La via russo-ucraina sulla Sud del Lhotse

35 anni fa due alpinisti, uno russo e uno ucraino, portarono a termine l’ultima grande impresa dell’alpinismo sovietico: la eccezionale salita della parete sud del Lhotse per una estetica via direttissima.

Come noto, nella primavera di quello stesso anno, Tomo Česen aveva annunciato di aver salito in solitaria e in due soli giorni la mitica parete (3300 m di dislivello con inclinazione media a 75º), che aveva respinto fior di numeri uno e sulla quale aveva perso la vita nel 1989 Jerzy Kukuczka. Ciò mise in ombra il successo sovietico (c’era stato anche un tentativo di far rinviare quella spedizione…), anche se poi emersero forti dubbi sul racconto dello sloveno, che fra l’altro aveva presentato foto altrui.

La Direttissima sulla Sud del Lhotse
di Edward Morgan
(tratto da Lhotse South Face, la parete leggendaria, Corbaccio, 2022)

[Per il 1982] l’Unione Sovietica stava organizzando la sua prima spedizione nazionale, all’Everest. La storia dell’alpinismo sovietico è molto diversa da quella occidentale. Per i sovietici, l’alpinismo era uno sport agonistico per il quale venivano organizzati eventi molto importanti per i climber, nonostante non fossero previsti premi in denaro. Sebbene arrivasse tardi all’alpinismo himalayano, l’ex Unione Sovietica possedeva montagne alte fino a 7000 metri, un terreno ideale per coltivare alpinisti d’alta quota con molta esperienza. Certamente erano consapevoli che mille metri di dislivello in più fanno una bella differenza e gli alpinisti russi non avevano mai superato i 7500 metri. Non avevano nemmeno mai usato ossigeno sulle montagne di casa, ma presero in considerazione l’idea di farlo sulle vette himalayane più alte. La squadra sovietica del 1982 comprendeva venticinque alpinisti e mirava ad aprire una via molto difficile sul lato sinistro della parete sud-ovest dell’Everest, che prevede parecchie sezioni tecniche su roccia a grande altitudine.

La parete sud del Lhotse

Organizzarono la spedizione in stile tradizionale, con corde fisse e campi. Dopo un mese di lavoro, il 4 maggio 1982 la prima cordata di vetta, costituita da Vladimir Balyberdin e Eduard Myslovsky, partì dal campo IV. Nel frattempo una seconda cordata sali in appoggio. Era composta da due alpinisti che avrebbero giocato un ruolo fondamentale sulla parete sud del Lhotse: Sergej Beršov e Mikhail Turkevich, entrambi ucraini. Turkevich, nato a Leopoli, nell’Ucraina occidentale, ha passato la maggior parte della sua vita a Doneck. Diversamente da molti alpinisti, che scoprono la montagna fin da piccoli, Turkevich non fece mai nemmeno una passeggiata fino ai vent’anni e si avvicinò all’arrampicata quasi per sbaglio. Ciononostante, a fine anni Settanta si era dimostrato un formidabile climber e aveva vinto numerose competizioni a livello nazionale. Aveva anche scalato tutti i Settemila dell’Unione Sovietica e compiuto salite su roccia nelle Alpi francesi e in Dolomiti. Beršov è nato nel 1947 sul confine orientale dell’Ucraina con la Russia. Da bambino, i dottori gli diagnosticarono una malattia cardiaca per cui gli fu impedito di fare qualsivoglia sport, ma la sua attività frenetica li smentì e dovettero concludere che la loro diagnosi era stata errata. Iniziò ad arrampicare a diciotto anni e vinse diversi campionati.

Alla base della parete sud del Lhotse


Possedeva anche esperienza alpinistica internazionale: nel 1975 fece parte di un team di sei alpinisti sovietici che visitarono gli Stati Uniti per arrampicare con i loro omologhi americani come parte di una politica di distensione tra le due super potenze. Il leader era Vitalij Abalakov, ormai sessantanovenne all’epoca, capostipite dell’alpinismo sovietico. Beršov era il più giovane e conquistò tutti con il suo sorriso e il senso dell’umorismo; riservò la massima serietà solo alla parete. Le squadre americana e sovietica aprirono una nuova via sulle Cascade Mountains, nello Stato di Washington, serbando alcune differenze nello stile: gli americani, sapendo di trovare dei tiri molto difficili, suggerirono di portare delle corde per issare gli zaini, ma i sovietici dissero di essere abituati a salire sempre con lo zaino in spalla e così fecero.

Sergej Beršov e Mikhail Turkevich (Archivio Rikat Khaibullin).

Sull’Everest nel 1982, Beršov e Turkevich partirono dal campo V insolitamente alle sei del pomeriggio per tentare la cima e fornire eventuale supporto alla prima cordata in discesa, che sapevano sarebbe stata molto stanca. Mentre si avvicinavano alla cresta scese la notte ed ebbero qualche difficoltà a trovare la via, ma seguirono la traccia delle corde lasciate dagli sloveni Zaplotnik e Stremfelj tre anni prima. Tra i risalti di roccia, intravvidero anche delle orme che li confortarono. Tolsero le maschere per l’ossigeno per chiamare i compagni, immaginando avessero bisogno, ma questi non risposero. Ormai non erano lontani dalla cima e non riuscirono a capire come gli altri due potessero essere già scesi tanto.

Proseguirono, poi Beršov chiamò di nuovo e questa volta ricevette risposta dal basso: Balyberdin e Myslovsky avevano perso il filo della cresta e si trovavano trenta metri sotto, a circa 8700, esausti. Beršov e Turkevich diedero loro da mangiare, li fecero bere e fornirono loro ossigeno, rivitalizzandoli un po’, ma Myslovsky aveva perso i ramponi da qualche parte e ora era in difficoltà sulla neve. I due ucraini avrebbero comunque voluto guadagnare la cima, a sole tre ore di distanza, ma necessitavano di ottenere il permesso di farlo dal campo base. La risposta fu no: Beršov e Turkevich dovevano accompagnare giù gli altri due. Beršov impugnò la radio e chiese perché e dopo una breve pausa, il campo base diede loro il permesso di proseguire. Augurandosi buona fortuna, le due cordate si salutarono e andarono ognuna per la propria strada. Turkevich e Beršov arrivarono in vetta alle 22.25: era la prima volta che la cima dell’Everest veniva raggiunta di notte. In discesa si ricongiunsero a Balyberdin e Myslovsky, che aveva un principio di congelamento e dovette essere aiutato lungo le corde fisse poiché non riusciva a muovere le dita. Nei giorni seguenti, altri sette alpinisti conquistarono la cima, conferendo alla prima spedizione sovietica in Himalaya un impressionante lustro.

Sergej Beršov (a sinistra) e Vladimir Karatajev (1997)

[…] Sul finire degli anni Ottanta gli alpinisti europei di norma si recavano in Himalaya due o anche tre volte all’anno. Per contro, gli alpinisti sovietici dovettero aspettare sette anni prima di potervi tornare. Lo fecero puntando, ancora una volta, a un obiettivo eclatante. Considerarono la parete sud del Lhotse e la traversata Lhotse-Everest, ma alla fine optarono per la traversata delle quattro cime principali del Kangchenjunga, tutte sopra gli 8000 metri. Lo avrebbero fatto partendo dal versante sud-ovest, quello su cui Béghin aveva compiuto la sua solitaria, ma con stile decisamente diverso: la mole della spedizione fu ciclopica. La squadra era composta da ventinove alpinisti più cinque uomini per le riprese cinematografiche; dieci tonnellate di materiale furono trasportate dai militari russi a Calcutta; furono assoldati sessantacinque sherpa per trasportare i carichi sulla montagna e seicento portatori per portare tutto al campo base.

