L’ineffabile eleganza del Fortissimo
di Carlo Crovella
Il 16 settembre 1946, esattamente 80 anni fa, il destino attende al varco Giusto Gervasutti, detto il Fortissimo, sul pilastro est del Mont Blanc du Tacul, pilastro che da allora è passato alla storia come Pilier Gervasutti.
Gervasutti è reduce da una intera estate trascorsa al rifugio Torino, salvo qualche rapida discesa a valle, perché si sta allenando per il sogno che illumina gli ultimi mesi della sua vita: organizzare una spedizione indipendente e finanziariamente autonoma per realizzare la prima salita assoluto del Fitz Roy in Patagonia. Lo segnala Renato Chabob nel libro La cima di Entrelor, quando parla di Gervasutti.
In realtà c’è già stata una precedente spedizione italiana al Fitz Roy: è datata 1937, sotto la conduzione di Aldo Bonacossa e con la presenza di Ettore Castiglioni, Giovanni Titta Gilberti e del torinese Leo Dubosc. Ma lo spirito di tale spedizione, alla fin fine, si rivela più esplorativo che alpinistico in senso stretto: infatti essi si fermano al colle, che prenderà il nome di Brecha de los Italianos, e che si trova alla base delle vere difficoltà arrampicatorie verso la vetta.
L’obiettivo di Gervasutti sembra essere profondamente diverso: egli si propone con determinazione di arrivare in vetta. Lo si deduce dalla caparbia volontà di allenarsi, per l’intera estate ’46, sempre su itinerari impegnativi di granito in quota, cioè in condizioni il più possibile simili a quelle del Fitz Roy. In Giusto agisce, forse, un risvolto esistenzial-anagrafico: a 37 anni suonati egli percepisce che il suo tempo per il grande alpinismo è agli sgoccioli e quindi intende chiudere la carriera di alto livello con una performance particolarmente eclatante.
Anche nell’individuare questo obiettivo Il Fortissimo dimostra di essere “proiettato nel futuro”. Infatti per registrare la prima scalata effettiva del Fitz Roy occorre attendere fino al febbraio 1952, quando in cima alla montagna patagonica arriveranno Lionel Terray e Guido Magnone, cioè due giovani leoni della nuova e arrembante generazione francese (anni luce successiva in termini alpinistici), tra l’altro inseriti in una spedizione molto robusta sul piano organizzativo e soprattutto ricca di “molteplici” Gervasutti nella sua composizione.
La spedizione di Giusto è presumibilmente in programma per l’inverno (estate australe) del 1947: lo si deduce dall’intenso allenamento dell’estate 1946.
Però è un sogno destinato a rimanere tale, perché spezzato dall’appuntamento al Tacul.
Compagno di Giusto, in quella giornata del settembre ’46, è Giuseppe Gagliardone, già con Giusto sulla Est delle Jorasses nell’agosto 1942. Proveniente dall’ambiente saluzzese, presto coinvolto nel giro alpinistico dei torinesi, Gagliardone è un alpinista di notevole livello. Però con Gervasutti non può che fargli da secondo. Tuttavia è un secondo affidabile, sicuro, ottimo per le prime salite impegnative.
Sul pilier del Tacul i due progrediscono veloci, nonostante le condizioni della montagna siano già di stampo autunnale: c’è molta neve intorno, anche se la roccia del pilastro è complessivamente asciutta.
Ma presto scorgono i segnali di cambiamento del tempo, segnali divenuti proverbiali per il massiccio del Bianco: la formazione dei “pesci” in cielo (particolari nubi lenticolari), l’intensificarsi del vento dalla Francia, il calo delle temperature. Per cui decidono di scendere e “buttano” giù le doppie.
Però una delle doppie resta incastrata: Giusto risale, sparisce alla vista di Gagliardone, che poco dopo sente un tonfo, forse un grido spezzato, e vede il corpo dell’amico che precipita passandogli a fianco. Nessuno saprà con esattezza cosa sia davvero accaduto: forse Giusto ha tirato un solo capo che si è improvvisamente sfilato oppure è scivolato mentre si stava muovendo slegato…

Un velo di mistero ricopre quindi l’episodio finale della vita di Gervasutti, ma non è una novità. L’intera sua esistenza è stata a lungo avviluppata da un’aura misteriosa che ha notevolmente incrementato il fascino di questo personaggio.
Infatti solo a cavallo del 2015-2016 è stato possibile accedere ai suoi “veri” archivi, di cui (dopo la sua scomparsa) una consistente sezione è confluita nell’archivio di Andrea Filippi (giovane sucaino torinese, a sua volta vittima di un incidente in montagna nel 1959) e un’altra è rimasta, un po’ dimenticata, presso il ramo torinese della famiglia Gervasutti. Ora i documenti storici, i cimeli e le fotografie del Fortissimo sono conservati al Museo Nazionale della Montagna di Torino, in specifici Fondi nominativi.
Prima del lavoro di ricerca su tali archivi (datato appunto una decina di anni fa), si sapeva relativamente poco su Gervasutti, perché il Fortissimo ha lasciato esigue tracce dirette: le sue bellissime vie (in genere al di sopra delle possibilità di gran parte degli alpinisti); un unico libro, Scalate nelle Alpi (pubblicato nel novembre 1945, ma il cui racconto si interrompe con la Est delle Jorasses dell’estate 1942); infine qualche altro articolo, apparso qua e là, ma senza un programma organico e sistematico. Chi, ai tempi, lo ha conosciuto di persona, in città come in parete, ha tendenzialmente tenuto per sé i ricordi (salvo rare eccezioni come, appunto, Renato Chabod) e in ogni caso, decennio dopo decennio, la ruota della vita ha purtroppo visto allontanarsi questi personaggi, per cui nel patrimonio comune sono rimasti solo rari accenni su Gervasutti.
Ecco perché, quando io mi sono affacciato alla meravigliosa storia dell’alpinismo, cioè nella seconda metà degli Anni Settanta, di Gervasutti si conoscevano pochissimi dettagli. Il mistero sulla sua vita è l’aspetto che mi ha subito affascinato e, da allora, ho dedicato non poco tempo a cercare di capire come Giusto trascorresse la sua quotidianità, al di là delle ascensioni estreme di cui paradossalmente si sapeva molto, se non tutto.
La vita collaterale alle sue scalate compone quell’insieme di informazioni che io sintetizzo nel titolo “L’altro Gervasutti”. In poche parole: l’uomo, i suoi pensieri, i suoi interessi, le abitudini quotidiane, il modo di rapportarsi con gli altri individui e con le donne in particolare.
Se da un lato l’iniziale scarsità di dati, stendendo un fitto velo di mistero, ha alimentato il mito di Gervasutti, dall’altro ha permesso l’emergere di interpretazioni non sempre appropriate. Ad esempio negli anni Settanta si è configurata una visione di stampo psicoanalitico, secondo la quale Giusto, gettandosi a capofitto nel grande alpinismo, compensava le frustrazioni esistenziali connesse a una vita deludente e di scarso prestigio. Tale visione si incentrava su alcuni elementi oggettivi, quali l’assenza di relazioni sentimentali ufficiali e, a maggior ragione, di un matrimonio (da qui l’idea di Gervasutti misogino, respinto dal genere femminile, nei cui confronti covava un presunto rancore), con l’aggiunta dell’interruzione degli studi e di una serie di occupazioni lavorative non particolarmente prestigiose.
Niente di più infondato: Gervasutti non è stato per nulla un infelice, anzi. Egli ha vissuto una vita brillante e sicuramente molto divertente, in più è stato molto apprezzato in società e anche, nello specifico, da parte dell’universo femminile. A tutto ciò il Fortissimo ha aggiunto la sua passione più intensa, quella dell’alpinismo, che va però considerata come la ciliegina in cima a una ricca torta esistenziale e non come la compensazione per una torta misera e insipida.
