L’assalto alla montagna
(le proposte degli impiantisti)
di Luigi Casanova
(21 giugno 2026)
Probabile si stia sottovalutando quanto sta accadendo in montagna, contro il paesaggio, la sua fragilità, l’ambiente naturale. Non da oggi l’aggressione è sempre più diffusa, interessa anche zone che si sono conservate, definite dagli operatori turistici “marginali”, perché intatte. Per evitare l’overtourism spostiamo i flussi su aree meno coinvolte, si afferma. L’offensiva degli impiantisti è ora mediatica, è uscita dalle riviste di settore e coinvolge giornali ad alta diffusione, periodici, tutti i media. L’ambientalismo unito deve riuscire in tempi brevi a offrire un’altra lettura della montagna: siamo in tempo per salvare gli spazi dove la naturalità è ancora protagonista, dove i paesaggi non sono stati cementificati, dove si può respirare e venire accompagnati da diversi silenzi.
1. Gli impiantisti: una categoria di imprenditori sempre più sostenuta
Causa la sofferenza dell’industria dello sci dovuta ai cambiamenti climatici, ai costi sempre meno accessibili dell’attività, le società impiantistiche promuovono, sostengono un’azione di urbanizzazione diffusa delle alte quote. Non solo sulle Alpi, in tutta Italia, sulle grandi catene del pianeta. Le prime iniziative di feroce aggressione le abbiamo avute sulle Alpi, anche come conseguenza delle Olimpiadi invernali: Sankt Moritz, Cortina, Innsbruck, Grenoble, Albertville, Torino, Milano-Cortina. Lo sport è stato usato per lasciare l’impronta umana sempre più forte nelle montagne. Ora si è entrati in una nuova fase.
Gli impiantisti, sostenuti da un diffuso mondo dei media, ci dicono che loro tutelano le alte quote, fanno manutenzione, lavorano contro lo spopolamento delle vallate, incentivano lavoro. Non solo nelle zone turisticamente affermate come il Monte Bianco, il monte Rosa, le Alpi centrali, le Dolomiti. No, il trasporto con impianti a fune deve essere portato ovunque, in Appennino, nella Carnia, nelle Alpi bergamasche e bresciane, su ogni montagna si è azzardata a dichiarare la presidente della categoria. Ovunque vi siano spazi naturali in quota, ovunque i paesaggi sono ancora intonsi, naturali, a loro dire il cittadino va portato in quota. Perché questi imprenditori hanno a cuore chi è debole fisicamente, i portatori di disabilità. Sono democratici, dei benefattori, la montagna va resa accessibile a tutti. Per loro è trascurabile il fatto che un’andata e ritorno in quota venga a costare 37 euro a persona. La democrazia riguarda solo chi ha notevole potere di spesa, una minoranza di cittadini. Si afferma la democrazia dei ricchi.
Gli impiantisti approfittano della situazione offrendo una via di fuga a quanti sono costretti a vivere nelle aree di pianura urbanizzate, rese sempre più invivibili, ora anche dalle estati bollenti.
Gli impiantisti approfittano del sostegno che ottengono dalla politica. La pianificazione urbanistica è sempre più fragile, soggetta a deroghe pesanti, privata di visione sul lungo periodo. Quando le leggi ostacolano le loro volontà le istituzioni, a partire dallo Stato per arrivare alle Regioni, fino nei Comuni, addirittura nelle Regole e Asuc (proprietà collettive di beni indivisibili) le si cambia: è un atto una pericolosa deregolamentazione, chiamata “sburocratizzazione” che va a danno della natura e dei paesaggi. Va a danno delle generazioni future che non potranno più vivere ambienti naturali.
Gli impiantisti approfittano dei forti incentivi pubblici nella costruzione o potenziamento degli impianti: nelle realtà autonome, Trento, Bolzano, valle d’Aosta si arriva a sostegni pubblici che hanno dell’indecente, fino all’80% dell’investimento proposto.
Gli impiantisti approfittano, anche nelle Regioni a legislazione ordinaria, di due messaggi che giustificano contributi pubblici insostenibili, prossimi, a volte superiori al 50%. La dichiarazione dell’interesse generale e l’alternativa all’uso dell’auto privata. Due aspetti che mai vengono spiegati. L’interesse generale si concentra su una ricaduta in tempi brevi, una dichiarazione generica basata sull’investimento (un vantaggio solo degli imprenditori), la creazione di posti di lavoro, un presunto indotto mai approfondito. Omettendo sempre le ricadute sociali dell’investimento, gli impatti sulla natura e i paesaggi, le interazioni sociali e ambientali dell’opera proposta su tempi ampi.
Per avere successo e tagliare il confronto si spezzettano gli interventi avendo ben presente l’obiettivo a lungo termine, un passo alla volta. Questo modo di agire in tanti casi evita le procedure delle Valutazioni d’impatto ambientale e sociale, quindi non permettere condivisione dei progetti a diversi steakholder.