Inoltre, i sovietici si presero molto più tempo per l’organizzazione, rispetto agli standard occidentali. La spedizione era programmata per la primavera del 1989, ma un comitato organizzativo (guidato dal vice presidente del Comitato statale dell’URSS per la cultura fisica e lo sport) fu istituito ben tre anni prima, nel novembre del 1986. Tra l’inverno del 1986 e la primavera del 1987 furono scelti i canditati a partecipare tra oltre sessanta dei migliori alpinisti sovietici. Solo un’impostazione competitiva come quella sovietica poté permettere una simile selezione. Una volta scelti i partecipanti, si svolse la selezione tra membri ufficiali e riserve con dei meeting sui Settemila di casa. Nell’estate del 1988 la squadra andò sulla catena del Tien Shan ad allenarsi specificamente sulle traversate, fornendo l’occasione di elaborare strategie e tattiche fondamentali per riuscire a coordinare un team così vasto. Infine, nell’autunno del 1988, i membri della spedizione e i loro allenatori (nessun alpinista occidentale ha mai avuto un allenatore) si recarono sul Mar Nero per elaborare il piano d’attacco.

Tutto andò secondo i piani, furono stabiliti una serie di campi e, a latere, durante il processo raggiunte le varie cime del Kangchenjunga per diverse vie. Il 2 maggio fu completata la traversata in cresta in entrambe le direzioni. La spedizione fu un enorme successo: ventiquattro membri su ventinove avevano raggiunto almeno una cima della montagna, così come tre dei cinque membri della troupe cinematografica. In totale compirono ottantacinque singole salite dell’una o dell’altra delle quattro cime.

Questa impresa, forse anche più di quella degli sloveni del 1981, sembrò dimostrare, secondo logica, che una squadra forte, con corde fisse e uso di ossigeno, avrebbe potuto affrontare e vincere più o meno qualsiasi parete. I sovietici avevano compiuto delle vere e proprie scorribande a piacere sul Kangchenjunga, comunque uno degli Ottomila più ostici. Quando il team rientrò a Kathmandu, ebbe dieci giorni liberi prima del volo di ritorno. Tutti li spesero rilassandosi e comportandosi da turisti, allegri e spensierati dopo il successo della spedizione. Beršov e Turkevich avevano da lungo tempo in mente di provare la parete sud del Lhotse e, messo via il successo del Kangchenjunga, il logico passo successivo sarebbe stato proprio di affrontare la più grande parete ancora inviolata al mondo. La facilità con cui avevano ottenuto successo li rese euforici e li convinse che sul Lhotse sarebbe andata allo stesso modo. Approfittarono di essere nella capitale nepalese per presentare richiesta di un permesso per la parete sud.

Nell’autunno del 1989, Pierre Béghin portò il concetto di scalata in stile leggero a un nuovo livello guidando una piccola spedizione per aprire una nuova via diretta alla parete sud del Makalu. Gli altri due soli membri del team, Alain Ghersen e Michel Cadot, mancavano di esperienza in alta quota e decisero di mollare dopo una nottataccia trascorsa a 7100 metri. Rimasto solo, Béghin aveva da affrontare ancora millequattrocento difficili metri di dislivello, con poca attrezzatura e poco cibo, ma decise di andare avanti. Dopo un bivacco, la via sembrò diventare impraticabile a causa del verglas, ma Béghin mantenne la calma e la stessa concentrazione assoluta di cui parlava Česen. Il francese scrisse: «Stranamente, non percepisco la precarietà della situazione in cui mi trovo. So che devo fare quello che devo fare. Ogni difficoltà richiede così tanta concentrazione che, nella mia testa, quella appena superata scompare istantaneamente (Pierre Béghin, Cold Sweat on Makalu in The American Alpine Jopurnal, vol. 32, n. 64, 1990)».

Dopo un ulteriore bivacco raggiunse la cima, scendendo, poi, dalla via normale sul versante nord-ovest, dove fu investito da ben due valanghe, fortunatamente senza conseguenze. La ricchezza dell’esperienza appena vissuta gli fece pensare che «nulla sarebbe mai stato più veramente come prima».

Con le sue imprese Béghin si era ormai affermato tra i migliori alpinisti himalayani e aveva dimostrato quanto le tecniche fossero progredite nell’ultimo decennio. Solo nel 1975 una forte squadra slovena aveva dovuto mettere in piedi un vero e proprio assedio per scalare la Sud del Makalu, mentre Béghin aveva salito una variante più difficile in stile ultra leggero da solo. Con questo a mente, la parete sud del Lhotse diventava un obiettivo fattibile. Nell’inverno del 1990 Béghin incontrò Christophe Profit, appena rientrato in Francia dal suo tentativo invernale con Enric Lucas. Profit aveva fallito solo per le remore di Lucas riguardo ai forti venti invernali, ma non aveva affatto rinunciato all’idea di quella via. I due si accordarono per costituire una cordata e provarci quell’autunno.

Sebbene non avessero mai arrampicato insieme, sentivano di condividere la medesima idea di alpinismo: a entrambi interessava ottenere un risultato con stile, respingendo l’ipotesi di una spedizione pesante. Ad aprile, nel bel mezzo dei preparativi, appresero dell’incredibile exploit di Česen: non solo una scalata straordinaria, ma in uno stile che godeva del massimo rispetto da parte dei due francesi. Naturalmente non furono felici che la corona della «prima» fosse stata già reclamata, ma soprattutto Béghin non ci pensò più di tanto. La via di Česen – essenzialmente quella slovena del 1981 – era molto diversa da quella che aveva selezionato Profit. Spesso nell’alpinismo diverse squadre si trovano contemporaneamente sulla stessa montagna per affrontarla per vie differenti; era già successo anche sulla parete sud del Lhotse nel 1985, proprio con francesi e polacchi.

Così, nell’autunno del 1990, Béghin e Profit si sarebbero trovati insieme ai sovietici, sebbene questi volessero affrontare il pilastro centrale. Le vie scelte erano diverse e i francesi ritenevano di poter condurre il loro tentativo senza essere disturbati dai sovietici. In Nepal, Béghin aveva portato anche sua moglie, Annie, che voleva tentare la normale all’Everest con Véronique Périllat. Percorsero, dunque, la prima parte dell’avvicinamento insieme. A Namche, Béghin e Profit incontrarono i sovietici e parlarono del fatto che sarebbero stati tutti al lavoro sulla stessa parete e di come le due squadre sarebbero potute rimanere indipendenti. Le relazioni tra i due team furono buone.

Il campo 2 su una stretta cengia di neve. Turkevich sta scattando una foto e Pogorelov è di spalle.

[…]

Il team sovietico stava lavorando sulla montagna da settimane. Il suo approccio fu in netto contrasto con quello di Béghin e Profit, che organizzarono tutto da soli, anziché appoggiarsi a club alpini nazionali, comitati o enti organizzativi, come si addiceva ai moderni alpinisti himalayani. Gli ordini venivano impartiti da Alexander Shevchenko, il capo spedizione, ma all’interno della squadra c’erano personalità forti, come Sergej Beršov e Misha Turkevich, che avevano salito l’Everest insieme otto anni prima. Di fatto, erano la forza motrice della spedizione, sebbene dovessero agire all’interno di una rigida organizzazione.

Il team del Kangchenjunga del 1989 aveva fornito diversi candidati naturali per il Lhotse, ma si era comunque svolta una selezione formale per scegliere i migliori. Tra le varie prove, vi fu una salita di corsa all’Elbrus 5642 m, test psicologici in camera iperbarica e test attitudinali di compatibilità tra membri della squadra. La spedizione, poi, aveva quasi subito una battuta d’arresto quando, prima di lasciare la Russia, a Vladimir Karataev, responsabile per gli aspetti finanziari, fu detto che non c’era disponibilità di valuta estera. Ogni spedizione necessita di una grande quantità di contanti per le piccole spese, per pagare i portatori, per acquistare cibo e così via.

