L’ultima curva

L’ultima curva
di Erri De Luca
(pubblicato su Alp n. 105 del gennaio 1994 – poi ripreso in In alto a sinistra, Feltrinelli, 2014)

Quando si è giovani e si ha circa la stessa età del secolo in cui è dato vivere, si prova una vertigine feconda: che su di noi si impianti l’ansia di intraprendere, che a noi spetti esordio di quanto le tre generazioni successive eseguiranno nel secolo. Ci si sente pionieri del proprio tempo, si diventa guerrieri, alpinisti, poeti dimentichi di ogni provenienza, figli di un anno zero, come accadde ai dispersi di Babele che inventarono lingue all’ombra di una torre. Mi sentii parte di un’umanità esordiente e questo è tutto quanto avevo da premettere al fatto che racconto.

Eravamo saliti da pochi giorni e non ci eravamo ancora abituati a quello splendore. Arrivano inverni in montagna in cui si infila anche un mese di belle giornate tutte di seguito. Il ghiacciaio della Lobbia imbruniva di riflesso la nostra pelle, il gelo notturno ci faceva sanguinare il naso e ci brillavano gli occhi. La roccia granulosa di Adamello scricchiolava sotto i nostri scarponi nei camminamenti.

Anche da noi ci sono montagne, ma queste erano belle in modo più solenne e spazioso. Respiravamo aria larga anche perché eravamo in molti a star sotto i vent’anni lassù, lontano dai nostri luoghi e a condividere tutto. Quello che ci capitò di vedere uno di quei primi mattini non era mai successo prima e non si sarebbe più ripetuto. Si era appena alzata la nebbia dal campo d’orizzonte quando li vedemmo: un’intera compagnia alpina si precipitava in discesa con gli sci ai piedi lungo un fianco del ghiacciaio. Tutti vestiti di bianco avrebbero dovuto confondersi con il fondale e invece spiccavano abbaglianti sotto il primo sole del mattino a motivo delle loro nere ombre lunghe, scroscio di virgole sopra un foglio vuoto. Le loro curve sul taglio degli sci alzavano la coda frusciante di una cometa.

Potevamo sentirla sfilare nel silenzio imbottito della montagna. «Questo è il fotogramma negativo di una notte di stelle cadenti»: il mio temperamento visionario mi dette subito sui nervi. Non era quello il luogo e il momento di prendere appunti per fare dei versi.

Scendevano veloci, centinaia di scie bianche si avvicinavano al nostro rifugio, perdendo quota. Restammo fermi, zitti a guardare pensando che erano pazzi, poi che stavano rappresentando uno spettacolo, poi che ognuno di noi avrebbe voluto per meno di un minuto essere con loro. Per quel poco di tempo, non per il seguito ognuno di noi provò attrazione.

Pensai i pensieri di uno di loro. «Bella l’ultima curva, ho scaricato bene il peso sui talloni lasciandoli andare verso valle. Ho imparato in fretta a correre con le zavorre addosso. Sì, zavorre, quando scendo in neve fresca risento inutili le armi che porto, soma che hanno caricato sui miei anni per il solo torto che sono pochi ma sufficienti a essere rischiati. Vorrei scendere un giorno con gli sci senz’altro peso addosso che il vento, senz’altro scopo che il correre. È stata bella l’ultima curva. Vorrei lasciare sulla neve un solco perfetto che non venga più ricoperto dall’inverno, lasciare dietro una traccia di cui essere fiero. Invece mi calpesta il solco il passaggio dei miei molti compagni che corrono con me come un temporale, a dirotto».

L’attesa del loro arrivo fu fredda di nervi ma febbrile di immagini negli occhi: vidi oltre di loro un lago che si increspa e frigge di creste bianche; vidi quello che succede alla brace quando la si agita con il ferro nel camino; vidi la forma compatta della polenta quando la si copre di formaggio grattato. Queste visioni ebbero tutto il tempo di emergere e succedere l’una nell’altra, mentre le nominavo a mente: vento, spargimenti, saliva in bocca.

Vennero i pensieri di un altro di loro. «Vorrei non aver traccia dietro, essere sempre più leggero e in fondo al pendio non risalire il versante opposto, ma scartare di lato e spiccare salto verso Val di Sole, valle col nome più bello della terra. Lasciammo orme di piedi nudi una notte di festa sulla rena del Piave e al mattino non c’erano più, quando la portai a casa. Ho appena disegnato con gli sci la curva commuovente del suo polso. Vorrei che mi vedesse e che andasse dai miei a raccontare che scendevo a sci ben uniti, per una gara non per una guerra. E se cado, vorrei che dicesse che mi ha visto fare una capriola finendo faccia al cielo».

