“È bello risalire il pendio ripido di ghiaia che porta all’attacco, ha un sapore vagamente dolomitico, e respirare l’odore della roccia non ancora riscaldata dal sole…”.
La via Cassin al Cimon della Bagozza
di Alessandra Gaffuri
(pubblicato su Annuario del CAI di Bergamo 2023)
Quando ho iniziato ad arrampicate, alla fine degli anni ’70, ripetere la via Cassin al Medale era una sorta di iniziazione per chi volesse dedicarsi all’alpinismo. Io mancai questo appuntamento perché in Medale iniziai con la Taveggia e la mia prima via del grande Riccardo fu quella in Grigna alla Torre Costanza.
Un paio di anni dopo, non ancora ventenne, accettai l’invito di Augusto ed Andrea, già promesse, mai smentite, dell’alpinismo bergamasco, ad andare con loro alla Cassin al Cimon della Bagozza. Non ho dei ricordi precisi di quella scalata, ma mi è rimasta scolpita nella memoria la bellezza della Bagozza in un’alba settembrina e la discesa a balzi per il ripido ghiaione. Era stata una bella avventura, ma i dettagli dell’arrampicata erano sbiaditi dal tempo.
A giugno di quest’anno, distesa con mia figlia su un pascolo ai piedi della Bagozza, sono di nuovo catturata dal fascino di questa montagna e mi viene un insano desiderio di tornare a fare la Cassin, giusto per ricordarmi com’è! È un attimo: mando la foto della montagna a Diego, amico e socio di vecchia data, e la risposta è immediata: non l’ha mai fatta ma, come dice lui, è un po’ che la punta…
Così, in una insolitamente gelida mattina dei primi di agosto, ci troviamo a camminare sui prati umidi della Val di Scalve con il naso in su ad ammirare il pilastro che ci sta aspettando. Si sono unite a noi la mia amica Chiara, fortissima scalatrice di Arco, e la sua socia Elisa, in giro con il loro furgone a cinque stelle per un weekend d’arrampicata in terra orobica.
È bello risalire il pendio ripido di ghiaia che porta all’attacco, ha un sapore vagamente dolomitico, e respirare l’odore della roccia non ancora riscaldata dal sole.
Alla base, i soliti gesti, mai dimenticati nonostante la lunga assenza dalle pareti: il controllo del materiale, chi va per primo, la mia corda è la gialla, la tua la rossa… E si inizia a scalare, partendo dal facile canale dove i gesti sono ancora un po’ goffi, per poi diventare più fluidi man mano che il movimento si fa spontaneo e rilassato.
La roccia nel primo tratto di salita non è proprio solidissima, ma sono confortata dalla consapevolezza di aver affrontato ben altri marcioni! Come quella volta ad Arco, al Monte Brento, quando con Sergio eravamo scesi disarrampicando e slegati dai primi tiri dello spigolo Betty perché la roccia era così friabile che sarebbe stato più rischioso procedere in cordata. Tastare bene l’appiglio prima di prenderlo, un colpettino col piede all’appoggio prima di caricarlo: i vecchi insegnamenti sono sempre validi! Dopo i primi tiri, la roccia diventa più bella e più verticale e man mano ci si alza, nelle placche di fianco al nostro itinerario, al posto di vecchi cordini da calata, compaiono spit fiammanti a protezione di passaggi estremi. L’ambiente è selvaggio, in parete non c’è nessun altro, è tutto perfetto! Il così detto tiro chiave offre un’arrampicata tecnica e divertente e mi riporta qualcosa alla memoria: forse, 43 anni fa, alle mie prime esperienze, doveva avermi un po’ impressionato!
La scalata procede piacevolmente, un po’ da cercare, con qualcosa che si muove, ma sempre affascinante e logica; il nome dell’apritore è una garanzia! Dieci tiri di corda scorrono in un attimo e la nostra parete termina, un po’ troppo presto per i nostri gusti, sotto la croce di vetta, dove Chiara, specialista dell’autoscatto, immortala i nostri volti sorridenti.
La discesa per il ghiaione non è propriamente a balzi come la prima volta, ma in qualche modo arriviamo al furgone di Chiara, dove troviamo birra fresca, pane e salame.
Ho rifatto una via di Cassin, non l’avrei mai detto quando dodici anni fa ho ripreso ad arrampicare, e le sue vie non deludono mai. Nei miei anni di maggior attività alpinistica ho salito anche altre vie di Cassin, non molte, ma sicuramente tra le più rappresentative nell’arco alpino; quelle, però, me le ricordo ancora bene, non c’è bisogno che vada a ripeterle un’altra volta!
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Ah, la bella roccia orobica che noi locals rispettiamo e con la quale abbiamo fatto i primi passi. Una scuola importante per muoversi sul “non solido”. Scherzi a parte, superati i primi 2 tiri, da pesare bene, siamo nel mondo della leggenda. Cassin ha sempre disegnato percorsi eccelsi ed il fatto di averlo fatto anche sul calcare orobico ci riempie di orgoglio. Alessandra, sei sempre in gran forma, mola mia.
Caro Marcello, invece è una salita logica è con roccia che migliora lungo il percorso fino a diventare compattissima. L’ultima placca prima del facile canale finale è “marmoladiana” e secondo me più difficile del tiro chiave. Un pelo friabili i primi tiri originali fino sotto al chiave, perché molti ripetitori seguono la Casiglioni-Bramani come variante d’attacco e quindi si ripulisce poco. Molto meno friabile comunqye di certe classiche dolomitiche.
Dal racconto e qualche commento non viene assolutamente voglia di andarci.
Vero bel racconto che si legge bene. È una via che ho in mente da un pò. Magari la prossima estate.
Che bel racconto spensierato!
aaaaa qualche anno fa, quando ancora avevo delle veleita’ eravamo andati con il mio socio storico per farla. Levataccia assurda, viaggio infinito in macchina, avvicinamento e tutto; arriviamo all’attacco, iniziamo a cambiarci e da sopra una cordata appena partita ha iniziato a disgaggiare e buttare giu’ dei satelliti non indifferenti…breve scambio di bestemmie, offese reciproche e abbiamo girato i tacchi…”tanto torneremo di sicuro” purtroppo mai piu tornato
Ripetuta 6 volte, 5 con clienti. Il ghoaione che ha affascinato Alessandra che saluto, sicersmente dopo la nevicata del 2021 è diventato um bel casino da risalire…
Gli spit, per tranquillizzare gli animi non sono sulla Cassin ma parte di una via moderna (a moo avviso non se ne sentiva la mancamza e non mi è piaciuta né per la logica né per le forzature…) che a tratti la incrocia.
Ciao e grazie Alessandra, io l’ho sempre messa nei miei piani ma lì è rimasta, un po’ fuori dai giri consueti. Molto tempo fa salii con gli sci assieme ad Azzù, Augusto, per arrivare al colle ma, giunti a un certo punto il pendio non ci piacque più, e ce la svignammo. Soldato che fugge, buono per un’altra battaglia…
Una via dimenticata e ben poco ripetuta in un posto veramente bello e affascinante, dal sapore antico di alpinismo eroico ed esplorativo.
La cima poi è veramente panoramica: a cavallo tra la val di Scalve e la val Camonica la vista va dal vicino Concarena al Tredenus, al Badile Camuno e dall’altra parte alla Presolana
Spiace un po’ che siano apparsi degli spit, perché non ve n’era alcun bisogno…a saperci fare un po’ ci si proteggeva più che bene. Consigliata a chi ama la pace e la solitudine, a chi non nega il proprio lato romantico e sognatore.