha grande risonanza anche perché si scopre che le misure di allarme della famosa Montecatini consistono… in gabbie di canarini: in modo che, quando gli operai vedono reclinare il capo delle bestioline, se la possono dare a gambe. La macabra e infelice funzione “tecnologica” dei verdoni resterà indelebile nell’immaginario collettivo. Però la sua morte non servirà a farne un caso isolato, purtroppo, come vedremo. L’Algoflon è il capostipite degli impianti PFAS sui quali oggi stiamo conducendo una battaglia nazionale per la messa al bando.
Come vedremo.

Per ora vediamo, direttamente dalla bocca dei testimoni, il perché la Montecatini era descritta dai lavoratori come “inferno dantesco”. Facciamo di nuovo un passo indietro, negli anni ’50. Traendo da questo breve saggio “Lavoratori in trincea: la ‘Montedison’ di Spinetta Marengo”, di Franco Bove, Cesare Manganelli e Daniele Borioli, autori tre studenti con cui collaborai mentre ero nel Consiglio di Fabbrica, cercherò di descrivervi le condizioni di lavoro negli anni ’50. Condizioni che più di una volta Vittorio Scaiola, classe 1923, come un sopravvissuto, amava raccontare a me, giovane neoletto delegato sindacale negli anni ’70.

5) I sopravvissuti
Vittorio Scaiola descrive, come un sopravvissuto, le condizioni di lavoro alla Montecatini negli anni ’50.

Mi ricordo quando andai a lavorare ai bicromati. Bicromati è un lavoro che non so se sta meglio uno che è condannato all’ergastolo o ai bicromati. Prima di tutto gli operai che lavoravano lì non si vedevano l’un l’altro, pensate, i forni andavano a carbone dentro al reparto, che era tetro, sporco, se voi pensate che dentro a quel reparto veniva macinato il carbone che serviva per alimentare i forni, veniva macinata la soda, la calce e la cromite. Nei bicromati morivano il 100% di quelli che hanno lavorato, ben poca di questa gente è andata in pensione, c’è una lista di gente che è morta sotto i 50 anni, tutti di cancro ai polmoni. Io fui salvato per caso da un cancro al labbro.
Pensate a tutta questa gente che lavorava in condizioni senza maschera, tutto questo polverone che c’era dentro, il setto bucato, erano chiamati la tribù dei nasi forati per questo difetto. Questa malattia che gli bucava il setto nasale.
Allora si lavorava in queste condizioni. Gli infortuni erano tutti i giorni. Io mi ricordo che un mattino andai a lavorare alle otto e portavano via due operai, un uomo che perdeva sangue e lo chiamavano Lorenzo… Lorenzo stai su che non hai niente… ed io ero convinto che fosse mio papà. Non c’era protezione, alle cinghie, tu lavoravi dal motore alla botola, lasciavi le mani sotto. Si strappò la cinghia e lui rimase investito. Questa cinghia continuava a girare, gli dava gli schiaffi, tanto che l’hanno visto e l’han portato via, puoi capire, perdeva sangue dalla testa.

E poi un altro giorno. Lo chiamavamo Buonasera perché era bravo, e questo per poco non è caduto in un frantoio perché è caduto là da dove lavorava in alto sulla cinghia, e la cinghia lo portava adagio adagio nel frantoio dove si macinava con la cromite. L’hanno preso un momento prima che cadesse lì dentro e finisse schiacciato.

Non esisteva una lavorazione che non fosse nociva, non c’era il minimo di protezione negli Arseniati: un altro reparto dove l’unica protezione era che tu entravi e c’era un cartello con su scritto in grosso ‘in questo reparto c’è veleno’. Ti mettevi qualche straccio davanti alla bocca oppure quelle mascherine di garza che non facevano niente, l’operaio prendeva, diciamo, delle tele tagliate a misura con delle pale, riempiva quelle tele e, diciamo, legava il prodotto in quelle tele e faceva dei sacchetti che venivano poi passati in una pressa per farci uscire l’acqua, e in genere questi sacchetti si spaccavano sotto la pressa e ti gettavano anche l’arsenico in bocca”.

