Metadiario – 316 – La malattia del maggiociondolo (AG 2025-002)
Per qualche anno ho subito saltuari malesseri, come quello patito a Pinzolo, durante i quali sentivo un insistente peso in zona stomaco che m’impediva qualunque attività. In quei momenti il mio corpo sembrava aver firmato uno sciopero sindacale senza preavviso. Con tanto di picchetto sindacale. Di solito questi attacchi duravano dalle otto alle dodici ore, abbastanza lunghi cioè da farmi rivalutare il concetto di tempo libero.
Finalmente decisi di prendere di petto la questione e il 5 ottobre 2023 mi sono fatto visitare dal dr. Giovanni Colella, molto amico di Patrizia, una delle grandi amiche di Guya. Giovanni mise in relazione la mia “colelitiasi paucisintomatica”, nota da circa sette anni, con i disturbi che gli stavo denunciando. A determinarli secondo lui erano i calcoli che infestavano la mia cistifellea, ormai trasformata in una sorta di deposito geologico personale con stratificazioni degne del Giurassico.
Mi consigliò un’operazione a breve e in ogni caso mi prescrisse una dieta senza grassi animali (no latte e derivati, no uova, no formaggi, no salumi, insaccati o salsicce, no spezie o cibi piccanti, no fritti, cioccolato, dolci). In pratica: addio alle gioie terrene. Giovanni mi aveva assicurato che l’operazione era piuttosto semplice in condizioni normali, molto più complicata se effettuata in situazione d’urgenza, quindi sotto attacco. Per lui la cistifellea era un organo praticamente inutile: alla mia domanda “e allora perché ce l’abbiamo?” mi aveva risposto che era utile al tempo in cui l’uomo viveva nelle caverne. Una risposta che mi fece sentire improvvisamente un reperto archeologico.

In ogni caso, ancora una volta restio a “farmi mettere le mani addosso”, mi feci mettere in lista d’attesa per l’intervento e presi seriamente la dieta, ignorando però il divieto a cose per me irrinunciabili, quali le spezie e i cibi piccanti. Su questi punti scelsi una personale interpretazione creativa del concetto di obbedienza. E per fortuna non si parlava di vino e birra…
Giovanni mi aveva informato che non c’era verso che i calcoli regredissero da soli e che non esiste cura per loro. Solo l’asportazione dell’organo poteva risolvere il problema. Segretamente, però, io speravo che questo non fosse del tutto vero e mi diedi tempo un anno per capire se, in regime di dieta, la successiva ecografia avrebbe potuto registrare qualche miglioramento. La scienza non approvava, ma il cuore sì. Era una speranza poco scientifica, ma molto umana. In quella dieta, ciò che più mi pesava era la rinuncia a qualunque tipo di formaggio: per il resto era tutto sopportabile. Ogni banco di formaggi, però, continuava a esercitare su di me un’attrazione quasi magnetica. Nei “terzi tempi” dopo le arrampicate rinunciare al panino col formaggio era sempre una brutta prova. Una disciplina quasi spirituale.
Purtroppo, l’ecografia del settembre 2024 rivelò che il problema era invariato. L’unico vantaggio della dieta fu dunque il non aver più avuto per quell’anno alcun fastidio. Mi decisi dunque per l’intervento.

Il 6 novembre 2024 fu il giorno del pre-ricovero, con prelievo, radiografia torace, elettrocardiogramma e visita dell’anestesista. Tutto regolare, a parte la richiesta di un elettrocardiogramma più approfondito. Mi sottoposi a questo il 21 novembre 2024. In quei corridoi mi sentivo come un’auto al tagliando dei 200.000 chilometri. La dr.ssa Gemma Gatto firmò una relazione in cui si parlava di cardiopatia ipertensiva, con funzione VSx conservata: cioè, il ventricolo sinistro si contraeva bene e riusciva a espellere una quantità adeguata di sangue a ogni battito, senza valvulopatie significative. Il cuore, insomma, faceva diligentemente il suo mestiere.
Ero dunque pronto alla chiamata per l’intervento. Questa mi arrivò solo nella seconda metà di maggio 2025: mi convocavano per le ore 6.30 del 30 maggio, un orario che nemmeno i fornai più zelanti avrebbero apprezzato, in modo da potermi sottoporre in giornata a colecistectomia videolaparoscopica (VLS).
Tra l’altro anche il giorno prima (il 29) avevo dovuto girare per ospedali: mi ero recato al San Raffaele per una risonanza magnetica con mdc allo scopo di monitorare i resti del mio neurinoma.
Nei nosocomi le attese sono normalmente interminabili, ma almeno quelle volte non ero al pronto soccorso dove avrei visto gente stare peggio di me. Non solo per il dolore, anche per solitudine, povertà, disadattamento, incapacità di affrontare un incidente o una malattia.