Corse voce che il blocco dei contanti fosse stato voluto dalla televisione sovietica che, avendo acquisito i diritti di trasmissione del film della spedizione di Béghin e Profit, temeva che un successo russo avrebbe offuscato l’evento. Sembra alquanto improbabile, inoltre Beršov ha sempre sostenuto che se un «tradimento» vi fu, sicuramente è avvenuto alle spalle dei due francesi. Ma nel mondo machiavellico e burocratico dell’Unione Sovietica sull’orlo del crollo, tutto era possibile. Alla fine, Shevchenko sfruttò a suo vantaggio le rivalità interne all’apparato burocratico sovietico e promise di produrre un proprio film della spedizione, cosa che sbloccò il contante e permise alla spedizione di partire per il Nepal.

La squadra fu selezionata tra la crème dell’alpinismo sovietico; erano tutti molto forti e ognuno sarebbe potuto andare da primo sulle sezioni più impegnative della via e tentare la vetta. Divisero i diciotto membri del team in quattro gruppi a cui fu assegnato un diverso compito nell’allestimento della via. In linea di massima, ogni gruppo avrebbe lavorato da tre a cinque giorni in parete prima di rientrare al campo base per riposare due o tre giorni.

Alexander Pitra sopra al campo II a 6500 m. (Archivio Gennadij Kopeika).

Lavorarono tutti sodo per attrezzare la via, ma fu chiaro che la difficoltà e complessità della parete avrebbe permesso solo a uno o due gruppi di compiere un tentativo alla vetta. La competizione interna fu meno accesa rispetto al Kangchenjunga, dove i vari alpinisti tesero a fare gruppo in base alla provenienza geografica. Sul Lhotse vigeva un rigido codice etico di squadra, sebbene qualche spintone per guadagnarsi visibilità conducendo i tiri più impegnativi fu dato. Uno degli alpinisti più forti era, naturalmente, Beršov, che per le prime settimane fu in gruppo con il kazako Rinat Khaibullin e i compatrioti Vladimir Karataev e Alexei Makarov.

I sovietici avevano scelto una via molto diretta e logica lungo lo sperone centrale: difficile, ma relativamente protetta da valanghe e frane.

Valanga sul campo I. Archivio Rinat Khaibullin.

Desideravano compiere la scalata più difficile mai portata a termine in Himalaya e per farlo non potevano semplicemente ripetere la via di Česen. Dopo aver risalito il cono valanghifero ai piedi della parete, dovettero attraversare la crepaccia terminale e poi risalire un canalone. Il maggior rischio di valanghe si concretizzava nella parte inferiore della parete, prima che il pilastro centrale si facesse eccessivamente pronunciato, e proprio lì il gruppo di Beršov fu investito da una valanga. In quel punto, la forma della parete impedisce di scorgerne la parte superiore, quindi l’unico segnale di pericolo che ebbero fu un sibilo e poi le grida di avviso di uno di loro. Dovettero decidere in una frazione di secondo dove buttarsi per trovare riparo e gli anni di esperienza in montagna di Beršov gli permisero di reagire istintivamente, afferrare due compagni e trascinarli con sé verso la terminale, dove si infilarono. Furono colpiti prima dall’onda d’urto, poi dalla neve che li avvolse e oscurò il cielo. Dopo un po’ calò il silenzio e verificarono di stare tutti bene. Uscirono per guardarsi intorno e videro la polvere di neve ancora sospesa in aria, ma per il resto tutto si era calmato. In un’altra occasione, finirono colpiti da una valanga Makarov e Karataev. Quest’ultimo si infilò in un crepaccio, mentre Makarov subì l’urto in pieno e fu fortunato a uscirne illeso.

Sebbene la sezione inferiore fosse tutta su neve e abbastanza facile, fu complicato trovare buone protezioni. La neve fresca ricopriva un sottile strato di ghiaccio sopra la roccia, ma il tutto era reso instabile dal vento tiepido che soffiava dalle pianure dell’India. Si potevano inserire viti nello strato di ghiaccio, ma era palese che non avrebbero retto lo strappo di una caduta, e quindi dovettero scavare nella neve e nel ghiaccio fino a trovare la roccia, per poi cercare una fessura in cui piantare un chiodo. La difficoltà della via è costante, senza presentare passaggi più facili del V grado sopra i 6000 metri. Stabilirono i primi tre campi a 6000, 6550 e 6800 metri di altitudine. Il campo II, protetto da una parete di roccia, fu collocato su un terrazzino di neve così stretto che dovettero rimanere sempre ancorati alle corde, anche mentre dormivano all’interno delle tende. Il campo III fu spesso investito da scrosci di polvere di neve da sopra e a volte veniva scosso dallo spostamento d’aria di altre valanghe. Le minuscole particelle di neve gelata rischiavano sempre di soffocare gli alpinisti, inoltre spesso erano cariche elettricamente creando degli stranissimi effetti di luce nella tenda. Quando venivano investiti da una valanga, non avevano che rimanere saldi nei loro sacchi a pelo, impotenti, a sperare che la tenda reggesse l’impatto. Il campo IV fu montato a 7100 metri il 24 settembre 1990.

Quell’anno il monsone finì tardi, creando problemi alla spedizione. Quando avevano stabilito il campo base, il 9 settembre, si aspettavano il bel tempo che segue la stagione monsonica, ma trovarono invece ancora piogge e alte temperature, tanto che capitò loro di trovare pioggia oltre i 7000 metri. L’attrezzatura e i materiali non erano idonei a quelle condizioni, ma, visto che la necessità aguzza l’ingegno, trovarono il modo di adattarli, per esempio avvolgendo le tende in fogli di plastica per renderle impermeabili. Avrebbero voluto aspettare il bel tempo, ma sapevano che la finestra si sarebbe presto chiusa con l’arrivo dell’inverno e dovettero accelerare i tempi, se volevano avere una chance alla vetta. Il 30 settembre stabilirono il campo V a 7350 metri: una tenda per tre persone sdraiate, o cinque in piedi, aggrappata a un terrazzino stretto e in pendenza. Sotto, un precipizio di due chilometri e mezzo, sopra, la parte più ardua della scalata, con roccia compatta e pochi punti deboli per le protezioni.

La cengia larga meno di un metro dove fu piazzato il campo IV a 7100 m. Archivio Gennadij Kopeika.

Inizialmente, avevano avuto intenzione di arrampicare la parte superiore in stile alpino, ma le difficoltà tecniche li costrinsero a proseguire con le corde fisse. La sezione più difficile, tra i 7500 e gli 8000 metri, comporta una ripida fascia di roccia coperta di ghiaccio. Qui vennero spesso bombardati da slavine miste a pezzi di ghiaccio, scomparendo nella nube di neve per interi minuti. Se dapprima questo li terrorizzò, ci fecero presto l’abitudine fin quasi a esserne divertiti. La squadra che affrontò questa sezione era composta da Turkevich, l’ucraino Gennadij Kopeika, Alexander Pogorelov e Vladimir Khitrikov.

Oltre questa sezione trovarono un muro di trenta metri di roccia liscia che conduce a terreno più facile. La parete era continuamente investita da piccole «bombe di ghiaccio» di 2-3 centimetri di diametro che colpivano i caschetti risuonando come una batteria. Non riuscirono a capire bene dove si formassero queste palle, né come. A ogni modo, Pogorelov affrontò il muro per primo, ma dovette fermarsi già abbastanza in alto su una cengia e cedere il comando a Turkevich. Questi era una delle stelle della squadra, un ottimo rocciatore dal curriculum invidiabile e aveva vinto i campionati russi di speed climbing nel 1977.

Tuttavia, l’arrampicata sportiva – in condizioni ottimali, su roccia buona, con le scarpette – è tutt’altra faccenda rispetto a una scalata himalayana: rigidi scarponi in plastica e ramponi; vestiario pesante che impaccia; a oltre 7000 metri di altitudine su di una parete cosparsa di ghiaccio. Impiegò quaranta minuti per superare uno strapiombo di cinque metri in artificiale che gli diede, però, accesso all’uscita. Kopeika filmò questo passaggio chiave con un’ingombrante telecamera Panasonic M8 che pesava 3,6 kg. Cercò di tenerla al caldo sotto alla giacca a vento, ma fu comunque un’impresa estrarla e girare con vento forte e a -20 °C. Dovette connettere i cavi delle batterie, riprendere la scena e poi rimuovere la cartuccia. Quando concluse l’operazione, il resto della squadra era molto più avanti e dovette raggiungerli. Questo accadeva per ogni ripresa.

