La via dell’Ornitorinco

Da tempo pensavo a una via lunga che potesse essere utilizzata come allenamento per le vie in montagna o per i corsi delle scuole. L’idea di concatenare le pareti del Bracco (per me un posto speciale visto che la mia prima avventura in montagna, qualche decennio fa, proprio su queste pareti) il relativo facile accesso da Alba (CN), nonché la complicità della pandemia e i guai dell’amico Mario, hanno fatto il resto. L’impresa (si fa per dire) non è stata cosa facile: trovare pareti senza traccia umana al Bracco così come far passare un’ipotetica linea che cominciasse dal punto più basso e arrivasse in cima al Becco d’Aquila mi ha dato parecchio da pensare.

Ne è uscito anche un racconto, un modo come un altro per completare le giornate passate a cercare la linea, disgaggiare, piantare fix, tirare su e giù le fisse, portare zaini ciclopici e arrivare in macchina sporchi come carbonari.

Ma come dice Mario, l’importante è poterla raccontare.

La via dell’Ornitorinco
di Gian Piero GPP Porcheddu

Quando un esemplare imbalsamato di ornitorinco arrivò nello studio di George Shaw, botanico e zoologo, la sua reazione fu di incredulità. Era il 1799. L’esemplare sembrava ben fatto, ma il dottore era sicuro che si trattasse di un falso, una truffa molto ben confezionata. Non riusciva a spiegare in altro modo un animale con becco d’anatra, zampe palmate, coda da castoro e pelliccia da lontra, che si riproduceva deponendo delle uova che schiudevano, dando alla luce dei piccoli che poi venivano allattati.

A onore del vero questo piccolo e strano animaletto non mi sta simpatico, somiglia troppo a un grosso ratto (la mitica “zoccola”), ma il suo nome, ornitorinco è qualcosa di speciale. E’ un nome che non puoi confondere con nessun’altra cosa, un nome unico, inequivocabile e te lo ricordi sempre.

Per questo lo usai spesso: come password del PC, per commenti poco lusinghieri alle colleghe antipatiche, al posto dell’uomo nero nelle favole raccontate ai miei figli.

Fu l’immagine che usammo come logo per costituire il “gruppo degli sfigati” durante nostra permanenza al collegio dei Salesiani di Cuneo.

Non fu poi così strano che, anni dopo, Mario amico fraterno di allora e di oggi, coniò con la parola ornitorinco, una inusuale strategia sui rapporti sentimentali.

Mario ha sempre patito gli addii con la fidanzata di turno e ha sempre vissuto con disperazione questi momenti: dimagrisce a vista d’occhio, si rimette a fumare 30 sigarette al giorno, beve alcolici in maniera spropositata e soprattutto, si piazza a casa mia a come un ospite incomodo, raccontandomi l’ennesima delusione amorosa e interrogandosi del perché il destino crudele si accanisca contro di lui.

Non parliamo poi delle settimane post-abbandono: comincia a scrivere alla sfortunata di turno una serie di e-mail logorroiche, messaggini WA introspettivi, ragionamenti leopardiani sulla vita, per poi concludere con miserabili silenzi che affogavano in salite solitarie su creste infinite dove vige il principio che “se ti strizza il culo, non si pensa ad altro”.

Così dopo varie esperienze di questo genere, Mario si era pensato un’ideona: il termine “ornitorinco” sarebbe stato usato per mollarsi, per comunicare che la relazione era terminata.

Una parola secca e inequivocabile, senza troppi giri di parole o perdite di tempo.

“Ornitorinco” sarebbe diventata la parola chiave, la parola magica per rompere l’incantesimo del fidanzamento, per liberare la coppia da qualsiasi vincolo o legame sentimentale seduta stante, senza melodrammi, senza finzioni, senza malumore, senza troppe seghe mentali di cui Mario era, per altro, un vero campione.

Mario, che poi alla fine non era un predatore, ma una preda, ha sempre ricercato il chiarimento post-sfidanzamento (guardiamoci negli occhi e parliamone!), ha sempre auspicato un secondo tentativo, mai riuscito, perché la risposta era sempre che “le minestre riscaldate non sono mai buone” (però un minestrone riscaldato, anche più volte, è ottimo‼).

Insomma, quando me ne aveva parlato mi sembrava una trovata strana, ma interessante, che avrebbe fatto molto meno male, delle logorroiche discussioni post coppia-scoppiata e messo me al riparo dalle sedute auto-terapeutiche sul divano di casa mia.

