L’ineffabile eleganza del Fortissimo
di Carlo Crovella
Il 16 settembre 1946, esattamente 80 anni fa, il destino attende al varco Giusto Gervasutti, detto il Fortissimo, sul pilastro est del Mont Blanc du Tacul, pilastro che da allora è passato alla storia come Pilier Gervasutti.
Gervasutti è reduce da una intera estate trascorsa al rifugio Torino, salvo qualche rapida discesa a valle, perché si sta allenando per il sogno che illumina gli ultimi mesi della sua vita: organizzare una spedizione indipendente e finanziariamente autonoma per realizzare la prima salita assoluto del Fitz Roy in Patagonia. Lo segnala Renato Chabob nel libro La cima di Entrelor, quando parla di Gervasutti.
In realtà c’è già stata una precedente spedizione italiana al Fitz Roy: è datata 1937, sotto la conduzione di Aldo Bonacossa e con la presenza di Ettore Castiglioni, Giovanni Titta Gilberti e del torinese Leo Dubosc. Ma lo spirito di tale spedizione, alla fin fine, si rivela più esplorativo che alpinistico in senso stretto: infatti essi si fermano al colle, che prenderà il nome di Brecha de los Italianos, e che si trova alla base delle vere difficoltà arrampicatorie verso la vetta.
L’obiettivo di Gervasutti sembra essere profondamente diverso: egli si propone con determinazione di arrivare in vetta. Lo si deduce dalla caparbia volontà di allenarsi, per l’intera estate ’46, sempre su itinerari impegnativi di granito in quota, cioè in condizioni il più possibile simili a quelle del Fitz Roy. In Giusto agisce, forse, un risvolto esistenzial-anagrafico: a 37 anni suonati egli percepisce che il suo tempo per il grande alpinismo è agli sgoccioli e quindi intende chiudere la carriera di alto livello con una performance particolarmente eclatante.
Anche nell’individuare questo obiettivo Il Fortissimo dimostra di essere “proiettato nel futuro”. Infatti per registrare la prima scalata effettiva del Fitz Roy occorre attendere fino al febbraio 1952, quando in cima alla montagna patagonica arriveranno Lionel Terray e Guido Magnone, cioè due giovani leoni della nuova e arrembante generazione francese (anni luce successiva in termini alpinistici), tra l’altro inseriti in una spedizione molto robusta sul piano organizzativo e soprattutto ricca di “molteplici” Gervasutti nella sua composizione.
La spedizione di Giusto è presumibilmente in programma per l’inverno (estate australe) del 1947: lo si deduce dall’intenso allenamento dell’estate 1946.
Però è un sogno destinato a rimanere tale, perché spezzato dall’appuntamento al Tacul.
Compagno di Giusto, in quella giornata del settembre ’46, è Giuseppe Gagliardone, già con Giusto sulla Est delle Jorasses nell’agosto 1942. Proveniente dall’ambiente saluzzese, presto coinvolto nel giro alpinistico dei torinesi, Gagliardone è un alpinista di notevole livello. Però con Gervasutti non può che fargli da secondo. Tuttavia è un secondo affidabile, sicuro, ottimo per le prime salite impegnative.
Sul pilier del Tacul i due progrediscono veloci, nonostante le condizioni della montagna siano già di stampo autunnale: c’è molta neve intorno, anche se la roccia del pilastro è complessivamente asciutta.
Ma presto scorgono i segnali di cambiamento del tempo, segnali divenuti proverbiali per il massiccio del Bianco: la formazione dei “pesci” in cielo (particolari nubi lenticolari), l’intensificarsi del vento dalla Francia, il calo delle temperature. Per cui decidono di scendere e “buttano” giù le doppie.
Però una delle doppie resta incastrata: Giusto risale, sparisce alla vista di Gagliardone, che poco dopo sente un tonfo, forse un grido spezzato, e vede il corpo dell’amico che precipita passandogli a fianco. Nessuno saprà con esattezza cosa sia davvero accaduto: forse Giusto ha tirato un solo capo che si è improvvisamente sfilato oppure è scivolato mentre si stava muovendo slegato…

Un velo di mistero ricopre quindi l’episodio finale della vita di Gervasutti, ma non è una novità. L’intera sua esistenza è stata a lungo avviluppata da un’aura misteriosa che ha notevolmente incrementato il fascino di questo personaggio.
