La vera difesa nel Golfo Persico è la forza sociale

L’instabilità della situazione in Iran ci spinge ad alcune riflessioni sulla capacità di resilienza di questo Paese e del suo popolo. Ma anche a guardare agli altri grandi attori della regione. Su tutti l’Arabia Saudita, che guarda sempre più ad ovest.

La vera difesa nel Golfo Persico è la forza sociale
di Ghiath Rammo
(pubblicato su artribune.com il 10 aprile 2026)

Per capire meglio il peso della geografia, è da leggere un libro molto ben scritto dal giornalista e saggista britannico Tim Marshall. Il titolo originale è Prisoners of Geography, tradotto in italiano con un titolo, a mio avviso, non del tutto appropriato: Le 10 mappe che spiegano il mondo (Garzanti).  Nelle pagine dedicate alle diverse aree del pianeta, Marshall insiste sul fatto che “non esiste un fattore geografico complessivamente più importante degli altri: le montagne non contano meno dei deserti, e i fiumi non contano meno delle giungle”. Possiamo considerare che questo principio vale anche per le popolazioni e le società che abitano questi territori. Nel senso che le società sono sempre in movimento e si articolano in base ai lunghi cambiamenti nel loro percorso storico. 

Veduta satellitare del Golfo Persico

La resilienza iraniana sta nel dinamismo della sua classe media 
Partendo da questo ragionamento, per comprendere la capacità di tenuta dell’Iran di fronte a colossi militari come gli Stati Uniti e Israele, non basta analizzare gli arsenali: è necessario immergersi nella sua società. Durante il mio viaggio nel 2019, che mi ha portato da Teheran a Qom, da Kashan a Yazd e Kerman, fino a Shiraz, Isfahan e Kermanshah, ho cercato di leggere il volto del Paese non attraverso la politica, ma vivendo i suoi mercati, i caffè, i ristoranti e, soprattutto, i molti musei e siti archeologici che ho visitato. Dopo anni di vita a Roma, ho osservato dal vivo che la forza di una nazione si misura dalla vitalità della sua classe media. In Iran, ho trovato una presenza borghese vibrante nei musei e nei ristoranti: famiglie, giovani donne e uomini intenti a chiacchierare e passare del tempo insieme, un pubblico quasi interamente locale, vista la scarsa presenza di turisti stranieri. Questa partecipazione sociale diffusa è qualcosa che non avevo mai visto con tale intensità nel mio paese di origine, la Siria: nato e cresciuto a Tirbêsipî, nel Nord Est del Paese, ho qui vissuto fino al liceo, per poi trasferirmi ad Aleppo, prima come studente universitario e poi come lavoratore, fino al 2012. Azad Hamoto, un mio professore siro-tedesco, diceva sempre: “Per capire il livello di un quartiere, in una città, osserva la presenza di fiorai, edicole e bar”. In Iran, questi simboli di civiltà urbana erano ovunque. 

L’Iran e la capacità di andare avanti 
È qui che risiede la vera resilienza iraniana: quando una classe dirigente vacilla, il sistema regge perché è sorretto da una società preparata e da un orgoglio nazionale che spinge ad andare avanti. Non è necessariamente amore per il regime, quanto piuttosto il timore della sconfitta davanti agli occhi dei vicini, arabi e turchi, sebbene il controllo delle autorità sia totale e in un certo senso invisibile, simile per certi versi a quello vissuto nella Siria degli al Assad. La differenza tra i due Paesi è tuttavia netta: la Siria è uno Stato moderno nato dalle ceneri dell’Impero Ottomano, mentre l’Iran è una forza regionale che non è mai tramontata durante il corso dei secoli. 

Il contrasto regionale: il dinamismo saudita 
A fine novembre 2024 ho visitato Dhahran, cuore pulsante dell’industria petrolifera saudita, che insieme a Dammam e Khobar forma la grande area metropolitana di Dammam nella Provincia Orientale. Lì ho notato tante ambizioni e molti slogan, ma certamente anche una gran fame di cambiamento. Questa spinta si scontra e si confronta con la profonda solidità del tessuto sociale iraniano, capace di fungere da scudo invisibile alle crisi politiche, e rappresenta un’eccezione nel panorama medio orientale. Se l’Iran punta sulla propria continuità storica per resistere, i suoi vicini, privi di una simile forza sociale autoctona, cercano il proprio rafforzamento attraverso dinamiche differenti. In questo scenario, l’Arabia Saudita emerge come l’attore più dinamico. Consapevole di non poter contare sulla stessa resilienza demografica “storica”, Riyadh ha scelto di trasformare l’instabilità regionale in un volano di opportunità. Da anni il Paese punta tutto sullo sviluppo della sua parte occidentale, lungo il Mar Rosso, cercando di distanziarsi dalle ferite che il conflitto lascerà inevitabilmente sui Paesi affacciati sul Golfo Persico. In un’epoca di riforme, Riyadh cercherà di accogliere ogni occasione: investimenti, energia e, soprattutto, capitale umano. Quest’ultimo rappresenta il vero vantaggio competitivo rispetto alle altre monarchie del Golfo, dove la popolazione immigrata supera quella locale senza mai raggiungerne gli stessi diritti di chi ha la cittadinanza. Per l’Arabia Saudita, i progetti in corso sono molti e la guerra, paradossalmente, diventa un ingrediente strategico per accelerare il cambiamento e risolvere i suoi ben più vecchi problemi strutturali. 