Il secondo aspetto, quello della mobilità alternativa, è dimostrato, è fallito ovunque. Laddove, forti di questo obiettivo, si sono potenziate le aree sciabili, si sono costruiti nuovi collegamenti sciistici, il traffico automobilistico non è mai diminuito. Anzi, lo dimostra il continuo potenziamento delle aree parcheggio a fondovalle e in quota, il nuovo carosello è ulteriore fonte di attrazione, quindi aumentano accessi, presenze, necessità di servizi.
2. La montagna urbanizzata. Un favore agli impiantisti
Se un’area di alta quota fino a ieri veniva raggiunta da 1000 persone al giorno, con l’aumento della capacità del trasporto degli impianti, o la costruzione di nuovi, con il potenziamento degli accessi stradali fin dai fondovalle, quel numero si moltiplica, anche di 4 – 5 volte. Tale presenza invasiva necessità di più servizi. Più persone arrivano, specie senza faticare, più problemi si avranno: più si sale di quota più si riducono gli spazi disponibili, agibili, più questi diventano impegnativi da frequentare; la clientela sprovvista di cultura di montagna, quindi della cultura del limite, di conoscenza della fragilità di questi ambienti naturali, dovrà trovare presenti offerte complesse, non dissimili da quelle che trova nei fondovalle e nelle aree urbane.
Si dovrà investire per offrire emozioni, sfogo adrenalinico, si dovranno presentare una ampia sequenza di opportunità, sempre nuove. Altrimenti dopo poco tempo l’ospite si stanca e cambierà destinazione.
Si sono così diffuse vie ferrate nuove, prive di senso: all’ospite si sarà offerta l’impressione di essere diventato alpinista. Si dovranno offrire parchi tematici, anche se ridicolmente naturalizzati: portare in quota giardini con palme (spesso in plastica), parchi paleontologici con dinosauri e altra improbabile fauna, sagome di fauna selvatica tipica della montagna sparse lungo sentieri, diffondere giardini botanici (sufficiente qualche sasso e qualche fiore da poter cambiare ogni due – tre anni, a scapito del valore degli orti botanici seri presenti a quote inferiori). Grazie a qualche tabella riassuntiva l’ospite si sentirà in poco tempo esperto botanico, o faunistico.
Il cliente soffre di vertigini? La risposta è semplice, con le ruspe si livellano i sentieri, li si allarga a dismisura, si costruiscono parapetti, quando va bene in legno ma non si disdegna il cemento e l’acciaio. Per rendere sicura la visione dei paesaggi verso le vette si costruiscono le terrazze panoramiche. Un percorso purtroppo anticipato con clamore e diffuso dalla Fondazione Dolomiti UNESCO che oggi viene ripreso ovunque. Arrivano i ciclisti? Bene, si costruiscono le piste di downhill, nel cuore di pascoli e boschi violando i bisogni elementari della fauna selvatica. Non sarà sufficiente, oggi è diffusa la presenza del ciclista medio, non preparato, arrivato in quota grazie alle biciclette elettriche o al trasporto con cabinovia. A questo cliente si deve offrire più sicurezza, quindi si potenzia la rete sentieristica. Allargando e specialmente proponendo percorsi ciclabili in quota lunghi anche oltre 100 chilometri. Le transbike. Anche i ciclisti devono sentirsi parte della natura, anche quando violano aree protette o la presenza di fauna selvatica a rischio.
Si sono inventate le stravaganze: i ponti tibetani che si inseriscono in zone ad alto valore paesaggistico, o storico. Le super-panchine che sfoggiano colori sgargianti. I monumenti abnormi, in legno (possibilmente residui della tempesta Vaia, perché così si ripulisce il bosco viene spiegato) Così si diffondono enormi orsi, lupi, aquile, cervi, stambecchi, si costruisce il necessario parcheggio, un terrazzo e un qualche chalet dove rinfrescarsi. Ovviamente queste costruzioni vengono definite arte.
In un paesaggio montano non può mancare l’offerta rivolta all’acqua. Dapprima si sono resi accessibili laghi naturali, urbanizzandone le rive. Ora, con la diffusione degli invasi che raccolgono l’acqua per l’innevamento artificiale, capaci anche di oltre 200 mila metri cubi, li si attrezza per la stagione estiva: una normale passeggiata, una spiaggia con ombrelloni in alta quota, il solito baretto che spara musica a volume insostenibile. Così l’ospite ammira un paesaggio incantevole, ritenuto naturale. L’acqua viene raccolta da storici ruscelli, canalizzandoli: i murazzi di contenimento (nascosti dall’interramento) sono alti dai 12 ai 18 metri, tutto il fondale è stato impermeabilizzato con cementi, gomme e plastiche. Questi aspetti non vengono illustrati.