Campo 3

Passato il punto critico, la vetta sembrava ormai a portata di mano. Da un campo a quota 8100, contavano di scalare i rimanenti quattrocento metri per poi rientrare lo stesso giorno. Decisero di ridurre il peso degli zaini viaggiando leggeri, senza l’equipaggiamento da bivacco (sacchipiuma, fornelletto e combustibile, tenda). Dato che non prevedevano di portare il fornelletto, lasciarono anche il cibo che sapevano sarebbe stato impossibile da consumare senz’acqua. Portarono solo l’attrezzatura da arrampicata (corde e chiodi) e due bombole di ossigeno per poter contare su un poco di energia extra per il «guizzo» finale. Salendo leggeri speravano di riuscire a essere anche veloci. Partirono alle 6.00 e incontrarono subito un terreno insolito: una ripida cresta di roccia adornata di cornici e funghi di neve.

A tratti dovettero scavare veri e propri tunnel per superare le cornici che li rallentarono terribilmente. Procedettero piano, ma non volevano ritirarsi perché sapevano che altre cordate li seguivano e, se non ce l’avessero fatta, avrebbero lasciato loro l’onore della cima, potendo difficilmente contare su un secondo tentativo. Alle 17.00 giunsero a quota 8250 sapendo che entro un’ora avrebbe fatto buio. Impossibilitati a bivaccare, sebbene vi fossero dei punti idonei, decisero di proseguire durante la notte nella speranza di raggiungere la cima. Il terreno, tuttavia, risultò eccessivamente ostico per essere percorso al buio e il freddo estremo li rallentò ulteriormente. Alle 23.00 avevano guadagnato solo cinquanta metri di dislivello. Si trovavano più o meno dove avevano bivaccato Wielicki e Hajzer tre anni prima, solo un po’ più in basso, perché incontrarono successivamente segni dei polacchi.

La squadra guidata da Turkevich non ebbe alternative se non fermarsi e provare a scavare una truna per la notte. Farsi strada nel ghiaccio fu sfiancante, e alle 2.00 avevano ottenuto soltanto una nicchia di un metro, nella quale faticarono a stare tutti. A ogni buon conto, meglio stare schiacciati gli uni sugli altri che non fuori a 30 gradi sotto zero. Non avevano ingerito nulla per tutto il giorno e buona parte della notte, ma non possedevano altro che un paio di barrette energetiche che Kopeika rinvenne sul fondo delle proprie tasche: le divisero in quattro. Provarono a dormire, ma senza riuscirci per via del freddo intenso; tra l’altro Kopeika si lamentò del fatto di non avere nemmeno la sua giacca a vento, che qualcuno aveva preso per sbaglio dal campo V. Fu solo grazie alla qualità degli indumenti che avevano – forniti da uno sponsor italiano – che superarono il bivacco, sempre continuando a muoversi per mantenere la circolazione sanguigna ed evitare congelamenti. Kopeika, di tanto in tanto, riuscì ad appisolarsi e quando lo faceva aveva un sogno ricorrente: a una fermata arrivava il tram per casa, ma non riusciva a salirci perché non ne aveva le forze. Tutte le volte si svegliava di soprassalto, disperato per la situazione in cui si trovavano tutti, sull’orlo del baratro.

Infine, il sole sorse rincuorandoli un poco e spronandoli ad andare avanti. Non ci misero molto a prepararsi, perché non si erano nemmeno svestiti e non dovettero scaldare l’acqua (che di solito è l’operazione che richiede più tempo) poiché non avevano il fornelletto. La via, però, non accennò a rendersi più facile. Attraversarono delle cornici incredibilmente grandi, alcune delle quali dovettero essere scavate. A tratti, dovettero quasi nuotare nella neve, progredendo a rilento. Giunti a un risalto, decisero di spostarsi traversando sul lato destro, per evitarne la parte più ripida. Inaspettatamente, trovarono dei chiodi piantati nella roccia con brandelli di corda: percorsi da un brivido, capirono subito di trovarsi nel punto esatto dove era caduto Kukuczka l’anno prima.

Avevano già visto il memoriale dedicato a Kukuczka al campo base, ma trovarsi proprio sulla scena dell’incidente fatale li fece rendere conto vividamente dei rischi che stavano correndo, smorzando in loro la brama di raggiungere la cima «a tutti i costi». Il tempo passava veloce e loro salivano piano. Si trovavano più in alto di qualsiasi precedente tentativo polacco e, a quote più basse e su un terreno più facile, avrebbero raggiunto la vetta in men che non si dica. Alle 17.00 gli mancavano solo cento metri di dislivello e usarono l’ossigeno per darsi una «spinta». Kopeika vestì la maschera e aprì la bombola, ma scoprì che non andava bene: la generosa quantità di ossigeno ricevuto lo fece sentire subito meno stanco, ma capì che, con tale flusso, la bombola non sarebbe durata più di mezz’ora, mentre con flusso minore i benefici non si sentivano. Dopo venti minuti scostò la maschera per gridare qualche istruzione a un compagno e poi non riaprì più il flusso di ossigeno.

Bastò quell’istante per far ghiacciare la maschera che si attaccò alla sua barba così saldamente che riuscì a liberarsene solo la sera successiva una volta rientrato al campo. All’imbrunire videro la cima in lontananza, ma a quel ritmo ci sarebbe voluta un’altra mezza giornata. Salivano da due giorni quasi senza soluzione di continuità e senza acqua né cibo, per non parlare di un riparo. La vetta appariva davvero vicina, ma non potevano proseguire al buio su terreno così delicato. Esitarono fino all’ultimo, ma ben presto capirono che le forze li stavano abbandonando e furono d’accordo nel fare dietro-front. Turkevich informò il campo base via radio. Avrebbero affrontato la discesa di notte e avvisarono il campo VI che sarebbero arrivati nelle ore successive.

La discesa fu un incubo. Le gambe si rifiutavano dì obbedire e progredirono nel costante timore di cadere per la mera fatica. Al buio e agognanti le tende al campo, presero a correre rischi sempre maggiori. Non riuscendo a piantare agevolmente i chiodi, si affidarono ad ancoraggi molto meno solidi e sicuri. A un certo punto, in cresta, Turkevich ancorò la corda alla piccozza piantata nella neve e vi si appese per scendere senza pensarci due volte. Arrivato giù, urlò a Kopeika di seguirlo, con Pogorelov, da terzo, che premeva sulla piccozza per evitare che si sfilasse. Kopeika si avvicinò cautamente al bordo e guardò in basso nell’oscurità: sembravano esserci cinque metri di salto, ma prima che se ne rendesse conto perse l’appoggio e volò.

Cadendo, mulinò le braccia in aria nel tentativo dì aggrapparsi a qualcosa e quasi ce la fece, ma poi capì che avrebbe potuto solo affidarsi alla corda, ancorata a una piccozza piantata nella neve: se non avesse retto, lui e Pogorelov sarebbero stati scaraventati nel vuoto. Kopeika precipitò per quindici metri, pensando di aver trascinato con sé anche Pogorelov. Poi la corda si tese e lui si arrestò. Ansimante e spaventato, guardò su e vide, stagliata nel ciclo stellato, la silhouette di Pogorelov incastrata nell’incavo tra due rocce. La piccozza era saltata e Pogorelov era volato, ma grazie a un incredibile colpo di fortuna si era incuneato nella parete bloccando la caduta di entrambi. Con estrema delicatezza – illesi – liberarono la corda del proprio peso e si ricomposero per continuare a scendere.

