Con l’autorizzazione di Andrea Greci (Direttore della Rivista del CAI), mi fa piacere proporre anche su GognaBlog questo articolo, originariamente uscito sul numero di luglio 2025 della Rivista.
La decisione di pubblicare questo testo su GognaBlog risponde a due obiettivi: 1) diffondere il tema trattato anche fra chi non è socio del CAI (e quindi non riceve la Rivista) oppure fra chi, seppur socio, la sfoglia superficialmente, senza soffermarsi sugli interventi di nicchia; 2) sfruttare il web per esporre molte foto storiche, frutto di una ricerca non semplicissima, ma che non trovano pubblicazione su una rivista cartacea, per i noti problemi (di spazio e di costi) che ormai affliggono le riviste di quella categoria (Carlo Crovella).
Monviso: i primi rifugi del versante sud
di Carlo Crovella
pubblicato su La Rivista del CAI, n. 12, luglio 2025
Da sempre sono convinto che andare in montagna sia molto di più che mettere un piede davanti all’altro. La componente storica e culturale arricchisce tale attività e la innalza dal livello di semplice sport a quello di vera passione, che spesso dura per tutta la vita.

Sono sempre stato incuriosito dalle storie di montagna e, fra queste, da quelle legate ai rifugi, a maggior ragione se nel frattempo tali rifugi sono scomparsi. Sul Monviso si annida una dei queste storie dal sapore antico e un po’ misterioso.
L’immagine iconica del Monviso è quella che domina la Val Po, specie per chi lo guarda dalla pianura oppure da Torino città. In realtà la via normale si svolge sull’opposto versante sud, che si trova alla testata del Vallone delle Forciolline, a sua volta tributario del Vallone di Vallanta che scende a Castello in Val Varaita.
Non a caso i primi assalti al Picco (come lo si chiamava nella tradizione) avvennero partendo da questa valle. Quando l’ascesa, seppur riservata ad alpinisti, iniziò a diventare piuttosto frequentata, i primi punti di appoggio vennero predisposti sul versante Val Varaita. Il succedersi degli eventi compone una interessante vicenda storica, che in genere non è nota agli odierni frequentatori del Re di Pietra.

Il primissimo punto di appoggio fu poco più che un ricovero di pastori in località Maita Boarelli, nei pressi dei Laghi delle Forciolline (2820 m circa). Proprio qui la comitiva di Quintino Sella, al tempo della prima salita italiana (1863), posizionò le tende per la notte, una per i “signori” (Sella, Giovanni Baracco e i due fratelli Paolo e Giacinto di Saint Robert) e l’altra per le guide.
Il nome del ricovero fu successivamente coniato, con la benedizione del Sella, per rendere onore ad Alessandra Boarelli, detta Nina, nobildonna torinese trasferita a Verzuolo (CN) in seguito al matrimonio. Ella tentò l’ascesa al Picco già nel 1863, pochi giorni prima del Sella, pernottando nei pressi dei suddetti laghi, ma al mattino fu costretta alla rinuncia per la fitta nebbia e il sopraggiunto maltempo. Riprovò l’anno dopo (1864) e giunse in vetta (prima femminile) accompagnata dalla quattordicenne Cecilia Filia, figlia di un notaio di Casteldelfino, e poi dal parroco di tale località e da altri alpinisti, fra cui l’Avvocato Meynardi. Chi desidera approfondire le vicende di Alessandra Boarelli, può trovare tutte le informazioni nel bel libro Nina devi tornare al Viso, di Linda Cottino.
Col tempo l’ascesa al Viso dal Vallone dalle Forciolline iniziò a riscuotere un certo successo e presso i laghi venne costruito come appoggio un basso e rustico riparo di fortuna (con muri a secco o poco più), appunto la Maita Boarelli, che però in breve si rivelò inadeguato e risultò completamente distrutto nel 1880.
In sostituzione di tale punto di appoggio, nel 1881 il CAI Torino fece costruire il “Rifugio alla Fontana di Sacripante”, vicino all’omonima sorgente, a circa 2950 m nei pressi della morena del Ghiacciaio del Monviso.