Ancora non è sufficiente, si deve offrire risposta all’ospite giovane, o a quanti in montagna salgono per divertirsi e dispongono di risorse economiche importanti. Il rifugio storico destinato all’escursionista o all’alpinista viene ritenuto superato, lo si trasforma in albergo e luogo di ristorazione, serve un’ampia terrazza per balli e tavoli rivolti a paesaggi unici. In questi casi è fondamentale la musica sparata a volumi insostenibili, in estate come in inverno.
I rifugi così trasformati con il tempo li si porta alla rincorsa delle stelle, meglio se 4 o 5. Questa clientela il più delle volte disdegna la fatica. Allora è sufficiente organizzare un trasporto su gomma con navette e jeep. Quando non sufficiente c’è sempre a disposizione il trasporto con elicottero, con volo turistico e panoramico. Manca ancora lo svago per questa tipologia di turista. Se in inverno ho offerto le piste dove scorrazzare con le motoslitte, in estate dovrò offrire le gite avventura spericolate, con i quad. Questa clientela deve anche ristorarsi, ecco che le baite una volta usate per il lavoro di fienagione in quota o come alloggio per pastori le si trasforma in chalet di lusso o in bar -. service che offrono bevande (per lo più alcoliche) in quantità e offrono pranzi rustici.
Dalle aree urbane c’è anche la presenza di persone forti di cultura e saperi. Bene. A loro si offrono i concerti in quota con artisti che richiamano migliaia di persone. Sui ghiacciai si scava il ghiaccio per costruire dei teatri dove si tengono concerti con strumenti di ghiaccio. Accanto agli impianti si costruiscono musei privati che illudono il visitatore di leggervi la storia dell’alpinismo o di popoli di montagna, strutture oggi in buona parte interrate per non violare il paesaggio si afferma. Spazi mostra che è sufficiente arredare con qualche sbiadita tenda, con degli scarponi “sbregati”, qualche corda in canapa, tante fotografie di imprese storiche. In determinate zone si rappresentano gli orrori della grande guerra ’15 – ’18. Non si spiega mai come sia stato possibile costruire queste avveniristiche costruzioni, quante migliaia di metri cubi di suolo naturale, complesso siano stati rimossi, quanto tempo, migliaia di anni, sarà necessario perché questi terreni ritrovino una loro funzione naturalistica.
Arriviamo ai percorsi artistici. Se Arte Sella (TN) negli anni ‘80 ha avuto un notevole significato artistico, la scoperta di come l’arte possa inserirsi con delicatezza nella natura, oggi questi percorsi sono sempre più diffusi. Gli artisti si rincorrono per avere un loro spazio, il tutto viene pagato dalle società impiantistiche. Così, paesaggi che avevano bisogno solo di sobrietà, vengono violati dall’imposizione di strutture sempre fuori contesto.
Arte è anche musica. Se “I Suoni delle Dolomiti” potevano aver avuto un qualche significato culturale (a parte delle sconsiderate esibizioni in luoghi fragili) oggi musicisti e cantanti vengono portati ovunque. Accompagnati da raduni di massa. Artisti incuranti delle conseguenze lasciate sul territorio, non si tratta ovviamente dei rifiuti prontamente recuperati dagli organizzatori, ma del messaggio culturale portato, imposto sotto le pareti, nelle foreste. O sui ghiacciai (Senales, Monte Bianco, per ora).
Leggendo questa lunga disanima si sarebbe anche portati a dire che non tutto quanto viene aggiunto alla montagna è responsabilità del settore degli impiantisti. Infatti determinanti sono le responsabilità politiche e di quanti le montagne le vivono. Una cosa è certa. Senza tutto questi “arredo” imposto alla montagna, che riguardi accoglienza, ricreazione, ricettività, accessibilità, sport, arte, le strutture impiantistiche non riuscirebbero a coprire minimamente gli elevati costi di gestione che devono sostenere. Per questo motivo, per offrire sostenibilità economica alla loro impresa, il mondo degli impiantisti lavora per rendere la montagna sempre più accessibile, sempre più simile agli ambiti urbani. L’ospite deve sentirsi a casa sua, cioè trovare le offerte che vive, ritrova in città. Non possono che tremare i polsi e non solo quando nei loro interventi pubblici gli impiantisti affermano che ogni montagna deve essere solcata da un impianto di risalita.
Questa impostazione indirizzata a una strutturazione urbana della montagna, tanto diffusa, demolisce la cultura propria della montagna. Quella del limite, del rispetto, della conoscenza. Grazie alle ruspe e all’obiettivo del guadagno immediato si cancella ogni confine. La tecnologia permette la realizzazione di qualunque opera. Le conseguenze degli investimenti di oggi verranno pagate dalle generazioni future, con costi pubblici importanti.
