Mitico John Ball
Introduzione al libro Mitico John Ball di Paolo Francesco Zatta, Cierre Edizioni
Ci sono alcuni interpreti delle vicende di storia dell’alpinismo dei quali si è sempre scritto troppo, mentre altri invece sono stati del tutto e a torto dimenticati. Solo pochi sono stati l’oggetto di belle pubblicazioni, perché il loro pensiero e/o le loro azioni hanno lasciato il segno, non solo nella loro epoca.
Non c’è trattato di storia dell’alpinismo, in qualunque lingua europea, che non citi l’opera di John Ball, illustre protagonista della scena ottocentesca. Eppure la curiosità di saperne di più è così palpabile che, limitandoci alla sola lingua italiana, in due anni ben due sono state le pubblicazioni su di lui: la presente e il lavoro di Fabrizio Torchio, John Ball esploratore delle Alpi. Una vita tra vette, valichi e ghiacciai, Monte Rosa edizioni, 2024.

Il presente Mitico John Ball, di Paolo Francesco Zatta, così come recita il sottotitolo investiga “il lato meno noto di un grande studioso del mondo alpino”, gettando luce sui grandi scenari che hanno caratterizzato la vita di Ball al di là dell’esplorazione alpinistica. Infatti il nostro era prima di tutto uno studioso della montagna a tutto campo, quindi naturalista, botanico, meteorologo, glaciologo: solo di conseguenza fu definito alpinista.
John Ball era anche uomo politico, visto che fu deputato liberale dal 1852 al 1856 e sottosegretario alle colonie nel periodo 1855-1858. Ma il suo contributo culturale è dato dalla grande efficacia con la quale cooperò alla conoscenza completa delle Alpi.
Visitò le Alpi per la prima volta nel 1827 e, in quell’occasione, salì da Chamonix fino al Montenvers e scalò anche il Salève. Tali esperienze segnarono profondamente la sua vita. Dal 1840 fino alla sua morte, non passò anno senza che Ball girasse per le Alpi, in ciò favorito anche dal suo matrimonio con una gentildonna di Bassano, Elisa Parolini.
Ball era convinto dell’utilità di una pubblicazione annuale che si rivolgesse ai frequentatori delle Alpi e una sua proposta a William Longman portò all’uscita, nel 1859, del primo volume di Peaks, Passes and Glaciers, di cui Ball curò l’edizione, che fu precursore dell’Alpine Journal.
Ma la sua opera maggiore è rappresentata dal ciclo di tre guide (Ball’s Alpine Guides), monografie sistematiche delle Alpi Occidentali (The Western Alps, 1863), Centrali (The Central Alps, 1863) e Orientali (The Eastern Alps, 1868). Esse sono frutto della conoscenza diretta dell’intero arco alpino, redatte in forma divulgativa accessibile a tutti.
In The Eastern Alps, la parte relativa alle Dolomiti divenne un punto di riferimento: nuove edizioni si ebbero nel 1869, 1870, 1874 e 1879. Al nome di Ball fu dedicata, per iniziativa di Leslie Stephen che l’aveva per primo salita, una cima nel gruppo delle Pale di San Martino; più tardi anche il contiguo passo che collega la Val Pradidali con la Val di Roda.
Le sue peregrinazioni a scopo scientifico lo condussero anche nelle Alpi Apuane, in Sicilia, nel Riff (Marocco), sui Pirenei, in Giamaica, a Panama, in Perù, Argentina, Uruguay e Brasile dove per molto tempo studiò anche la flora montana. Ball fu una delle figure tipiche dell’alpinismo britannico dell’Ottocento: precedendo le grandi imprese di Whymper, Walker e Mummery, la sua attività esplorativa fu davvero notevole. Ma Ball di distinse anche per la sua attività alpinistica. E questa era del tutto particolare, perché piuttosto che la salita alle vette egli prediligeva l’attraversamento dei passi (ne traversò oltre duecento, secondo un meticoloso catalogo).
Ma veniamo all’importanza storico-alpinistica della figura di John Ball. Si era già fatto notare con la traversata dello Schwarztor 3734 m, la comunicazione diretta tra Gressoney e Zermatt (18 agosto 1845, con Matthias Taugwalder).
Le procedure dell’umana conoscenza si articolano attraverso processi di affermazione e di negazione, ai quali la nostra cultura non si può sottrarre. Per fare una storia abbiamo necessità di mete raggiunte e di tentativi falliti. Senza questi ultimi le mete avrebbero poco senso e la storia stessa sarebbe un continuo divenire di eventi nei quali il nostro sentimento cesserebbe la sua funzione. Alle montagne queste procedure sono estranee, queste rozze approssimazioni alla realtà sono tipiche solo del genere umano: ma lo storico dell’alpinismo non può fare eccezione.