C’è un elemento che, da solo, sintetizza l’intera essenza di Gervasutti: l’eleganza.
Giusto era elegante d’aspetto, elegante nei modi e, anche in montagna, ha tracciato vie eleganti.
L’eleganza del Fortissimo in parte dipende dalle sue caratteristiche innate, ma in parte anche da un gioco della sorte a lui favorevole. Quando Giusto arriva a Torino (1931), non ha grandi conoscenze umane in città: si appoggia inizialmente presso la famiglia dello zio Giovanni, un fratello del padre da tempo stabilitosi nella metropoli subalpina. Inoltre Gervasutti abbandona presto gli studi, per cui non ha occasione di costruire particolari amicizie in quell’ambiente.
Tuttavia grazie al coinvolgimento nel Club Alpino Accademico, fin da subito Gervasutti frequenta con una certa sistematicità l’abitazione cittadina di Umberto Balestreri, al tempo Presidente Generale del CAAI e molto attento a “coltivare” quel nucleo di giovani talenti torinesi che diventeranno i celebri Accademici degli Anni Trenta. Sono nomi che ormai tutti conoscono a menadito (Boccalatte, Chabod, De Rege…), alcuni dei quali apparsi sulla ribalta alpinistica, ancora giovanissimi, già sul finire degli Anni Venti.
Così, grazie al comune denominatore della montagna (e dell’Accademico in particolare), Giusto entra in contatto con questi coetanei torinesi: il primo approccio è per combinare uscite sui monti, ma in poco tempo inizia a frequentarli anche in città.
Si tratta di un tassello chiave per comprendere lo stile di vita di Gervasutti. Infatti questi suoi coetanei non sono dei torinesi qualsiasi, perché (salvo rare eccezioni) essi sono i rampolli di famiglie nobili o dell’alta borghesia cittadina. In questo modo Giusto entra a vele spiegate nella crème torinese, rimanendovi per tutti i 15 anni della sua permanenza nella nostra città.
Tale connubio iniziale è stato, per Giusto, un colpo di fortuna, non c’è dubbio. Però, come dicevano gli antichi, “la fortuna aiuta gli audaci”: negli anni successivi Gervasutti dimostra di meritare questo favore della sorte, perché non solo è capace di rimanere costantemente inserito nella crème torinese, ma ne diventa addirittura un tassello molto importante, quasi irrinunciabile.
In altre parole, anno dopo anno, Gervasutti si conferma sempre di più un personaggio cardine della vita cittadina, anche al di là della comunità alpinistica. Elegante d’aspetto (nel vestire ricorda un gentiluomo britannico), elegante nei modi (affabile, sempre disponibile, sa guidare la conversazione in ogni situazione), elegante nella personalità (progressivamente ammantata da pennellate di eroismo per le sue imprese in parete), Gervasutti è un invitato fisso nei salotti torinesi, cioè nelle riunioni presso le famiglie più in vista: in un’epoca priva di social network e con apparecchi telefonici ancora rari, queste riunioni costituivano degli importanti appuntamenti convivial-culturali per l’intera comunità.

I risvolti brillanti di Gervasutti non si limitano alla presenza nei salotti dell’intellighenzia subalpina. Dai suoi appunti (scoperti, come specificato, in epoca recente) ora sappiamo che Giusto non si fa mancare nulla: presenzia dalle tribune alle corse dei cavalli, frequenta le piscine (specie nella bella stagione, con clima conviviale a bordo vasca…), scia al Sestriere e a Plateau Rosa (oltre che in numerosissime scialpinistiche), pratica ginnastica artistica, tira di scherma, trascorre molte serate nella sede CAI di Via Barbaroux, dove però non si isola nel cenacolo dei sestogradisti, bensì chiacchiera con tutti (soprattutto con i soci non famosi e in particolare con i giovani), sempre allegro, disteso, sorridente.
Gervasutti è dotato di un carisma particolare, di una leadership naturale che ne fa un indiscusso caposcuola: non a caso Giusto è uno dei principali fondatori della Scuola di alpinismo del CAI Torino (di cui è direttore dal 1939, quando la Scuola viene intitolata a Gabriele Boccalatte, scomparso nell’estate 1938). Però l’importanza del Fortissimo nella didattica ufficiale è uno dei tanti risvolti della sua leadership carismatica, che è invece un aspetto a più ampio raggio.
Un personaggio così brillante, con un inevitabile presa anche sul genere femminile (nonostante l’assenza di una esplicita compagna fissa, come invece è risultata Ninì Pietrasanta per Gabriele Boccalatte), mal si combina con l’analisi psicoanalitica che vedeva il Fortissimo alla ricerca della gloria in parete solo per compensare le frustrazioni esistenziali.
Vale piuttosto il contrario: l’eleganza di Gervasutti caratterizza tutta la sua esistenza e si estende dalla quotidianità fin sulle pareti più impervie. È un’eleganza ineffabile, perché sfugge a una rigida codificazione. Riflettendo a fondo in tutti questi anni mi pare di aver colto il punto nodale. L’eleganza di Giusto è la cartina di tornasole di una sua dote innata: la capacità di surfare sulle onde della vita, facendosi coinvolgere il meno possibile e mantenendo un “sano” distacco, specie verso i marosi più pericolosi. Il tutto per non subire condizionamenti della sorte nel perseguire l’itinerario esistenziale da lui preferito.
Altrettanto infondata è anche la visione di Gervasutti concentrato esclusivamente sull’alpinismo, vivendolo con determinazione militaresca e quasi maniacale. Certo, in montagna neppure lui scherza: sa fronteggiare imprevisti, bufere e ogni forma di disagio, ma lo fa con freddezza, determinazione e lucidità, puntando sempre a tenere sotto controllo gli eventi.
Infatti essere eleganti (nel senso qui inteso) non significa essere solo dei damerini capaci di pavoneggiarsi nelle riunioni mondane. Quando è necessario, il Fortissimo tiene fede al suo soprannome e tira fuori le unghie.
A tal proposito è illuminante un aneddoto. Durante l’avvicinamento alla parete nord ovest dell’Ailefroide nel Massiccio degli Écrins, Giusto inciampa mentre cammina sulla pietraia e finisce lungo disteso. Sbatte violentemente contro le pietre e si produce non pochi danni: numerosi tagli e contusioni, il labbro inferiore spaccato, tre denti che ballano, alcune costole incrinate se non addirittura fratturate. Ha dolori acutissimi: chiunque sarebbe tornato a casa. Ma, essendo già a fine luglio, Gervasutti sa che, se rinuncia, per quell’estate non arrampicherà più. Quindi c’è il rischio che qualcuno gli soffi la prima salita assoluta della parete, come è già accaduto, anche se per cause diverse, l’anno prima (1935) sulla Nord delle Jorasses.
Per cui, con una capacità di sopportazione del dolore che non ha uguali, il Fortissimo decide di proseguire: tira da primo per due giorni di seguito (il suo compagno di cordata, Lucien Devies – colto, raffinato e gran conoscitore di montagne – è un buon alpinista, ma su quelle difficoltà è solo un affidabile secondo), con un bivacco intermedio e un altro bivacco subito dopo esser usciti in vetta con le ultime luci e appena calati, sull’altro versante, fino al ghiacciaio da cui, il giorno dopo, raggiungeranno la via normale per scendere a valle.
Questa del Fortissimo è una vera prova di forza e di volontà ferrea. Ma in fondo non è altro che l’applicazione della sua eleganza estesa anche all’alpinismo, che è e resta il suo più grande amore.