Va anche detto che a oggi non abbiamo letto una presa di posizione, una proposta da parte degli impiantisti o degli operatori turistici a sostegno della conservazione e della biodiversità sulle alte quote. Non abbiamo letto di un loro intervento a recupero di un biotopo, di una torbiera, dei prati aridi, di un paesaggio, o della rimozione dei resti di impianti e strutture abbandonate in quota. Ci sono località, ne citiamo una sola, passo dello Stelvio, che presentano ruderi abbandonati, privi di ogni funzione. A chi spetta il ripristino di tanta distruzione? Oggi è tempo di togliere dalla montagna, demolire e ridonare spazio alla natura, alla naturalità, alla sobrietà.
3. La ricaduta sociale della turistificazione
Leggendo i documenti del mondo degli impiantisti si può anche rimane affascinati. Ovunque l’industria dello sci sconfigge lo spopolamento della montagna, crea posti di lavoro, la montagna avrà benefici importanti perché sono, saranno gli impiantisti a curare la montagna abbandonata, sentieri e altro. Nei loro documenti non si trova traccia degli effetti negativi della turistificazione, anche perché il mondo politico li aiuta a evitare il tema.
Andiamo brevemente a vedere cosa ricade sulla popolazione locale laddove il turismo si è imposto come monocultura. Ovviamente nel fare questo abbiamo ben presente cosa significhi lo spopolamento delle terre alte, perché continua la fuga dei giovani, perché gli scompensi idrogeologici sono e saranno sempre più allarmanti. Ma dedicarsi alla montagna dimenticata è tema per altro capitolo, affrontato da altro associazionismo, da un vasto mondo della cultura, si pensi solo a un esempio, il manifesto di Camaldoli, documento che aiuta l’avvio di tante riflessioni.
Ovunque si affermi il turismo si ha come conseguenza un immediato aumento del costo della vita per i residenti. Si tratta di percentuali importanti.
Ovunque si impone la turistificazione i residenti, come i lavoratori, non solo stagionali, ma anche chi trova lavoro stabile come nella sanità, nella formazione scolastica, nelle istituzioni, si trova impossibilitato a trovare un appartamento in affitto: se lo trova i costi sono insostenibili, un appartamento di piccole dimensioni costa 650 euro al mese, si arriva anche a mille euro.
Per una giovane famiglia risulta impossibile investire nell’acquisto di un’abitazione. Non si ha il coraggio di fermare il diffondersi delle seconde case nonostante i territori siano stati paesaggisticamente sconvolti. Nonostante i problemi che riversano sulle pubbliche amministrazioni. Del resto l’abitazione a uso turistico è funzionale all’industria dello sci. Un secondo aspetto, da tempo l’edilizia pubblica è stata fermata su volere della politica. L’acquisto di un appartamento è insostenibile, si va dai 4.000 euro il metro quadrato ai 16.000, o più.
Nelle località a alta intensità turistica è difficile trovi spazio il lavoro innovativo che favorisca la residenzialità dei giovani ricchi di saperi. Fuori stagione, per mesi, nelle vallate si impone la desertificazione sociale, si vive isolati e non certo causa dei mezzi informatici. Ogni luogo di socialità chiude, i percorsi culturali spariscono, gli abitati ospitano ormai quasi solo popolazione anziana, mancano servizi sociali primari come l’offerta sanitaria, la scolarizzazione di medio livello, la formazione continua al lavoro, il servizio di mobilità pubblica. Senza auto privata la vita nelle vallate risulta impossibile.
Per i motivi sopra descritti, costi degli affitti e dell’acquisto di appartamenti, non si trovano nemmeno più lavoratori del turismo, nemmeno dove sono ben pagati. Cuochi, camerieri, perfino i lavapiatti preferiscono altre località. I concorsi pubblici per occupazione nei comuni, nella sanità, vanno deserti. Non appena finisce il ciclo di una struttura produttiva sostenuta dal lavoro famigliare non si trova chi prosegua, i giovani rifiutano quel lavoro e un importante patrimonio immobiliare o chiude o viene acquistato da società esterne che, come dimostrato nei fatti, nulla comprendono della gestione del territorio e della cultura locale.
La stessa montagna viene abbandonata. Certo, nonostante la tecnologia stia alleviando le fatiche dei boscaioli o dell’allevatore, lavori che richiedono sacrifici. Non si trova più personale in questi settori, non certo per la presenza del lupo, ma perché la politica ha abbandonato il sostegno attivo a questa cultura. Si è rimasti inerti nel costruire una filiera che leghi il mondo dell’ospitalità a quello agro – pastorale. Non si è costruita nelle vallate una filiera del legno che mantenga sul territorio il valore aggiunto prodotto dalla materia prima (con l’esclusione positiva dell’Alto Adige).