Così capitò che ad aprir le pagine degli accadimenti dolomitici fu l’irlandese trentanovenne John Ball, futuro primo presidente del britannico Alpine Club (dal 1858 al 1860), invece di meno noti cacciatori o uomini di fede nativi delle nostre valli.
Il 12 agosto 1802 don Giuseppe Terza (nato a La Valle di Badia), assieme ad altri sei compagni, andò “per motivi di diletto e curiosità” alla Marmolada, montagna che sovrastava la sua parrocchia, quella di Pieve di Livinallongo. Quando la comitiva si rifiutò di proseguire, l’ardimentoso sacerdote continuò la salita. Fu la prima tragedia e la dolorosa eco frenò altri tentativi fino al 25 agosto 1856, quando don Pietro Mugna (di Trissino, Vicenza), assieme a don Lorenzo Nicolai e alla guida Pellegrino Pellegrini, calcò l'”estrema cresta” della Marmolada, più o meno in corrispondenza di dove oggi sorge l’ingombrante edificio della funivia. Non si può negare con certezza che la comitiva abbia raggiunto la vera vetta della Marmolada di Rocca, cumulo di rocce per quel tempo arcigne, a poca distanza. Solo un’annotazione sul libretto di guida del Pellegrini (per la quale egli è definito il primo salitore della Marmolada di Rocca, ma nel 1862, con Grohmann) può costituire prova. Il resto è ipotesi. E accettando che il quasi goal non è in nessuna maniera goal, dobbiamo archiviare questa bellissima impresa di valorosi pionieri come incompiuta.
Ma se esaminiamo l’accurata relazione di don Mugna (una lettera a Cesare Cantù) vedremo, oltre alla volontà di promuovere una siffatta attività, allo scopo di “ritemprare il corpo e l’animo”, la gioia dell’impresa compiuta per se stessi, per nulla oscurata da un qualche dubbio relativo ad una vittoria mancata. Non dimentichiamo che “meta” di don Mugna era il panorama che la montagna prometteva, soprattutto sul versante non ghiacciato: e che questa meta fu raggiunta. Quanto al cumulo di rocce che giaceva lì accanto, di poco più alto e più severo ancora, sarebbe stato motivo di preoccupazione solo in seguito, per altri alpinisti o per storici cavillosi: e così pure la punta estrema, la Marmolada di Penìa.
E arriviamo così all’anno seguente, il 1857. È l’anno in cui possiamo datare l’inizio di una reale esplorazione alpinistica delle Dolomiti. Situati geograficamente lungi dai terreni abitualmente battuti dagli inglesi, i Monti Pallidi stavano entrando nella storia dell’alpinismo con dieci-quindici anni di ritardo. Vette come la Marmolada, poste più a occidente, avrebbero potuto essere scalate ben prima. Ma la Regina delle Dolomiti è un’eccezione, perché il versante settentrionale è simile agli altri colossi alpini. Ciò che invece impressionava di più il viaggiatore del tempo era la verticalità, l’assoluto rizzarsi verso il cielo delle grandi guglie dolomitiche. Non si sa per quale ragione il botanico e alpinista John Ball, il 19 settembre 1857 scegliesse per un suo decisissimo tentativo il Pelmo, piuttosto che la Marmolada. Il Pelmo, alto 3168 m, s’erge come una massiccia fortezza, ben visibile da almeno tre valli.
Ma non è l’unica montagna evidente, ci sono anche altre vette dolomitiche con vie normali di uguale difficoltà e richiedenti forse minor astuzia. Accompagnato da un cacciatore di camosci locale, forse Giovan Battista Giacin, detto Sgrinfa, il Ball a colpo sicuro si diresse all’inizio di una cengia di stratificazione calcarea, già individuata in precedenza dal montanaro. La particolare inclinazione di questa permette una facile salita diagonale, fino a che la cengia sembra morire sotto la grande prominenza dello strato superiore. Ball riuscì a superare strisciando quell’ostacolo (che chiamerà Pons Asinorum, ma che poi si tramandò come Passo del Gatto), seguito dal montanaro che poco prima non se l’era sentita di procedere. I due entrarono nel canalone che dà accesso al grande anfiteatro terminale. Da lì raggiunsero la cresta che però era molto esposta e di roccia friabile. La “guida” supplicò il Ball di desistere, che quella “era croda morta, non viva”, molto pericolosa. Ma il coraggioso irlandese proseguì ugualmente, ben deciso a salire sulla vera e ultima vetta di quella splendida montagna.