Infatti solo a cavallo del 2015-2016 è stato possibile accedere ai suoi “veri” archivi, di cui (dopo la sua scomparsa) una consistente sezione è confluita nell’archivio di Andrea Filippi (giovane sucaino torinese, a sua volta vittima di un incidente in montagna nel 1959) e un’altra è rimasta, un po’ dimenticata, presso il ramo torinese della famiglia Gervasutti. Ora i documenti storici, i cimeli e le fotografie del Fortissimo sono conservati al Museo Nazionale della Montagna di Torino, in specifici Fondi nominativi.
Prima del lavoro di ricerca su tali archivi (datato appunto una decina di anni fa), si sapeva relativamente poco su Gervasutti, perché il Fortissimo ha lasciato esigue tracce dirette: le sue bellissime vie (in genere al di sopra delle possibilità di gran parte degli alpinisti); un unico libro, Scalate nelle Alpi (pubblicato nel novembre 1945, ma il cui racconto si interrompe con la Est delle Jorasses dell’estate 1942); infine qualche altro articolo, apparso qua e là, ma senza un programma organico e sistematico. Chi, ai tempi, lo ha conosciuto di persona, in città come in parete, ha tendenzialmente tenuto per sé i ricordi (salvo rare eccezioni come, appunto, Renato Chabod) e in ogni caso, decennio dopo decennio, la ruota della vita ha purtroppo visto allontanarsi questi personaggi, per cui nel patrimonio comune sono rimasti solo rari accenni su Gervasutti.
Ecco perché, quando io mi sono affacciato alla meravigliosa storia dell’alpinismo, cioè nella seconda metà degli Anni Settanta, di Gervasutti si conoscevano pochissimi dettagli. Il mistero sulla sua vita è l’aspetto che mi ha subito affascinato e, da allora, ho dedicato non poco tempo a cercare di capire come Giusto trascorresse la sua quotidianità, al di là delle ascensioni estreme di cui paradossalmente si sapeva molto, se non tutto.
La vita collaterale alle sue scalate compone quell’insieme di informazioni che io sintetizzo nel titolo “L’altro Gervasutti”. In poche parole: l’uomo, i suoi pensieri, i suoi interessi, le abitudini quotidiane, il modo di rapportarsi con gli altri individui e con le donne in particolare.
Se da un lato l’iniziale scarsità di dati, stendendo un fitto velo di mistero, ha alimentato il mito di Gervasutti, dall’altro ha permesso l’emergere di interpretazioni non sempre appropriate. Ad esempio negli anni Settanta si è configurata una visione di stampo psicoanalitico, secondo la quale Giusto, gettandosi a capofitto nel grande alpinismo, compensava le frustrazioni esistenziali connesse a una vita deludente e di scarso prestigio. Tale visione si incentrava su alcuni elementi oggettivi, quali l’assenza di relazioni sentimentali ufficiali e, a maggior ragione, di un matrimonio (da qui l’idea di Gervasutti misogino, respinto dal genere femminile, nei cui confronti covava un presunto rancore), con l’aggiunta dell’interruzione degli studi e di una serie di occupazioni lavorative non particolarmente prestigiose.
Niente di più infondato: Gervasutti non è stato per nulla un infelice, anzi. Egli ha vissuto una vita brillante e sicuramente molto divertente, in più è stato molto apprezzato in società e anche, nello specifico, da parte dell’universo femminile. A tutto ciò il Fortissimo ha aggiunto la sua passione più intensa, quella dell’alpinismo, che va però considerata come la ciliegina in cima a una ricca torta esistenziale e non come la compensazione per una torta misera e insipida.
C’è un elemento che, da solo, sintetizza l’intera essenza di Gervasutti: l’eleganza.
Giusto era elegante d’aspetto, elegante nei modi e, anche in montagna, ha tracciato vie eleganti.
L’eleganza del Fortissimo in parte dipende dalle sue caratteristiche innate, ma in parte anche da un gioco della sorte a lui favorevole. Quando Giusto arriva a Torino (1931), non ha grandi conoscenze umane in città: si appoggia inizialmente presso la famiglia dello zio Giovanni, un fratello del padre da tempo stabilitosi nella metropoli subalpina. Inoltre Gervasutti abbandona presto gli studi, per cui non ha occasione di costruire particolari amicizie in quell’ambiente.
Tuttavia grazie al coinvolgimento nel Club Alpino Accademico, fin da subito Gervasutti frequenta con una certa sistematicità l’abitazione cittadina di Umberto Balestreri, al tempo Presidente Generale del CAAI e molto attento a “coltivare” quel nucleo di giovani talenti torinesi che diventeranno i celebri Accademici degli Anni Trenta. Sono nomi che ormai tutti conoscono a menadito (Boccalatte, Chabod, De Rege…), alcuni dei quali apparsi sulla ribalta alpinistica, ancora giovanissimi, già sul finire degli Anni Venti.