L’idea fu oggetto di parecchie discussioni tra di loro, velatamente fu accusato di mettere le mani avanti sulla relazione, ma poi l’innamoramento è un periodo di totale rimbambimento che anche le cavolate sembrano buone idee.

Comunque Mario si dimenticò presto della sua trovata e si impegnò, come non mai, in questa bella storia. Oddio gli dissi che era una storia in salita, vista la differenza di età tra i due, ma alla fine mi faceva anche una grande invidia.

Era stralunato come un adolescente alla prima cotta.

Si era invaghito di una brava e simpatica alpinista, molto più giovane di lui e con una solarità unica; gioiva nel trascorrere le sue giornate ad arrampicare e giocare ai fidanzatini senza pensare a un poi.

Devo dire che anche il nostro gruppo approfittò del fidanzamento del Mario.

La tipa era una macchina da guerra con il pc e i social.

In men che non si dica si organizzarono gite sociali arrampicatorie, in Sardegna, Sicilia, Grecia, settimane alpine in giro per le Alpi nazionali e transfrontaliere: tutte organizzate meglio di un’agenzia di viaggi.

Mario era appagato, contento, forse lo sentii pronunciare anche la parola felice; continuava a viaggiare, avanti e indietro, da casa sua a casa di lei, posizionata più vicino alle montagne; raccontava di una casa ospitante che era perfetta d’estate, ma un incubo di inverno (una vera “giasera” – ghiacciaia – secondo i suoi racconti!). Il frigorifero di lei rammentava il “deserto dei tartari” fu un attimo, che grazie alla presenza di Mario, divenne la succursale di EsseLunga.

I chilometri erano tanti, ma venivano macinati senza sosta e senza lamento alcuno, tutto preso da una rinvigorita voglia di vivere una felicità inaspettata alla soglia della terza età.

Non lo sentivo più tutti i giorni, ma lo vedevo sullo stato WZ insieme alla tipa, mi faceva sorridere tutta questa voglia di vivere esibita in pubblico.

I selfie dei due in cima a qualche montagna o parete, erano diventate delle icone di felicità di coppia nonché la possibilità, per noi, di prenderlo per il culo senza sconto alcuno.

Sono questi i momenti in cui si è più vulnerabili, lui pensava che fossero sulla stessa lunghezza d’onda che le parole avessero lo stesso peso, significato, valore per entrambi, ma non è così.

Siamo diversi, troppe volte ce ne dimentichiamo.

Inoltre non sei obiettivo: l’innamoramento ti rincoglionisce (come recita il mio spirito guida –Giorgio Gaber) e non puoi avere sentore di quello che accade, finché non accade.

E così una sera, dopo due anni di una vita nomade, di arrampicate memorabili, di viaggi e risate, cene e tutto il resto, a Mario arriva un WZ con la scritta: ≪mi spiace…ornitorinco≫.

L’inventore vittima della sua invenzione.

Mario mi sta assicurando da due ore. Non ha smesso di parlare dell’ornitorinco. Lo sopporto perché ho bisogno che mi assicuri per bene.

Si è offerto di accompagnarmi anche se non l’ho cercato, perché sapevo che mi avrebbe inondato della sua tristezza e ne ho già abbastanza della mia.

Siamo al Bracco, in Valle Po. L’idea di aprire una via al Bracco l’avevo da tempo e durante il lockdown sono venuto spesso a passeggiare per trovare qualche linea decente.

L’avevo trovata nei pressi del Pilastro Belvedere; trovare un pezzo di parete pulita e senza vie non è stato facile.

Sono quasi tutte possedute dal onnivoro climberiano del luogo, il buon Flavio Parussa, che ha passato la post-adolescenza a creare, smussare e rimodellare decine di vie, così da dare vita una falesia incredibilmente bella e varia a due passi dalla pianura.

Mi calo, pulisco il tutto e vedo una paretina di roccia che si può scalare con soddisfazione.

Oramai ascolto Mario da ore, se ne sta stravaccato sul divano a raccontare gli ultimi giorni dell’ornitorinco, delle @ inviate alla ex che non hanno risposta, della restituzione delle chiavi di casa avvenute in uno squallido parcheggio autostradale, del sorriso solare di lei riapparso sui social, dopo poche settimane, con un baldo sci-alpinista giovane e forte.