A Niguarda mi fu attribuito un letto e una stanza, non rimaneva che aspettare. Guya mi teneva compagnia, molto gradita, anche se tra noi due la più tesa era lei. Entrai in sala operatoria alle 9.05 e ne uscii, a quanto dice la cartella clinica, alle 10.40. Un viaggio senza bagagli. Mi attendevano gli infermieri Francesco Ammoscato, Antonia Rita Fresi e Margherita Milea, oltre all’anestesista Davide D’Acquino. Ormai addormentato, non vidi neppure i due chirurgi Giovanni Colella e Stefano Granieri. Del resto, affidarsi e spegnersi è una forma di fiducia assoluta, quasi mistica.
Il loro lavoro è riassunto nella cartella clinica che, al di là di alcune espressioni molto tecniche, è tutto sommato abbastanza comprensibile:
“Introduzione di trocar di Hasson con tecnica open in sede paraombelicale destra. Induzione di pneumoperitoneo a 12 mmHg. Introduzione di altri tre trocar: 5 mm in epigastrio e fossa iliaca destra (FID), 10 mm in fianco sinistro. Le pareti della colecisti appaiono sottili. Lisi laparoscopica di aderenze omento-colecistiche. Isolamento al Calot dell’arteria cistica e del dotto cistico. Completamento della critical view of safety, legatura degli elementi tra clips metalliche e loro sezione. Colecistectomia retrograda. Estrazione della colecisti con endobag ed invio del pezzo per esame istologico definitivo. Controllo dell’emostasi in corrispondenza del letto colecistico. Lavaggio/aspirazione sino ad ottenere refluo limpido. Controllo laparoscopico degli accessi dei trocar. Chiusura degli accessi per piani”.
Passai il resto della giornata assieme a Guya ed Elena. Con quest’ultima ricordo una lotta comune con un doppio account LinkedIn che ostacolava la normale pubblicazione di miei post promozionali. Per quel pomeriggio non risolvemmo il problema. Il catetere mi evitava di dover andare in bagno, ero sotto flebo e alla fin fine avevo solo un po’ di mal di pancia. Non ci fu praticamente cena. Anche la notte fu abbastanza tranquilla e alla mattina riuscii anche a procedere con le mie usuali grandi manovre al computer.
Un’infermiera un po’ indelicata e sbrigativa riuscì a darmi fastidio durante l’estrazione del catetere ma, a dispetto di questo, alle 9.18 fui dimesso. Da me avvisata, Guya si era precipitata a prendermi. Nel calore milanese guadagnammo l’auto ammonticchiata tra aiola e marciapiede e dopo una quarantina di minuti rientravamo in casa. Rivedere il giardino, le cose del mio studio anche se in preda al disordine totale e il nostro letto perfettamente rifatto mi commosse. Erano passate solo 28 ore, ma mi sembravano molte di più: forse perché gli oggetti avevano acquistato ai miei occhi una necessità e un valore prima non così evidenti.
Era sabato, mi attendeva un weekend di piena tranquillità. La domenica però ebbi degli episodi febbrili preoccupanti. La temperatura mi si alzava d’improvviso, tremavo per qualche minuto, poi mi calmavo fino quasi a stare bene. Questo successe due volte la domenica e il lunedì 2 giugno si ripeté, con maggiore frequenza e gravità, fino al 39° di febbre. Un valore che, letto sul termometro, incute rispetto anche ai più temerari.
Dopo un ultimo attacco davvero violento, ci preoccupammo e chiamammo l’autoambulanza. L’equipaggio, tre giovani volontari stupendi e gentilissimi, non poteva portarmi a Niguarda per sovraffollamento e così sbarcai all’Ospedale San Giuseppe alle 23.27. Mi fu dato dall’infermiera Annalisa Fimiani il codice azzurro.
Alle ore 23.52 il dr. Braham Simon Vittorio Mark mi diagnosticò infezione alle vie urinarie e mi prescrisse Augmentin 875/125 ogni 8 ore per sei giorni. Alle ore 0.30 chiamammo un taxi per tornare a casa.
Dopo una notte abbastanza tranquilla, nei giorni seguenti non ci fu più alcun episodio febbrile. Notavo però qualche difficoltà nell’orinare, bruciore e fastidio. Segnali lanciati con una certa insistenza, ma che io tendevo a interpretare con ottimismo. Fino a che, la mattina del 6 giugno, proprio durante la mia sessione mattutina di computer, non riscontrai la completa impossibilità ad orinare. Siccome tutti mi consigliavano di idratarmi, avevo bevuto in abbondanza ed ero perciò in grave disagio. Alle ore 11.11 eravamo al pronto soccorso del Niguarda, dove al triage l’efficiente Mariella Angiolillo mi decretò codice azzurro. Un colore che ormai cominciavo a sentire come familiare.
Nella sala del pronto soccorso, diviso da altri pazienti da due tendine di plastica, non riuscii ad evitare mugolii di dolore durante i diversi tentativi di inserimento del catetere. Ci riuscì finalmente il dr. Stefano Tappero, che nella sua relazione delle ore 14.09 parlò di “agevole” posizionamento CV Tienmann 16 Ch. Un aggettivo che presso di lui godeva in tutta evidenza di molta elasticità semantica. Il 16 Ch (Charrière) significa 5,3 mm di diametro esterno. Dimissione alle ore 14.30 da parte della dr.ssa Sonia Seghezzi.