Così, grazie al comune denominatore della montagna (e dell’Accademico in particolare), Giusto entra in contatto con questi coetanei torinesi: il primo approccio è per combinare uscite sui monti, ma in poco tempo inizia a frequentarli anche in città.
Si tratta di un tassello chiave per comprendere lo stile di vita di Gervasutti. Infatti questi suoi coetanei non sono dei torinesi qualsiasi, perché (salvo rare eccezioni) essi sono i rampolli di famiglie nobili o dell’alta borghesia cittadina. In questo modo Giusto entra a vele spiegate nella crème torinese, rimanendovi per tutti i 15 anni della sua permanenza nella nostra città.
Tale connubio iniziale è stato, per Giusto, un colpo di fortuna, non c’è dubbio. Però, come dicevano gli antichi, “la fortuna aiuta gli audaci”: negli anni successivi Gervasutti dimostra di meritare questo favore della sorte, perché non solo è capace di rimanere costantemente inserito nella crème torinese, ma ne diventa addirittura un tassello molto importante, quasi irrinunciabile.
In altre parole, anno dopo anno, Gervasutti si conferma sempre di più un personaggio cardine della vita cittadina, anche al di là della comunità alpinistica. Elegante d’aspetto (nel vestire ricorda un gentiluomo britannico), elegante nei modi (affabile, sempre disponibile, sa guidare la conversazione in ogni situazione), elegante nella personalità (progressivamente ammantata da pennellate di eroismo per le sue imprese in parete), Gervasutti è un invitato fisso nei salotti torinesi, cioè nelle riunioni presso le famiglie più in vista: in un’epoca priva di social network e con apparecchi telefonici ancora rari, queste riunioni costituivano degli importanti appuntamenti convivial-culturali per l’intera comunità.

I risvolti brillanti di Gervasutti non si limitano alla presenza nei salotti dell’intellighenzia subalpina. Dai suoi appunti (scoperti, come specificato, in epoca recente) ora sappiamo che Giusto non si fa mancare nulla: presenzia dalle tribune alle corse dei cavalli, frequenta le piscine (specie nella bella stagione, con clima conviviale a bordo vasca…), scia al Sestriere e a Plateau Rosa (oltre che in numerosissime scialpinistiche), pratica ginnastica artistica, tira di scherma, trascorre molte serate nella sede CAI di Via Barbaroux, dove però non si isola nel cenacolo dei sestogradisti, bensì chiacchiera con tutti (soprattutto con i soci non famosi e in particolare con i giovani), sempre allegro, disteso, sorridente.
Gervasutti è dotato di un carisma particolare, di una leadership naturale che ne fa un indiscusso caposcuola: non a caso Giusto è uno dei principali fondatori della Scuola di alpinismo del CAI Torino (di cui è direttore dal 1939, quando la Scuola viene intitolata a Gabriele Boccalatte, scomparso nell’estate 1938). Però l’importanza del Fortissimo nella didattica ufficiale è uno dei tanti risvolti della sua leadership carismatica, che è invece un aspetto a più ampio raggio.
Un personaggio così brillante, con un inevitabile presa anche sul genere femminile (nonostante l’assenza di una esplicita compagna fissa, come invece è risultata Ninì Pietrasanta per Gabriele Boccalatte), mal si combina con l’analisi psicoanalitica che vedeva il Fortissimo alla ricerca della gloria in parete solo per compensare le frustrazioni esistenziali.
Vale piuttosto il contrario: l’eleganza di Gervasutti caratterizza tutta la sua esistenza e si estende dalla quotidianità fin sulle pareti più impervie. È un’eleganza ineffabile, perché sfugge a una rigida codificazione. Riflettendo a fondo in tutti questi anni mi pare di aver colto il punto nodale. L’eleganza di Giusto è la cartina di tornasole di una sua dote innata: la capacità di surfare sulle onde della vita, facendosi coinvolgere il meno possibile e mantenendo un “sano” distacco, specie verso i marosi più pericolosi. Il tutto per non subire condizionamenti della sorte nel perseguire l’itinerario esistenziale da lui preferito.
Altrettanto infondata è anche la visione di Gervasutti concentrato esclusivamente sull’alpinismo, vivendolo con determinazione militaresca e quasi maniacale. Certo, in montagna neppure lui scherza: sa fronteggiare imprevisti, bufere e ogni forma di disagio, ma lo fa con freddezza, determinazione e lucidità, puntando sempre a tenere sotto controllo gli eventi.
Infatti essere eleganti (nel senso qui inteso) non significa essere solo dei damerini capaci di pavoneggiarsi nelle riunioni mondane. Quando è necessario, il Fortissimo tiene fede al suo soprannome e tira fuori le unghie.