Infatti su tutti gli aspetti della vita, in montagna come in città, Giusto surfa con destrezza, sa stare in sella, trova per istinto la soluzione più adatta per dominare gli eventi. Quando ci vuole la forza, non si tira indietro, ma non è detto che sia sempre l’unica né la migliore soluzione disponibile.
La sua capacità di surfare sui marosi esistenziali lo ha sempre accompagnato, garantendogli un certo distacco (molto british) in ogni occasione: dal lavoro alle amicizie, dalla vita in società alle donne, fino alle grandi imprese in parete.
Per avere la meglio sul Fortissimo si è dovuto scomodare il destino in persona, lassù sul Pilier che da allora porta il nome di Gervasutti.

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Semplicemente grazie signor Crovella.
E invece ti sbagli, si vede che non leggi attentamente le cronache. Dopo una fisiologica crisi, iniziata negli anni ’90 (quindi in anticipo rispetto al trend nazionale, Torino ha saputo cambiare marcia e ripartire. In tutti i settori dell’andar in montagna. Forse lo fa più in sordina rispetto agli anni d’oro, ma coerentemente con il tipico “esageruma nen”
Al di là di chi si scopava o no il fortissimo, il fatto è che a torino, dopo sportroccia di Mellano in valle stretta, l’alpinismo non ha piu nulla da dire se non appassire nei ricordi.
Chi vuol esser lieto sia.
Come giustamenre scrive Cominetti al punto 31 ci sono sempre invidie e maldicenze. Infatti ci sono quelli che agiscono e fanno e, Gervasutti era uno di questi. E poi ci soni i critici che devono inventarsi di tutto.
Vorrei spendere due parole sul presunto fallimento esistenziale di GG che qualcuno ha sottolineato essere un suo tratto caratteristico. Il Fortissimo non andava in montagna così per diletto. Ci andava spendendo molte energie e, soprattutto, conseguendo risultati memorabili. Uno fra tutti la prima salita della Est delle Jorasses, una via che non si dimentica. Ora che proprio si possa considerare un fallito chi si cimenta in salite come quelle e proprio in un blog di montagnini come questo, mi sembra un “controsenso etico epistolare”, come diceva Alan Ford.
Grazie Sig. Villa per quello che ci ha raccontato del gruppo P&O:
che ho sempre ammirato per le origini e la loro grande storia.
Grazie Sig. Alberto. Fretta, tasti del telefonino, IA, ecc. non vanno mai d’accordo con la chiarezza. Ma il tema da lei suscitato merita ulteriori attenzioni. Lecco e Monza erano città dalla forte connotazione operaia. Ma a Lecco il grande alpinismo nasce già nella prima metà del novecento. A Monza solo nella seconda metà. Monza è adiacente a Sesto S. G., allora la ‘Stalingrado d’Italia’. E Monza non era da meno con le sue fabbriche. Il nuovo associazionismo del dopoguerra, in particolare riguardante la montagna e l’alpinismo, non senza qualche pregiudizio era memore della precedente ‘messa all’indice’ fatta dal regime fascista a favore dell’unico Ente riconosciuto: il CAI. La Società operaia P&O era formata da tanti giovani e giovanissimi appassionati che lavorano nelle fabbriche della zona. (Walter Bonatti era un operaio della Falck di Sesto). Dunque meglio organizzarsi in società proletarie, ben distinte dal più blasonato CAI dove tanti membri erano gli stessi che pochi anni prima avevano di fatto eliminato le associazioni operaie e forse socialiste.
Ma i ragazzi della P&O crescono rapidamente e diventano grandi esponenti dell’ alpinismo negli anni ’50 e ’60. I tempi cambiano e si evolvono. ll più ricco CAI organizza spedizioni extra continentali e recluta i P&O che sono anche diventati Accademici CAI, che mantengono sempre un’identità poco borghese.
Non conosco l’ambiente alpinistico torinese degli anni ’20 e ’30. Forse erano già state sciolte le Società ‘non CAI’ e naturalmente G.Gervasutti non aveva scelta. E poi era un uomo di spessore e caratura che non sfigurava affatto in ambienti più borghesi dei circoli operai che già non esistevamo più nemmeno a Torino. E non era un operaio della FIAT, comunque un grande aggregato operaio che non e’ la caratteristica principale del capoluogo: una città più aristocratica e borghese molto diversa dalle lombarde Lecco e Monza. Inoltre all’epoca Torino con il suo CAI era un riferimento per tutta la comunità alpinistica italiana. Il nostro GG, consapevole delle proprie elevate capacità aveva visto bene in Torino il suo naturale approdo, fatta salva la scusante del trasferimento per motivi di studio.
Chiedo scusa al Sig. Crovella per la divagazione fuori tema, e con tanto rispetto al Sig. Benassi di cui ho apprezzato il positivo contributo s questa discussione sull’ indimenticato Fortissimo.
@56 Sig Enrico Villa ha perfettamente ragione e mi scuso!!
L’intervento n. 40 è mio, non doveva essere anonimo, ma non so come mai ci sia venuta questa sigla?
Sicuramente un mio errore perchè ho sempre firmato con nome e cognome i miei interventi.
Con tutto il rispetto per i Pell e Oss.
c.a. Sig. ‘a’, n.40. La UOEI Pell e OSS di Monza nasce nel 1946. I suoi Soci Fondatori non erano ancora nati o erano ragazzini quando G.Gervasutti, a partire dai primi anni ’20 compiva le sue formidabili scalate dopo esserci associato al CAI di Torino, unica Associazione possibile, legale e riconosciuta in quel periodo. Dunque Pell e OSS nasce dopo anche per questioni anagrafiche. A Monza esistevano Società alpinistiche anche più vecchie, ma sciolte durante quel ventennio ed i loro beni (Rifugi alpini) confluiti nelle proprietà del CAI. Società prevalentemente dopolavoristiche, prevalentemente formate da operai, modesti impiegati e artigiani, sospettate di idee socialiste giganti o peggio. Basta così. Per non andare fuori tema da questa interessante rievocazione. In altra occasione si può discutere del contesto sociale, politico, economico che fa da sfondo alla storia dell’alpinismo, nella prima meta del ‘900 e dopo.
P.S. con nome e cognome è meglio che l’anonimato. O no?
@53 Beh… i francesi (che nell’ante guerra di fatto non esistevano o quasi) nel dopoguerra sono emersi prepotentemente e hanno i tabu del modello precedente. Erano già stata in cima all’Annapurna nel 1950, due prima del Fitz… GG, fortissimo d nome e di fatto, io lo vedo ancora come un esponente della scuola italiana d’ante guerra, storicamente molto precedente ai giovani leoni francesi. Però si i tratta di sfaccettature: per me quei 5-6 anni di anticipo dimostrano che il “vecchio” Gervasutti (quale era in termini anagrafici) 5 anni prima stava già pensando come avrebbero poi ragionato i giovani leoni francesi, molto più giovani di lui in termini angarafici e soprattutto in termini di evoluzione dell’alpinismo
E’ ovvio che Bonacossa e anche Dubosc (torinese9 abbiano parlato con GG del Fitz: sicuramente l’idea gli è venuta da lì. Sulla parte finale non concordo, la caparbietà di Gervasutti nell’allenarsi tutta l’estate sul granito del Bianco, senza quasi tornare a valle dal rifugio Torino, è anomala rispetto alle sue abitudini, specie degli anni immediatamente precedenti. In più quell’estate ha compiuto sostanzialmente delle ripetizioni, anche di rilievo (es Pilier Boccalatte al Tacul, Grand Capucin, 3 ascensione assoluta) e non si è invece concentrato su problemi di alto profilo ancora da risolvere. Il primo di questi sarebbe stato il Piler Gervasutti, ma parliamo di metà settembre. Quindi nell’estate 1946 c’è stata da parte di GG una “focalizzazione” nell’allenamento che io interpreto come la determinazione di un atleta che si sta preparando per un impegno importante come le Olimpiadi.