Non so più cosa dirgli, il: ≪te lo avevo detto che finiva così≫ oramai è superfluo, tento con: ≪quando scatta l’orologio biologico non ce n’è per nessuno≫ non convince, provo con: ≪te la sei cercata, non hai mai dato sicurezza e progettualità alla storia, non le hai mai presentato i tuoi figlioli, non hai voluto conoscere i suoi genitori≫.

Qui Mario mi bastona con lo sguardo!

E’ vero! Non mi ricordavo più la componente anagrafica della storia. Effettivamente sarebbe stato imbarazzante una riunione di famiglia dove la LEI ha quasi l’età dei figlioli del LUI e il LUI ha quasi l’età dei genitori di LEI

A questo punto gli dico: ≪andiamo a chiodare una via≫.

Smette di fare autoanalisi-introspettiva-logorroica e decide di venire con me purché possa chiodare anche lui.

Siamo nuovamente in un semi lockdown, mi ritaglio qualche pomeriggio e qualche mattina dal lavoro, sono solo e vaccinato, non creo nessun pericolo pestilenziale. Mi calo e mi autoassicuro con più nozioni tecniche dell’ultima volta. Scalare da solo non mi piace, ma lo ritengo utilissimo. Ti devi concentrare al massimo, non puoi pensare ad altro che a quello che stai facendo e a come lo stai facendo.

Mario non è potuto venire, preso dal lavoro e dalla sua ultima fiamma.

Peccato! Nessuna battuta, nessuna presa in giro, nulla di tutte quelle bellissime cose che si fanno quando si arrampica in due.

Salgo dal basso, so bene che se non sbaglio nulla, nulla di brutto mi può accadere, che devo fare le manovre con attenzione, pensando a cosa può succedere: ≪ma se la corda si impiglia e non viene più su? Se la tacca non la tengo e volo… dove ho piazzato l’ultimo spit?≫. Spero di averlo piazzato bene!

Come al solito vado lento come un marsupiale, ma riesco a pulire e finire i due tiri iniziati con Mario l’inverno scorso.

Adesso una cinquantina di metri a piedi per arrivare alla seconda parte, una placca lunga, lunga e liscia, liscia.

Eh, lo so, sono antiquato: la placca non è più di moda, una camminata in salita per dirla come il Nonno, ma a me piacciono.

Sarà che per la placca non serve il braccio bionico, le dita ad artiglio, gli addominali spartani, ma è pur sempre intelligenza motoria.

La placca è movimento statico, armonia degli equilibri, ricerca del punto G (quello gravitazionale!!) ricerca spasmodica di un baricentro lasciato sulla chiappa sbagliata, sono dita che frugano alla ricerca della ruga protozoica che ti permetta di spingere sui piedi oramai diventati simili a quelli di un hobbit.

La placca dell’Ovest ha già delle vie molto vecchie e penso poco ripetute. Ciò nonostante decido di fare un giro dall’alto per vedere di non toccarle.

Oggi Mario è della partita, la placca lo impone!

Si parte su placca che spacca per poi arrivare a un piccolo tettino passabile in un unico punto rotto, sicuramente usato anche da una via dei fratelli Ernesto e Walter Galizio, visto che un vecchio chiodo giallo è ancora presente in fondo al tetto.

Passo di A0 (con contorsioni degne di un circense), forse due, ma riesco ad arrivare sopra il tetto e piazzo la sosta.

Ci sarà da pulire, ma la roccia è buona, la ruvidità della placca, permette alle suole delle scarpette di rimanere appiccicate giusto il tempo per trovare la tacchetta per le dita.

Altri due tiri finiti.

Mario è di nuovo perso nelle sue storie. Ne finisce una e ne comincia subito un’altra. Non è altro che un’anima in pena che non ha ancora capito che cosa vuole.

Ha un’unica certezza: il mio divano e le Camel gialle pacchetto morbido!

Alla sera ci ricongiungiamo come una coppia di fatto e ci lanciamo in discussioni infinite (e inutili). Continuo a ripetergli che l’amore è un sentimento sopravalutato, che una bella e lunga goulotte sul Bianco in condizioni è meglio. Niente! Non si convince.

Non so chi si sia inventato che il tempo guarisce ogni cosa, sta di fatto che Mario è ancora più rimbambito dell’anno scorso e io ho finito il mio repertorio di buoni consigli e frasi sensate.

Di stare in sosta ad assicurami non se ne parla nemmeno, preferisce un’alcova più comoda e calda e vista la tipa del momento (carrozzeria Pininfarina e cervello fine), non gli posso dare torto.

Chiedo alla Eva Kant versione valdostana di regalarmi un poco del suo tempo.