Iniziò il soggiorno forzato in casa, dove riuscivo comunque a muovermi e svolgere il mio normale lavoro. Guya riprese ad andare in ambulatorio, ma in genere alla sera tornava prima del solito. Non pensai neppure ad usare il tappo, preferivo aggirarmi tra le pareti domestiche portandomi dietro il mio serbatoio in un sacchetto di plastica. Se lo appoggiavo da qualche parte, ogni tanto mi dimenticavo della sua presenza, ma per fortuna rimediavo in tempo prima di sentire pericolosi strappi… Dovevo bere quotidianamente dai 2 ai 2,5 litri di acqua. Dopo dieci giorni di questa monotona routine, il 16 giugno mi presentai a Niguarda per la rimozione del catetere (i tecnici parlano di “svezzamento” CV, termine che evoca immagini rassicuranti, ma non del tutto appropriate…).
Dopo l’estrazione ci furono due ore di ansia: seguendo le loro istruzioni avevo bevuto una bottiglietta di acqua minerale, poi con Guya attendemmo al bar. Il notevole affollamento non riusciva a cancellare lo squallore di quell’esercizio pubblico, ulteriore disagio che si sommava alla nostra ansia. L’unica nota di colore era la presenza di una cassiera dai capelli azzurri: non la si poteva ignorare, come i tavolini sporchi o le brioches di plastica. Dopo un’ora e mezza avevo provato a fare pipì, ma senza successo. Tornai dagli infermieri i quali perciò stavano per chiedere all’urologo di turno se dovevano reinserirmi il catetere quando una di loro ebbe la splendida idea di farmi riprovare. Mi isolai per la seconda volta in bagno e questa volta riuscii! Un evento minimo, ma celebrato interiormente come una vittoria epocale. Tornai trionfante dagli infermieri che mi fecero una veloce ecografia per determinare se avevo residuo. Questo era nella norma e dunque fui dimesso.
Dopo aver percorso una circonvallazione particolarmente trafficata, il secondo ritorno a casa fu anche più commovente del primo: finalmente ero libero, forse potevo pensare un po’ a programmare l’estate. La vita sorrideva di nuovo, o almeno faceva un timido cenno.
Due esserini presero residenza nel nostro giardino: una cliente di Guya le aveva confidato di non saper dove mettere due tartarughe di terra che fino a quel momento aveva tenuto sul balcone in una scatola di cartone, freddo o caldo che fosse, ma anche asciutto o bagnato. Impietositi, avevamo dato la nostra disponibilità ad accoglierle nel nostro giardino. Che nel frattempo era curato dal nuovo giardiniere, Marcello Segabrugo. I due animaletti, quasi indistinguibili tra loro, presto presero confidenza con le erbe e con gli angoli più nascosti. Così lente ma anche così elusive, spesso facevamo davvero fatica a capire dove si fossero cacciate. Surreale la scena di me che, con in mano il sacchetto, mi aggiravo nel giardino alla loro ricerca nel caldo più infernale. Lentezza e invisibilità messe assieme fanno arte: sembrava di giocare a nascondino con dei ninja. Per fortuna c’era solo una possibile via di uscita, cioè il cancello d’ingresso. E questo lo avevamo ostruito in modo per loro invalicabile. Freccia, nelle sue misurate puntate all’aperto, non le perseguitava: tra loro c’era una pacifica indifferenza.
Sapevamo che erano due maschi, perciò ci stupivamo che regolarmente una delle due (sempre la stessa) cercasse ripetutamente di “montare” l’altra, tanto che quest’ultima la vedevamo meno perché andava a nascondersi più della prima. Senza curarci della coerenza tra nome e genere, Guya le chiamò rispettivamente “enciapada” e “encülada”. Quando il veterinario ci chiese i loro nomi, ci fu un momento di imbarazzo…
Anche l’urinocoltura del 18 giugno diede risultati negativi, dunque tutto si avviava ad essere “normale” allorché mi accorsi che di nuovo avevo difficoltà ad orinare. Minzioni stentate e brucianti.
Il 22 giugno avevo bevuto come un cammello, come ormai d’abitudine. Un cammello diligente e obbediente alle prescrizioni mediche. Mi ero fatto dei foglietti su cui programmavo il numero di cc alle varie ore. Questi facevano il paio con altri foglietti che invece prospettavano le terapie con i loro orari.
Fu nel primo pomeriggio che mi accorsi del blocco totale. Sperimentai al peggio la mia seconda RAU (ritenzione acuta urine), avevo la vescica che mi scoppiava dal dolore quando Guya mi portò di fretta e furia al Niguarda. Ancora una volta era una maledetta domenica. Al triage, ore 18.48, mi fu dato codice azzurro. Alle ore 19.06 l’infermiera Marianna Sanfilippo fu brava a innestarmi il solito catetere, tramite il quale finalmente potei liberarmi in qualche manciata di secondi di più di 1,2 litri. Un sollievo che sfiorava la gratitudine cosmica. Poi ci fu un’attesa lunghissima per la lettera di dimissioni. Dovevamo attenderla sempre lì al pronto soccorso, dilaniati dall’insofferenza per la burocrazia e al cospetto dell’umanità che soffriva. Un luogo che induceva a riflessioni esistenziali, anche controvoglia. Fui dimesso alle 22.43 dalla dr.ssa Guendalina De Nadai.