Vladimir Karataev

Lo stesso giorno in cui il team di Turkevich dovette tornare indietro, un’altra squadra guidata da Rinat Khaibullin risaliva la parete per un tentativo alla vetta. Insieme al leader c’erano Makarov, Alexander Pitra e Igor Svergun. Avevano spostato il campo più alto un centinaio di metri più su, a quota 8150, per migliorare le possibilità di arrivare in cima il giorno successivo. Sapevano bene che la squadra di Turkevich, più in alto, stava faticando da due giorni ed era senza tenda o sacchi a pelo, quindi sarebbero stati ben provati. Quella sera, via radio, il capo spedizione chiese a Khaibullin di lasciare il campo e salire ad aiutare la cordata di Turkevich. Khaibullin, con Pitra a fargli sicurezza, partì sulla cresta appena sopra la tenda. Non trovando alcun punto di ancoraggio, chiese a Pitra di dargli più corda e prosegui in posizione davvero precaria.

Dalla parete sud del Lhotse verso il Makalu

A un certo punto sentì delle voci nella notte e poco dopo raggiunse il gruppo. Per primo, vide Turkevich stesso, che sembrava ancora abbastanza in forma, ma gli altri erano malmessi e avevano bisogno di aiuto nella discesa. Alle 3.00 arrivarono finalmente al campo. In otto in una tenda da quattro, finalmente riuscirono a scaldarsi e, soprattutto, a bere liquidi per la prima volta da tre giorni: raramente avevano apprezzato così tanto una tazza di tè. Fu chiaro che il team di Khaibullin non avrebbe potuto proseguire, perché gli altri dovevano essere accompagnati giù, inoltre Svergun e Pitra non stavano bene. Gli otto alpinisti si ritirarono tutti insieme: la vetta risultava un enigma più difficile da risolvere di quanto avessero sperato.

Al campo base furono visitati dal dottore. Pogorelov e Khitrikov avevano le mani gravemente congelate e furono subito evacuati in elicottero e rimpatriati a Mosca. A Khitrikov dovettero rimuovere la fede nuziale con un flessibile, tanto le mani erano gonfie. Kopeika non era messo malaccio, ma aveva comunque perso ogni sensibilità sulla punta delle dita di mani e piedi. Tuttavia, non era ancora pronto a mollare: con stimolatori elettrici, i medici gli fecero tornare la sensibilità, e lui e Turkevich poterono in seguito tornare in parete. Vent’anni dopo, nel suo resoconto dell’impresa, Sergej Beršov attribuisce la determinazione di quel primo gruppo di vetta ad andare avanti a tutti i costi al fatto che in una spedizione così imponente si rendeva necessario fare di tutto per poter mantenere la leadership (Sergej Beršov, Lhocze južnaja stena, Izdatel’ Sneg, Pjatigorsk, 2012).

La spedizione sovietica alla Sud del Lhotse del 1990

Chi avesse fallito quando era il proprio turno a tentare la cima, sarebbe tornato in coda e forse non avrebbe avuto una seconda chance. Tutti i partecipanti sapevano che il pregio e la fama di arrivare in vetta per primi avrebbero garantito loro il sostegno delle autorità sovietiche e una futura carriera alpinistica. In sostanza, non fu molto diverso da ciò che era accaduto agli alpinisti occidentali negli anni Settanta. Per chiunque voglia fare carriera nell’alpinismo, raggiungere o meno una cima, al di là di tutto, fa una gran differenza. Per Kopeika, e ancor più per Turkevich, la motivazione fu l’ambizione bruciante.

Vladimir Karataev (a destra nella foto in borghese) e Sergiy Bershov completarono di notte, a costo di gravi congelamenti, il lavoro di una squadra di 17 alpinisti (9 ucraini) diretta da Alexander Shevchenko.

[…]

La squadra sovietica stava facendo il punto delia situazione dopo i primi tentativi alla vetta. Il lavoro svolto dal team di Turkevich fu fondamentale per accedere alla parte superiore del pilastro centrale e lui e Kopeika erano ancora abbastanza in forma per condurre un nuovo assalto. Prima, però, sarebbe stato il turno di un’altra squadra, quella guidata da Evgeni Klinetski con Nikolai Totmyanin, Sergej Tarasov e Vladimir Obichod. Partirono dal campo base il 6 ottobre e l’11 raggiunsero il punto più alto. Impiegarono i successivi due giorni nel cercare di vincere gli ultimi metri del pilastro centrale, coronato da enormi funghi di neve.

Durante il tentativo vi furono diversi incidenti – come per esempio la caduta per venti metri di Klinetski, fortunatamente senza conseguenze – ma in definitiva fallirono esattamente come aveva fatto Turkevich. Sebbene uscire sul pilastro sembrasse la via logica per guadagnare la vetta, iniziarono a dubitare che fosse effettivamente fattibile. Se non altro, almeno il punto d’appoggio sulla parte alta della parete si fece via via più saldo: a 8250 metri fu ricavata una nuova truna più ampia e furono fissate diverse corde per arrivarci. Intanto, avevano ricevuto notizia da Elizabeth Hawley a Kathmandu che erano previsti venti di fortissima intensità per il 15 ottobre.

Il team successivo era costituito da Vladimir Karataev (ucraino), Sergej Beršov e Viktor Pastukh, il medico della spedizione. All’epoca della spedizione, Karataev aveva trentacinque anni e arrampicava fin da quando era ragazzo. Aveva praticato anche immersioni in grotta e sci acrobatico, oltre a essere campione di arrampicata in Unione Sovietica. Dopo la sua ottima performance sul Kangchenjunga, fu una scelta scontata per il Lhotse. Il 13 ottobre Beršov, Karataev e Pastukh raggiunsero il campo VII a 8250 metri. Pastukh aveva fatto un gran lavoro nel consolidare la via, ma ora aveva la febbre alta e non era in condizioni di compiere un tentativo alla vetta; probabilmente stava sviluppando un edema polmonare, una delle conseguenze più pericolose dell’altitudine; inoltre sembrava avere anche un’insufficienza renale.

Gennadij Kopeika

Al campo incontrarono il team di Klinetski, sfinito dopo aver tentato invano di superare la cresta finale. In sette stretti nella truna, passarono una notte travagliata, durante la quale dovettero cercare di dormire seduti, poiché non c’era spazio sufficiente per sdraiarsi. Pastukh delirava e le sue condizioni peggiorarono, ma i suoi compagni, nonostante le sue richieste di aiuto, lo ignorarono, in parte perché mezzo addormentati, in parte perché avevano sottovalutato la situazione. A un certo punto Pastukh svegliò Beršov per farsi passare da bere, questi gli diede la borraccia, ma il malato voleva qualcosa di caldo. Beršov bofonchiò e si rimise a dormire, finché Pastukh, che era medico, non disse che pensava di stare per morire. Al che Beršov, finalmente, comprese la gravità della condizione del compagno e si destò. Accesero subito il fornelletto, fecero bere Pastukh, poi gli fecero un’iniezione. Al mattino il malato riuscì a scendere accompagnato dalla squadra di Klinetski.

La sera prima, Klinetski riferì a Beršov e Karataev della sezione successiva. Disse che quella parte del pilastro centrale si presentava molto problematica a causa delle enormi meringhe e consigliò loro di traversare verso il canalone e spostarsi sulla sinistra. Così, il giorno dopo i due partirono per studiare la via alternativa. Ma il tempo era peggiorato, con vento forte e visibilità ridotta a pochi metri, e dovettero abbandonare ogni attività. Tornarono alla truna e vi rimasero. Era molto più ampia rispetto a quella in cui aveva passato una terribile nottata il gruppo di Turkevich durante il primo assalto.