Crovella. Certamente Gervasutti era “sbilanciato verso il futuro”; così come lo erano, suppongo, Terray e Magnone. A mio modo di vedere, “anni luce” in anticipo sui tempi sono Mummery che va al Nanga Parbat nel 1895, o Tilman che nel 1936 sale con Odell il Nanda Devi, in stile leggero e senza ossigeno. Gervasutti che pensa al Fitz Roy nel 1946 mi pare non così “in anticipo sui tempi”, tutto qui. L’idea di tentare il Fitz Roy era perfettamente in linea con lo spirito e le potenzialità dell’alpinismo dell’immediato dopoguerra. Ed è un po’ difficile confrontare un progetto, che è rimasto tale e di cui non sappiamo quasi nulla (tanto per dirne una, non credo che GG pensasse di andarci da solo, in Patagonia; a quali compagni pensava, e quanto più giovani di lui?) con una realizzazione di cui sappiamo quasi tutto. Ma capisco che rischia di diventare una questione di lana caprina.
Circa le mire di Gervasutti sul Fitz Roy (invece di discutere del sesso degli angeli e delle sue frequentazioni, cardine o no, della borghesia sabauda) mi permetto di aggiungere ai numerosi commenti, che i 4 componenti della spedizione Bonacossa del ’37: Dubosc, Castiglioni e Gilberti, avranno sicuramente relazionato ad altri alpinisti le loro impressioni.
Non dimentichiamo che l’ascesa dell’inviolato Fitz Roy era negli obiettivi del Salesiano De Agostini che, secondo il colono locale di origine danese Andreas Madsen, avrebbe rappresentato una profanazione a quel tempio degli dei dei Teuelches che lo chiamavano Chaltén, ovvero “montagna che fuma” credendolo erroneamente un vulcano. De Agostini fu il primo alpinista a diffondere in Italia l’idea che il Fitz Roy potesse essere salito.
Dal loro punto massimo raggiunto, gli integranti della spedizione Bonacossa, hanno capito che si poteva salire disponendo di capacità che sicuramente Gervasutti aveva. Ne avranno parlato e da fuoriclasse quale Gervasutti era, avrà fatto due più due e avendo salito la est delle Jorasses, credette possibile il Fitz!
Non saprei, a differenza di Crovella, se le salite dell’ultima estate del Fortissimo fossero da lui pensate come propedeutiche al Colosso patagonico, perché un alpinista scala per il piacere di farlo mentre lo fa. Ed è normale salire vie sempre più difficili. Fin che si può.
Evidentemente io non ero vivente negli anni di GG e neppure subito dopo il suo incidente. Presumo che ne parlassero in primis gli Accademici, sapere se si trattasse di Tizio o caio o Sempronio ma che rilievo fa? Chabod di sicuro e ne ha lasciato traccia scritta, ma probabilmente tutti gli accademici ne parlavano liberamente in sede al CAI Torino, per cui la voce si è propagata. Ovvio che a ogni giro generazionale si sia progressivamente insabbiata e arrivata alla mia generazione quasi nessuno ne era al corrente. Quando men ne sono imbattuto, ho contattato le persone che, anagraficamente, erano più vicine all’origine della notizia e da lì è emerso quello che si sa del progetto. Nel frattempo anche questi individui non ci sono più: per fortuna quindi che ne abbiamo lasciato traccia scritta, almeno resta in memoria. Ma, come ho anticipato, la notizia è ripresta anche da altri storici nostri contemporanei. Per dare soddisfazione a tutte le tue curiosità dovresti leggere i saggi su GG: se non ti va di leggere i testi scritti da me, ti suggerisco quello bellissimo di Enrico Camanni, intitolato “Il desiderio di infinito”. Troverai sicuramente soddisfazione a tutte le tue curiosità, anche e soprattutto sull’inserimento di GG nella comunità torinese.
Crovella #48
Semplice curiosità.
Visto che, mea culpa, non avevo mai sentito parlare di questo progetto di GG volevo semplicemente documentarmi.
Non mi sembra che la mia domanda fosse inopportuna: hai parlato di “diverse testimonianze”, quindi ero semplicemente curioso di sapere di chi si trattasse (ma, a latere, la mia curiosità è comunque rimasta insoddisfatta).
Battimelli: mi permetto di suggerirti di rileggere l’inizio dell’articolo, perché ho descritto come mai io ritengo che GG fosse sbilanciato verso il futuro e l’obiettivo del Fritz Roy ne costituisce una delle tante prove. La generazione di alpinisti francesi che conquistato il Fitz Roy (potendo disporre peraltro di una spedizione molto più complessa e organizzata di quella che poteva permettersi GG) era successiva di “anni luce” (storicamente parlando) a GG, il quale va considerato una espressione dell’alpinismo d’anteguerra. Per tanto ci sta che i 5-6 anni di differenza rispetto ai francesi possono essere considerati quasi un abisso sul piano ideologico.
@45 Se ne parlava nell’ambiente e se ne è continuato a parlare anche dopo l’incidente, le testimonianze sono quindi traslate, oralmente, di generazione in generazione, e sono riuscito a raccoglierle le code intervistando personaggi che, nel frattempo, ci hanno salutato.. L’esistenza di tale progetto è assodata e recepita anche da altri storici nostri contemporanei. Ma che motivazione c’è in questo intestardirsi su piccolezze insignificanti, questo vivisezionare ogni minima frase, aggettivo, affermazione… L’obiettivo è evidentemente altro, di astio personale, non mi tange, ma non credo che sia utile al dibattito su GG
@ Bobby: “se GG avesse avuto in programma il Fitz Roy sarebbe stata un’idea in anticipo sui tempi.”
Sarebbe stata comunque un progetto ambizioso e importante, ma non così tanto “in anticipo sui tempi”. Il Fitz Roy è stato salito nel 1952; i tempi erano maturi, direi.
Beh… non ho mica detto che l’intera vita torinese ruotasse esclusivamente intorno a Gervasutti! Dai, su, Ho detto che GG era un ricercato ospite negli eventi delle famiglie altolocate, che quasi se lo strappavano l’un l’altra come ospite della serata, per cui GG non era uno anonimo sconosciuto, neppure a chi non praticava l’alpinismo… Quasi tutti a Torino sapevano chi fosse. Conoscere le prassi sociali sabaude è importante in questo senso: per uno venuto da una piccola cittadina della bassa friulana, entrare in nel “giro bene” torinese non era facile allora, come non sarebbe facile neppure oggi (stupisce che ve lo debba spiegare, specie se siete residenti a To). Se GG c’è riuscito, è stato sia merito suo che conseguenza del meccanismo descritto nell’articolo, ma ciò che rileva ora è che, una volta inserito nel giro bene, GG non andava certo a fare “tappezzeria”: il suo carisma ne faceva un ospite importante e un personaggio molto conosciuto in città anche da non alpinisti. Sia chiaro: tutto ciò non ha niente a che fare con il suo talento alpinistico, semmai ne è una conseguenza. Cioè non è che, poiché entrato nella crème, allora arrampicava “meglio”. Piuttosto vale un altro meccanismo: grazie al suo carisma, con l’aggiunta di notevoli pennellate di eroismo per le sue imprese alpinistiche, era molto inserito nella comunità cittadina e di conseguenza conosciuto pressoché da tutti anche dai non alpinisti.
Quali altri “coevi” di GG, oltre a Chabod, hanno testimoniato che GG coltivasse questo obiettivo?