Fa un freddo boia, non ho idea come faccia a sopportarlo per due ore in sosta.

L’autunno è arrivato nel peggiore dei modi, tira aria fredda dalle pendici del Viso.

Però non demordiamo. Valerik mi assicura e consiglia su quale linea seguire per non fare troppi angoli.

Assiste alla dura lotta con l’alpe tra me e un tettino malefico (domani mi compro una scaletta, basta fettucce arrotolate sotto i piedi)

Altri tre tiri terminati, siamo arrivati al sentiero che passa sotto la Parete dei Corvi e il Becco dell’Aquila.

Bisogna decidere dove continuare, decido per il Becco dell’Aquila, perché bastano poche decine di metri per arrivare sotto la parete,

Mario torna in sé. Ha detto basta al mondo etilico e tabagista, si è messo a dieta e va in palestra due volte alla settimana.

Ha persino smesso di parlare dell’ornitorinco ed è interessato a vivere sereno questo momento post-pandemico.

Lo aggiorno sui progressi della via e gli dico che manca poco per finirla.

Promette che la prossima volta sarà della partita, è di nuovo single e pertanto ha di nuovo piena libertà di azione.

Passa una settimana e una bella giornata autunnale ci riporta al parcheggio del bracco e poi alla base degli ultimi tiri.

Mario è in forma. Prende il trapano e si lancia sul primo muretto. Oramai è a 10 m dalla sosta e non ha messo ancora nessuna protezione. Gli chiedo se ha deciso di suicidarsi in mia presenza e lo minaccio di bloccargli la corda se non mette un fix.

Un paio di fix e arriva sul facile, ci sta ancora una breve camminata e poi piazza la sosta.

Mario recupera e si guarda il Viso, orami il sole lo sta lasciando e il tramonto è uno spettacolo incandescente di colori rossi e gialli che tirano su il morale.

≪Ma cosa mi sono perso? Due anni a farmi le pippe pensando a una che manco mi considera, che neanche mi ha chiesto come me la passavo e mi ha bannato, come se non fossi mai esistito o peggio fossi uno stalker≫ dice Mario.

≪Ma lo sai che l’avevo messa nel mio testamento?≫ prosegue: ≪le avrei lasciato e mie guide e i friend, l’avevo delegata a decidere sullo stacco della macchina in caso di morte cerebrale, l’unica persona di cui mi sono sempre fidato ciecamente≫.

Cerco di stemperare il clima senza successo ma prosegue:

≪Mi sono salvato, mi sono salvato di sicuro, tutti capaci a parlare sotto le lenzuola, ma scrivere, scrivere quello che mi ha scritto lei e poi dimenticarlo nel giro di qualche settimana, beh non ha senso, non lo capisco≫.

≪Dai Mario≫, dico io: ≪lo sai bene, la costruzione di una relazione seria è un progetto importante, ambizioso, difficile a volte ci illudiamo, meglio salire su in montagna, almeno sai cosa ti aspetta≫.

Non mi ascolta nemmeno.

Tanto giusto il tempo di arrivare a casa, farmi la doccia e sarà sul divano a fumare (oramai ha le chiavi di casa mia!) e imprecare sul destino crudele e disquisire sul concetto: ≪non dico la grande storia d’amore – che quello non ci stava prima, immaginiamoci dopo – ma almeno l’amicizia, eravamo una cordata, abbiamo scalato per due anni insieme, mica dei fighetti da apericena!≫.

Taccio!

La sua amarezza non è legata alla storia sentimentale finita male, alla “giasera” persa, ai viaggi pensati e mai realizzati, ai mille progetti che si fanno coccolati sotto le coperte di un piumino matrimoniale, ma alle avventure vissute tra compagni di cordata per due anni, un cordone ombelicale invisibile, ma presente li ha legati non solo sentimentalmente, ma anche emotivamente in una relazione anche solo amicale che sarebbe dovuta essere per tutta la vita.

La cordata non è solo uno stare insieme e condividere una passione comune, ma ben altro. E’ un “qualcosa” che lega la vita delle persone che la compongono, che va oltre il gesto sportivo, una sorta di vita parallela in cui si condivide l’essenza della natura umana: affidare la propria vita alla sicura che ti fa il tuo socio, non è cosa di poco conto.

Essere preoccupato per il tuo socio che affronta un tiro difficile o pericoloso è anche prendersi cura di lui o di lei. Penso sia una bella e importante cosa, come il volersi bene, anzi di più.
Se lo è per una cordata tutta al maschile, immaginiamoci per una cordata di coppia.

