Toccando la cima principale dello Shisha Pangma 8027 m, Mario Vielmo è il primo alpinista veneto ad aver chiuso il Grande Slam, la salita dei quattordici Ottomila iniziata nel 1998 con il Dhaulagiri. Nel 2004 aveva raggiunto la cima centrale della stessa montagna con Cristina Castagna.
Mario Vielmo
(da Lonìgo – Vicenza – al quattordicesimo cielo)
di Paola Favero
(pubblicato su Le Alpi Venete, primavera-estate 2025)
Quando ho saputo che Mario Vielmo il 9 ottobre 2024 era riuscito a raggiungere la cima dello Shisha Pangma, il suo quattordicesimo 8000, sono stata davvero felice. Non solo perché Mario è un amico ed è anche l’uomo a cui devo la vita, ma perché l’ho sempre considerato un alpinista preparato, determinato, onesto nel salire la montagna, soprattutto appassionato.
Sì, perché è solo la passione, quell’inspiegabile forza che si muove tra desiderio profondo e bisogno inderogabile di salire montagne inseguendo il sogno, che lo ha sempre accompagnato e sostenuto nelle sue scalate. Senza ambizione di primati, di fama, di soldi – quelli Mario li ha soprattutto spesi per realizzare le sue spedizioni – ma solo seguendo il cuore.
Mario Vielmo ha portato a termine l’esperienza dei quattordici Ottomila seguendo un’etica ferrea, considerando che non ha mai fatto ricorso a bombole d’ossigeno tranne che per l’Everest, utilizzato nel solo tratto finale; che ha effettuato tutti gli avvicinamenti a piedi, senza uso di elicotteri; che ha sempre fatto spedizioni leggere, salendo qualche cima anche da solo. Tutto ciò non è poco in un’epoca in cui il fine – la vetta – è l’unica cosa che conta e il percorso per raggiungerla passa in secondo piano lasciando spazio a qualsiasi scorciatoia. Mario ha raggiunto la cima principale dello Shisha Pangma 8027 m al terzo tentativo, dopo che per due volte era stato costretto a rinunciare per valanghe o per meteo avverso. Ma non tutti sanno che l’alpinista vicentino aveva già salito la cima centrale di 8013 m (1) nel 2004 insieme alla giovane alpinista Cristina Castagna, scendendo poi dal campo 3 con gli sci.
Ho conosciuto Mario nel 1998. Era appena tornato dal suo primo Ottomila, il Dhaulagiri, che aveva salito con una spedizione del CAI di Marostica. Era la seconda volta che si avvicinava alle cime più alte della Terra. La prima fu nel 1996 quando tentò il Broad Peak arrivando a quota 7600 m. Già dalla salita del Dhaulagiri erano emerse alcune doti che permetteranno a Mario di completare, nel corso degli anni, la salita dei quattordici Ottomila: una grande preparazione fisica e mentale e l’assoluta determinazione nel vincere l’estrema fatica della salita, che gli farà battere traccia per ore nella neve farinosa caduta nei giorni precedenti. Con lui anche Tarcisio Bellò, l’unico della spedizione che aveva effettuato assieme a Mario un ulteriore tentativo dopo giorni di meteo avverso. È da questa salita, avvenuta quasi trent’anni fa, che inizia la nostra chiacchierata.
Il tentativo al Broad Peak e la successiva salita al Dhaulagiri sono stati un’occasione da cogliere al volo per vivere una nuova esperienza, o in testa avevi già un preciso progetto che poi ti ha portato a salire tutti gli 8000?
Il mio esordio sugli 8000 è avvenuto per pura e semplice curiosità, sorta sicuramente dalla lettura di libri firmati da illustri alpinisti e pionieri dell’alpinismo d’alta quota come Hermann Buhl, Kurt Diemberger, Reinhold Messner, Hans Kammerlander e tanti altri. Volevo capire cosa significasse salire così in alto, quali le emozioni che si provano, ma soprattutto come sarebbe stato raggiungere il punto più alto di quei colossi terrestri e vedere il mondo da lassù. Insomma, volevo respirare anch’io l’aria sottile di quelle montagne, scalare e lasciarmi catturare dalle emozioni che si provano quando si raggiunge una vetta così vicina al cielo.
Cosa ha rappresentato per te il primo 8000? Cosa è cambiato dopo quella salita?
Al Broad Peak, nel 1996, non arrivai in vetta. Scalai per giorni insieme a un alpinista basco che avevo conosciuto al campo base, mentre i nostri reciproci compagni avevano rinunciato a salire.