Il sole li tagliava in due, li raddoppiava di un’ala nera che li inseguiva e voleva saltare addosso a loro. In fondo al pendio, per un cambio d’angolo tra il sole, il suolo e la nostra visuale, non ebbero più ombra. A quel punto il primo di essi cadde. Ruzzolò nella neve e la montagna intera passò dal silenzio compatto, rigato solo dal loro fruscio, al fragore di una festa di paese. Da tutti i punti della nostra posizione avevamo aperto il fuoco. Caddero appallottolandosi in bozzoli di neve, in pagine accartocciate. Non c’erano ombre né ripari sotto il nostro tiro, solo bianco su bianco, nemmeno il sangue riusciva a scolorarlo. La neve, il ghiaccio l’assorbiva tutto, per pura sete.

Sentivamo su di noi il solletico del sole, ardeva dalle nostre canne il fumo della polvere da sparo, profumo che saliva dritto alle narici e al cielo come lo sbuffo di una caffettiera, come incenso. Come, come: i cattivi poeti sono pieni di “come”, abbacinati dalle somiglianze. lo, giovane poeta austriaco di quasi vent’anni sparavo contro tutto quel bianco senza ombre. Miravo così anche al tirassegno del Prater.

Aver imparato a sciare, aver goduto delie prime destrezze in piena velocità nelle belle giornate trascorse a mettere a frutto quell’abilità; aver compreso attraverso il corpo il difficile equilibrio di curve strette e vicine, aver legato ai piedi con cura dei legni lisci con la prua stondata; aver messo insieme tutto questo in pochi anni arruffati di crescite e poi scendere un giorno con tutto quel valore in sé lungo un pendio, per andare a sfracellarsi contro i nostri sassolini di piombo. Bisogna aver molto amato la montagna per potersi trovare in un mattino di sole in cima a una discesa e aver pensato: «Non mi importa di morire là sotto in neve fresca, con i miei sci, col vento contro il fiato e i sassolini in corpo». Non un generale, non certo un uomo esperto dì guerra aveva stabilito quel piano. Nessuno stratega avrebbe disposto un attacco frontale in campo aperto, in pieno giorno e senza copertura dì artiglieria. Solo un regista onnipotente, per folgorazione estetica, poteva mettere su bianco quei soldatini e scolarli da un monte per vederli disfatti contro i nostri fucili. Ero poeta, guerriero e alpinista di un secolo nuovo che grondava sangue fin sulle cime dei monti, dove nessuno ne aveva sparso prima. Era facile sentirsi primizia, frutto staccato verde. A noi spettava inaugurare avventi, presiedere crolli, compreso quello della nostra patria.

Fino all’ultimo continuarono ad avanzare verso di noi, non riuscì a essere mai un avanzare contro. Non ne scampò nessuno, perdite nostre: zero. Quello fu l’unico attacco in massa condotto sci ai piedi in tutta quella guerra di fanterie assiderate.

Quella notte scrissi dei versi per le nevi bianche assetate, come le pagine dei poeti.

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L’ultima curva ultima modifica: 2020-04-08T05:41:39+02:00 da GognaBlog

5 pensieri su “L’ultima curva”

  1. 5
    grazia says:

    Molto emozionante, come moltissimi scritti di Erri De Luca che vanno assaporati lentamente per riuscire a far parte dell’immaginario dell’autore e tentare di farlo proprio.
    Non credo sia un caso che la redazione abbia scelto proprio questo racconto.
    ”Sulle tracce di Nives” è l’ultimo suo libro che ho letto e l’ho già ripercorso diverse volte. 
    Vi auguro una giornata pura come le nevi scintillanti dell’abito da sposa di Donna Etna.

  2. 4
    Paolo Gallese says:

    Erri De Luca è uno dei miei scrittori preferiti. Sono contento di questa scelta. E poi anche lui è un uomo della montagna, della roccia.
    Consiglio la lettura di “Sulle tracce di Nives”, una intensa e ironica “quasi intervista” della Meroi. Due modi di pensare e di esprimersi, due volti esistenziali nel loro rapporto con la montagna. Ma non solo. 

  3. 3
    Umberto Vilfredo says:

    Gli alpini sciatori sono stati inventati a cavallo delle prima guerra mondiale in particolare su iniziativa del colonnello Umberto Mautino. La capanna a lui dedicata ha recentemente compiuto 100 anni. Un modo particolare per vivere la montagna.

  4. 2
    Andrea Parmeggiani says:

    Bella, la scrittura di De Luca… cosi’ a metà strada tra la prosa e la poesia. Bravo

  5. 1

    Non fosse per l’assurdo tragico epilogo, sarebbe il racconto ideale sul fuoripista romantico e poetico. 

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