Sulla adombrata presunta omosessualità di Gerasutti mi viene da dire che non basta di certo la mancanza di relazioni stabili eterosessuali per affibbiare tale patente. In ogni caso, se anche fosse stato così non vedo cosa c’entri o possa influenzare la valutazione umana e storica di Gervasutti come persona e alpinista.
Sul fatto che Gervasutti fosse un protagonista imprescindibile della vita sociale dell’alta borghesia torinese nutro anche io qualche perplessità, ma è mia opinione personale da torinese non certo degli ultimi secondi.
P.s. Si stima che circa il 5% della popolazione italiana sia omosessuale o bisessuale. Ne consegue che almeno due persone che scrivono sul blog apaprtengano alla comunità gay. Che famo? Giudichiamo quello che scrivono o le loro preferenze sessuali?
P.p.s. Io fino ai 26 anni avevo in testa solo l’alpinismo e il pensiero che una relazione fissa mi allontanasse nei we dalla montagna mi faceva fuggire a gembe levate.
Crovella #41, nessuna polemica da parte mia.
Vorrei solo capire perché hai definito Gervasutti “un personaggio cardine della vita cittadina”.
Se la motivazione è soltanto che
allora a mio modestissimo parere la definizione di “personaggio cardine” è eccessiva.
Ho letto qualche resoconto della spedizione di Maestri ed Egger al Torre nel 1959 , se GG avesse avuto in programma il Fitz Roy sarebbe stata un’idea in anticipo sui tempi.
La risposta al 35 è contenuta nel finale del 38. Ripeto (35): o non sei proprio di Torino e quindi “non capisci” cosa significhi tutto ciò o , se risiedi, ci sei arrivato 10 secondi fa da Marte. Inoltre stiamo parlando della Torino di circa 100 anni fa: essere un ricercato invitato nei salotti bene è dimostrazione dell’importanza di GG nel tessuto comunitario cittadino. L’alpinismo era un’attività da ricchi e da persone intellettualmente “sofisticati”, in più GG era su un piedistallo, grazie alle sue performance. Quasi tutte le famiglie bene di Torino avevano componenti che andavano in montagna (chi meglio chi meno bene..) e il mix di tutto ciò era la miscela dell’importanza di GG, che si aggiungeva il suo savoir faire, il carisma, la conversazione sciolta ecc ecc ecc. Nel “giro” torinese, non solo alpinistico, tutti sapevano chi fosse Gervasutti e tutti facevano a gare ad averlo come invitato nelle proprie riunioni mondane. Più che ripetere che era un invitato sistematico e molto ricercato nel salotti bene di Torino non vedo cosa altro si possa dire. Cmq la polemica è faziosa e priva di reale importanza. Circa la spedizione al Fitz Roy non sono emersi per ora riscontri su programmi organizzativi, probabilmente GG ci avrebbe pensato dopo l’estate 1946. Sappiamo però che egli coltivava questo obiettivo da diverse testimonianze di suoi coevi, fra cui quella di Renato Chabod. Inoltre la caparbietà di GG nell’allenamento in quota per tutta quell’estate corrobora tale convinzione
E i “Pell e Oss” di Monza, anche loro non frequentavano la crème, quanto piuttosto sporcarsi le mani di olio e morca nelle officine.
Meno validi anche loro?
E poi…la “creme”, se fatta bene è bona.
A me il pezzo è piaciuto. Ho anche partecipato ad una serata in cui l’autore ha parlato del “Fortissimo” con molti contenuti che si ritrovano nell’articolo. La sala era piena all’inverosimile e faceva un caldo boia ma sono rimasti tutti fino alla fine. Evidentemente GG continua a piacere ed a interessare, in particolare a Torino.
Per quanto riguarda le frequentazioni della buona società torinese del tempo, mi vien da dire che all’epoca era abbastanza facile che ció accadesse considerando che l’alpinismo era attività per ricchi. Certo, per frequentare i salotti devi anche avere qualcosa da dire (e sembra che Giusto ne avesse ..), ma l’alpinismo al livello eccelso di Gervasutti certamente aiutava ad aprire le porte di quei salotti.
Una cosa che mi ha incuriosito, e di cui non sapevo niente, è la fantomatica spedizione in Patagonia che Gervasutti stava pianificando.
Chiedo quindi a Crovella se è possibile capire, dai documenti disponibili, quanto la pianificazione fosse avanzata: come Gervasutti intendesse raccogliere i fondi necessari, chi sarebbero stati gli eventuali compagni, ecc.
Mah gervasutti è grande per me quello che ha fatto e per come raccontava la montagna, sinceramente non ritengo che essere parte della creme soprattutto in quegli anni aggiunga qualcosa al personaggio,tantomeno parlare della sua vita sentimentale..davvero poco elegante, a crovella vorrei chiedere come giudica i bergvagabunden e la sez. Hoch em por di monaco che accettavano solo non laureati e pezzenti…gente come solleder o heckmairl sono meno validi di gervasutti perche non frequentavano la creme?
Crovella #33: non c’è dubbio che Gervasutti fosse inserito nella società torinese.
Il dubbio verte sul fatto che tu lo definisci “un personaggio cardine della vita cittadina”, senza portare alcun elemento a supporto.
“Personaggio cardine” ha un significato preciso, e NON è quello di una persona che semplicemente partecipa alla vita cittadina.
Quindi, se effettivamente era un “cardine”, allora facci capire perché lo era: nel tuo testo manca qualsiasi elemento che possa spiegarlo.
Mi spiace moltissimo che Vise si sia annoiato alla mia conferenza primaverile di Cervignano. Non tutti i gusti sono alla mente, diciamo a Torino, e ci sta che qualcuno non apprezzi ciò che invece ha suscitato molto interesse e ampi complimenti da parte anche dei suoi conterranei. Non è invece comprensibile l’acrimonia per la mancanza di più approfondita citazione del film di Gregorio. Se la questione è “formale” (cioè citazione in calce della fonte ecc), va sottolineato che né le conferenze orali su Gervasutti né questa sede (blog) sono il contesto in cui sia obbligatorio citare la bibliografia e la filmografia (cosa che allora andrebbe fatta per tutti gli autori e i testi). In altre sedi, dove deontologicamente ciò è richiesto, ho regolarmente adempiuto a questo “dovere”: se ti procuri (come ti invito) il catalogo della Mostra del Museo Montagna, troverai che, nei miei contributi, dove ci sono le citazioni, esse sono documentate per esteso, compreso il film in questione. Allo stato attuale, sia questa querelle è più che altro la strumentalizzazione per esprimere un astila cui causa non è chiara. Oltretutto il film è del 2009, al tempo ebbe l’indiscutibile merito di re-iniziare a scoperchiare la pentola su Gervasutti, ma molte “cose” sono oggi assodate se non addirittura superate dalla scoperta degli archivi di Giusto, scoperta che (come dettagliato) risale al 2015-16. Tutta la questione della morosa ri rivela oggi diversa rispetto all’intervista del film. Infine sembra che la citazione del film senza particolari osanna sia vissuta come un atto di lesa maestà: ma perchè.?