Inoltre avevano il fornelletto, che fece una grande differenza perché poterono idratarsi a dovere, sebbene non cambiasse il fatto che a 8300 metri di altezza il fisico si deteriora inesorabilmente anche durante il riposo. La mattina del 15 ottobre il tempo iniziò a migliorare, le nuvole spazzate via dal vento. Partirono e traversarono in diagonale verso sinistra, scendendo di una cinquantina di metri, come aveva suggerito Klinetski, e capirono subito di aver trovato una via praticabile per la cima, così si spinsero nel canalone. Tuttavia era ormai troppo tardi per arrivare in vetta prima che facesse buio, perciò rientrarono nella truna per un’ulteriore notte. Sapevano di dover compiere un tentativo il giorno seguente, perché non avrebbero potuto rimanere ancora a lungo oltre gli ottomila metri.

Gennadij Kopeika

Nel frattempo, al campo base, Shevchenko aveva convocato una riunione con i rimanenti climber. Era preoccupato che non ci fosse più nessuno in parete a fare da supporto alla coppia di testa, qualora si fossero trovati in difficoltà. Inoltre, trovava poco sensato aver lasciato così tanta attrezzatura ai campi alti, così chiese chi fosse disposto a tornare su. All’inizio della spedizione avrebbe ottenuto una selva di mani alzate, ora, invece, vi fu solo silenzio. I mesi di duro lavoro, a grandi altitudini, gli acciacchi, le ferite, tutto aveva ridotto le risorse umane all’osso. Cionondimeno, Kopeika e Turkevich, ristabilitisi dopo il loro tentativo con Pogorelov e Khitrikov, non vedevano l’ora di cogliere l’ultima chance di guadagnare la vetta. Fecero fatica a trovare qualcun altro che si unisse a loro, ma alla fine convinsero Peter Kozachok, il quale tuttavia si impose come limite il campo V.

Uscita dalla parete, presso la vetta del Lhotse, 16 ottobre 1990.

La mattina del 16 ottobre, alle 8.00, Beršov e Karataev partirono per l’assalto alla vetta seguendo il percorso identificato il giorno precedente. Avrebbero dovuto lasciare la truna più presto, ma il freddo estremo (fino a -40 °C) non glielo permise. Fortunatamente il vento si era calmato, altrimenti la temperatura percepita sarebbe stata ancor più drastica. Gli rimanevano due bombole di ossigeno, abbastanza per cinque ore, se con flusso al minimo. Nel canalone trovarono condizioni molto diverse rispetto alla cresta: anziché grandi meringhe, un pendio nevoso ripido, ma facile. In piolet traction e piazzando qualche protezione superarono i primi quaranta metri prima di incontrare un risalto di una decina di metri. Poi, altri quaranta metri di neve, prima dell’ultimo ostacolo in testa al canalone: un muro di sessanta metri di roccia.

Beršov, molto forte e tecnico su roccia (fu campione di speed climbing in Unione Sovietica per quattro anni consecutivi), andò da primo, ma la situazione era molto diversa dal placido calcare di Crimea. Qui l’aria era rarefatta, aveva sulle spalle un pesante zaino e indossava scarponi e ramponi. Ciononostante, si sentiva lucido e determinato. A un certo punto, su un passaggio delicato, si sentì mancare il fiato ed ebbe la sensazione che uno sconosciuto lo stesse guardando; voleva discutere con quest’uomo, ma non ci riusciva. Guardò il manometro e si accorse di aver finito l’ossigeno, allora si strappò via la maschera e le allucinazioni svanirono. Abbandonò la bombola vuota – alleggerendosi di 3 kg – e proseguì nella scalata. Provò a piantare dei chiodi nella roccia marcia, ma gli risultò impossibile e progredì quindi senza protezione. Da sotto, Karataev gli urlò che restavano solo più un paio di metri di corda, ma per fortuna Beršov aveva già raggiunto una cengia sicura alla fine del muro.

Viktor Pastukh

Avevano impiegato otto ore per completare otto tiri fino alla cresta sommitale, dove misero piede alle 16.00. Uscito in cresta, Beršov vide subito di fronte a lui l’Everest in tutta la sua magnificenza, sebbene gli parve strano visto da quell’angolazione insolita. Vi era stato in cima otto anni prima, di notte, con Turkevich. Avrebbe voluto gridare di gioia, ma la forza del vento da nord gli risospinse il fiato in gola e quasi lo fece vacillare. Fissò la corda all’ancoraggio e urlò a Karataev di seguirlo, ma questi perse molto tempo sull’ultimo tiro. Intanto Beršov provò a chiamare il campo base senza successo, probabilmente perché la batteria della radio era congelata. Mentre si gingillava con l’apparecchio perse una muffola, ma per fortuna ne aveva un paio di riserva.

Scattò alcune fotografie al Cwm occidentale, quasi oscurato, e all’Everest. Poté vedere, al Colle sud, i resti di vecchie tende, ma nessuna traccia di alpinisti: la stagione era ormai finita. […]. Nonostante fosse più tardi di quanto avrebbe sperato, Beršov sapeva che non rimaneva loro che un comodo pendio di neve fino alla cima. Aspettò Karataev per un’ora al gelo, poi affrontarono insieme gli ultimi cinquanta metri. Nonostante l’importanza e la grandezza del risultato ottenuto, non si emozionarono, erano semplicemente troppo stanchi per poterselo permettere. Inoltre, erano ormai le 17.55 quando toccarono la vetta e dopo soli cinque minuti iniziarono a scendere: stava facendo buio e li aspettava ancora una lunga fatica nel gelo notturno. L’unico conforto che ebbero fu che cessò il vento, cosa che probabilmente prevenne a Beršov congelamenti (anche grazie alla sua preziosa esperienza sull’Everest) e verosimilmente salvò la vita a Karataev.

Vladimir Karataev

La discesa fu un incubo. Karataev si muoveva pianissimo e lamentò difficoltà respiratorie. Giunti alla fine delle corde fisse, Beršov andò avanti a preparare il tè, ma anche lui ormai era allo stremo. La parte più difficile furono i cinquanta metri in salita per uscire dal canalone e ritornare sul pilastro centrale. Beršov dovette compiere due tentativi per superare l’ostacolo e dar fondo alle ultime energie, poi aspettò per assicurarsi che anche Karataev riuscisse a passarlo. Percorse gli ultimi metri in piano e raggiunse la truna alle 3.00. All’interno non faceva meno freddo che fuori, ma si mise subito a scaldare l’acqua e si infilò nel sacco a pelo per scaldarsi le mani. Aspettò e aspettò ancora, ma Karataev non arrivava. Era inutile gridare perché non sarebbe stato sentito, ma ci provò lo stesso. Finalmente, alle 5.00 Karataev apparve. Distrutto, sì lasciò cadere sul materassino all’ingresso e non si mosse più fino a quando, alle prime luci dell’alba, non fu investito da un raggio di sole. Spaesato, chiese al compagno se fosse sorta la luna. Beršov gli spiegò che era già mattino, poi riscaldò le batterie della radio sul fornelletto e chiamò il campo base per annunciare il trionfo. Avvisò anche che per via delle condizioni di Karataev avrebbero avuto bisogno di aiuto per scendere.

In vetta

Nel frattempo, Turkevich e Kopeika erano giunti al campo VI, pronti per il loro assalto alla vetta. In forma e su di morale, si pregustavano la cima il giorno seguente. Erano stati in costante contatto con il campo base e sapevano che la cordata di punta stava conducendo il proprio tentativo, ma dato che la loro radio era spenta, non sapevano ancora che ce l’avevano fatta. Tennero la radio accesa in sola ricezione e il mattino dopo appresero, a spizzichi e bocconi, che Beršov e Karataev erano arrivati in vetta a notte fonda e che quest’ultimo era messo male. Senza dirsi una parola, Turkevich e Kopeika presero a disfare gli zaini: era chiaro che sarebbero dovuti andare in appoggio e in soccorso ai due e che la loro possibilità si era dissolta. La priorità fu aiutare i compagni, quindi rifecero gli zaini riempiendoli di ossigeno, combustibile, cibo e generi di primo soccorso.

