Nicola Armaroli
(da wikipedia)
Nicola Armaroli (Bentivoglio-BO, 2 settembre 1966) è dirigente di ricerca presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche.
Si è laureato in Chimica all’Università di Bologna nel 1990 e ha ottenuto il dottorato di ricerca presso la stessa Università nel 1994. Lavora dal 1997 al Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), presso l’Istituto per la Sintesi Organica e la Fotoreattività (ISOF). Nel 2014 assume la direzione di Sapere, prima rivista italiana di divulgazione della scienza, fondata nel 1935. Dal 2019 è membro della Accademia Nazionale delle Scienze detta dei XL.
È membro del Comitato Esecutivo della European Chemical Society (EuChemS) e Fellow della Royal Society of Chemistry (RSC). Ha presieduto il Working Party di Chimica ed Energia della European Chemical Society (2011-2017). Fa parte del comitato scientifico di numerose riviste tra cui Chemistry – A European Journal (Wiley-VCH), Photochemical & Photobiological Sciences (RSC), Polyhedron (Elsevier). Nel 2001 ha vinto il Premio Internazionale Grammaticakis-Neumann per la fotochimica, nel 2009 il premio letterario Galileo per la divulgazione scientifica, nel 2017 la Medaglia d’Oro Enzo Tiezzi della Società chimica italiana e nel 2019 il Premio per la chimica Ravani-Pellati della Accademia delle Scienze di Torino.
La sua attività di ricerca riguarda la fotochimica e la fotofisica di composti di coordinazione, nanostrutture di carbonio e sistemi e materiali supramolecolari. Queste ricerche sono di interesse per la conoscenza fondamentale e per applicazioni tecnologiche quali la conversione dell’energia solare, i nuovi materiali per l’illuminazione, la catalisi e il remote sensing. Studia inoltre la transizione energetica nella sua complessità, anche in relazione alla disponibilità di risorse naturali e al cambiamento climatico.
Si occupa di divulgazione scientifica sui temi delle fonti e tecnologie energetiche, delle risorse naturali e dell’ambiente, sui media di massa e nella società.
Libri di Nicola Armaroli
È autore di libri sui temi delle tecnologie e delle risorse energetiche.
- Energy for a Sustainable World – From the Oil Age to a Sun-Powered Future, Wiley-VCH, 2011.
- Powering Planet Earth – Energy Solutions for the Future, Wiley-VCH, 2013 (con Nick Serpone).
- Electroluminescent Materials and Electroluminescent Devices (N. Armaroli, H.J. Bolink, Eds.), Springer, 2017.
- Energia per l’Astronave Terra – Terza edizione: l’Era delle Rinnovabili, Zanichelli Editore, Bologna, 2017 (con Vincenzo Balzani).
- Energia per l’Astronave Terra- Nuova edizione aggiornata e ampliata con gli scenari energetici per il futuro dell’Italia, Zanichelli Editore, Bologna, 2011 (con Vincenzo Balzani).
- Energia per l’Astronave Terra- Quanta ne usiamo, come la produciamo, che cosa ci riserva il futuro, Zanichelli Editore, Bologna, 2008 (con Vincenzo Balzani).
- Energia Oggi e Domani-Prospettive, Sfide, Speranze, Bononia University Press, Bologna, 2004.
- Emergenza energia. Non abbiamo più tempo, Edizioni Dedalo, Bari, 2020.
Donald, eroe ambientale
di Nicola Armaroli
(pubblicato su saperescienza.it il 10 giugno 2026)
Ho riletto di recente quanto scrissi qui quasi dieci anni fa, all’indomani del primo ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca, e mi è venuto da sorridere. Immaginando una Cina pronta a fregarsi le mani davanti al promesso suicidio americano sullo sviluppo delle energie rinnovabili, lasciavo però aperta la possibilità di un finale a sorpresa. A un decennio di distanza, quel finale – e quella sorpresa – sembrano arrivati.
La produzione di energia negli USA oggi
Nel 2016 Trump percorreva gli Stati Uniti con un badile in mano, promettendo la rinascita del carbone. Dal 2016 al 2025, la produzione totale di carbone negli USA è calata di un terzo e la produzione elettrica da carbone si è dimezzata. Nel 2025, oltre il 60% della nuova capacità elettrica installata negli Stati Uniti è arrivata da rinnovabili, soprattutto solare ed eolico. Se si includono anche le batterie che permettono di utilizzare di sera e di notte quanto assorbito nelle ore centrali del giorno, la quota delle tecnologie rinnovabili sul nuovo installato supera il 90% del totale.