Sull’importante inserimento di Gervasutti nella comunità cittadina torinese (e non solo nell’aggregato degli appassionati di montagna) mi pare che, se siete non torinese, state parlando di una cosa che non conoscete e invece, se risiedete a Torino, date l’impressione di esserci arrivati 10 secondi fa. Torino tutta “trasuda” di Gervasutti (non solo fi lui, bensì di tutti gli Accademici del periodo che hanno profondamente segnato la vita cittadina del periodo, ma di questa compagine GG era una delle personalità di spicco): fate un salto a vedere la segnalata mostra. Basti citare quanto ho già scritto al n. 5, ovvero che il suo corteo funebre sfilò (documentato fotograficamente) nella centralissima Via Roma, con folla immensa di sconosciuti (oltre che dei rappresentanti CAI, Guide, accademici) e con la partecipazione anche dei rappresentati dell’Amministrazione comunale, evento che veniva riservato solo a personalità cittadine di rilievo (per esempio pochi anni dopo, 1949, la sfilata in Via Roma fu fatta per i giocatori del Grande Torino deceduti a Superga). Basterebbe solo questo, ma esistono anche infiniti altri aneddoti collegati al fatto che gli accademici del periodo facevano parte di quella che ho chiamato la crème cittadina e Gervasutti, per il meccanismo che ho raccontato, è riuscito a inserirsi dentro a tale spaccato socio-culturale.
Mi sembra che alcuni si lancino in tesi assai spericolate, solo sulle base di sensazioni o di stati d’animo (incomprensibilmente intrisi di astio, che riulta alla fin fne l’unico vero motore di molti interventi), senza aver compiuto nessuna analisi di testi, appunti e fotografie, nonché di quanto riportato su Gervasutti sia da suoi coetanei (Chabod e Mila su tutti) sia da altri storici del nostro tempo (Camanni). Riportate spesso opinioni strettamente personali (legittime in quanto tali, ma l’errore metodologico consiste nello spacciarle come tesi storiche assodate ecc) il tutto sulla base o della semplice lettura del solo libro di Gervasutti (che dà uno suo spaccato sbilanciato sul lato alpinistico, presumibilmente per scelta editoriale dell’autore), ma non cita quasi niente del resto della sua esistenza.
Ho sempre pensato che se ti fai i cazzi tuoi susciti invidia e maldicenze in molte persone.
Direi che leggendo la maggior parte dei commenti, sia proprio così.
Non voglio certo sminuire la statura di Gervasutti, ma mi sembra che l’autore ne sovrastimi l’importanza all’interno della società (o meglio della “crème”) torinese.
L’autore riporta che dagli appunti di Gervasutti emerge la sua partecipazione alla vita sociale torinese anche al di fuori dell’ambito strettamente alpinistico: corse dei cavalli, piscine, sci al Sestriere e al Plateau Rosa, ginnastica artistica, scherma… elementi che documentano certamente una pluralità di interessi e una frequentazione di ambienti sociali diversi da quello alpinistico.
Tuttavia, da tali frequentazioni non sembra necessariamente derivare la conclusione, formulata dall’autore, secondo cui Gervasutti sarebbe diventato “addirittura un tassello molto importante, quasi irrinunciabile” della “crème torinese”, fino a essere definito un “personaggio cardine della vita cittadina”.
Nel testo non vengono indicate le circostanze che avrebbero concretamente consentito a Gervasutti di passare dall’essere un “semplice” frequentatore di quegli ambienti a diventare un “personaggio cardine della vita cittadina”, né in cosa consistesse concretamente questa presunta centralità: quali ruoli avrebbe ricoperto negli ambienti frequentati, quali iniziative o attività avrebbero contribuito a renderlo una figura “cardine”, ecc. (si intende naturalmente al di fuori del CAI, dove la sua rilevanza è arcinota e ben documentata).
In assenza di questi elementi, le conclusioni dell’autore sembrano più un’interpretazione personale che una conclusione storicamente documentata.
La partecipazione di Gervasutti alla vita mondana e sportiva torinese non è, da sola, sufficiente a dimostrare il livello di importanza e centralità sociale che l’autore gli attribuisce.
“[…] mi pare abbastanza evidente, proprio per tutta questa storia fosse omosessuale.”
A me invece pare abbastanza evidente che tu parli per dare aria ai denti.
Anni fa, scrissi tra i commenti di un altro articolo che “Sporgendomi dalla finestra potevo vedere la casa dove Gervasutti era nato”. Ovviamente la mia era una licenza poetica, per quanto, per raggiungere quella casa, mi sarebbe bastata mezzoretta scarsa in bici.
Così a primavera, stuzzicato da qualche mio amico la bicicletta l’ho inforcata e sono andato a sentire una conferenza sul protagonista di questo articolo.
Devo ammettere di essermi annoiato, ma a parte questo, mi sono infastidito, perché veniva fatta a mio avviso confusione tra il riportare fatti e documenti (un lavoro da storico) e invece farlo romanzando e in parte interpretando, soprattutto relativamente alla parte sentimentale, aspetto, che tra l’altro dovrebbe interessarci poco, relativamente alla vita di un alpinista e invece è quella dove “molti” incuriositi si aspettano.
Anche in quel caso, il relatore, appena citava il film/documentario “Gervasutti signore delle pareti”
Leggo la frase scritta dallo stesso autore dell’articolo che nei commenti scrive:
“d film celebrativo del 2009…”
che evidentemente si riferisce al film/documentario di Giorgio Gregorio intitolato: “Giusto Gervasutti il solitario signore delle pareti”, interamente visibile al link che riporto:
https://www.youtube.com/watch?v=fsXjl9V_oAw
A questa pagina invece si può sapere di più del regista, triestino e istruttore nazionale di alpinismo
https://trentofestival.it/archivio/2010/giusto-gervasutti-il-solitario-signore-delle-pareti/
questo per maggiore completezza.
Anche perché, tra l’altro, è in questo film/documentario che il regista triestino intervista Luisa Balestrieri
Questo per un’informazione più completa.
L’autore, dice
Agiogtafia imbarazzante; quanta fretta provinciale per affibbiare fidanzate segrete – chissà per quale motivo poi non poteva averne di ufficiali – a Gervasutti quando mi pare abbastanza evidente, proprio per tutta questa storia fosse omosessuale.
Oh, finalmente una domanda che mi appassiona! Credo che si debba contestulizzare sul piano storico, cioè alla società in generale, e poi anche sul piano caratteriale e umano. In generale sono trascorsi 80-90 anni dai temi di GG e di acqua sotto ai ponti ne è transitata a vagonate: c’è stato il miracolo economico, poi il 68, poi la globalizzazione e la crisi dal 2000 in poi. Forse lo stesso Gervasutti, nella società di oggi, non rifulgerebbe della stessa luce, xke’ i tempi sono troppo cambiati. Inoltre c’è una variabile caratteriale che io stento a rintracciare ai nostri gg. Gervasutti emanava un carisma particolare, una leadership naturale che, così narrano, si percepiva anche in città e non solo in parete. Ho percepito analoghi caratteri in alpinisti fino ai primi anni 90, poi sinceramente da allora non li vedo piu: magari mi si è peggiorata irreversibilmente la vista!
Gervasutti ai miei occhi era decisamente un grandissimo esteta e “bon vivant” sicuramente ossessionato positivamente da quel fuoco che spesso l’alpinismo può accendere in un uomo.
Era elegante, frequentava la buona società, era bello ed affabile conversatore e, nel pieno di un conflitto mondiale (cosa che mi ha sempre colpito), invece di schierarsi o attivarsi, si occupava soltanto del “suo” alpinismo inseguendo solo e soltanto i “suoi” personalissimi sogni pur mantenendo un posto di lavoro e quindi un ruolo nella società.
Aveva capito tutto (secondo me si) o non aveva capito nulla ed era semplicemente uno stronzo egoista?
Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Carlo e che direbbe se un alpinista dí punta oggi facesse quella vita (ovviamente ne esistono e non sono necessariamente professionisti).
Sarebbe un mito com’è Gervasutti o un qualunquista che si può permettere quella vita senza dare il minimo contributo alla società?
O forse la società ha bisogno anche di esempi simili per continuare a sognare una realtà diversa?
Fra l’altro per pianificare un suicidio , bisogna cercare di ammazzarsi davvero , non di farsi malissimo.