E’ novembre sono giorni che non vedo Mario, ma ieri sera mi ha telefonato che sarebbe venuto anche lui

Mario si è ripreso dall’ultima sera a casa mia e da inguaribile ottimista qual è guarda avanti (anche indietro, ma questo non lo ammeterà mai) e si rialza dopo ogni KO.

Oramai passato il momento della “rabbia dentro”, si è votato alla vita di sempre e continua a macinare chilometri, andare in montagna in solitaria e accompagnarsi a qualche bella e giovane donna come solo a lui riesce.

L’ho persino sentito canticchiare il motivetto di Tenco “ciao amore ciao”. Era la canzone di battaglia tra lui e la sua ex se la cantavano perennemente: che scalassero in parete, che camminassero sul sentiero, che fossimo davanti alla birra o in coda arrivando da Finale era un continuo tormentone”

Continua a ripetersi e a ripetermi che le situazioni si potranno modificare, evolversi, rigenerarsi e che il futuro è sempre qualcosa di incerto e sconosciuto, ma penso che siano solo frasi fatte, teatralità, a cui non crede neanche lui.

Un giorno mi dice: ≪sono rimasto vedovo, nessuno se lo pensa ma io sono un vedovo, allegro, molto allegro ma pur sempre vedovo!≫.

Da parte mia continuo a ripetergli che la vita è certamente una strana ruota che gira che tutto può accadere, ma lasciare una porta aperta è molto pericoloso.

Mi risponde che, però è anche tremendamente intrigante.

Mi piace fare il “faggio saggio” così lo esorto a non piangersi addosso, meglio ricordare il bello che c’è stato, inquadrare quello che vale, soprattutto, non pensare al finale, ma all’inizio del film, anche se ti becchi “l’ornitorinco” da te inventato!

Passa una settimana di brutto tempo, alla prima avvisaglia di sole eccoci in parete.

Ultimo tiro.

Siamo arrivati in punta, si vede, in lontananza, la mega croce; guardiamo lo spazio intorno, le nuvole basse della pianura, da poco lasciata e ci prendiamo il tepore meritato del sole invernale.

Vista Monviso: nulla oggi è più bello di questa foto.

Sotto di noi la via, ci abbiamo messo una decina di giorni spalmati in tre anni! Di certo non avevamo premura!

Forse una sorta di metabolizzazione di un lutto per Mario – è pur sempre un vedovo!! – e il solito gioco adolescenziale per me.

Era un nostro momento per staccare la spina dalla quotidianità, che abbiamo condiviso con altri amici e amiche a cui siamo legati e che abbiamo paura di perdere.

≪Che nome gli diamo?≫.

Mario non mi fa finire la frase: ≪Beh, ovvio, la via dell’Ornitorinco, così ogni volta che la faccio mi posso rammentare che ideona geniale ho avuto≫.

La via dell’Ornitorinco
(Monte Bracco, Valle Po)

Prima ascensione
Gian Piero Porcheddu (GPP), Valeria De Vecchi (Valerik), Mario (l’innominabile)
In diverse giornate tra il 2020 e il 2022.

Difficoltà: sino al 6b, passi di A0, difficoltà obbligatoria 6a.
Sviluppo: 350 m.
Esposizione: Ovest.
Materiale
14 rinvii di cui almeno 3 lungoni.
Avvicinamento
Da Sanfront risalire al parcheggio della Palestra di Monte Bracco e rifugio Miravidi. Dal parcheggio avviarsi sul sentiero che porta al settore centrale della Palestra. Poco dopo il masso Porto Escondido, prendere la deviazione alla propria sinistra (cartellonistica indica: bivacco Stefano Mulatero) Si risale agevolmente il sentiero ben tracciato, ai vari bivi tenere sempre la destra e arrivare sotto la Torre Titti. Ancora pochi minuti di cammino e si arriva su una balconata in piano: Sperone del Belvedere (35/40 minuti).

Salita
A picco sul pilastro è posta la sosta di calata (targhetta con nome della via). Per attaccare la via bisogna occorre calarsi in doppia sino alla base del pilastro.

L1: placca iniziale articolata che porta alla base di un muretto verticale dove è posta la sosta. 15 m. – 5c/6a.

L2: muretto verticale con appigli sfuggenti. 15 m. – 6a+. Usciti sulla sosta di calata, risalire il sentiero verso la propria sx. sino ad arrivare alle placche dell’Ovest (50 m). Targhetta con nome della via che indica la partenza.