I quattro anni della presidenza Biden hanno certamente contribuito a questi risultati. Ma è evidente che il netto predominio politico e amministrativo trumpiano dell’ultimo decennio non ha fermato l’inesorabile trasformazione del sistema energetico americano. Nel corso degli anni, le amministrazioni Trump hanno ingaggiato una battaglia sempre più irrazionale contro la scienza del clima e le energie rinnovabili, con una postura antiscientifica a tratti violenta. Per dare un’idea dell’aria che tira, se oggi presenti un progetto di ricerca sull’energia solare a un’agenzia governativa statunitense, non sognarti di scrivere che quei finanziamenti serviranno a ridurre l’uso dei combustibili fossili, altrimenti non avrai un centesimo.
La politica energetica di Trump
Il maccartismo energetico, però, nel mondo reale non funziona. Ironia della sorte, molte aziende del settore rinnovabile sono concentrate negli Stati repubblicani, Texas in testa. Non stupisce quindi che la politica locale non voglia piegarsi ai diktat di Washington. Intanto, una parte della base MAGA ha scoperto che il solare conviene e chiede di cambiare registro. La questione, in fondo, è semplice: negli Stati Uniti è difficile, persino per un Presidente, bloccare attività economiche mature e redditizie in nome di una pura ossessione dogmatica, alimentata dalla lobby fossile. In pratica, Donald Trump abbaia da dieci anni contro le rinnovabili. Ma, per lui, il bilancio è disastroso.
Non contento, il lucido miliardario newyorkese ha confezionato un capolavoro energetico anche sul fronte petrolifero. Dopo aver messo le mani sulle risorse di bassa qualità di un Paese dalle infrastrutture distrutte come il Venezuela, ha ripreso la guerra a puntate con l’Iran, insieme all’amico Netanyahu. I due statisti miravano all’uranio arricchito iraniano, ma in un attimo la crisi è scivolata dall’energia nucleare al petrolio. A quel punto, per Teheran, bloccare lo stretto di Hormuz è stato un gioco da ragazzi, facendo schizzare il greggio alle stelle: l’Estremo Oriente vacilla, l’Europa trema. La lobby petrolifera, principale sostenitrice di Trump, accumula fortune. L’americano medio, molto meno.
In alcune settimane di caos totale, Donald Trump è riuscito a rendere il petrolio così indesiderabile e vecchio che nessuna politica “verde” avrebbe potuto fare di meglio. Comunque finisca la guerra di Hormuz, nulla sarà più come prima. Per raccontare l’improbabile eroe ambientale Donald Trump, prendo in prestito una battuta fulminante di mia figlia: «Trump mi ricorda Biff di Ritorno al futuro, il superbullo più patetico della storia del cinema».
Nucleare: anniversari, sogni, realtà
di Nicola Armaroli
(pubblicato su saperescienza.it il 2 aprile 2026)
40 anni dopo Chernobyl, 15 anni dopo Fukushima
Nel 2026 ricorrono anniversari significativi dei due grandi incidenti nucleari: 40 anni da Chernobyl, 15 da Fukushima. Due eventi ritenuti di probabilità insignificante, ma che purtroppo si verificarono: uno per errore umano, l’altro per catastrofe naturale. Due tragedie che hanno indelebilmente segnato il destino della tecnologia elettronucleare, minando le prospettive di mercato e mettendo in luce i suoi nodi irrisolti.
I costi degli incidenti
Definire con precisione il costo umano dei due disastri è praticamente impossibile. La stima delle vittime di Chernobyl per esposizione radiologica rimane uno dei temi più dibattuti e controversi nell’ambito dell’epidemiologia ambientale. A seconda della fonte, i numeri variano da meno di cento a decine di migliaia. Per entrambi gli incidenti, sono stati e restano severi i danni indiretti, in particolare psicologici e sociali, per loro natura non facilmente quantificabili. Centinaia di migliaia di persone ebbero la vita stravolta per sempre: è largamente documentato che, in quei luoghi, sono aumentati i tassi di depressione, alcolismo, suicidio.
Meno controversa, invece, appare la stima dei danni materiali: Chernobyl e Fukushima sono stati i due più costosi incidenti industriali di sempre. I danni diretti e indiretti alle economie dei Paesi coinvolti, insieme ai costi di decontaminazione e bonifica, sono oggi valutati – per ciascun caso – in un’ampia forbice centrata attorno ai 400 miliardi di euro.
