La tragedia di Spinetta Marengo – 2

La tragedia di Spinetta Marengo – 2
di Lino Balza

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8) Capitalismo
Dal dopoguerra si sono susseguiti anni di “miracolo economico”, e alla Montecatini i giornali internazionali dedicano servizi entusiasti. Con poche eccezioni. L’Unità denuncia che i miliardi pubblici pompati al grande gruppo chimico non sono stati indirizzati alla salute e alla sicurezza dei lavoratori. Sugli altri giornali neanche si accenna alla singolare tecnica antinfortunistica adottata dalla Montecatini nelle miniere di Ribolla: i porcellini d’india per segnalare le fughe di grisou (efficacia? 44 morti). Oppure ai cancri alla vescica dell’Acna-Montecatini di Cesano Maderno, oppure alle impotenze sessuali nella Farmitalia. E neppure al “sofisticato” sistema di allarme del canarino in gabbia che a Spinetta non fa in tempo a segnalare, con la sua morte, all’operaio di cercare di svignarsela.

Insomma, nel decennio degli anni ’60, Montecatini a Spinetta resta sempre la “fabbrica della morte”, e dello sfruttamento degli ex contadini; cioè il capitalismo ne ha cambiato solo la faccia: produzioni che muoiono e produzioni che nascono, masse di assunzioni che si alternano a licenziamenti, repressione padronale e resistenza clandestina di cellule di PCI e PSI, un accenno di ricambio generazionale nei deboli sindacati che esploderà infine nel Sessantotto.

Gianni Spinolo, grande figura del movimento operaio, di cui avremo in seguito spesso occasioni di raccontare, in questa intervista inedita dipinge un’epoca. “Dopo la quinta elementare, feci il garzone da macellaio e meccanico prima del libretto di lavoro a 14 anni, poi operaio in imprese d’appalto dentro la Montecatini: con gli stessi operai della Montecatini ostili agli operai degli appalti, infine ero ventunenne quando fui assunto dalla Montecatini al posto di padre e zio: morti entrambi giovani di cancro polmonare ai Bicromati. Prima dell’assunzione del 1967, ero già iscritto al PCI.

Dentro la fabbrica trovai i vecchi compagni reduci dalle lotte durissime degli anni ’50. Riprendemmo a ricucire l’attività politica, attivando la Cellula PCI nel ’68 con riunioni e volantini. Prima c’era una classe operaia che non era più in piedi e non lottava”.

Prima, questa classe operaia – ho già descritto – era da ex carabinieri politicamente scremata già all’atto delle assunzioni, poi indagata e sorvegliata a vista e punita dalle guardie aziendali come una caccia all’uomo. Inoltre, era in balìa dei medici. Così li descrivono nelle interviste Guglielmo Taddei e Mario Broccolo: “Questi dottori per un raggio di cento chilometri erano tutti corrotti, compresi quelli della mutua. Lì a convincerti che la tua malattia la potevi prendere anche facendo il pasticcere… addirittura andando dal barbiere… o che so, andando a divertirti”. “Io gli dico alla periodica visita aziendale: ‘Quando arrivo a salire le scale, mi manca il fiato’. E lui: ‘Bisogna vedere quante ne sale, di scale’. E sul libretto scrivono: tutto a posto, coprendo le spalle alla direzione”. “E fra di noi ci dicevamo: sto tizio ha un tumore provocato da esalazioni di gas, dalle polveri, tutti i giorni; è morto per quel motivo lì, e perché adesso vogliono far credere che è morto per appendice o peritonite!?”.

Questa classe operaia sapeva che le produzioni erano nocive, sapeva che i medici sapevano, sapeva che la dirigenza aziendale sapeva il tutto, che però ti licenziava se ti ammalavi o anche solo se pretendevi di non ammalarti. Quindi, questa classe operaia, sfruttata e sottopagata e ricattata, monetizzava la salute, con il soprassoldo della “disagiata lavorazione”: contrattata dalla Commissione Interna come di prima o seconda o terza categoria.

Questa era la classe operaia prima del ’68. Quando però a Spinetta Marengo era già subentrata una nuova generazione di lavoratori, giovani che non potevano non risentire dello sconvolgimento mondiale del Sessantotto studentesco. Il Sessantotto operaio in effetti inizia nel ’69.