Il giorno dopo, 23 giugno alle 9.40, ero con la dr.ssa Assunta Ascione per la visita urologica. Mi prescrisse l’assunzione di Bactrim, Tamsulosina e supposte Orudis. Un trittico terapeutico degno di un altare farmacologico. Mancavano solo le candele. Per la prima volta mi fu accennato alla possibilità di dover procedere, nelle prossime settimane, alle cosiddette “dilatazioni” programmate dell’uretra, altra parola che da sola avviava al pessimismo più nero.
Guya ed io eravamo assai preoccupati da queste minacciose eventualità. Lei però ebbe l’idea di ricontattare il dr. Vincenzo Scattoni, l’urologo che nel 2011 mi aveva operato alla prostata. In effetti pativamo l’assenza di qualcuno di fiducia. E si sa che, in certi frangenti, la fiducia conta più di qualsiasi referto.
Così il 24 giugno scrissi al dr. Scattoni una mail in cui riassumevo la mia vicenda e gli chiedevo una visita. Una mail sobria, ma con un sottofondo di implicita supplica.
Lui mi rispose in giornata: “Prosegua con Bactrim per totale di 10 gg, assuma anche Uroial 1 bustina alla sera. Il resto di terapia stop. Ulteriore tentativo di rimozione fra 15-20 gg. Vedrà che andrà tutto bene”.
In effetti avevo un gran bisogno di quel “vedrà che andrà tutto bene”. Purtroppo Scattoni mi aveva risposto dalle ferie e avrei potuto vederlo solo l’8 luglio. Anche i salvatori, ogni tanto, vanno al mare.
Nel mio regolare svolgimento del lavoro relativo alla redazione degli articoli per GognaBlog e Sherpa, nonché alla promozione mattutina sui social, cercavo anche di liberarmi di alcuni impegni che avevo preso prima dell’operazione: il 25 giugno Matteo Zin e due collaboratori vennero a casa mia per una professionale intervista video che sarebbe poi stata utilizzata per un film che il biellese Gian Luca Cavalli stava realizzando con lo stesso Matteo. Naturalmente mi ripresero dalla vita in su nel mio studio che era incasinatissimo per il cronico disordine e per la presenza dei pesanti e ingombranti pannelli solari che erano lì dal 20 maggio… Avevo suggerito loro di fare le riprese in giardino, ma non ne avevano voluto sapere. Probabilmente temevano l’improvvisa comparsa delle tartarughe… L’intervista verteva sull’Annapurna, con accenni alla nostra spedizione del 1973 e a Guido Machetto.
Solo il 26 giugno riuscimmo a far venire i tre tecnici della MGCK che impiegarono tutta la giornata per smontare i vecchi pannelli, montare i nuovi e avviare il funzionamento con l’inverter per la produzione di energia, finalmente da consumare sul posto. Si concludeva perciò la più che decennale ma assai deludente partnership con il GSE, con la sicurezza che il cosiddetto “scambio sul posto” fosse una grande fregatura. Una conclusione maturata lentamente, ma con convinzione granitica.
Altro grande lavoro fu il 1° luglio, quando Ivano Zanetti arrivò con una squadra di tecnici per montarmi un grande serramento vetrato tra l’infisso a vetri della nostra camera da letto e la terrazza. Lo scopo era quello di creare una camera d’aria tra interno ed esterno, con grandi vantaggi sia d’inverno che d’estate. In effetti, da quel momento, il consumo di aria condizionata diminuì considerevolmente. Come pure si ridusse l’inverno seguente la produzione e lo scorrimento di rugiada sugli infissi.
Il 3 luglio mi sottoposi ad un altro esame. Questa volta era la cistoscopia, per esplorare se il mio canale uretrale aveva qualche piccolo ingombro che non permetteva il normale scorrimento dell’urina. Arrivai lì con il mio catetere 16 Ch, mi fu rimosso per far luogo alla sonda. Un avvicendamento di strumenti cui ero preparato e che accolsi con rassegnazione. Il dr. Valerio Cellini scrisse:
“Introduzione agevole di strumento flessibile. Uretra nella norma, esiti di prostatectomia radicale. Anastomosi sclerotica agevolmente oltrepassabile dallo strumento. Mezzo limpido. Capacità vescicale nella norma. Mucosa rosea con mammellonatura sul fondo compatibile con lesione da decubito di catetere vescicale, papille uretrali ortotopiche e normoconformate. Assenza di lesioni vescicali macroscopiche sospette in senso eteroplasico. Si posiziona CV Foley 18 Ch, passaggio agevole”.
Il Cellini, molto più vicino all’essere umano che al robot, spese alcune parole per rassicurarmi con ottimismo. Anche lui mi raccomandò di bere tantissimo (si spinse a consigliarmi 3 litri al giorno), poi mi istruì con puntiglio sull’uso del tappo. Si trattava di staccare il connettore conico di raccordo tra l’estremità prossimale del catetere e il tubo di trasferimento alla sacca di raccolta, sostituendolo con un drainage cap (volgarmente tappo). Cellini asseriva che durante il giorno io avrei dovuto usarlo, togliendolo ogni volta per poter orinare quando ne sentivo la necessità. Di notte invece potevo usare la solita sacca di raccolta. Secondo lui ciò mi avrebbe allenato la vescica, facendola gonfiare e sgonfiare. Il concetto era chiaro e condivisibile. Perciò nei giorni seguenti mi applicai per essere ligio a quel consiglio.