Provarono emozioni contrastanti: la spedizione aveva conseguito una vittoria e segnato un grande successo collettivo, ma allo stesso tempo dovettero rinunciare ai propri sogni di gloria personale. Salirono lungo la via, ormai nota, e all’una raggiunsero la base della complessa parete di roccia su cui erano fissate le corde. Mentre attaccavano la sezione sentirono Beršov urlare. Disse loro che sarebbe sceso e di aspettarlo lì. Poi spiegò che Karataev stava male e aveva le mani congelate e chiese loro se avessero intenzione di proseguire verso la cima. Al che, senza esitazioni, Turkevich rispose: «Quale cima?» Tuttavia Beršov pensava che avrebbero potuto farcela e sapeva quanto ci tenessero. Il cameratismo, l’orgoglio nazionale e lo spirito di squadra sembrarono pervadere i sovietici, disposti a sacrificarsi in un modo sconosciuto agli alpinisti occidentali.

Almeno è ciò che sostiene Karataev, e può darsi che sia un po’ eccessivo: la maggior parte degli alpinisti si sarebbe comportata esattamente come Kopeika e Turkevich, in quelle circostanze, e la storia dell’alpinismo è piena di episodi di eroismo disinteressato. Tuttavia è vero che, purtroppo, vi è un numero crescente di casi – soprattutto sull’Everest – in cui la brama individuale è posta al di sopra di ogni altra cosa, anche il prestare soccorso a un alpinista in difficoltà.

Karataev si muoveva molto lentamente e sulla roccia poterono fare poco per aiutarlo e dovettero aspettare che la superasse da solo. Quando finalmente raggiunse gli altri erano già le 17.00 e iniziarono subito a curarlo. Quando Beršov aveva respirato ossigeno dalle bombole si era subito sentito molto meglio e aveva potuto proseguire la discesa senza aiuto, ma le condizioni di Karataev erano molto più serie. Il suo lento progredire costrinse i quattro alpinisti a passare un’ulteriore notte nella truna, anziché scendere fino alla tenda a 8100. Duecento metri circa, a queste altitudini, possono fare una grande differenza. Nella truna passarono la notte al gelo, tanto che Kopeika la ricorda come peggiore della prima volta: non riuscì a addormentarsi nemmeno per un momento, continuando a battere i denti. Almeno avevano il fornelletto, l’ossigeno e del cibo, ma il tempo era peggiorato e si era alzato il vento.

Il giorno dopo, Karataev fu ancora lentissimo. Procedettero con Kopeika in testa, seguito da Beršov e poi da Karataev, con Turkevich a chiudere e fare sicurezza. La parte superiore non era allestita con corde fisse, quindi dovettero attrezzarsi per proteggere Karataev, il che rallentò ulteriormente il cammino. Quel giorno, il 18 ottobre, percorsero solo duecento metri di dislivello, fino al campo alto, con quattrocento metri di sviluppo, ma si sentirono, tuttavia, più vicini alla salvezza e, nonostante la fatica, in tenda si sentirono sollevati. Si resero davvero conto della gravità della situazione il mattino seguente. Mentre Turkevich preparava la colazione, il sole colpì il telo arancione della tenda e ne illuminò l’interno. Karataev si stava ispezionando le mani, già nere da un pezzo e le bende che avevano frettolosamente applicato venivano via insieme alla pelle. Provarono a confortarlo dicendogli che sarebbe andato tutto bene e che perdere qualche dito è il prezzo che un alpinista d’alta quota deve pagare per sopravvivere, ma sapevano benissimo che il compagno avrebbe perso mani e piedi e il massimo che poterono fare fu evitare ulteriori complicazioni portandolo al più presto in ospedale.

Scendere lungo le corde fisse fu problematico. C’erano circa centoquaranta lunghezze di corda, ognuna ancorata alle due estremità e con quattro o cinque ancoraggi intermedi per un totale di circa seicento punti in cui dover sganciare e riagganciare il discensore, ma le dita di Karataev non si piegavano e per lui era impossibile compiere le manovre. Kopeika lo aiutò, facendolo scivolare lungo la corda a volte per cinque-dieci metri, talvolta senza riuscire a impedire che il compagno si capovolgesse. Poi Kopeika scendeva a sua volta e ripeteva il processo. Reiterarono il ciclo per centinaia di volte nei tre giorni che impiegarono a scendere e tutti furono impressionati dal coraggio e dalla determinazione di Karataev, che espresse pura e assoluta volontà di sopravvivenza.

Anche Beršov aveva dei congelamenti, ma era messo decisamente meglio del compagno e poté scendere per lo più da solo. Raggiunto il campo IV, dove Peter Kozachok li attendeva, fu chiaro che Karataev non ce l’avrebbe fatta ad arrivare al campo base quel giorno. Decisero che Beršov avrebbe proseguito la discesa con Kozachok, mentre gli altri sarebbero rimasti con Karataev. Sulla via era rimasta una gran quantità di preziosa attrezzatura, che avvolsero nelle tende e buttarono letteralmente giù, per recuperarla in un secondo momento. Il 21 ottobre alle ore 21.00 Beršov e Kozachok raggiunsero la base della parete. Attraversando i coni delle valanghe vi trovarono una piccola folla di trekker, compagni e giornalisti russi ad attenderli. Makarov filmò Beršov che si togieva gli scarponi rivelando l’alluce sinistro nero per congelamento e che, rivolto alla telecamera scherzando, sosteneva di essere in uno spot per l’alpinismo himalayano.

Giunto quasi alle pendici della parete, quando Karataev vide i soccorritori un centinaio di metri più in basso parve infine perdere ogni volontà e si accasciò a terra annunciando che non avrebbe saputo proseguire oltre. Lo trasportarono a peso per l’ultimo tratto di strada. Il dottor Pastukh gli fece immediatamente una flebo e poi fu subito evacuato in elicottero a Kathmandu e poi a Mosca in aereo. Dovette affrontare molti mesi di cure, l’amputazione delle dita delle mani e dei piedi e soffrì tremendamente di dolore cronico. Insieme a Beršov, ce l’aveva fatta, ma davvero per un soffio, e il prezzo che dovette pagare fu alto. Le precedenti due spedizioni himalayane sovietiche, all’Everest, erano riuscite a piazzare in vetta diverse squadre, ma questa volta solo due alpinisti avevano conquistato la cima e si erano dovuti spingere al limite estremo del possibile e del ragionevole nel farlo. Ciò rese l’impresa di Tomo Česen, per contrasto, ancora più straordinaria.

Poco dopo l’arrivo di Karataev, Profit, Béghin e sua moglie Annie visitarono il campo sovietico. I rapporti furono distesi, le tensioni per il sovrapporsi delle vie svanite, ma i sovietici non furono particolarmente euforici, probabilmente per via del compagno Karataev. I francesi avrebbero voluto vederlo, ma i sovietici storsero il naso. Béghin parlò con Beršov, il quale, nonostante i congelamenti, non aveva perso nemmeno un po’ della sua vivacità. Spiegò a Béghin che «sai, l’altitudine è una trappola. Anestetizza il cervello a tal punto che non apprezzi quello che sta accadendo. Cionondimeno, la questione è semplice: più stai in alto, più ti consumi, più ti consumi, più ti muovi lentamente. E più sei lento, più tempo ti tocca passare in altitudine di quanto non sia opportuno. È un cerchio infernale».

Béghin fu ammirato dall’impresa dei russi, ma lo preoccupava il futuro dell’alpinismo himalayano. La crescente prosperità dell’occidente stava recando sempre più spedizioni sulla catena montuosa. Arrivò a chiedersi se non fosse giusto imporre delle regole, perfino delle multe per chi installava corde fisse e poi non le smontava o per chi abbandonava bombole d’ossigeno in montagna. Béghin ammise che negli ultimi dieci anni erano state realizzate salite fantastiche in stile ultra leggero, come la sua stessa scalata della parete sud del Makalu, ma anche la parete sud-ovest del Gasherbrum IV di Kurtyka e Robert Schauer, lo Spantik di Mick Fowler e Vic Saunders, la parete sud dell’Annapurna di Bohigas e Lucas o la parete est del Dhaulagiri in solitaria di Wielicki.