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Se quella doppia non si fosse impigliata, Gervasutti si sarebbe ucciso in qualche altro modo ?
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Comici potrebbe avere scelto di morire simulando la rottura di un cordino marcio a 20 metri da terra in mezzo agli amici ?
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E Castiglioni ?
Avrebbe progettato una morte che prevedeva di risalire per due ore la valle del Forno invernale , fino al sopraggiungere della morte per assideramento ?
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Penso che esistano morti piu’ rapide e sicure.
A meno che non si voglia considerare ogni Alpinista un potenziale suicida (ma è un altro discorso) come peraltro accade in altre attività umane pericolose del tempo libero non ci vedo un suicidio nel tentare slegato di liberare una corda doppia incastrata e sotto gli occhi del compagno Gagliardone pergiunta! …più che altro una ineffabile cazzata questo si ma a chi non è capitato di farne? Poi ognuno è liberissimo di pensarla e scriverla come vuole e magari ha anche un senso…visto il ’46 come un anno non proprio da extraeuropee e qualsiasi impresa sarebbe passata credo quasi inosservata viste le priorità del Paese…ma anche questo è un altro discorso.
Bobby secondo me Hemming e Gervasutti sono lontani anni luce. Non anni temporali, ma come mentalità. Hemming era un figlio dei fiori californiano, un hippy. Era si un forte alpinista ma sopratutto era un gran secondo di cordata. Gervasutti era un grande e completo alpinista, un forte arrampicatore e soprattutto un primo di cordata. Hemming s’è sparato quindi ha sicuramente cercato la morte. Gervasutti non credo proprio abbia cercato la morte in montagna. Chi realizza una salita del livello della est del Grandes Jorasses non cerca la morte in montagna. Poi tutto può succedere, infatti esiste anche la sfiga, o semplicemente un errore.
@ Benassi
Pero’ la parola “depresso” mica e’ un insulto come una volta usavano i bambini con termini tipo : “mongolo”.
Un depresso spesso e volentieri ha una intelligenza viva , ma purtroppo ha lenti scure cucite sugli occhi , per lunghi periodi o ininterrottamente.
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Solo pensare a Pavese , che forse era clinicamente depresso , ma anche uno dei piu’ grandi scrittori che ho letto.
Io non penso che Gervasutti abbia cercato la morte in montagna per una vita che sentiva fallimentare , ma potrebbe essere che fosse depresso.
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Personalmente apprezzo la visione della vita intimista di un alpinista quasi quanto le relazioni e le imprese sui monti.
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Lo stesso Hemming poteva sembrare di tutto , ma certo nei giorni grandi a Chamonix , pochi pensavano che la sua vita sarebbe finita a 35 anni con una canna di pistola puntata in testa.
Ma pensate che i soli depressi siano quelli che non sanno stare lontani dalle montagne?
E che dire dei fanatici del lavoro, che sacrificano tutto: amicizie, amori, famiglia per il solo lavoro. Che oltre al lavoro non hanno altro.
Che dire di quelli che sono dei fanatici politici e religiosi che sono disposti a tutto per affermarsi?
Che dire di quelli che fanno ore di fila per un krafen alla crema sotto il sole.
Quelli non sono dei disadattati depressi? Oltre tutto anche pericolosi per la società.
Che dire di quelli che fanno ore di fila per un krafen alla crema sotto il sole, o quelli delle foto sulle big panchine.
Questi oltre che disadattati depressi sono anche idioti.
Oppure qui genitori che al primo vagito mettono in mano al figlio il cellulare, così diventa subito un drogato, ma non rompe le palle.
@16
Centra perche c’è chi vuole a tutti i costi la Ferrari, disposto a indebitarsi, e la usa come distintivo sociale. E chi si accontenta di una utilitaria perche della Ferrari, pur potendosela permettere, non gli frega nulla.
Come quelli pieni di soldi che gli escono dalle orecchie , ma continuano a farne. E per questo son disposti a tutto.
Come ho gia scritto non siamo tutti uguali.
E sicuramente Gervasutti era uno molto diverso dalla media. Aveva un bisogno continuo di correre sempre verso l’ignoto, di mettersi alla prova. Perche il traguardo raggiunto per lui era una delusione, la fine di un sogno.
#14
Su Castiglioni la penso allo stesso modo. Era un uomo molto solo che a Milano faticava a vivere (gli avevano trovato un lavoro – autore di guide TCI – che sembra più che altro un modo per tenersi impegnato). Visse perfino la Resistenza come un’impresa solitaria e morì facendo una cosa assurda, passare mezzo nudo a 2800 metri in una notte d’inverno. Pure lui non aveva voglia di invecchiare.
Mi scusi Signor Benassi ma questo con la crème non c’entra poco o nulla…
#12
Strana l’idea che un alpinista lontano dalle montagne sia disadattato e depresso? Sarà erronea, ma non certo originale. Ho letto Gervasutti e più di altri mi ha lasciato il sentimento di una “vita in pianura” difficile da sopportare, una vita che diventa autentica solo in montagna.
A me invece sembra strano che un uomo di 37 anni, con tanta energia e carattere, non avesse mai avuto un amore né sembrasse desiderarlo. Lo scapolone non l’ho mai ben capito, mi è sempre sembrato un infelice per vocazione (che era quello che dicevano gli amici di Pavese). Mi chiedo come sarebbe stata la vita di Gervasutti a 50 o 60 anni, sospetto che non avesse proprio voglia di scoprirlo.
Sono in ogni caso esercizi di comprensione dell’animo umano, forse ognuno di noi usa quello che sa di sé. Rileggerò Chabod che per altro ebbe una vita molto diversa.
Lo stesso Castiglioni , morto al passo del Muretto mentre mezzo nudo scappava da un carcere svizzero , tutto sembra tranne un suicida.
@11 Non mi avventuro a traslare qui una tesi non mia e validamente espressa nel libro La stagione degli Eroi, che ti invito a leggere. Nel libro trattasi di un’ipotesi non limitata al solo Gervasutti, ma estesa ai tre (Gervasutti, Comici, Castiglioni) le cui dinamiche dell’episodio finale sono molto diverse fra loro, ma che potrebbero avere “a monte” delle cause psicologiche simili o almeno confrontabili, in termini di “distrazioni” incomprensibili rispetto alla loro esperienza alpinistica A mio modestissimo parere il timing per Gervasutti non è di questo tipo perché nell’estate 1946 egli era caparbiamente concentrato sulla preparazione per il Cerro Torre. Stupisce che, con tale obiettivo nel mirino, si possa esser scatenata una crisi depressiva o quanto meno motivazionale. Forse forse (ma dico “forse”), una crisi depressiva avrebbe potuto emerge “dopo” la spedizione, ma “prima” mi pare irrealistico: l’idea della spedizione era da sola un motore che lo animava quotidianamente… Cmq con i se e con i ma non si fa la storia…
@8 Sei entrato in una questione di lana caprina. Un conto è disporre della possibilità ideale di sognare ecc ecc… un altro è essere o sentirsi vuoto, essere o sentirsi inutile e quindi depresso. in tutta sincerità ti dico che la tua convinzione che l’esistenza di GG, oltre alla montagna, fosse compeetamente inconsistente è sbagliata, nel senso che non corrisponde alla realtà. Forse ti converrebbe leggere l’apposito capito (Il Fortissimo) che Renato Chabod ha dedicato a GG nel libro La cima di Entrelor. Chabod l’ha conosciuto direttamente e ha condiviso con GG moltissime giornate di montagna e non solo. Forse non ti nuocerebbe neppure leggere il catalogo della Mostra ancora aperta al Museo (vedi didascalia dell’ultima foto), catalogo che ha numerosi contributi di elevato interesse. Personalmente, in decenni e decenni, di cose “strane” su Gervasutti ne ho lette a vagonate, ma ti confido che di così “strane” come la tua finora non mi era mai capitato. Si vede che tutto è relativo…
@3
Una tesi suggestiva , quella del “suicide by climb” ma secondo me non vera , peggio ancora se gli accostiamo nel destino suicida un Comici.