Ne uscii sollevato per l’esito dell’esame, un po’ preoccupato per il fatto che adesso avevo dentro un tubicino da 6 mm di diametro esterno (e non più da 5,3 mm).
Chiesi lumi anche al mio medico di fiducia, il mitico “santone” Antonio Perrone. Appellativo guadagnato sul campo e non per caso. Lo avevo tenuto al corrente delle mie peripezie e lo informai anche sull’esito della cistoscopia. Il 4 luglio, a commento della serie di terapie che già seguivo, mi prescrisse l’aggiunta di Sabal Serrulata 6 CH granuli: 5 granuli al mattino prima di colazione almeno per 30 giorni”.

L’8 luglio rividi in uno studio privato Vincenzo Scattoni: non pretendevo si ricordasse di me e non ho elementi per dire se si ricordava o no. Il personaggio è abbastanza burbero, quasi ligure. Mi presentai con il mio sacchetto e con il referto della cistoscopia: lui ascoltò l’intera storia. Ribadì che non c’era alcun motivo per pensare a problemi più seri che l’infezione. Decretò lo stop a Urodis e Bactrim, prescrisse Uroial e Levofloxacina dal 12 al 17 luglio. Confermò il tentativo di rimozione il 15 luglio.
Accanto alla ritrovata gioia di poter finalmente mordere un po’ di formaggio, mi diede un profondo fastidio dover rinunciare, la sera del 13 luglio, alla trasferta a Brescia per assistere al concerto di Skin e dei suoi Skunk Anansie. Urologia batteva Rock uno a zero. A marzo avevo prenotato e comprato i biglietti: li regalai ad Elena e all’amica Angelica Lato, la stessa che era con noi nel 2024 al concerto dei Garbage.
E arrivò il fatidico 15 luglio. Alle otto di mattina ero già pronto in sala di attesa a Niguarda. Tolto il trabiccolo e bevuta la consueta bottiglietta con conseguente attesa nello squallido bar, ricevetti una telefonata da Claudio Inselvini, l’ottimo presidente del CAAI Centrale che chiedeva la mia presenza a Nembro (BG) per discutere delle soluzioni che l’Accademico avrebbe dovuto adottare per superare l’attuale impasse. Gli raccontai la mia situazione e declinai. Nel frattempo, non ero certamente pronto al crudo fatto che non sarei riuscito ad orinare. Dopo aver provato tre volte mi risolsi a comunicare agli infermieri che il tentativo di rimozione era miseramente fallito.
Cosa che nella dimissione confermò l’urologa, la dr. Elena Strada, la quale si spinse a ipotizzare i guai peggiori, ma nei fatti rimandò solo a un ulteriore tentativo.
Il 17 luglio, in seguito al mio avviso di tentata rimozione, Scattoni mi scrisse: “Bisogna posizionare un catetere più ampio e dilatare la stenosi per poi, dopo 15 gg, rimuovere di nuovo il catetere”. Un messaggio conciso, ma di quelli che si rileggono più volte.
Per il 20 luglio avevo acquistato quattro costosi biglietti per il concerto degli AC/DC all’Autodromo Ferrari di Imola. Oltre al mio, i biglietti erano intestati a Guya, Elena e Petra. Quest’ultima, piuttosto “impegnata” con Elettra, fu sostituita da Angelica. Io non volevo rinunciare a quell’evento epocale e, tra mille esitazioni, decisi di andare.

Avvisati del codone di auto che si era formato al casello di Imola, scegliemmo un’uscita alternativa e raggiungemmo con meno difficoltà la zona dell’Autodromo. Lì, nel casino, non si capiva bene dov’era l’ingresso e quindi dove posteggiare. Avevo guidato da Milano per tutto il viaggio con il sacchetto ai piedi e dunque avevo bisogno di un luogo, non dico appartato ma sufficientemente in disparte, per poter procedere all’inserimento del tappo. Ci risolvemmo a fermarci in via Carlo Pisacane vicino a una tabaccheria con annessi locali videolotteria e scommesse, poco oltre l’hotel Olimpia che, dato per quattro stelle, ci sembrava invece un albergo a ore.
Da lì a piedi non ci volle molto per raggiungere l’ingresso. Eravamo in anticipo e ci concedemmo una merenda con birra ad un chiosco circondato da qualche prato e molte galline che razzolavano. In questa situazione ci perdemmo l’esibizione degli special guest, The Pretty Reckless: la voce della cantante, aggressiva, ci giungeva assai attutita. Ci aggregammo alla massa dei convenuti che dovevano convalidare i propri ticket. Angelica fu fatta passare per Petra senza troppe esitazioni. Raggiungemmo i nostri posti sulle gradinate dell’autodromo, da lì il palco non era così distante ma in più confidavamo negli schermi giganti. Sia nella pista automobilistica sia sulle gradinate la folla si stava radunando in una serena attesa che però non riusciva a nascondere l’eccitazione che sarebbe esplosa di lì a poco.