La storia di questo nome è molto curiosa. Sacripante è un personaggio che compare in due opere delle letteratura epico-cavalleresca: L’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo e L’Orlando furioso di Ludovico Ariosto. Si tratta del Re dei Circassi, guerriero corpulento dall’aria fiera e minacciosa. Nell’uso spicciolo indicava un omaccione rude e temibile, ma anche un po’ spaccone. Specie in ambito piemontese il termine è diventato anche un’imprecazione, non volgare ma dal tono colorito, per indicare sconcerto, contrarietà, irritazione. Ebbene, pare che un alpinista, di ritorno dalla vetta del Viso, accasciatosi vicino alla sorgente, abbia esclamato: “Sacripante! Non credevo di venirci giù vivo!”
L’episodio fece rapidamente il giro della comunità alpinistica e la fonte assunse quel nome, che caratterizzò anche il vicino rifugio, costruito su progetto dell’Ing. Camillo Boggio, al costo di 1784,50 Lire. Composto da un unico ambiente palchettato di 12 mq, era addossato alla roccia in modo che restassero liberi i lati sud-est e sud-ovest. Il tetto era di assi rivestite con un panno incatramato. Non era custodito e poteva ospitare otto persone. Conteneva una stufa, utensili di cucina e due tavolati sovrapposti per dormire, con paglia e coperte.
Purtroppo il Rifugio alla Fontana di Sacripante si rivelò ben presto inadeguato per la rapidità di peggioramento delle sue condizioni. Nel 1885 fu trovato scoperchiato e completamente riempito di neve: era inutile insistere, occorreva costruire un’altra struttura.
Nel 1886 il CAI Centrale deliberò la costruzione di un nuovo rifugio, sempre nei pressi della Fontana di Sacripante, ma non nello stesso posto del precedente. Fu scelto un luogo adatto per un fabbricato indipendente sui quattro lati. In merito alla quota di tale rifugio le informazioni storiche non sono univoche: la si può ragionevolmente indicare intorno ai 3050 m.
Il CAI Centrale decise di dedicare il nuovo rifugio a Quintino Sella, nel frattempo scomparso, anche perché, per edificarlo, fu utilizzata una parte dei fondi raccolti per le onoranze a tale personaggio: risulta che il rifugio sia costato 3100 Lire. Per distinguerlo dal successivo e omonimo rifugio in Val Po, il fabbricato del 1886 venne col tempo chiamato Rifugio Sella “antico” o “superiore”. Nato con quattro lati in muratura e pavimento in legno, il rifugio inizialmente disponeva di due ambienti con dimensioni totali di 5 m X 2,70 m.
L’intensificarsi delle ascensioni al Monviso rese rapidamente insufficiente la capienza originaria di questo punto d’appoggio. Nel 1889, con lavori eseguiti sotto il coordinamento della guida Claudio Perotti (soprannominato “Farina”) e al costo di 1700 Lire, il CAI provvide a ingrandire il rifugio con l’aggiunta di un adiacente locale in muratura, delle stesse dimensioni di quello già esistente. La parte più recente (che comunicava con gli altri vani tramite una porta interna, dotata di chiavistello) fu adibita a cucina e a dormitorio guide, mentre le due stanze originarie diventarono un più confortevole dormitorio per gli alpinisti. In questa veste il Rifugio Sella antico poteva ospitare 20 alpinisti e 10 guide.