9) Il Sessantotto
Il Sessantotto come movimento nacque originariamente a metà degli anni sessanta negli Stati Uniti (anche con il fenomeno dei beat e degli hippy) e raggiunge la sua massima espansione nel 1968 nell’Europa occidentale con il suo apice anche violento nel Maggio francese.

Ad Alessandria, ad esempio, già nel ’66-67 partecipavamo ad assemblee e manifestazioni studentesche: contro la guerra del Vietnam e nel mito di Che Guevara, e contestando i pregiudizi dei professori e del sistema scolastico scarso, obsoleto ed elitario. Ed elitario.

Quando il movimento si svilupperà, lo vivrò in grigioverde avendo – appunto – sospeso l’iscrizione universitaria per ragioni economiche e senza il coraggio di andare in galera come obiettore di coscienza. La caserma era – come descrivo con sofferenza nel libro – il luogo peggiore dove vivere il Sessantotto: contestatore dell’autoritarismo, in opposizione ai poteri costituiti in nome della partecipazione popolare, per trasformare la società sulla base del principio di uguaglianza, in opposizione al capitalismo e alla società dei consumi, per la libertà sessuale, per i diritti civili, per la liberazione dei popoli sotto il giogo coloniale, la lotta al militarismo delle grandi potenze, l’eliminazione di ogni forma di oppressione sociale e di discriminazione razziale.

Insomma, il Sessantotto, “Siate realisti. Chiedete l’impossibile”, è, nel mondo, anche ad est (pensiamo alla Primavera di Praga o alla Rivoluzione culturale di Mao), è la rottura più netta con il passato e con la società dominante, infatti in tutto il mondo si tenta di reprimerlo: pensiamo alla strage di Piazza delle Tre Culture. Ad ovest il ’68 investe cultura, costume, arte: la pop art), musica: rock and roll, Beatles, Bob Dylan, Fabrizio De André , Nomadi, sport: il pugno chiuso delle Pantere Nere alle Olimpiadi, eccetera.

E ovviamente investe nel 1969 il mondo del lavoro che per primo aveva conosciuto la violenza del capitalismo, come ho descritto finora per la Montecatini. L’occasione per far detonare il tutto è il rinnovo dei contatti nazionali di lavoro.

Nello specifico, il contratto dei chimici del ‘68 per la Montecatini Edison di Spinetta Marengo: la generazione dei giovani scalza la vecchia guardia delle sottomesse Commissioni Interne, e Spinetta diventa il faro di riferimento di tutto il movimento operaio alessandrino.

Così, da spaesato studente dell’Università di Pavia passerò a… libero docente dell’Università Montecatini Edison (poi Montedison): assunto nel giugno 1970, dopo le esperienze da operaio allo zuccherificio e da impiegato metalmeccanico (entrambe a Spinetta: si vede che era l’infame destino). Dalle “aule universitarie”, a dire: dagli impianti della Montedison, ovvero dalla fucina del PCI, nei primi anni ‘70 usciranno (ad eccezione del sottoscritto “anarcocomunista) importanti dirigenti sindacali e politici non solo a livello locale, e perfino preti operai che copriranno importanti incarichi ecclesiastici. Resterà solo il più giovane, “delegato di reparto” come “primus inter pares” del “Consiglio di fabbrica”, e destinato al ruolo di “Sorvegliato speciale”, come sarò definito nei loro ambienti (mi confidò un ex direttore) dopo l’uscita del film di Stallone.

Non precorriamo i tempi, rivedremo il tutto nelle prossime puntate.

10) Maccacaro
Dunque, alla Montecatini Edison il ricambio generazionale – occupazionale e sindacale – degli anni ’60 si innesca con il Sessantotto studentesco e con i rinnovi dei contratti di lavoro, contrassegnati dalla più alta conflittualità, e culminati con l’approvazione dello storico “Statuto dei Lavoratori” (Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale, 20 maggio 1970).

Nel contratto dei chimici del ’69, la salute in fabbrica acquisisce un ruolo centrale, insieme alla contrattazione dell’organizzazione del lavoro e all’egualitarismo salariale. Si vogliono contrattare le mansioni dei lavoratori, le relative qualifiche e i relativi livelli retributivi. Per fare un esempio. Prima, le direzioni potevano stabilire che in una identica posizione di lavoro, con identiche mansioni, nello stesso turno, nella stessa squadra, sussisteva un ventaglio di retribuzioni (dequalificato) stabilito unilateralmente dalle direzioni. Dopo, il contratto consentì, con grande partecipazione operaia, una contrattazione sindacale sulle qualifiche che a Spinetta durò undici mesi e portò a 600 passaggi alla categoria superiore.