La luce gradualmente scemava, il pubblico si sistemava. Alle ore 21.10 Brian Johnson (voce), Angus Young (chitarra solista), Stevie Young (chitarra ritmica), Matt Laug (batteria) e Chris Chaney (basso) iniziarono una performance di quasi due ore e mezza, senza alcun risparmio né intermezzi.
I convenuti, noi compresi, erano consci di assistere alla consacrazione di una leggenda rock da oltre cinquant’anni di carriera, un evento che ha trasformato l’Autodromo in una catena sonora di energia pura e un rito collettivo per fan di tutte le età. Vivevamo un loro ritorno in Italia a un anno da Modena. La scaletta fu senza sorprese, ma impeccabile: il set alternò classici intramontabili come Back in Black, Thunderstruck e Highway to Hell con brani più recenti, mantenendo alta la tensione e suscitando le nostre reazioni più entusiastiche.
Angus Young, 70 anni, ma vestito come sempre da ragazzino, dominava la scena e con energia fisica e stile inconfondibile saltellava e sfrecciava spesso percorrendo la quasi totale larghezza del palco con la sua mitica “duck walk”, una corsetta accovacciata con la chitarra che aveva mutuato a suo tempo da Chuck Berry. Mentre Brian Johnson, pur vicino ai 78 anni, mostrava la sua voce ruvida e piena di carattere, incitandoci per l’intera durata dello show.
Per il resto, la regia dello show esibiva le solite luci, fuochi d’artificio, scenografie imponenti, nubi di fumo e un emozionante uso di cannoneggiamenti: un’esperienza visiva e sonora da grande arena rock, non semplice “esecuzione di canzoni” ma vera esperienza totalizzante, formula di rock diretto, potente e senza compromessi.
Allorché, credo per motivi tecnici, ci fu una breve interruzione, ci sganasciammo all’uscita di Guya. Noi chiedevamo “ma dove sono andati?” e lei disse: “Saranno nel polmone d’acciaio…”.
Intanto i circa 70.000 spettatori cantavano le hit all’unisono e l’atmosfera era travolgente. Era evidente la presenza di tre generazioni diverse: dietro di noi una ragazza era sola con un bambino in braccio di circa un anno. In occasione del bis fu impressionante vedere le decine di migliaia di “corna del diavolo” luminose.
Fino al momento in cui ci alzammo per risalire le gradinate e uscire, tutto mi era andato bene. Avevo evitato di bere e di agitarmi più di tanto. Ma allorché ci mettemmo in coda, il deflusso si rivelò ordinato ma davvero lento. Avevo davvero bisogno di liberarmi. Potei farlo solo il momento che raggiungemmo il nostro posteggio. Una volta sgravato dal liquido mi rimisi il sacchetto e mi accinsi a guidare fino a Milano, con un’infinita coda per raggiungere l’autostrada.
Il 22 luglio mi recai al San Raffaele e il dr. Scattoni mi accolse molto accigliato nel vedermi senza sacchetto. Come se fossi entrato in canottiera. Mi chiese perché avevo su il tappo. Guya ed io gli spiegammo che così ci era stato consigliato. Allora lui disse: “Lo so, lo so che alcuni la pensano così… ma non va bene. Lei, se si rompe una caviglia, ci camminerebbe o correrebbe sopra? Ovviamente no! E così, anche in questo caso, vescica e uretra devono ‘riposare’, non ‘allenarsi’…”. Metafora atletica piuttosto efficace.
Non osammo confutare le sue tesi, però eravamo perplessi a considerare la differenza delle due scuole di pensiero… Poi mi rimosse il CV. Dopo la consueta attesa di un’ora e mezza i miei organi diedero verdetto positivo e così lasciammo il San Raffaele per raggiungere nel caldo più feroce l’auto che avevamo lasciato al parcheggio. Eravamo così felici che il posteggiatore abusivo e africano si vide offrire una mancia regale.
Dovevo assumere ancora Levofloxacina per tre giorni, Uroial e 2 compresse di Lenidase per 10 giorni, tanto per fare la fortuna delle farmacie ancora aperte.
Trovammo il coraggio di accettare l’invito di Bibi per un soggiorno a Dosso. In effetti non vedevamo l’ora di rivedere Elettra e Petra, finalmente nella bella luce ligure. Il 26 luglio raggiungemmo senza problemi idraulici Dosso, la frazione di poche case che domina Levanto. Fu un soggiorno piacevole e sereno, in più contraddistinto dal festeggiamento del mio compleanno all’Agriturismo degli Ulivi, nei pressi del Passo del Bardellone. Lì fanno una cucina ligure di gran classe e la vista si estende fino alle Alpi Apuane. Hanno anche un’enoteca cospicua, che un competente come Andrea giudicava ragguardevole. C’erano le mie figlie, Guya, Bibi e Andrea. Al ritorno, scendendo con le auto nel bosco, vedemmo un cerbiatto e un cinghiale.