Anche MW affronta questi temi. Il mondo dell’alpinismo stesso è coinvolto in questo divenire, in questa caduta di valori della montagna. L’associazione richiama tutta la società nazionale e internazionale, il mondo degli alpinisti e degli escursionisti delle alte quote a opporsi a una diffusione tanto radicale dell’assalto alla montagna. E’ necessaria, urgente una mobilitazione di massa che scuota la politica, che faccia riflettere il mondo della cultura. Fra pochi anni la montagna come vissuta dalla attuale generazione non esisterà più, tutto sarà reso artificiale, non certo grazie a un investimento in intelligenza e visione di lungo periodo.
Quale montagna lasceremo ai giovani? Presentiamo un quadro nero, ma realistico.
Quale sarà la montagna di domani?
Probabile che nel futuro, la montagna conquistata dalla tecnologia venga abbandonata, sarà privata della sua anima, della sua storia, di cultura. Vi avrà trovato spazio solo il mercato, tutto sarà reso simile a quanto si è abbandonato nelle città. Sicuramente non ci saranno più i gestori del territorio: allevatori, boscaioli, persone capaci di gestire drenaggi di pascoli, di viabilità, di mantenere la sentieristica, di trasmettere racconti ed emozioni.
Probabile non vi sarà più nemmeno territorio fisico. Laddove la morfologia dei versanti lo avrà permesso tutto risulterà urbanizzato, Rimarranno isole felici le rocce, gli strapiombi, le aree franose (a Cortina o Livigno nemmeno quelle).
Avendo aumentato la portata degli impianti il traffico dal basso verso l’alto non potrà che aumentare. I proprietari delle seconde, terze e più case abbandoneranno, gli appartamenti in affitto rimarranno deserti. O sotto utilizzati, se andrà bene, nei fine settimana.
Risulterà impossibile ristrutturare o adattare le proprietà causa i costi dei lavori, causa l’assenza di artigiani. Quanto rimarrà della montagna sarà snaturato dal traffico, dal rumore, il turismo cafone del mordi e fuggi trionferà anche sul lusso. I servizi degli acquedotti o dello scarico dei reflui saranno sempre più inadeguati in quanto progettati sui residenti, servizi che non sosterranno il picco delle presenze, già oggi avviene in troppe località famose. Torrenti e ruscelli saranno destinati a ritornare a emanare odori sgradevoli, a tutte le ore. Per quattro soldi in più, subito, immediati, si è rinunciato a progettare la montagna del domani: quella ricca di servizi, quella ospitale, quella che promuove cultura, storie, leggende, quella della purezza, quella dei ricercatori scientifici del XVIII e XIX secolo, quella dei contemplatori riflessivi tipo Goethe, Dino Buzzati.
Saremo stati noi, travolti dai conflitti di interesse, grandi e minuscoli, ad aver promosso, sostenuto, consolidato questo futuro. Non saranno sufficienti le cartoline pubblicitarie ripulite da impianti e mega alberghi a far ritornare nelle vallate ospiti, chi ricerca silenzio, aria pulita, paesaggi intonsi, naturalità. Saremo stati noi grazie a troppi silenzi e complicità ad aver permesso il declino della montagna. Fra poco tempo non ci saranno più risorse pubbliche disponibili per riconvertire territori demoliti. Non ci saranno lacrime per piangere, anche perché chi assisterà al degrado, in tempi non molto lontani a questo abbandono, avrà comunque perso la ricchezza e il valore della storia che ancora oggi siamo in grado di raccontare, trasferire, alimentare.
Gli impiantisti, il vasto mondo delle ruspe avranno demolito ogni paesaggio, la natura. Ci troveremo a vivere in una montagna artificiale, sempre più simile nell’offerta a ogni ambito cittadino.
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@ Mario Di Gallo ( di Mueç ? )
Io non sono sicuro , ma spesso gli incentivi pubblici agli impianti di risalita ( cronicamente in perdita anche in Trentino ) , sono elargiti per sostenere l’indotto alberghiero che traina il settore.
Luigi Casanova non cita la regione autonoma Friuli Venezia Giulia, dove gli impianti di sci sono realizzati e gestiti da un ente di diritto pubblico: dunque investimenti e copertura dei bilanci annuali in rosso sono pagati al 100% dalle tasse dei contribuenti. In pratica il FVG è l’unica regione ancora comunista … (ma solo per lo sci), mentre la salute è sempre di più “merce” di scambio al miglior offerente (ma sempre con i nostri soldi).
nessun commento sulla musica caciarona? persone mai andate in montagna che insudiciano i sentieri! E LA FAUNA SELVATICA CHE SOFFRE!
A chiacchiere il “capitale” e’ l’unico nemico della naturalita’ dei luoghi ; ieri ho letto un pezzo sulla riduzione ( sacrosanta ) delle concessioni litoranee ai balneari , e mi sembra una cosa corretta.