Gli strumenti rivoluzionari di lotta per la salute introdotti dai nuovi contratti collettivi avevano avuto, nei precedenti anni ’60, il sostegno teorico dell’opera e dell’insegnamento di Giulio Alfredo Maccacaro, medico e scienziato all’avanguardia in campo mondiale, che assunse un ruolo “scandaloso” e di importanza storica contro la cultura medica fascisteggiante nel disvelare la dipendenza della “medicina del capitale” agli interessi di mercato, corporativi e industriali. La complicità di siffatti medici con la Montecatini, se vi ricordate, l’abbiamo giudicata indecente apprendendola nelle interviste dei lavoratori che vi ho letto.

Il nome di Maccacaro divenne una bandiera della cultura medica contestatrice dei “baroni” della medicina, e le sue idee ebbero molta influenza sul movimento operaio e sindacale che portò alle lotte degli anni ’60 e ’70 e alla istituzione del Sistema Sanitario Nazionale del ’78 che segna la fine del sistema mutualistico, con l’obiettivo fondamentale di garantire a tutti i cittadini omogeneità e uguaglianza qualitativa dei servizi sanitari erogati.

L’attivo impegno di Maccacaro si concretizzò nel vivo di battaglie condotte insieme agli operai anche con la fondazione in tutta Italia dell’associazione “Medicina democratica – Movimento di lotta per la salute”, nella quale mi onoro di aver militato per mezzo secolo (fino a quando ha tradito i princìpi del fondatore).

Maccacaro dimostrò e ci insegnò (all’università e in fabbrica) che la scienza non è mai neutrale ma è usata dal capitale contro l’uomo, e che in questo modello di sviluppo al centro non vi è l’uomo e l’ambiente ma il profitto, il profitto che concentra la nocività in fabbrica e la riversa sul territorio; e dimostrò e ci insegnò che dobbiamo batterci per una medicina tesa alla prevenzione delle malattie piuttosto che alla loro gestione, dunque per una “medicina della classe”, preventiva, sociale, collettiva, nella quale l’uomo non è più “oggetto”, la salute non è più “merce”, perché la salute non si vende. Lo slogan “la salute non si vende” penetrò da Spinetta e in tutte le fabbriche alessandrine, insieme alle parole d’ordine “non delega” né ai tecnici né ai medici, bensì “soggettività operaia”, “rischio zero” piuttosto che limiti tollerabili. Il leit motiv è “prevenzione primaria”.

Oggi, di fronte alla restaurazione, al degrado morale ambientale, allo sfacelo sopravvenuto della sanità pubblica, alla controriforma sanitaria, ci rendiamo conto quanto sia di attualità l’opera e il pensiero di Maccacaro. Aggiungiamo un’altra osservazione: i padri dello “Statuto dei lavoratori” e della “Riforma sanitaria” portano i nomi di Giacomo Brodolini, Gino Giugni, Aldo Aniasi, del Partito Socialista Italiano. Segno che la sinistra era giunta al potere in Italia? No, erano leggi di governi di centrosinistra a guida DC, sulla spinta nel Paese della possente mobilitazione sindacale unitaria, egemonizzata dalla CGIL e dal PCI.

11) Il Consiglio di fabbrica
Il Sessantotto realizzò una rivoluzione dentro il vecchio sindacato, a cominciare dalle fabbriche, a cominciare dalla Montecatini Edison, che ben presto diventerà un modello in tutto il territorio.

Nel novembre ’69, la Commissione Interna e le RSA (Responsabili Sindacali Aziendali) sono ancora le organizzazioni sindacali ufficiali, quando, invece, sul campo si afferma il “Comitato di agitazione”: non riconosciuto, clandestino. Così si descrivono i protagonisti in questo libretto: “Noi ci riunivamo senza permessi sindacali, dopo l’orario di lavoro, senza sede; andavamo come dei cospiratori a trovare un barista, a chiedergli per piacere se ci prestava una stanzetta, e tutti i martedì ci riunivamo i 15 della CGIL e compagnia bella. In direzione non volevano riceverci perché non avevamo la patacca applicata sul petto, però al livello di base c’era una volontà che era fantastica”.