Il luogo è ottimale come base di appoggio per l’ascesa al Picco, ma è molto esposto agli agenti atmosferici e soprattutto alle valanghe. Anche questo rifugio denunciò rapidamente molti problemi: già nel 1890 fu necessario riparare il tetto della parte originaria e tutti i muri perimetrali (costo: 1000 Lire). Nel 1897 fu di nuovo restaurato, con una spesa di sole 150 Lire grazie alla gentile collaborazione offerta dagli Alpini del Secondo Reggimento.
Per tutti questi motivi e per la constatazione che l’accesso più diretto al Monviso è quello dalla Valle Po (scavalcando il Passo delle Sagnette), si optò per la costruzione di un nuovo e più ampio rifugio in questa altra valle. Pertanto nel 1905 fu inaugurato il Rifugio Quintino Sella “nuovo” presso il Lago Grande del Viso, ma quello “antico” non venne immediatamente dismesso. Tuttavia a rovinarlo ci pensarono gli eventi naturali e anche l’incuria dell’uomo.
Nell’estate del 1932 il Sella antico, già un cattivo stato, subì un incendio che lo devastò completamente. L’entusiasmo di alcuni appassionati locali, saluzzesi in particolare, permise di renderlo ancora utilizzabile in un’ultima versione, che però registrò immediatamente altri danni: nel giro di poco tempo venne definitivamente distrutto dalle valanghe o dai movimenti d’aria connessi alle valanghe che spazzano tutto il versante nei mesi innevati.
Gli alpinisti, che oggi si indirizzano alla via normale del Viso partendo dalla Val Po, transitano nei pressi del luogo dove si trovava il vecchio rifugio, quando, al termine del traverso che segue allo scollinamento del Passo delle Sagnette, stanno per affrontare ciò che resta del Ghiaccio del Viso. Purtroppo del vecchio rifugio non si scorge più neppure il rudere: forse sono rimasti qua e là dei laterizi e altri pezzi sparsi, che però il tempo e le valanghe fanno divallare ogni anno di più.
La via normale sembrava aver perso ogni appoggio funzionale sul lato Varaita. Infatti il Bivacco Andreotti, abbarbicato sulle prime falde della parete del Viso, è utilizzabile solo in caso di emergenza. Il Bivacco Berardo, un po’ fuori asse rispetto all’itinerario, poco si addice per salire al Viso, anche se, nei decenni passati, è stato utilizzato per tale scopo.
Tuttavia, anche in montagna “nulla si crea e nulla si distrugge”. Nel 2004 presso il Lago Grande delle Forciolline (quindi vicino alla originaria Maita Boarelli) è stato costruito un nuovo bivacco, dedicato proprio ad Alessandra Boarelli. Di proprietà della Comunità Montana Val Varaita, il bivacco può ospitare 12 persone ed è dotato di materassi e coperte, zona soggiorno con due tavoli e panchette, illuminazione elettrica con pannello solare, impianto radio di emergenza collegato con il 118 e un sistema di riscaldamento termo-connettivo.
Questo bivacco è molto apprezzato da chi desidera ripercorrere le orme dei pionieri, cioè salire in vetta al Viso come fecero il barbuto Quintino o la volitiva Nina. Ancora oggi la via storica al Picco, partendo dal basso della Val Varaita, ha uno spessore emotivo che non lascia indifferenti gli appassionati dell’alta montagna d’antan.
Nell’agosto 2024 presso questo bivacco si è tenuta la celebrazione per i 160 anni della prima salita femminile al Monviso, con personaggi in costume (rappresentavano Alessandra Boarelli e Cecilia Filia) e interessanti letture tratte dai libri che raccontano quella impresa.

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Un bel article sur le Viso, très intéressant. Et les anciennes photos font rêver.
Complimenti, Carlo!
Davvero un interessante articolo ben scritto!
Grazie, Carlone!
Gli articoli di storia dell’alpinismo e temi inerenti sono sempre interessantissimi.
Bel pezzo di storia della nostra “montagna simbolo” torinese. Non sapevo del “Quintino Sella Superiore”. Ne cercherò le tracce al prossimo passaggio.
Confermo il fascino della salita dalla Val Varaita seguendo il vallone delle Forciolline. Apprezzo inoltre sia la maggiore tranquillitá del Boarelli rispetto al frequentatissimo Quintino, e sia la comoditá di non doversi “gamalare” al mattino presto le fredde catene per arrivare alle Sagnette.
In discesa consiglio di passare dal Berardo, meno impervio.
Grazie Carlo.