L3: breve placca per arrivare alla sosta. 10 m. – 5b.

L4: bel muro da salire in diagonale alla propria dx. fino a sotto un tetto. Passaggio a sx. del tetto nel punto più debole e sosta subito dopo il tetto. 27 m. – 6a. passi in A0 per superare il tetto.

L5: tiro in placca in traverso a dx. e poi placca verticale sino in sosta. 30 m. – 5b.

L6: superare un muro con passo obbligato e proseguire salendo la placca. 38 m. – 6a+ con passo di 6b.

L7: breve placca abbattuta e poi corto muretto verticale. In successione facile placca e poi sperone che porta alla sosta. 30 m – 6a+/5c.

L8: proseguire per traccia nella boschina dove si trova uno sperone di roccia che si segue con andamento sulla propria sx. sino ad arrivare ad una sosta. 50 m – passo iniziale di 5c/6a poi 4c.

Dalla sosta (2 fix con cordone) salire di pochi metri e raggiungere il sentiero. Percorrere il sentiero in discesa (sulla propria dx.) per 70/80 m sino ad arrivare su una paretina verticale sulla propria sx (ometto e targhetta con nome).

L9: Salire la placca in diagonale verticale a dx. e poi un breve muretto che porta in placca e poi sul bordo del bosco. Camminare per 20 m per arrivare alla sosta (2 fix e cordone rosso). Adesso siamo alla base della parete del Becco d’Aquila. 40 m – placca di 6a e poi 5a.

L10: Sperone con un paio di passi verticali, e si arriva alla sosta. 33 m – 5a.

L11: Dalla sosta salire sulla verticale, proteggendosi sui primi due fix della via “Paradiso di Vetro” poi tagliare sulla propria dx (targhetta con nome) con andamento in diagonale. Usare un “lungone” per proteggersi su un fix della via “Magic Moment” e continuare sino alla sosta posta sulla parte destra del tetto. 35 m – 6b.

L12: Salire il tetto sulla dx o centrale (più difficile), poi per bella placca sino all’ultima sosta. 25 m – 5c.

Discesa
In doppia da sosta 12 a sosta 11 e poi da sosta 11 sino alla base della parete del Becco d’Aquila. Da lì traccia di sentiero (tacche rosse), per arrivare al sentiero principale. Girare a sinistra e scendere in direzione del settore centrale. Dopo alcuni minuti si incontra la “Fonte Passeri” e poi un bivio sulla propria dx.
La paleria segnaletica indica chiaramente Sperone Belvedere. Seguire in discesa il sentiero e tenendo sulla propria dx la parete.
In successione passare sotto le Placche Dérobée e poi la parete del Grande Arco.
Subito dopo, scendendo, si arriva al sentiero che passa sotto la Torre Titti, svoltare a dx e dopo pochi minuti si arriva allo Sperone del Belvedere.

Note
I gradi sono da confermare. Nessun fix è stato aggiunto sulle vie già presenti nell’11 tiro, per proteggersi si usano 2 fix della via Paradiso di Vetro, e un fix della via Magic Moment.
Il passaggio sul tetto di L4, molto probabilmente, è dove passa la via Patti Story dei fratelli Galizio (visibile un chiodo giallo in fondo al tetto).
Tutte le soste dove ci si può calare sono attrezzate in tal senso. Le altre soste sono a due fix con cordone.
Non saltare le soste L1 e L3. I tiri sono corti, ma servono perché le corde scorrano meglio al primo di cordata.

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La via dell’Ornitorinco ultima modifica: 2022-11-15T05:02:00+01:00 da GognaBlog

5 pensieri su “La via dell’Ornitorinco”

  1. 5
    andrea gobetti says:

    Bravo! Niente diverte più del lamento del compagno e ti sei giocato bene sia la salita che il racconto, continua così.

  2. 4
    Valeria says:

    È un piacere conoscervi attraverso i vostri racconti.
    Buon divertimento.

  3. 3
    Ratman says:

    curioso che la parola “logorroico” venga  usata in questa epopea in senso ironico/negativo.
    Curioso e interessante

  4. 2
    Alberto Benassi says:

     capisco la moda, capisco che non ci devono essere perplessità, ne pericolosi dubbi…(ma non mi adeguo) ma  le targhette rivettate con il nome della via, ne avrei fatto a meno.

  5. 1
    Marcello Cominetti says:

    Così si racconta una via! Grazie.

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