Questo è il racconto di un sopravvissuto dell’inferno Montecatini. Si lavorava in condizioni impossibili, ci si ammalava e si moriva, eppure per tutti gli anni ‘50 il problema della salute in fabbrica resta assolutamente marginale sia nelle rivendicazioni sindacali, dove si arriva tuttalpiù a chiedere l’aumento dell’estensione dell’”indennità di disagiata”, e sia a livello della risonanza sulla stampa locale.

Sono gli anni del silenzio sulle condizioni dell’ambiente di lavoro, sullo sfruttamento, sulla nocività. Come potremmo così definire il “decennio del silenzio” che va dal 51 al 61. Come vedremo successivamente nelle altre testimonianze.

6) Lavoratori in trincea
Come Vittorio Scaiola, molti dei sopravvissuti intervistati definiscono la fabbrica come “inferno dantesco”, magari senza aver letto la Divina Commedia. Potremmo esercitarci a discutere quali gironi ne sono più rappresentati? Quando ci riferiamo alla produzione di gas asfissianti in guerra? O alla lavorazione di concimi con le ossa degli ebrei? Non c’è dubbio che i lavoratori, prima dei cittadini, hanno percepito la cappa di morte sui capannoni di Spinetta Marengo.
Tossendo in mezzo ai fumi o scampando alla morsa di una tramoggia. E l’hanno appresa anche, negli anni ’60, dopo innovazione di una chimica per modo di dire più moderna… visto che allevava canarini come sistema d’allarme per le fughe mortali di gas Algoflon.

A posteriori, codeste testimonianze sono di chi si sente sopravvissuto dall’inferno; però, va detto, in quell’epoca i lavoratori si sforzavano a pensare alla fabbrica piuttosto come a un purgatorio, perché la preoccupazione della busta paga prevaleva sull’orrore di macinare ossa umane o di vedersi dagli acidi bucare il naso da parte a parte. Ricorda Mario Zanassi (leggiamo con orrore a pagina 28 del saggio Lavoratori in trincea). Ricorda Guglielmo Taddei (a pag. 39). Ricorda Stefano (pag. 38). Ricorda Ugo Mogni (pag. 38). Ricorda Giuseppe pag. 38). Ricorda ancora Mogni (pag. 42). E ricorda Angelo (pag. 44)…

Però, se questo è un purgatorio, non resta altro che farsela pagare, la salute: ricorda Vittorio “50 lire l’ora di indennità di disagiata se lavori all’interno del mulino” (pagina 3). Perché, racconta sempre Scaiola a pag. 39…

Purgatorio o inferno che sia, la realtà in queste testimonianze, ma una domanda sorge spontanea: e i sindacati cosa facevano? E le forze politiche? E i giornali? Esaminiamo questi aspetti.

7) E i sindacati cosa facevano?
Queste testimonianze di inferno dantesco aprono minimamente degli squarci – da mettere i brividi – sugli ambienti di lavoro e di salute del primo mezzo secolo di Spinetta Marengo, che ben presto meritò la macabra fama di “fabbrica degli orrori” e “fabbrica della morte”. Però, dava da mangiare a generazioni di ex contadini, soprattutto stando al passo col boom economico del dopoguerra (che non è quello dei film americani, ma che lambisce la classe operaia).

E questo spiega il debole ruolo dei sindacati, che scoppierà finalmente come lotta aperta contro nocività e infortuni solo dopo il ’69: a quel punto da diventare Spinetta riferimento non solo locale, ma perfino a livello nazionale.

Anche all’esterno della fabbrica non si parlava di ambiente e salute; al più i giornali segnalavano qualche succinto necrologio per incidenti mortali, naturalmente attribuibili al lavoratore stesso, e non alla tecnologia arcaica e all’esasperazione della produttività. Leggi: sfruttamento. D’altronde, lo sciopero per la prima vittima dell’Algoflon, Giampiero Massa 1962, fu di cinque minuti, meno che simbolico rispetto al clamore che suscitò sull’Unità.