Nei giorni seguenti Elena sarebbe partita con tre amiche alla volta di Uzbekistan e Kirghizistan. Il viaggio, organizzato dal titolare di The Chief Cups, Carlo Avati (nipote di Andrea), sarebbe stato “indimenticabile”. Intanto Petra, Ruggero ed Elettra sarebbero andati prima da amici in val Gardena e poi a Casanova (Monterchi-AR), ospiti di Luca e Silvia. Finalmente Bibi e Andrea avrebbero goduto di grande pace solitaria a Verbier…
Elena e le sue amiche sul pullman di trasferimento notturno da Uzbekistan a Kirghizistan (video).
Noi il 30 luglio eravamo di ritorno a Milano. In contemplazione del nostro giardino mi accorsi che il maggiociondolo era infestato da qualcosa di bianchiccio e insano. Denunciai la cosa al giardiniere, allegando la foto. Quello mi rispose che purtroppo si trattava di un’invasione di cocciniglia. Passò quanto prima a disinfestare, ma fu costretto a segare qualche ramo decisamente troppo compromesso. Ad oggi che scrivo (3 febbraio 2026) vedo il mio maggiociondolo stagionalmente privo di foglie e non so ancora se riuscirà a “guarire”. Sono innamorato di questa pianta, che sono stato io a volere fortemente. La considero una realtà che rappresenta il mio essere nella semplicità più vegetale. Temo per la sua salute e prego che si riprenda.
Domenica 3 agosto con Guya andammo all’Alpe del Viceré e da lì traversammo nel bosco fino alla Baita Patrizi, lo stesso ristorante al quale a novembre 2024 avevo portato Guya, Ruggero e Petra incinta. Glauco ci accolse con la consueta simpatia e l’invariata qualità di pizzoccheri. Peccato solo la quantità di altra gente che gremiva il locale e il dehors, ma ci consolavamo pensando che per Glauco quella era una manna.
La mattina del 5 agosto mi alzai più presto del solito perché avevo appuntamento alle 8.15 all’Ospedale San Raffaele per una visita neurologica: mi ci recai da solo e in auto perché il trenino da Cascina Gobba non era in funzione. L’attesa si prolungava a dismisura, ebbi bisogno di andare in bagno. E lì mi accorsi con vero terrore che eravamo di nuovo daccapo: non usciva nulla di nulla. Feci la visita assai agitato, per fortuna il medico Luigi Albano confermò la “sostanziale stabilità dimensionale del piccolo residuo intracanalare sinistro del noto Schwannoma rispetto al medesimo esame eseguito nel 2022”. Uscito da quello studio feci un altro salto in bagno per vedere se era il caso di allarmarsi davvero. E quando, accucciato sulla tazza ben attento a neppure sfiorarla, vidi un sottile getto continuo fuoriuscire, mi sembrava di rinascere. Avevo lasciato l’auto nello stesso parcheggio del 22 luglio, l’africano pensò una seconda volta a quanto dovessi essere ricco…
A fine mattinata feci visita ai locali di via dei Pellegrini, vicino a Porta Romana, dove si stavano svolgendo i lavori di ristrutturazione della nuova casa di Ruggero e Petra. Con loro, Elettra e Guya andammo a mangiare qualcosa nella vicina e storica paninoteca del Bar Quadronno.
Raggiunta casa mia nel pomeriggio ero un po’ preoccupato che si ripetesse l’episodio del San Raffaele, ma tutto procedette regolare fino alla notte. Purtroppo la mattina dopo (6 agosto) ecco il nuovo episodio di RAU (ritenzione acuta urine). Con la vescica strapiena ulteriore corsa al Niguarda, dove alle ore 7.26 con “manovra agevole” l’infermiere Luca Guzzo m’inserì un altro catetere CV Ch16. Fu ancora compito della dr. Guendalina De Nadai, ormai vecchia conoscenza, dimettermi alle ore 8.38. In assenza di Scattoni, che si godeva la sua seconda dose di ferie, il 7 agosto ritornai a Niguarda dove alle 9.10 la dr.ssa Erika Palagonia mi firmò una relazione in cui addirittura si prendevano gli appuntamenti per le famose “dilatazioni” tanto temute.
In uscita ci fu una litigata di Guya con l’impiegato delle prenotazioni che, con molta scortesia, non accettava le prenotazioni richieste dalla Palagonia.
Per fortuna Scattoni tornò e il 12 agosto ci presentammo al San Raffaele (questa volta munito di sacca…) per la prevista sostituzione del CV. Mi inserì un Foley a 20 CH (6,6 mm di diametro esterno). Mi congedò con la consueta sicurezza che tutto sarebbe andato bene e che non ci sarebbe stato bisogno di prenotare le dilatazioni. Mi prescrisse 2 Neofuradantin al dì per 3 giorni, Uroial e 2 Lenidase al dì per 10 giorni.
Tutti i programmi elaborati faticosamente a fine luglio, con previste visite a Briançon, a Pietramurata e a Poggio Mirteto erano saltati. Non ci rimase che goderci l’aria condizionata di casa nostra, allietati dal mio lavoro, dal riposo di Guya ad ambulatorio chiuso per ferie e dalla televisione. Fu memorabile lo spettacolo del Palio di Siena di Ferragosto.