–
Qualcuno pensa onestamenre che le spiagge liberate dalla “morsa del capitale” ed affidate all’educazione dei frequentatori rimarranno pulite e fruibili ?
N.B.
La scorsa settimana sono andato a nuotare in due piscine di paesi dell’hinterland di milano : in una c’era una guardia giurata armata per proteggere i bagnini che facevano osservare banali regole di civilta’ , nella seconda almeno tre ragazzi nordafricani con la maglietta di una societa’ di security.
Solito spartito solite dolenti note (salverei i concerti all’alba di musica classica, quelli se diventano una piaga vuol dire che tutto gira per il meglio). Partendo dal presupposto che la stessa idea di purezza di qualcosa mi fa venire l’ orticaria, contesto di questo articolo l’ assenza di una proposta di presenza antropica accettabile. E attenzione: se non ce la facciamo venire in mente noi questa idea di relazione uomo montagna, beh ci pensa il capitale, l’autore stesso lo sa come va a finire. Che senso ha ripeterci la litania?
Non so cosa sia “una montagna pura”, ma di certo so che quello che intendi tu per “puro” è “non rompetemi i coglioni, ho ragione io e io faccio quello che voglio”
Proprio l’ “ideale” che declinato in altro modo, ovunque è fonte di disastri.
Comunque tu non combatti, coniglietto, hai troppa paura di farti riconoscere…
e aggiungo: il tuo atteggiamento, come quello di molti altri, è schizofrenico: da una parte siete per la montagna pura, solo a parole ovviamente, dall’altra sempre pronti a vedere l’interesse personale ovunque. C’è ancora gente che si batte per i propri ideali, e non solo a parole, o nei salottini milanesi…
questo è il tuo atteggiamento, che noi contrastiamo. Spit-boom, o la vecchiaia plaisir…lasciate le montagne libere dal ferro e datevi ad altro (nipotini, giardinaggio, manifestazioni radical…)
È la montagna neoliberista, amata da gran parte degli italioti, la montagna ridotta a parco divertimenti, la stessa logica è applicata anche alle città d’arte de noatri
Stefano #15: ma guarda che la politica si è ben espressa, altroché.
Quasi tutta piuttosto unanimamente, da destra a sinistra ha affermato abbastanza chiaramente che se porta soldi, si può fare. Anzi si deve fare.
E tutto sommato ha anche un certo seguito, questa politica, da chi vuole essere padrone a casa nostra, a chi afferma che chi viene da fuori non può giudicare a chi pensa a “ripulire” il proprio giardinetto cagando in quello del vicino.
“PANEM ET CIRCENSES”.
Si vedono cose in montagna , che non vorrei vedere : questo grande bisogno di “Promozione” , di concerti rock , di svaghi come moto elettriche , parchi avventura , piste di downhill , pesche sportive , etc. , ti portano a ragionare come se la montagna senza tutto questo “sviluppo” non valesse niente..
Non c’è dubbio che la montagna, a partire dagli anni 2000, è cambiata profondamente. Il sistema di oggi è impostato per far raggiungere senza fatica motagne, passi e rifugi che prima erano “l’ambita” meta solo di chi aveva voglia, gambe e cultura per arrivarci.
Stessa cosa si può dire per tutte le attività ludiche, politiche, industriali e professionali
I tempi cabiano e noi anziani dobbiamo prenderne atto, con tristezza.
Ma questo che c’entra con l’ assalto alla montagna?
Marco il fetido : “intercettare”.
Venerdì scorso arrancando in MTB trad. da Arnoga in Val Viola, ho intercettato una famigliola indiana, sicuramente benestante, che aveva appena lasciato le auto al parcheggio di Altumera ( 5 euro) e camminava sullo sterrato:
2 donne giovani elegantemente vestite stile Bollywood, ciabatte, borse di marca comprate il giorno prima a Montenapo o Livigno, borsa frigor per il pic-nic.
Un uomo sessantenne con turbante e ciabatte.
2 uomini giovani con abiti occidentali e scarpe di vernice.
2 bambini con i capelli raccolti nella classica pallina sulla nuca, ciabatte.
Tutto ok lo ammetto. In fin dei conti i miei coetanei, non io, anni fa andavano in India per fumare, sentirsi liberi, alternativi e prendere qualche virus intestinale.
Se non fosse che nel pomeriggio, pochi km più a sud, nella piana di Tovo e Mazzo, un altro tipo di indiani o forse pakistani stavano lavorando per pochi euro nei meleti.
Si tutto ok!!!