Al Comitato di Agitazione”, composto da 36 membri esponenti di tutti i reparti della fabbrica, legittimato dalle “Assemblee dei lavoratori”: altro strumento straordinario di democrazia diretta (patrocinato solo da CGIL e CISL e non dalla UIL che vorrebbe addirittura vietare il referendum dei lavoratori), al “Comitato di Agitazione”, in questa fase di esautoramento delle vecchie forme di rappresentanza sindacale, appartiene di fatto la direzione delle lotte per il rinnovo del contratto di lavoro. Nuove forme di lotta: scioperi per turni, scioperi articolati che colpiscono le produzioni con il minor costo di ore di sciopero. Lotte che aprono contrasti con CISL e UIL.

Intanto è diventato legge lo “Statuto dei lavoratori” (maggio ’70) e, infine, nel giugno ’71 la CGIL rompe gli indugi e indìce da sola le elezioni del “Consiglio di fabbrica”. Con straordinario successo: più della metà dei 1.437 lavoratori si reca a votare, eleggendo, su “scheda bianca”, 40 “delegati di gruppo omogeneo”, tra cui 5 della CISL. La vittoria, cioè la storica egemonia, della CGIL è significativa, e nel ’72 CISL e UIL sono costrette, loro malgrado, a partecipare alle elezioni del Consiglio di fabbrica. Questa volta votano 990 dipendenti su 1.382, e vengono eletti 54 delegati. Le RSA sono sciolte. Per “persuadere” la UIL a indire un’elezione unitaria, la CGIL addirittura andò in alcuni reparti a convincere i lavoratori a votare il quintetto uillino.

Dunque, solo nel ’72 si realizza il Sessantotto operaio alla Montecatini Edison di Spinetta, tra le prime fabbriche in Italia. In effetti, il processo politico di unità dei sindacati era assai in ritardo rispetto al traino dei metalmeccanici (la mitica FLM). In più, nelle fabbriche, come ho già descritto per Spinetta, in passato si erano consolidate figure sindacali, squallidi personaggi, con i quali le direzioni aziendali mantenevano “buone” relazioni in cambio di posizioni di potere e clientelari che esentavano anche di indossare la tuta nei reparti. La UIL, per attirare gli iscritti, addirittura si vantava ai quattro venti di essere pagata dalla direzione, dunque in grado di concedere assunzioni, passaggi di qualifica e lavori meno nocivi. Nei decenni successivi al Sessantotto la UIL manterrà la sua prerogativa di “sindacato giallo”. Però, dentro un Consiglio di fabbrica, dove il delegato è eletto su scheda bianca dal proprio gruppo omogeneo ed è revocabile in qualunque momento, in un consesso di 50 delegati che votano su scheda e ad alzata di mano, e partecipavano tutti alle trattative, senza deleghe di esecutivo, i sindacalisti gialli persero ogni potere di veto, anche se la direzione, in attesa di tempi migliori (che verranno), manterrà loro il privilegio di bivaccare tutto il giorno senza lavorare.

12) Le storie nella storia
A questo punto, da questo punto della storia, la Storia della fabbrica la scriverò direttamente io, vissuta giorno per giorno, da dentro gli avvenimenti, da protagonista. Finora mi sono avvalso delle testimonianze operaie ascoltate in viva voce e di alcuni testi scritti.

“Lavoratori in trincea: la Montedison di Spinetta Marengo (1953-1976)”, 1984, Edizioni dell’Orso, autori tre studenti che introdussi in fabbrica: Franco Bove, Cesare Manganelli e Daniele Borioli, è stata una ricerca sulla soggettività della classe operaia nel dopoguerra, avviata in collaborazione con l’Istituto Storico della Resistenzae il Coordinamento delle 150 ore. Ammetto che inizialmente ero poco convinto della metodologia ‘frammentaria’ che si affidava esclusivamente alla fonte orale, ripromettendomi di mettere mano allo storico e prezioso archivio sindacale in-custodito nell’armadio della sede del Consiglio di fabbrica: dal quale purtroppo improvvisamente sparì (o trafugato dalla direzione oppure messo al riparo in casa da Del Rio, poi deceduto con lui).