Io e Kokhe Lasa, così si chiamava, continuammo la salita sopra i settemila metri, nella neve profonda. Salivamo trecento metri al giorno, perché si sprofondava fino alla vita, ma eravamo determinati nel raggiungere la vetta. Per l’ultimo bivacco ci trovammo solo con la tenda, per salire più leggeri, ma fummo costretti a rinunciare sotto la grande forcella, a 7600 m, per l’altissimo pericolo di valanghe. Quando scesi al campo base ero deluso, amareggiato. Nei giorni seguenti, quando intrapresi il trekking di ritorno e osservai da lontano l’immensità del Broad Peak, capii la prima cosa importante di quella spedizione: il valore della rinuncia. Questo mi è servito moltissimo non solo nell’alpinismo, ma anche nella vita. Due anni dopo, la salita del Dhaulagiri ripagò quel sogno sfumato.
Quattordici cime sono tante. Immagino che ognuna di loro abbia delle particolari caratteristiche e una precisa personalità che ti abbia coinvolto in modo diverso rispetto alle altre. Hai un pensiero, anche solo un aggettivo, per ognuna di loro?
Certo! Ogni cima è stata non solo una salita in montagna, ma un’esperienza, un’avventura, un vero e proprio viaggio fuori e dentro di me.
Partendo dal Broad Peak: un grande insegnamento. Il Dhaulagiri: la tristezza e poi la felicità. La prima per aver vissuto un momento drammatico dopo aver trovato due corpi sepolti da una valanga all’interno della loro tenda. Erano quelli della francese Chantal Mauduit e dello Sherpa Ang Tsering. Fu un momento davvero triste. Poi la spedizione continuò, pur con vari problemi legati al meteo avverso, fino all’arrivo in vetta del mio primo Ottomila, che mi regalò un momento davvero unico.
Il Manaslu: l’amicizia e la convivialità. Avevo conosciuto belle persone al campo base, anche alpinisti di grande spessore come Jean-Christophe Lafaille, Juanito Oiarzabal, i fratelli Alberto e Felix Iñurrategi. Tutte persone che sono state parte di quell’esperienza e che ricordo con affetto. Erano altri tempi. Il Cho Oyu: la serenità, sapendo di trovarmi su una montagna più semplice, che potevo scalare da solo.
L’Everest: nel 2003, nel 50° anniversario della prima salita, dal versante nord, di nuovo con Tarcisio Bellò. Arrivai in vetta da solo. Non c’era nessuno: solo io e l’Everest. Ho avuto una strana sensazione, che mi ha riportato indietro nel tempo. Ho pensato ai primi salitori di queste gigantesche montagne, come Hermann Buhl, quando nel 1953 arrivò da solo in vetta al Nanga Parbat. Mi è dispiaciuto aver usato l’ossigeno per salire gli ultimi 500 metri, ma il mattino al campo 3 c’erano i jet stream a 80 km/h. Non riuscivo a respirare, trovai due bombole quasi vuote, abbandonate da altri alpinisti, e le usai con pochissima erogazione per raggiungere la vetta. Poi, nel 2008, ritentai l’Everest da solo e senza ossigeno, dal versante sud, ma una tempesta mi fermò a circa 8700 m.
Il Gasherbrum II: la paura. Rischiai di morire travolto da una valanga. Il Makalu: la spiritualità, la gioia e la solidarietà per aver aiutato dei bambini, profughi tibetani. Prima d’iniziare il trekking d’avvicinamento, io e Tom Perry, un amico famoso perché saliva a piedi nudi le montagne, insieme ad altri alpinisti e trekker ci siamo recati dal Dalai Lama, a Dharamsala, con la fiaccola olimpica dei Giochi invernali di Torino 2006. L’incontro fu un momento davvero unico e indimenticabile. Il Dalai Lama mi strinse la mano e scrisse con un pennello sulla fiaccola un messaggio di pace rivolto a tutta l’umanità. Portai quella fiaccola in vetta al Makalu, “il Grande Nero”, una montagna bellissima. Rientrati in Italia, mettemmo all’asta la fiaccola e con il ricavato costruimmo una scuola per i bimbi tibetani.
Il K2: la perfezione assoluta, la montagna più bella del mondo. Ma anche una gioia infranta per la perdita di un compagno di scalata, Stefano Zavka.