Malga Gran Fanes, a cavallo tra Cortina e S.Vigilio di Marebbe: un luogo stupendo di pascoli d’alta montagna, laghetti e ruscelli cristallini circondati da cime dolomitiche uniche. Si trova lungo l’Alta Via numero 1 delle Dolomiti, che quest’anno celebra i 60 anni dalla sua creazione. Da stalla e semplice abitazione di pastori è pian piano divenuta un punto di ristoro, peraltro di ottima qualità e semplicità, e poi anche luogo di pernottamento. Una soffitta con 10 materassi per terra e coperte che prevede uso di sacco-lenzuolo individuale. No doccia, un bagno unico in tutta la casa. Prezzo a persona per la mezza pensione 100€/notte.
Registra spesso il tutto esaurito. Lo dichiaro, non per astio nei confronti dei gestori a cui auguro tutto il meglio, ma perché un danno si fa anche proponendo prezzi folli che comunque in molti sono disposti a pagare senza batter ciglio.
Nonostante tutto mi viene da sconsigliarne totalmente la frequentazione portandovi una tendina (oggi ne esistono di veramente leggerissime) e del cibo, nascondendovi illegalmente (è un parco naturale) la sera in un avvallamento defilato, smontando poi la tendina la mattina presto.
7.. Dico però che c’è chi dovrebbe esprimersi e, ancora una volta, è la politica. Politica che prima ci ha insegnato a dire che “sono tutti uguali, fanno i loro interessigli” per poi effettivamente farli sempre di più.
Ma è proprio la politica che sta premendo verso questa antropizzazione della montagna…
I passaggi sono chiari…atropizzazione spinta, overturism, necessità di limitare, ergo ticket, prenotazioni, poi gioco solo per pochi che se lo possono permettere (finanziariamente).
Prendi il Sentiero Italia del Cai. 7000km bellissimo. Diciamo che un buon camminatore ci può mettere 250 giorni. Gente che cammina per mesi, non sporca, rispetta veramente la montagna. Ah ma il bivacco è ostacolato in ogni modo… quindi? Rifugio? Perfetto a 80 euro a notte son 20mila euro. Quindi io non potrei dormire in un prato, ma ci si può parcheggiare o portare 1000 muche a defecare o costruire l’ennesimo rifugio, funivia, terrazza panoramica, ferrata. Tutto a beneficio dei gestori… spesso il Cai. Ridicoli. Basterebbe essere usciti dalle Alpi una volta nella vita e vedere come funziona nel resto del mondo. Esattamente come per le spiagge… terra pubblica regalata ai privati e messa a disposizione di chi può o vuole spendere.
@7 : concordo, in teoria ci sarebbe il CAi , ma hai mai visto la carica dei 300000 ?
A me sembra del tutto anacronistico questo ragionamento sul sovraffollato della montagna.
1. La gente non vuole fare fatica
2. La gente non si vuole sporcare
3. La gente vuole sfondarsi di cibo e alcool
4. La gente si trascina spesso uno o due figli svogliati e sovrappeso
Non capisco come potrei mai intercettate nelle mie attività montane questa massa di sub umani…forse per strada in auto…i week end.,
Sono esistito ed esistono modelli di gestione pianificata pluriennale della cosa pubblica – non faccio nomi per non offendere la diffusa sensibilità anticapitalista dei bolgger – però non mi pare che la tutela della natura sia stata centrale nella visione.
Ok si dirà, erano e sono compagni che sbagliano, però…… però…
solito approccio boomeristico che ci piace chiamare “dello struzzo”. Saranno contenti i Mattei del gruppo (quello originale risponderà domani mattina a questo post, oggi giornata-disimpegno…)
E’ necessaria, urgente una mobilitazione di massa che scuota la politica, che faccia riflettere il mondo della cultura. Fra pochi anni la montagna come vissuta dalla attuale generazione non esisterà più, tutto sarà reso artificiale, non certo grazie a un investimento in intelligenza e visione di lungo periodo.
E ancora la disperazione di Fabio.
Forse ci vuole una generazione di amanti della montana ancor più gelosa e pronta a portare del male
Conosco la montagna, le Dolomiti in particolare, da quasi 60 anni: era una montagna per pochi, selettiva, che richiedeva preparazione, conoscenza, responsabilità e per questo si tornava a casa sempre con le proprie gambe. Requisiti che mancano alla stragrande maggioranza dei CONSUMATORI di montagna che la frequentano negli ultimi anni, che però nn hanno colpe: se si è fatto e si fa di tutto per addomesticarla ai loro “esigenze” pur di farli tornare a casa felici e contenti, convinti di essere andati in montagna, dove hanno trovato gli stessi servizi che potevano trovare in un centro commerciale od in parco giochi!!! Ma la montagna com’era fino 10/20 anni fa nn c’è più, è cambiata: certe cose che davamo x scontate, oggi bisogna metterle in conto ma se nn hai esperienza nn puoi vederle: e questo farà la differenza!!!