A tal proposito è illuminante un aneddoto. Durante l’avvicinamento alla parete nord ovest dell’Ailefroide nel Massiccio degli Écrins, Giusto inciampa mentre cammina sulla pietraia e finisce lungo disteso. Sbatte violentemente contro le pietre e si produce non pochi danni: numerosi tagli e contusioni, il labbro inferiore spaccato, tre denti che ballano, alcune costole incrinate se non addirittura fratturate. Ha dolori acutissimi: chiunque sarebbe tornato a casa. Ma, essendo già a fine luglio, Gervasutti sa che, se rinuncia, per quell’estate non arrampicherà più. Quindi c’è il rischio che qualcuno gli soffi la prima salita assoluta della parete, come è già accaduto, anche se per cause diverse, l’anno prima (1935) sulla Nord delle Jorasses.
Per cui, con una capacità di sopportazione del dolore che non ha uguali, il Fortissimo decide di proseguire: tira da primo per due giorni di seguito (il suo compagno di cordata, Lucien Devies – colto, raffinato e gran conoscitore di montagne – è un buon alpinista, ma su quelle difficoltà è solo un affidabile secondo), con un bivacco intermedio e un altro bivacco subito dopo esser usciti in vetta con le ultime luci e appena calati, sull’altro versante, fino al ghiacciaio da cui, il giorno dopo, raggiungeranno la via normale per scendere a valle.
Questa del Fortissimo è una vera prova di forza e di volontà ferrea. Ma in fondo non è altro che l’applicazione della sua eleganza estesa anche all’alpinismo, che è e resta il suo più grande amore.
Infatti su tutti gli aspetti della vita, in montagna come in città, Giusto surfa con destrezza, sa stare in sella, trova per istinto la soluzione più adatta per dominare gli eventi. Quando ci vuole la forza, non si tira indietro, ma non è detto che sia sempre l’unica né la migliore soluzione disponibile.
La sua capacità di surfare sui marosi esistenziali lo ha sempre accompagnato, garantendogli un certo distacco (molto british) in ogni occasione: dal lavoro alle amicizie, dalla vita in società alle donne, fino alle grandi imprese in parete.
Per avere la meglio sul Fortissimo si è dovuto scomodare il destino in persona, lassù sul Pilier che da allora porta il nome di Gervasutti.

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Un minuscolo appunto stilistico: se l’articolo è rivolto a un pubblico non esclusivamente torinese, quel “nostra città” stona (e suona piuttosto provinciale).
Più che una biografia, un “mi piace immaginarlo così”. Chissà poi cosa entra di noi, in questi ritratti sentimentali.
Un altro potrebbe descriverlo come un uomo che viveva coi genitori, lavorava in banca, aveva una ragazza ma non la voleva sposare, dedicava tutto il suo tempo libero alla montagna. Aveva attraversato il fascismo restando, come tanti, né di qua né di là, e anche durante la Resistenza preferì andarsene a scalare. Difficile immaginare quale futuro vedesse per sé, dopo le montagne.
A me ha sempre ricordato un Cesare Pavese delle cime. Sarà anche per Moby Dick, o per quel Banco di Roma – Hotel Roma in cui imbottirsi di barbiturici… Forse quel giorno sul Bianco, pubblicata la biografia, finita l’estate, a 37 anni e con davanti il baratro del nulla, era proprio il momento giusto per sparire.
@1 Il tema della “presunta morosa” di Gervasutti (Maria Luisa Balestreri) non è stato qui volutamente trattato perché, essendo troppo specifico e molto complesso da spiegare in tutte le sue pieghe, fuoriesce dall’argomento dell’articolo, ma è dettagliatamente analizzato all’interno di un mio contributo pubblicato nel catalogo della mostra del Museo (vedi didascalia ultima foto). In tale contributo spero di aver fatto finalmente chiarezza anche su questo particolare aspetto, sul quale molto si è ricamato nel corso degli ultimi decenni (dalla celebre intervista delle Balestreri, ormai ottuagenaria, nel film d celebrativo del 2009). Invito gli interessati alla lettura di tale mio testo (catalogo del Museo), dove spiego che il profondissimo affetto fra i due non è presumibilmente sconfinato in quella che noi consideriamo una relazione sentimentale, meno che mai in un “fidanzamento” ufficiale.
Una precisazione per quanto riguarda le compagnie femminili. Per un periodo ebbe una relazione o fu addirittura fidanzato con Maria Luisa Balestreri, la figlia del Presidente del CAAI morto nel 1933 cadendo in un crepaccio.