Il problema principale era portare a casa lo stipendio, senza essere buttati fuori dai cancelli alla prima occasione. Infatti, la potenziale conflittualità si nascondeva dietro i nuclei aziendali di Psi e Pci, quasi clandestini. E dunque la repressione – con reparti confino, strappare l’erba dai binari con le mani, pulire i cessi, svuotare con un secchio un tombino per scaricare in un altro tombino… comunicante – la repressione si volgeva particolarmente contro il contagioso “pericolo CGIL”, che dentro la Commissione Interna raccoglieva quattro volte più voti di Cisl e Uil messe assieme; ma che nel ’54 si fece “sputtanare” firmando, dopo uno sciopero di otto ore, uno scandaloso accordo di 25 licenziamenti: tutti vittime di malattie e infortuni. La credibilità sindacale crolla. Crolla a metà, fino al ’59, proprio la CGIL, a vantaggio della CISL favorita dalla direzione con il metodo clientelare delle assunzioni.

Togliatti e Di Vittorio, entrambi comunisti, restano comunque in Italia le figure più popolari del “pericolo rosso”. A Spinetta l’argine al pericolo comunista viene rotto agli inizi degli anni ’60 dalle massicce assunzioni giovanili dovute alla messa in marcia definitiva del mastodontico impianto Titanio (biossido di titanio), assunzioni che determineranno le future avanguardie sindacali, proprio della CGIL.

Come già si evidenzia nel rinnovo della Commissione Interna del ’62, e soprattutto l’anno dopo con uno sciopero di cinque giorni del “Gruppo Montecatini”: partecipazione dal 90 al 96%, anche con l’uso dei picchetti ai cancelli. Si ode sui giornali finalmente l’eco delle “morti bianche”: al Titanio l’acido solforico discioglie due morti e due gravemente invalidi; al Solforico Emanuele Frau con la testa fracassata nella caduta si trascina agonizzante nella notte senza assistenza. L’eco raggiunge il consiglio comunale e perfino il ministero del lavoro, eppure i cinque minuti di sciopero per Massa non vanno oltre i 15 minuti per Frau. Insomma, si conferma che la risposta operaia è di solidarietà e non di lotta alla nocività. D’altronde, è d’uso che l’operaio non sia mandato in infortunio, ma resti giorni e giorni imboscato in infermeria. C’è da dire che in effetti gli infortuni in proporzione decrescono rispetto all’occupazione, che nel’63 sale – per effetto degli assai produttivi cicli continui – a 1.800 dipendenti; ma l’automazione, peraltro tuttora sconosciuta ai vecchi Pigmenti e Bicromati, e nei nuovi grossi reparti Titanio e Sillan, incrementa diplomati e laureati ma in generale non apporta migliore professionalità agli operai.

Con eccezione dei manutentori: professionalità comunque limitata, neppure spendibile nel mercato del lavoro esterno alla Montecatini (dal 1966: Montecatini Edison). Per tutti è invece garantita… la nocività. Chi può scappa dalla fabbrica: alto è il turn over. E’ la risposta primaria a quella che i sociologi definiscono “violenza ambientale”: violenza “strutturale” sotto l’occhio di tutti, e violenza “lenta” subdola percepibile solo nel tempo, dentro e soprattutto comprensibile fuori la fabbrica (il sobborgo di Spinetta dal dopoguerra si ingrandisce da cinque mila a sei mila abitanti). Ci stiamo affacciando verso il ’69, al cambio di mentalità rispetto alla tutela della salute in fabbrica, e fuori. Resta, in questo mio racconto, insoddisfatta la domanda: come era stato possibile non ribellarsi ad un simile inferno? L’inferno di Spinetta era una eccezione o una regola del capitalismo?

(continua in https://gognablog.sherpa-gate.com/la-tragedia-di-spinetta-marengo-2/)

La tragedia di Spinetta Marengo – 1 ultima modifica: 2026-02-10T04:24:00+01:00 da GognaBlog

Scopri di più da GognaBlog

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

1 commento su “La tragedia di Spinetta Marengo – 1”

  1. L’assenza di commenti – ammesso che qualcuno come me si sia spinto a leggere sino in fondo – dà la misura dell’orrore subito a quei tempi e vissuto altrove ancor oggi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.