Credo che manchi un convitato a questo popo’ di partecipanti. Non mi esprimo sulla giusta misura tra l’uso e l’abuso delle tere alte. Dico però che c’è chi dovrebbe esprimersi e, ancora una volta, è la politica. Politica che prima ci ha insegnato a dire che “sono tutti uguali, fanno i loro interessigli” per poi effettivamente farli sempre di più. Ci siamo lasciati sfuggire l’idea di essere un corpo, una comunità e di avere tutti gli strumenti per ragionare sul nostro futuro e le nostre priorità, abbagliati da una comunicazione martellante a convincerci che i nostri problemi siano tutti individuali, ben individuabili e possibilmente che coinvolgono chi non conta nulla. Allora il problema non sono le scelte industriali che distruggono ii territorio o le politiche sociali, il sostegno al lavoro o all’equità. No, anche perché richiedono confronti e compromessi: sono limmigrato che mi disturba perché lo sento ora con il suo cibo che puzza e l’abitudine a urlare, sono le babygang (nonostante il continuo calo di quasi tutti reati e i record incredibili anche rispetto ad altri paesi europei) perché li incontro per strada, il gayprise perche “non rispettano me che non li voglio vedere vestiti così”… e potrei andare avanti per ore. Gli impiantisti (come in altri campi gli armaioli, i medici e gli imprenditori sanitari, i balneari…) fanno lobby e oggi sono gli unici ad avere una “comunità” (e soldi) con cui fare fronte comune. Noi cittadini che siamo di più e avremmo il potere preferiamo sbavare dietro all”omuncolo (che fa il) forte di turno che solletica i nostri istinti più bassi e rigorosamente piccoli.
E poi si ha il coraggio/presunzione di definire “sabotatori” chi è andato sul Grignone a segare gli ancoraggi della futura antenna.
I veri sabotatori sono quelli che hanno dato permessi e installato per soldi quello scempio!!!
Anche la disunione e la particellazione che tipicamente esiste nelle popolazioni della montagna rende possibile tutto l elenco di Casanova, mettici pure che a faticare in dislivello non piace e rende poco, e il gioco dell investitore-impiantista-mangiaterrirorio-politicizzato-amicodellafilieradellcemento- è fatto.
#più montagna per pochi. (già detto miliardi id volte). cioè montagna spartana, severa, scabra. Ovviamente entra in conflitto con chi in montagna vive, lavora e ci cava un corrispettivo. Io vedo le cose esclusivamente con l’occhio del cittadino che soffre per gli attacchi alla montagna: la mia posizione è estrema e radicale (“via tutto”). All’opposto c’è chi dalla turistificazione della montagna trae sostentamento. Però io sono pragmatico e penso che si dovrebbe trovare un “giusto mezzo”. Il punto è che c’è troppa ingordigia e, nella schiera diametralmente opposta alla mia, NON c’è disponibilità a contenersi pur di rispettare l’ambiente e la biodiversità (vale anche per altre tipologie di ambienti, mare in primis). Per cui il giusto mezzo è già visto come un danno economico (minori guadagni) e di conseguenza non si riesce a fare granché: finiremo per assistere alla “morte” della montagna, almeno come l’abbiamo conosciuta noi del Novecento. La natura sa rigenerarsi e, dalla montagna divenuta infrequentabile per gli umani, rinascerà una nuova forma di montagna, magari completamente diversa da come noi, oggi, la abbiamo in testa. E magari sarà una montagna totalmente inadatta agli esseri umani ( intere pareti che crollano a ripetizioni, immense frane, siccità estrema e poi improvvise inondazioni, appigli incandescenti- per cui addio arrampicata-, ghiacciai che si sgretolano in ogni momento, con morti, come alla Marmolada ecc ecc ecc). Ma non è detto che una montagna inadatta agli esseri umani sia un male. La montagna NON ha bisogno degli uomini, al limite sono gli uomini che hanno bisogno della montagna, per rigenerarsi e trarre beneficio: se sono intelligenti, la preserveranno, altrimenti essa diventerà un ambiente disumano. Purtroppo l’intelligenza NON è una facoltà diffusa fra gli umani, per cui il destino è chiaro.
Questo non si ferma. Per quel che riguarda noi, nel tempo rimasto, è ancora possibile trovare zone selvagge e autentiche.
Anche in questo caso, come nel caso della sciagurata pubblicità turistica che inquina periodicamente i giornali, il cattivo esempio proviene dal Trentino con le spettacolari immagini della ferrata sulla Paganella e il concerto sul colle della Margherita sopra il passo di San Pellegrino. Ma l’orrore dilaga in tutta l’Italia, anche in Umbria dove il cuore verde è lacerato dal ponte tibetano di Sellano. Così la musica all’aperto parte dalle Dolomiti e raggiunge pure le Apuane per interrompere il silenzio della montagna, come se in città non ci fossero abbastanza teatri per tutti.
Devo spararmi o devo sparare?