Invece, alla ricerca va riconosciuto il merito di avere rintracciato e recuperato un incommensurabile patrimonio di testimonianze sulla storia operaia alessandrina che altrimenti sarebbe andato irrimediabilmente perduto: decine di ore di colloqui con i protagonisti e le vittime, centinaia di pagine di interviste e che coprono almeno 20 anni di vita e di morte della classe lavoratrice spinettese. Le testimonianze degli operai sulle condizioni di lavoro sono agghiaccianti: Il libro li cita con le iniziali, però io li ho conosciuti uno per uno, quei sopravvissuti – a polveri, gas, infortuni, esplosioni – degli anni ’50 e ’60 alla Montecatini, “la fabbrica della morte”: Lio Giomi, l’autodidatta toscano che sciorina immagini dantesche dell’ “inferno dei vivi”; Vittorio Scaiola, preciso nei dettagli anatomici delle troppe amputazioni viste; Ugo Mogni, Carlo Gallarate, Guglielmo Taddei, Dino Re, Mario Zanassi, Armando Ferretti, Ferruccio Binelli, Francesco Gallan, Maurizio Pieroni, Biase Perna… La salute viene vissuta in fabbrica come un prezzo inevitabile da pagare (al più, da farsi pagare secondo i sindacati), ignorata totalmente all’esterno: ovvio il silenzio de Il Piccolo, ma tacciono anche l’Idea socialista nonchè L’Unione e Il Progresso e La nostra lotta organi locali del PCI. Si deve aspettare il ’62 per trovare su L’Unità il pezzo di prima pagina, che ha fatto storia nell’immaginario collettivo, la storia (ricordate?) del verdone, del canarino come mezzo di prevenzione.

Un’altra delle poche testimonianze scritte operaie, è il libro ormai introvabile di Luisito Bianchi Come un atomo sulla bilancia. Storia di tre anni di fabbrica, Edizioni Morcelliana, 1971, e la sua contraddittoria esperienza ‘con la testa bassa’ di prete operaio alla Montecatini Edison di Spinetta in pieno terremoto sessantottino. Era pur stato delegato del reparto Titanio, ma giudicato che “non aveva mostrato impegno o interesse politico e sociale”. Ho recensito questo libro e il successivo quasi 40 anni dopo: I miei amici. Diari (1968-1970), nel quale il teologo scomodo, il sacerdote inquieto ripercorre per ottocento pagine gli anni della Montecatini, i più significativi della sua esperienza pastorale, di prete-operaio, prete-poeta, prete della Resistenza, prete-scrittore, prete-monaco, a suo dire.

Tra i libri che ho già citato, alla cui scrittura ho contribuito, un posto di rilievo merita Attualità del pensiero e dell’opera di Giulio A. Maccacaro – Costruzione della scienza, del lavoro, della salute, dell’ambiente salubre, edito a cura del ‘Centro per la Salute Giulio Maccacaro’, pagine 248: una pietra miliare nella storia del Movimento operaio, ovvero del Movimento per la salute.

Senza più abbandonare il posto in trincea, in questa operazione di recupero della memoria storica, dal 1970 mi sono assunto il compito – ufficiale – di scrivere in prima persona la storia del territorio attorno al polo chimico di Spinetta Marengo, ovvero la storia del movimento operaio alessandrino attraverso la lente di ingrandimento della fabbrica Montedison-Solvay, ovvero – vista dal basso – la storia italiana dell’ascesa e della caduta del Movimento operaio e dei Movimenti eco pacifisti.

Sono ormai migliaia e migliaia di pagine su questo scaffale: in itinere, work in progess, “lavori in corso”, che stanno trovando – mi rallegro – tanto interesse in numerose Tesi di Laurea degli studenti che spesso ho il piacere di ospitare.

13) Il moNOcolo
Sono il più giovane fra i cinquanta delegati eletti che compongono il “Consiglio di fabbrica”, che nel ’72 ha soppiantato le vecchie strutture sindacali: le Commissioni interne e le RSA, i Responsabili Sindacali Aziendali. Come tale, apporto uno strumento che rivoluziona il tradizionale sistema di comunicazione sindacale.

Fondo Il moNOcolo, organo del Consiglio di fabbrica Montedison di Spinetta Marengo. Montedison, non più Montecatini Edison, perché il nuovo presidente, Eugenio Cefis, ha appena cambiato la denominazione del colosso chimico nazionale.