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Della malinconia di Cesare Pavese sappiamo molto , e’ possibile che anche Giusto fosse stato investito dal “male di vivere” senza che ci fosse altrettanta diffusione di questo fatto.
Gli alpinisti suicidi non sono una novita’ , ma ai tempi del “fortissimo” questi tratti personali venivano omessi.
@ 9
Semplicemente perchè non siamo tutti uguali.
C’e chi le vie si accontenta di ripeterle. C’è chi invece ha bisogno di aprirne di sue, di esplorare se stesso e quello che lo cir conda, Gervasutti era uno di questi.
Mi piacerebbe sapere perchè una persona debba ritenersi fortunato ad entrare nella ” creme” …a qualcuno può bastare leggere un libro e passeggiare per un bosco senza piscine o corse di cavalli…
#6
Non faccio psicanalisi spicciola. Fu Gervasutti a scrivere: Se mi fosse dato di vivere senza la possibilità di sognare e di lottare per un sogno, bello quanto inutile, sarei un uomo finito.
E sappiamo che, fuori dall’alpinismo, di sogni non ne aveva. Non la famiglia, non il lavoro, non l’arte o la cultura o la politica, non qualsiasi altro progetto di vita. Per cui quella frase significa: Senza l’alpinismo io sono morto.
E sì che ce ne sarebbe da sognare nel 1946! L’Italia in pieno fermento post Liberazione, una società da ricostruire e mille nuove idee, progetti culturali, avventure collettive. Ma tu decidi di starne fuori e passi l’estate a scalare sul Bianco praticamente da solo. Forse sognando la Patagonia (a me sembra un po’ una chimera). O forse con addosso il senso di una fine. Hai già pubblicato la tua autobiografia, ti senti già un ex, il futuro non ti appartiene.
Non sto sostenendo che il 16 settembre lui si lasci cadere, ma credo che a volte il piede scivoli o la mano perda l’appiglio quando dentro qualcosa sta cedendo, o ha già ceduto. Se pensa a cosa farà domani, al Fortissimo tremano le gambe. Niente più sogni, uomo finito. Per altro è come ha sempre pensato di morire.
Riconosco che, da torinese DOC quale sono, trovo stuzzicante (anche se azzardato) il parallelismo con Cesare Pavese, ma è doveroso precisare che in Gervasutti manca totalmente ogni riferimento alla malinconia di fondo (“il male di vivere”) dello scrittore suicida. È vero che qualche raro momento melanconico si incontra anche negli appunti privati di Giusto, così come emerge la famosa delusione provata in vetta alle Jorasses, dopo la mirabile salita della Est (finale del suo libro), ma non sono elementi assolutamente confrontabili con le sistematiche e amare riflessioni di Pavese. Meno che mai vi sono, in Gervasutti, i prerequisiti per lo sconfinamento nell’imbottirsi di barbiturici o situazioni del genere… Forse ci può stare (e mi riallaccio al punto precedente) che Gervasutti, avendo trascorso i 15 anni più rilevanti della sua vita a Torino ed essendo pienamente “immerso” nella comunità torinese, ne abbia introitato lo spirito gozzaniano della serie “non amo che le rose che non colsi”, che in effetti è un nostro tipico timbro, ma contemporaneamente è anche il volano che ci sprona quotidianamente a fare sempre di più e, soprattutto, a fare sempre meglio, corroborando la nostra ben nota concretezza operativa. È chiaro che questo approccio alla concretezza di vita si sia ben innestato in Gervasutti anche per l’analogo spirito friulano che gli si agitava nel sangue fin dalla nascita. Però sta di fatto che questo è il timbro di base di Gervasutti e non quella pavesiano.
@3 Suggestiva contro interpretazione, specie nella conclusione, peraltro storicamente non una novità assoluta, in quanto già anticipata, in forma di ipotetico “suicidio strisciante”, che potrebbe aver accomunato in tale destino Gervasutti, Comici e Castiglioni, nel libro La stagione degli eroi, edito nella collana I Licheni, Vivalda Editori, 1994. Peccato che a sostegno di tale contro interpretazione non risultino numerose ed esplicite “pezze giustificative”, se non quelle annidate nella sensibilità del lettore in questione. Mentre le pezze giustificative sullo stile di vita descritto nell’articolo sono all’ordine del giorno negli archivi di Gervasutti… CONT
@4 Massimo Mila, nel necrologio di Gervasutti pubblicato sull’Unità di inizio ottobre 1946 (e poco dopo ripreso sulla Rivista del CAI), scrive esplicitamente il nostro Gervasutti..
Evidentemente il concetto che Gervasutti appartenga alla “nostra” storia è profondamente radicato nella tradizione torinese. In effetti, come argomentato nell’articolo, Gervasutti si è felicemente inserito nell’intera comunità cittadina e non solo nello specifico ambiente degli alpinisti. Al corteo funebre, che sfilò per la centralissima Via Roma (eventualità riservata solo a personaggi di rilievo), erano presenti anche i rappresentati dell’Amministrazione comunale, a dimostrazione che Gervasutti era considerato un personaggio importante per tutta la Città di Torino e non solo per gli appassionati di montagna. Ha quindi fondamento storico utilizzare l’aggettivo “nostro/a”
Un minuscolo appunto stilistico: se l’articolo è rivolto a un pubblico non esclusivamente torinese, quel “nostra città” stona (e suona piuttosto provinciale).
Più che una biografia, un “mi piace immaginarlo così”. Chissà poi cosa entra di noi, in questi ritratti sentimentali.
Un altro potrebbe descriverlo come un uomo che viveva coi genitori, lavorava in banca, aveva una ragazza ma non la voleva sposare, dedicava tutto il suo tempo libero alla montagna. Aveva attraversato il fascismo restando, come tanti, né di qua né di là, e anche durante la Resistenza preferì andarsene a scalare. Difficile immaginare quale futuro vedesse per sé, dopo le montagne.
A me ha sempre ricordato un Cesare Pavese delle cime. Sarà anche per Moby Dick, o per quel Banco di Roma – Hotel Roma in cui imbottirsi di barbiturici… Forse quel giorno sul Bianco, pubblicata la biografia, finita l’estate, a 37 anni e con davanti il baratro del nulla, era proprio il momento giusto per sparire.
@1 Il tema della “presunta morosa” di Gervasutti (Maria Luisa Balestreri) non è stato qui volutamente trattato perché, essendo troppo specifico e molto complesso da spiegare in tutte le sue pieghe, fuoriesce dall’argomento dell’articolo, ma è dettagliatamente analizzato all’interno di un mio contributo pubblicato nel catalogo della mostra del Museo (vedi didascalia ultima foto). In tale contributo spero di aver fatto finalmente chiarezza anche su questo particolare aspetto, sul quale molto si è ricamato nel corso degli ultimi decenni (dalla celebre intervista delle Balestreri, ormai ottuagenaria, nel film d celebrativo del 2009). Invito gli interessati alla lettura di tale mio testo (catalogo del Museo), dove spiego che il profondissimo affetto fra i due non è presumibilmente sconfinato in quella che noi consideriamo una relazione sentimentale, meno che mai in un “fidanzamento” ufficiale.
Una precisazione per quanto riguarda le compagnie femminili. Per un periodo ebbe una relazione o fu addirittura fidanzato con Maria Luisa Balestreri, la figlia del Presidente del CAAI morto nel 1933 cadendo in un crepaccio.