Su tutte, però, pensò alla solitaria di Česen come la quintessenza dello stile alpinistico moderno. Un’impresa come quella richiese impegno totale, assoluto, senza compromessi da parte di qualcuno così sicuro di sé, coraggioso e capace da metterci tutto il suo impegno. Insomma, un pensiero simile a quello che Al Rouse aveva espresso rispetto alla spedizione jugoslava al Lhotse del 1981: avevano vinto una sfida che sarebbe stato meglio lasciare alla generazione futura, che l’avrebbe affrontata in stile leggero. Sebbene Profit e Béghin avessero fallito il loro obiettivo, lasciarono in parete solo due miseri chiodi. Se qualcun altro avesse voluto provare ad affrontare la loro via, l’avrebbe trovata vergine. L’allora presidente Michail Gorbačëv conferì ai diciassette membri della spedizione varie onorificenze e insignì Karataev del prestigioso Ordine di Lenin.

Ma l’Unione Sovietica era ormai in disfacimento e meno di un anno dopo il successo di Karataev e Beršov sul Lhotse, l’Ucraina, di cui erano entrambi originari, dichiarò la propria indipendenza. Accadde il 24 agosto 1991, proprio quando una spedizione ucraina aveva piantato la bandiera giallo-blu sulla vetta del Manaslu in maggio, salendo la cresta sud dopo aver tentato senza esito una difficile via sulla parete est. Beršov faceva parte della spedizione, assieme ai tre che toccarono la cima: Makarov, Svergun e Pastukh, tutti ex membri della spedizione al Lhotse del 1990.

Le mani congelate di Vladimir Karataev ricevono la prestigiosa medaglia dell’Ordine di Lenin. Archivio Rinat Khaibullin.

La salita sovietica della parete sud fu un evento spettacolare ed epico, ma in definitiva, impallidiva rispetto alla scalata di Česen. I sovietici si erano presentati con un team molto grande, si erano serviti di corde fisse e ossigeno ed erano rimasti in parete per diverse settimane. Avevano salito una via più dura di quella di Česen, ma ce l’avevano fatta per il rotto della cuffia. Béghin, tuttavia, reputò l’ascesa dei sovietici come una delle migliori conquiste dell’alpinismo himalayano fino a quel momento e sottolineò il lavoro di squadra, disinteressato, che avevano dimostrato. Intervistato dalla stampa sovietica al campo base, il francese ebbe a dire: «La cosa incredibile è che hanno passato sei giorni sopra gli ottomila, bivaccando, con vento e gelo, e nonostante tutto, ce l’hanno fatta». Proseguì spiegando che lui e Profit, in cinque giorni sulla via, non avevano raggiunto nemmeno la sezione superiore, per la quale ci sarebbero voluti almeno altri cinque giorni, concludendo che o non erano stati bravi abbastanza, oppure la via era da dichiarare impossibile, in stile alpino. Béghin sostenne anche che «l’alpinismo non è una guerra», volendo probabilmente significare con ciò che i sovietici erano andati troppo oltre, sacrificando troppo pur di portare a casa il risultato.

La via russo-ucraina sulla Sud del Lhotse ultima modifica: 2025-12-18T05:14:00+01:00 da GognaBlog

Scopri di più da GognaBlog

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

10 pensieri su “La via russo-ucraina sulla Sud del Lhotse”

  1. penso che negli anni dell’Unione Sovietica, per qualsiasi persona e per qualsiasi motivo, valesse la pena…
    ho avuto modo di conoscere Vladimir Karataev e Victor Pastukh; ospiti a Lecco con tutti i membri della spedizione. Vladimir, nonostante le amputazioni alle dita non voleva essere aiutato a tagliare la bistecca che aveva nel piatto; solo pochi di loro parlavano inglese e uno di loro era proprio il medico ortopedico Victor che poi abbiamo avuto modo di trovarci diverse volte in Himalaya o semplicemente a Katmandu. a quei tempi gli ospiti russi si erano portati tantissimi chiodi da ghiaccio in titanio e friends in titanio, che ancora conservo; per loro tornare con qualche dollaro a casa significava tanto. Conservo anche una foto di una delle varie spedizioni himalayane di Victor Pastukh, da lui e dai suoi compagni firmata con una dedica che non riesco a tradurre; avevano salito il Manaslu in stile alpino salendo da una cresta e scendendo da un’altra il 06/05/1991. Il 5 Ottobre 1996, purtroppo Victor morì con il suo compagno di salita travolti da una valanga sulle pendici dello Shisha Pangma

  2. Charles Dubouloz ripete in solitaria Divine Providence al Pilier d’Angle. Per aggiungerci altro sapore pensa bene di farla ora che c’è bello freddo. Ci impiega 6 giorni e 5 notti partendo da casa in bicicletta. In tutto questo tempo avrà avuto modo di rischiare di farsi male? Visto il luogo dove Dubouloz ha giocato le sue carte, l’impegno, la difficoltà e i pericoli che gli stavano intorno, penso proprio di si. 
    Dubouloz non è nuovo a queste cose, è preparatissimo, è allenatissimo, è anche prudente, ma c’è sempre un ma. Non si può controllare sempre tutto, soprattutto in certi posti dove per forza di cose devi metterti in gioco, altrimenti non ci vai.
    Ne sarà valsa la pena rischiare tutti questi giorni e notti per realizzare questo sogno?

  3. Fabio, nella mia visione nulla è giusto o sbagliato e ciò che accade rientra in una perfezione per noi a volte imperscrutabile.

  4. Per me farsi male in montagna non ne vale mai la pena (eppure accade). Perchè la cosa più bella della scalata è poter pensare (ed allenarsi) per la prossima salita, significa avere la libertà di sognare altri traguardi. Tutto quello che ti blocca, che ti impedisce di sognare, immaginare, a volte perfino per sempre, non può essere ripagato, dal mio punto di vista, da nessuna vetta come da nessun tiro estremo. Mio personale punto di vista.

  5. Le amputazioni di Maurice Herzog, dopo l’Annapurna nel 1950, furono forse ancor piú gravi. Le fotografie suscitano compassione. 
    Da quanto ne scrisse, per lui valse davvero la pena; fu un momento quasi mistico, di quelli “una volta nella vita”. 
    Lachenal, il suo compagno in quel giorno, la pensava però in modo diverso. Andò in vetta per non abbandonare l’amico, altrimenti sarebbe ritornato indietro. 
     
    Nella vita ognuno fa la sua scelta: sarà quella giusta? Spesso lo si impara solo alla fine della giostra. A volte nemmeno allora.
    Cosí Herzog concluse il suo libro: “Ci sono altri Annapurna nella vita di un uomo”. 

  6. I russi hanno realizzato una via impressionante sia per linea che per difficoltà e impegno. Lo stile pesante, da assedio, con corde fisse, non sarà stato d’avanguardia ma credo che in quel momento, vista la linea scelta (bella!), la difficoltà, l’enormità della parete, i pericoli,  non potessero fare diversamente.

  7. Ho letto d’un fiato questo terribile racconto. Stesse domande dei sig.ri Grazia e Fabio e credo di chiunque legga. Situazioni simili si trovano nella numerosa letteratura della ritirata dalla Russia dei soldati dell’ARMIR nell’inverno 1942/43. Forse c’è un nesso: i nostri valorosi militari sono stati comandati, loro malgrado, di andare là. Che sia stata la stessa cosa per quegli alpinisti sovietici motivati (?) loro malgrado, per un supremo interesse nazionale al quale dovevano solo obbedire? 

  8. Pare una saga, ma accadde davvero.
     
    Karataev subí però gravi amputazioni. Chissà se qualcuno gli domandò mai: “Ne è valsa la pena?”. 
    E, nel caso, quale fu la risposta?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.