Il 21 agosto, alle ore 9, al San Raffaele ebbi rimozione del catetere da parte dell’apprendista dr. Angelo Occhi assistito dal dr. C. Piccolo. In seguito, consueta bevuta di acqua e attesa ansiosa di un’ora e mezza, a quel punto salutata da una pisciata liberatoria che riportai trionfante a Scattoni che parlava con Guya. Prescritto ancora Uroial assieme a un Cefixoral al dì per 5 giorni. Da quel giorno, e fino alla fine dell’anno, non ci furono più sorprese. Anche l’urinocoltura fatta a metà settembre si rivelò negativa.
Fu memorabile il 25 agosto lo sgombero del mio studio. Dopo lo smantellamento delle pile, libri e riviste furono ricollocati al loro posto. Ma fu un lavoro incompleto perché non ci fu la necessaria pulizia di fino, rimandata sine die. Polvere, briciole e laniccio continuavano a contraddistinguere la malattia mentale mia e del mio studio. Non ero ancora pronto alla benefica revisione totale, dovevo dare precedenza al maggiociondolo.
A fine agosto e a poca distanza dall’inizio dell’autunno era ora di fare un bilancio, ma anche per questo non ero pronto. C’era solo una cosa certa, l’assidua, amorosa presenza di Guya nell’infermità e nel cuore, dettata dal sentimento. Non so bene cosa avrei fatto senza di lei, ma è inutile fare ipotesi. Con la sua ironia dissacrante dissolveva paure e false certezze pessimiste, prendeva distanza da convenzioni e identità automatiche. Non aveva il preciso scopo di indurci alla ricerca autentica di noi stessi, ma era esattamente il risultato che otteneva. Era Søren Kierkegaard che diceva che l’ironia è la disciplina nella ricerca del Sé. Per me Guya è dunque una vera “cultrice di vita”.
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A me piacciono le favole che spesso racconto e pubblico, come quella del MAGGIOCIONDOLO. Cera una volta in Frigia (una regione dell’Anatolia) dove adesso si trova Ankara, una bella e titanica dea guerriera che si chiamava MAIA. Durante una battaglia, Mercurio unico figlio di Maia, fu ferito e la madre per salvarlo, lo prese e fuggirono insieme con le altre guerriere, con una zattera. Attraversarono il mare adriatico e approdarono naufraghi, sulle coste Italiche ad Ortona (CH). Le fu suggerito di recarsi sul monte Paleno, (era il primo nome della Maiella, da Giove Paleno), perché c’era una gran quantità di erbe medicinali che avrebbero potuto guarire le ferite di Mercurio. Un’erba risultava miracolosa, ma germogliava sulla cima più alta del monte e quindi si poteva raccogliere solo dopo la scomparsa della neve. Purtroppo, quando Maia arrivò sul Monte Paleno, c’era tanta neve e la pianta che cercava non era ancora fiorita. Mercurio morì poco dopo e la madre disperata, si lasciò andare ad un inconsolabile pianto. Le sue urla di dolore si udirono per tutta la vallata. Giove commosso da questa straziante scena, volle ricordare il povero figlio di Maia, con una pianta simbolica, il MAGGIOCIONDOLO, piccolissimo albero con dei fiori gialli a grappolo che nasce nel mese di maggio sulla Maiella. Secondo la leggenda, la Maiella deriva dal nome di Maia. Per effetto della pareidolia, (illusione subcosciente che tende a ricondurre a forme note oggetti o profili (naturali o artificiali) dalla forma casuale,) a Pennapiedimonte CH, nella località Balzolo, (705 m) Parco Nazionale della Maiella, c’è la PINNA DI ROCCIA (Cimirocco), che ha il profilo di una donna assorta in meditazione, leggermente inchinata in avanti e con il viso verso il sepolcro del figlio MERCURIO, rappresentato da uno sperone roccioso chiamato Cimiroccone (o Cima del Roccione). Quando si apre il sovrastante serbatoio per far uscire l’acqua, sembra che la DEA PIANGE, questa mia sensazione è ancora più commovente.
Beh… Verdone è nulla rispetto a te …. ….. I nomi degli infermieri… mah
Che bel racconto di vita! Mi fa venire in mente un cartone animato cecoslovacco che ho visto alcuni anni fa e che descrive le ossessioni che governano le tre fasi della nostra vita:
– giovinezza: SESSO, SESSO, SESSO, SESSO (7c, 8a, 8b, 8c);
– maturità: CIBO, CIBO, CIBO, CIBO (6c, 6b, 6a, 5c);
– anzianità: MEDICINE, MEDICINE, MEDICINE, MEDICINE (4c, 4b, 4a, trekking)!
Tu, ovviamente, sei ancora nella prima fase!
Grazie per condividere anche le tue vicissitudini!
Caspita, che traversie! Divertenti le note sulla candela aggiunta alla terapia e al timore degli operatori di incontrare le tartarughe!
Adesso che, nel raccontare la tua vita, sei praticamente arrivato al presentei, che succederà al Metadiario?