Il titolo, Il moNOcolo, è lo stesso del giornale murale da me inventato con successo durante il servizio militare, con una certa spregiudicatezza in quell’ambiente reazionario: era il Sessantotto. Al centro della testata campeggia un simbolico NO: il NO che contesta gli apparati di potere autoritari dominanti nella società: ieri nell’esercito, oggi nella fabbrica. Così, almeno, la intendevo non solo io all’epoca: “il NO dei lavoratori a padroni e governi che tentavano di ricacciare indietro le conquiste della classe operaia”. Padroni e governi destinati – giurammo – alla sconfitta perché fermi a vedere il mondo con un occhio solo: il monocolo, appunto.

Fu un successo. 2mila copie distribuite ai cancelli (altre 500 destinate all’esterno). Non vidi mai un lavoratore rifiutare o gettarne via una copia, anzi si mettevano pazientemente in coda per riceverlo. Quando non le portavano ai famigliari, i turnisti lasciavano copie per il turno successivo. C’è chi ancora oggi conserva la collezione di tutti i numeri. Divenne un modello non solo nel mondo sindacale alessandrino, dove Spinetta rappresentava una specie di università, ma quanto meno in tutte le numerosissime fabbriche del Gruppo Montedison. Ovvio l’interesse confindustriale locale e nazionale (Cefis pretendeva di ricevere tre copie del giornale il giorno stesso della distribuzione).

Il segreto del successo era semplice. Parlava in italiano e non più in linguaggio sindacalese, offriva diversi livelli di lettura dall’elementare al dotto, divertiva comunque tutti perché abbondava di satira e la satira è alla portata di tutti (gli intelligenti). Dunque, non più i tradizionali volantini stile Pravda, bensì un giornale strutturato e variegato, 10 o 12 o 16 pagine di formato protocollo e su due colonne, agile, articoli brevi e tante immagini, tipo vignette. Le apparenze non ingannino: si trattava di un lavoro artigianale, confezionato di sera con mia moglie, collage di striscioline battute con Olivetti Lettera 22, timbrini e tampone, taglia e incolla. Il manufatto veniva poi stampato da un vecchio brontolone della Camera del Lavoro, Bevilacqua. Il costo minimo per la qualità del prodotto.

In quella forma parlavano efficaci i contenuti: le piattaforme rivendicative aziendali, le trattative, gli scioperi, gli accordi. Ma anche argomenti più ostici, di economia, di vertenze con il governo (pensioni, sanità, casa, prezzi, fisco, trasporti, scala mobile). Cioè, controinformazione ai media padronali.

Accanto a queste pagine pesantucce, mescolate c’erano le puntuali punzecchiature satiriche ai crumiri (in particolare di Pappatacio, pseudonimo sotto il quale non mi nascondevo). Trovarsi ridicolizzati sul Monocolo si rivelò un deterrente più efficace dei picchetti ai cancelli. Di fondamentale importanza era, infine, dare voce agli interventi dei delegati di reparto con i loro problemi, e direttamente ai lavoratori tramite le “Lettere al Monocolo”.

In definitiva, Il moNOcolo rappresentò un formidabile strumento di lotta, nei primi anni settanta.

14) La grande crisi
Se oggi rileggiamo Il moNOcolo, “mitico” giornale dei primi anni ’70 del “Consiglio di fabbrica Montedison di Spinetta Marengo”, capiamo tra le righe che chi a quel tempo conosceva la realtà di fabbrica – una fabbrica che pur fungeva da punta di diamante sindacale – aveva consapevolezza che non erano tutte rose e fiori: il processo di unità dei sindacati, la FULC (Federazione unitaria dei chimici), era un parto faticoso, assai in ritardo rispetto al traino della FLM dei metalmeccanici.

Nelle Camere del lavoro provinciali resistevano burocrati che facevano i pendolari nei partiti, e dentro gli innovativi consigli di fabbrica – compreso il nostro – non era facile scalzare vecchie figure compromesse con le direzioni aziendali. Per le quali, era prassi punire i lavoratori più scomodi o, in alternativa, appunto, corromperli.