Il Kangchenjunga: una salita infinita, trenta ore nella “zona della morte” per raggiungere la cima e tornare al campo a 7300 m. Seguita da una lunga e tragica notte che mai dimenticherò, con la morte dell’amico Sherpa Bibash Gurung e di altri quattro alpinisti. E le mie dita congelate, per fortuna senza gravi conseguenze. L’Annapurna: un fascino coinvolgente, una montagna tanto letale quanto immacolata, come una vera Dea.
Il Lhotse: una salita sofferta, poi la vetta dopo un’interminabile tempesta. Il Broad Peak: una finestra verso il K2, ma anche la montagna che si è tenuta per sempre la mia amica Cristina Castagna.
Il Gasherbrum I: implacabile e difficile. Tre tentativi, di cui il primo sfumato a un soffio dalla vetta.
Il Nanga Parbat: una montagna leggendaria, immensa. Il campo base un giardino fiorito, e poi la lunga salita per la cima.
Lo Shisha Pangma: una divinità isolata, che non mi voleva. Poi, al quarto tentativo, abbiamo fatto pace e così ho salutato tutti gli altri Ottomila dal Tibet.
Qual è stato l’Ottomila in cui hai rischiato di più?
Il Gasherbrum II. Verso il campo 3, a 6700 metri, una valanga mi investì. Io ero slegato, ma la piccozza ben piantata non mi fece precipitare. Anche al campo base dell’Everest, nel 2015, io e miei compagni vivemmo l’apocalisse dopo la scossa di terremoto che sconvolse il Nepal. Ci salvammo per miracolo, dopo che un’immensa seraccata si staccò dal Pumori investendo buona parte del campo. Dietro le nostre tende morirono venti alpinisti.
Al Manaslu, al Cho Oyu, al Broad Peak e al Makalu, invece, ho vissuto i momenti più sereni e intensi.
Ho ritrovato Mario Vielmo nel 2011, scendendo con lo stesso furgone da Chilas a Islamabad. Io rientravo dal giro in quota del Nanga Parbat, lui dal tentativo al Gasherbrum I, al quale aveva dovuto rinunciare ad appena cento metri dalla vetta. In quell’occasione ho scoperto un’altra sua grande dote, che gli ha permesso di salire le montagne senza diventarne vittima: la capacità di rinunciare anche quando si è trovato a un passo dalla cima. Altra virtù fondamentale che gli ha consentito d’affrontare ogni tipo di avversità e di imprevisto, l’ho scoperta quando mi ha salvata dopo essere stata travolta da una grande valanga, in Turchia. Solo l’estrema concentrazione e l’autocontrollo gli hanno consentito di percorrere con rapidità un dislivello di 400 metri, scandagliando la valanga fino a intercettare i segnali dell’Arva, riuscendo a estrarre dalla neve prima Elia, uno scialpinista del gruppo, e poi chi scrive, che si trovava priva di coscienza e in apnea sotto un metro di neve. Credo che l’autocontrollo e la preparazione tecnica che gli hanno permesso d’individuarmi e liberarmi in soli tredici minuti, salvandomi la vita, siano gli stessi che sulle montagne più alte del mondo gli abbiano consentito di superare, volta per volta, problematiche diverse e complesse senza farsi prendere dal panico e senza perdere tempo prezioso.
Anche nei rapporti con gli altri Mario ha sempre dimostrato una grande disponibilità, senza far pesare la superiorità del suo alpinismo, né l’ambizione che caratterizza a volte i grandi atleti. Ecco allora che le mie ultime domande riguardano proprio le relazioni che nascono durante le spedizioni, quando i rapporti possono essere resi più difficili dalle tensioni proiettate in alta quota.
In ogni spedizione s’instaurano rapporti umani diversi, a volte profondi, altre volte problematici, altre ancora fondamentali. Come sono stati per te? Ci sono persone speciali con le quali hai condiviso salite divenute parte della tua vita?
L’alta quota mette a nudo il vero carattere delle persone, l’ho constatato con me stesso, con i compagni di spedizione e con altri alpinisti. In certe situazioni ho sempre cercato il compromesso tra l’egoismo, l’individualismo e la ragionevolezza; con il fine di andare d’accordo per il bene comune e per la giusta sintonia nel gruppo. Poi la quota detta le sue leggi, che ogni alpinista dovrebbe ascoltare e accettare, come ad esempio riconoscere i propri limiti, che vanno gestiti se si vuole tornare a casa con o senza cima.