Le scommesse dell’Arabia Saudita 
Sotto questo scacchiere, il Mar Rosso non è più solo una via di transito, ma il nuovo baricentro di un’Arabia Saudita che vuole guardare a Ovest per scaricarsi dei dilemmi dell’Est.  Se il Golfo rimane ostaggio di una contrapposizione tra potenze in contrasto tra di loro, le sponde del Mar Rosso rappresentano la “tabula rasa” su cui Riyadh sta scrivendo il proprio futuro post-petrolifero. Il destino di queste acque dipenderà dalla capacità saudita di trasformare una costa desertica in un hub di innovazione e turismo globale. Mentre l’Iran si arrocca nella sua profonda e colta resilienza interna, l’Arabia Saudita scommette sull’apertura: il Mar Rosso diventerà il banco di prova per capire se la modernizzazione accelerata e il capitale umano locale possano creare una stabilità altrettanto solida di quella storica iraniana. La vera sfida del prossimo decennio non sarà stabilire chi ha l’arsenale più vasto, ma chi riuscirà a rendere il proprio modello sociale più consolidato e benestante, trasformando un mare di tensioni in un oceano di opportunità.

La vera difesa nel Golfo Persico è la forza sociale ultima modifica: 2026-04-16T04:59:00+02:00 da GognaBlog

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6 pensieri su “La vera difesa nel Golfo Persico è la forza sociale”

  1. Tiziano non hai risposto alle mie domande : ti piacerebbe se….? 
    Sembra che tu non ti renda conto di quello che ho scritto io. Mentre tu te la prendi con gli “americani” e con l’occidente perdi di vista quello che ho scritto io PRIMA DI TUTTO. Cioè che gli Houti sono un ostacolo PRIMA DI TUTTO per i piani dell’Arabia Saudita descritti nell’articolo.
    Pongo quindi altre domande, prego rispondere sì o no senza divagare su Usa, Russia o Cina o altri: gli Houti sono un ostacolo ai piani dell’Arabia? Per realizzare i suoi piani l’Arabia se ne deve sbarazzare? 
    Inoltre non dici che l’impero arabo è durato mille anni durante i quali ha dichiarato guerra a tutti i paesi dalla Spagna all’India praticando diffusamente la schiavitù r la castrazione dei prigionieri. Il mondo arabo è stato una civiltà di conquistatori quanto l’occidente sia come durata sia come intensità. 

  2. Forse dimenticate chi ha seminato x decenni guerre in medio oriente e africa ( x non parlare del resto del mondo )al solo scopo di arricchimento x l’occidente. Probabilmente si raccolgono i frutti di questa semina, mai un ripensamento sul proprio operato. Se non si inchinano , sterminiamoli. D’altronde gli americani sono nati già da uno sterminio

  3. In attesa di “consolidare il modello sociale” e di incrementare il numero di “fiorai, edicole e bar”, se l’Iran comincerà a produrre bombe atomiche, che si fa?
    Forse si potrebbe risolvere il problema con tanti bei cortei nelle città d’Europa e striscioni di pace e amore: “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”.

  4. Tiziano, perché non ci provi tu a usare la diplomazia con personaggi come gli Houti?
    Ti piacerebbe se un esercito irregolare dalla Francia o dall’Inghilterra sparasse contro le navi che passano nella Manica? Oppure dalla Francia contro le navi italiane che vanno da Genova a Barcellona?

  5. Andrea ,proprio un bel modo di ragionare. Avanti con la legge del più forte ,spazziamo via tutti quelli che ci sono di intralcio . Un giorno spazzeranno via anche te 

  6. Ho letto e apprezzato il libro di Tim Marshall, edizione del 2015. Grazie a questo blog corro ad acquistare la nuova edizione aggiornata. 
    Come problema del Mar Rosso vedo gli Houti: ha l’Arabia Saudita la possibilità e la volontà di spazzarli via? 

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