Anche se in seguito si discusse che le vie di accesso alla vetta, già al tempo di Ball, erano almeno quattro; e anche se in un documento si narra che il cacciatore Belli Battista Vecchio tanti anni prima avesse salito il Pelmo, è comunque indiscutibile che l’impresa di John Ball fu il primo atto di volontà umana, con precisa determinazione rivolto alla salita del punto culminante di una tra le più notevoli vette dolomitiche.
La scalata del Pelmo fu ritenuta quindi la prima ufficiale nonostante la vetta fosse stata quasi certamente raggiunta in precedenza non solo dal Belli Battista Vecchio ma anche da altri cacciatori cadorini e zoldani.
Così scrisse Ball: “Una gigantesca fortezza dalla possente architettura, difesa da altissimi bastioni a picco che misurano più di duemila piedi… La stratificazione in gran parte orizzontale di questa montagna ne accentua la bellezza; le pareti più scoscese sono attraversate da cenge così strette che soltanto i camosci e i loro, altrettanto agili, inseguitori possono percorrerle”.
E Amelia B. Edwards, di fronte allo stesso colosso: ““Solo ora ci rendiamo veramente conto, senza velleità alcuna di arrampicate, della stupefacente struttura di questa montagna e delle terribili difficoltà che una scalata comporta. Siamo così vicini che difficilmente un cacciatore di camosci passerebbe inosservato su quelle creste sottili, tre o quattromila piedi sopra di noi. La visione d’insieme è di una tale grandiosità che la figurina di una donna che si muove lungo il sentiero appena segnato in mezzo al ghiaione, sebbene nitida nell’aria chiara, sembra soltanto un puntino contro le rocce”.

Se questa impresa ebbe importanza oltre che storica e scientifica anche strettamente alpinistica (in quanto precedette altre scalate più mirabolanti, in qualche misura indispensabili alla preparazione alla conquista del Cervino del 1865), le prime ascensioni della Marmolada di Rocca, della Cima Tosa (1865) e di molte altre vette furono a loro volta importanti in quanto chiusero il vero e proprio ciclo esplorativo delle Alpi. Per questi suoi meriti Ball fu eletto primo presidente dell’Alpine Club.
Ball tentò di salire la Marmolada nel 1860, arrivando poco sotto alla Marmolada di Rocca. Due anni dopo, in luglio, ci provò il viennese Paul Grohmann con l’aiuto di quel Pellegrino Pellegrini che già 6 anni prima era stato lassù con Don Mugna. I due salirono il picco terminale della Marmolada di Rocca, dopo aver ritrovato poco sotto il termometro di Ball; in tempo per osservare che la cresta di congiunzione con la Punta Penìa, la vetta estrema, era troppo impegnativa per loro. La conquista della Marmolada di Rocca 3309 m fu quindi passata in secondo piano, grazie anche allo stesso Grohmann, nella cui mente quella era solo un’anticima.
Come leggerete in questo libro, Ball fu il più importante degli esploratori della catena alpina. I suoi viaggi, le sue salite furono geograficamente esaustivi dell’intera regione. In seguito, chi più sistematicamente di lui intervenne a dominare la scena alpinistica delle Dolomiti fu senza dubbio Grohmann, che proseguì l’attività esplorativa di Ball con criteri decisamente più romantici.
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Ho letto l’altro libro citato, John Ball esploratore delle Alpi di Fabrizio Torchio. Stupefacente la capillare attività esplorativa di Ball nel percorrere la catena alpina, da cui derivò il diffonderne la conoscenza.
Il soggetto è davvero molto interessante e ringrazio l’autore per le sue ricerche.
Confesso che non comprendo il congruo impiego di “ma”, soprattutto all’inizio delle frasi, e i due punti che spesso non chiariscono la frase.
Cercherò di trovare il tempo di leggere anche il libro di Zatta ma mi chiedo se era davvero necessario un altro volume su Ball, considerata la profondità e la completezza del volume di Torchio, pubblicato solo due anni fa. In ogni caso ha ragione Cominetti: quel “mitico” nel titolo non invita certo a considerare seriamente il volume.
Pubblicazione sicuramente interessante su un personaggio chiave nella divulgazione della conoscenza delle Alpi.
Sono abbastanza propenso a credere che la quasi totalità delle “prime” salite di questo tipo di personaggi accompagnati da cacciatori di camosci locali, avvenisse lungo itinerari già percorsi da questi ultimi e poi spacciati come prime per poter chiedere una maggiore ricompensa.
Nel titolo non avrei messo l’aggettivo mitico. Mi sembra abusato come mozzafiato.