Come ha segnato la tua vita la perdita di compagni di spedizione, come durante la salita al K2 nel 2007?
Dopo quella spedizione tornai a casa distrutto per la morte di Stefano Zavka. Un po’ mi sentivo in colpa, anche se di colpe non ne avevo, perché ci trovammo a scendere dalla vetta in mezzo alla tempesta. Ci perdemmo nella notte, in mezzo alla nebbia, a ottomila metri: un inferno! Io fui davvero fortunato e riuscii a trovare la tenda del campo 4, dove ci aspettavano Daniele Nardi e Michele Fait. Nonostante le dita dei piedi congelate, dopo un’ora uscii nel mezzo della tempesta per cercare Stefano. Stavo perdendomi di nuovo e così rientrai, esausto, nella tenda. L’indomani, scendere da quella montagna con la tormenta che non dava tregua, fu davvero complicato. Stefano rimase lassù per sempre. Nel 2008 ritentai l’Everest, ma non ero concentrato. Mi allontanai dagli Ottomila per qualche anno, avevo perso la motivazione.
Come sono stati i rapporti con i popoli delle montagne, i portatori pakistani e gli Sherpa nepalesi?
Il rapporto è sempre stato buono, sincero, anche se gli Sherpa sono cambiati rispetto vent’anni fa. Sono certamente più professionali e meglio organizzati, ma forse pensano un po’ troppo al business e lo stanno portando anche in Karakorum.
Soprattutto in Nepal, è molto sentito l’aspetto spirituale delle salite alle montagne. Anche tu hai percepito e vissuto questo aspetto?
Certamente la spiritualità del luogo è una componente importante. Quasi tutti gli alpinisti si sentono legati un po’ per credenze personali, un po’ per il coinvolgimento durante la cerimonia della Puja. Stando con gli Sherpa si percepisce un bellissimo rapporto tra uomo e divinità.
Visto il tuo impegno nel portare il messaggio del Dalai Lama sulla cima del Makalu, ti chiedo come possiamo far sì che la nostra passione per la montagna sia anche impegno per la loro salvaguardia e per le genti che la abitano. Credi che questi messaggi di pace e condivisione possano ancora trovare spazio in tempi nei quali il consumismo più sfrenato invade ogni angolo del Pianeta, comprese le montagne?
Il Dalai lama, sulla fiaccola, scrisse in sanscrito: «Io prego perché tutti gli esseri senzienti vivano in felicità». Parole ricche di significato e di speranza, per un mondo migliore. Credo che la maggior parte degli alpinisti abbia un rapporto molto profondo eoa la montagna e con la natura in generale. Noi tutti dovremmo impegnarci di più per la sua salvaguardia, per preservarla, dando il buon esempio alle future generazioni. Insegnando il giusto comportamento per frequentarla in sicurezza e con grande rispetto.
Nota
(1) La quota della cima centrale dello Shisha Pangma oggi viene indicata in 8008 metri. Simone Moro in 8000 metri di vita scrive 8000. La quota 8013 si trova in altri testi tra cui L’acchiappasogni di Massimo Fontana sulla vita di Cristina Castagna, attraverso le parole di Mario Vielmo. L’antologia di Mario Fantin I 14 Ottomila, invece indica con 8013 metri la quota della vetta principale.
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Per il Vaticano la vedo dura!
Guido: a me sembrava un’ottima battuta, infatti mi chiedevo se San Marino farà per conto suo o se sarà considerato Emilia Romagna.
Guido , a volte è meglio stare zitti , leggo molto anche su questo blog , cerco di capire qualcosa e son contento di conoscere storie e persone che non conoscevo, però una miseria come la tua merita una risposta, stammi bene.
quindi siamo arrivati alle classifiche “regionali” ? quindi è stato anche il primo della sua provincia, del suo paese, della sua palazzina, del suo pianerottolo … un sacco di riconoscimenti
Bravissima Paola Favero
Grandissima stima per Vielmo, il mio commento riguarda solo la logica formale di chi ha scritto l’articolo: perché scrivere “etica ferrea”, per poi segnalare l’uso dell’ossigeno in un tratto? Nessun giudizio sull’uso dell’ossigeno, ripeto, io non sono nessuno. Ma perché non scrivere “etica quasi sempre rigorosa”, o simili? E magari aggiungere le ragioni per l’uso dell’ossigeno? (salvarsi la pelle, ad esempio, è una motivazione 100% etica a mio avviso).