Ad esempio. Io ero ai primi passi nel sindacato, eletto a mala pena dal gruppo omogeneo degli impiegati, però Il moNOcolo mi aveva lanciato subito in primo piano. Da un lato, c’erano le minacce alla mia incolumità da parte dei crumiri e anche dei “sindacalisti gialli” peggiori dei crumiri, magari mi beccavo l’urgenza di dormire fuori casa per evitare di essere arrestato dopo la denuncia di un cretino per un picchetto ai cancelli. E, dall’altro lato, c’era il direttore (Nicola Sabatini) che provava ad offrirmi la redazione di un giornale, addirittura del Gruppo Montedison, secondo l’alto desiderio dell’amministratore delegato (in effetti Alberto Grandi, anni dopo, incontrato casualmente a Roma, mi confidò che conservava ancora le copie delle satire su Il moNOcolo, a cominciare dalla sua). Insomma, era e resterà prassi padronale tentare di corrompere (pardon: “collaborare”): il capo del personale (Giovanni Roggerone) che mi propose la scrivania di vice, un altro amministratore delegato (Paolo Bolzani) che mi proporrà di diventare il PR Public Relation del Gruppo Ausimont (ex Montedison). Il suo successore (Carlo Cogliati), meno oscenamente, preferirà… licenziarmi.

Tutte cose raccontate nel primo volume di questo libro (L’avventurosa storia del giornalismo di Lino Balza). Ma non precorriamo i tempi. Torniamo al 1974. Dei 56 miliardi di lire di investimenti e dei 350 lavoratori in più, annunciati come noccioline dal suddetto big Grandi, non si vide neppure l’ombra. Anzi, arriverà la mannaia della cassa integrazione. Il pretore di Alessandria, Serafini, aveva infatti inviato un avviso di procedimento penale al presidente Cefis e al direttore Sabatini per l’inquinamento del Bormida, fiume “biologicamente morto” già per gli scarichi dell’Acna di Cengio, il quale, così come le falde acquifere, riceveva giornalmente migliaia di chilogrammi di acido solforico, solfato ferroso, cromo esavalente. Rispondendo al pretore, gli “esperti” (tra molte virgolette) di Montedison avevano prospettato come soluzione… la trivellazione di pozzi e l’iniezione a 3.500 metri degli scarichi.

Della pericolosissima boiata non si fece nulla. Intanto gli impianti continuavano impunemente a scaricare in Bormida. Montedison prende a pretesto i passati mandati di comparizione e dichiara, 1975, la cassa integrazione degli impianti del ciclopico ciclo del “Biossido di Titanio”, in pratica mezza fabbrica. Si tratta, come oso scrivere su Il moNOcolo: “Si tratta di Montedison che cerca di influenzare la magistratura utilizzandole contro la classe operaia, strumentalizzando il sindacato provinciale e nazionale, nell’ignavia degli Enti locali”. I cortei di protesta per le vie cittadine assumono questi connotati. Scrivo: “Montedison dichiara morto il Titanio a livello nazionale, ma preferisce mantenerlo moribondo a Spinetta ancora per qualche anno, mummificando la magistratura il più a lungo possibile”.

Il Titanio sarà infatti sepolto sotto lo stabilimento, insieme a Bicromati, Pigmenti, Solforico, Ultrasil, Fluoridrico ecc. E i loro 20 veleni tossici e cancerogeni stanno ancora oggi colando (insieme ai nuovi) in falda e nel fiume. Come attualizzeremo nelle prossime puntate. Sottolineiamo, per ora, che in quegli anni ’70 la “Piattaforma rivendicativa del Consiglio di fabbrica” reclamava già alle Istituzioni indagini idrogeologiche, ambientali e sanitarie: rivendicazioni che negli anni ’80 confluiranno nell’elaborazione dell’”Osservatorio Ambientale della Fraschetta”, ma che Comune e Regione si sono ben guardati di realizzare, fino ai giorni nostri.

8 https://youtu.be/WDMZDy7aCN0?si=alnobVN90Tu98cMr Capitalismo

9 https://youtu.be/fznmlFmdxsY?si=TUX_yX_-Q4V0nJM7 Il sessantotto

10 https://youtu.be/RgLIQqSYfvY?si=3htJiv0812t4u28 Maccacaro

11 https://youtu.be/GqytvUjsRow?si=7t7HADj_YcKJEcpf Il consiglio di fabbrica

12 https://youtu.be/NlIvOem_YIM?si=uUFMSbIspYFT9ueW Le storie nella storia.

13 https://youtu.be/AUSZNEGirBo?si=Bb–OZZ_jQ9GRm2L Il moNOcolo

14 https://youtu.be/sekuhgYIJA4?si=Q-CMsYR-EFL3u-7t La grande crisi

(continua)

La tragedia di Spinetta Marengo – 2 ultima modifica: 2026-02-19T04:49:00+01:00 da GognaBlog

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