Si tratta di un costo destinato a gravare ancora sulle generazioni future. In entrambi i siti, infatti, la situazione è lontana dall’essere risolta. A Chernobyl, la struttura di confinamento denominata NSF (New Safe Confinement), che ricopre i resti del reattore esploso nel 1986, dovrà garantire protezione fino al 2116. Nel frattempo, resta aperta la sfida della rimozione del materiale radioattivo fuso – il cosiddetto “magma” – che giace sotto il vecchio sarcofago in cemento, costruito quarant’anni fa e oggi a rischio collasso. A Fukushima, la rimozione del combustibile nucleare dai tre reattori andati in meltdown non inizierà prima del 2037 – 26 anni dopo l’incidente – e sarà una sfida ingegneristica gigantesca.
La gestione dei rifiuti nucleari
Quest’ultimo dato offre la misura di quanto la tecnologia nucleare sollevi una questione di giustizia intergenerazionale. Un tema che si pone anche in assenza di incidenti: la gestione dei rifiuti nucleari ad alta attività impone di individuare e certificare come “sicuri”, per decine di migliaia di anni, siti geologici di stoccaggio a circa 500 m di profondità. Sono orizzonti temporali che disorientano, se si considera che la civiltà umana nella sua forma storicamente documentata ha meno di 6000 anni. Le autorità di sicurezza oggi richiedono che questi depositi presentino una segnaletica immune ai cambiamenti delle lingue e delle culture, che inevitabilmente avverranno. In pratica, dobbiamo sforzarci di elaborare avvertimenti comprensibili a un eventuale ignaro postero che, fra 50 000 anni, si imbatta nel nostro sgradevole lascito.
Di fronte all’entità dei costi associati agli incidenti e a prospettive temporali che sfidano ogni pianificazione economica, è comprensibile che le compagnie assicurative non coprano i danni sanitari e materiali alle persone. E neanche i costi di bonifica, la cui portata non è stimabile a priori. In Giappone, il soggetto chiamato a coprire i costi di ultima istanza è lo Stato e non TEPCO, l’azienda che possedeva l’impianto di Fukushima.
La crisi del nucleare
A partire dal disastro di Chernobyl, l’industria nucleare globale è entrata in una crisi profonda dalla quale non si è più ripresa. Nel corso dei decenni – e ancora oggi – è stato più volte annunciato un “rinascimento nucleare”, sistematicamente svanito. Per comprendere lo stato attuale del settore, è utile partire da alcuni dati.
Rispetto a trent’anni fa, il numero di reattori nucleari operativi nel mondo è leggermente diminuito, mentre la relativa potenza installata è leggermente aumentata. Questo incremento ha coperto in misura marginale l’enorme aumento della domanda globale di elettricità: nel 1996 il nucleare copriva il 17% della domanda mondiale, oggi si ferma al 9%. L’età media dei reattori resta elevata. Il valore più basso si registra a livello globale (33 anni), grazie al contributo dei nuovi impianti cinesi. In Francia l’età media del parco nucleare è di 40 anni, negli Stati Uniti raggiunge i 44. Nessuno dei due Paesi ha reattori in costruzione.
In Europa sono attivi solo tre “nuovi” progetti: uno in Slovacchia (prima pietra posata 39 anni fa) e due nel Regno Unito. Per questi ultimi si sono accumulati ritardi superiori a dieci anni, mentre i costi preventivati sono più che raddoppiati. I trend dell’industria nucleare nelle economie di mercato sono impietosi, come dimostrano le crisi finanziarie che hanno colpito a catena aziende del settore, tra cui Toshiba, Westinghouse e Areva. Nel 2022 il governo francese è intervenuto rinazionalizzando al 100% il colosso EDF (Électricité de France), in forte difficoltà finanziaria.
Il nucleare in Cina
Nel panorama nucleare globale, oggi dominano le economie a controllo statale: oltre il 90% dei reattori in costruzione è basato su tecnologia russa o cinese, e più della metà dei circa 70 impianti attualmente in cantiere si trova in Cina. Tuttavia, il boom cinese si ridimensiona se confrontato con il trend delle altre tecnologie. Nel 2025 sono stati connessi in rete 1,1 GW di nuova capacità nucleare, contro 435 GW di eolico più fotovoltaico. In Cina il nucleare copre oggi circa il 5% del fabbisogno elettrico nazionale, mentre solare ed eolico raggiungono insieme il 25%. La traiettoria impressa da Pechino verso l’elettrificazione dei consumi finali indica chiaramente che il nucleare non rappresenta il perno della strategia.
La situazione del nucleare in Italia
Il ventilato rilancio del nucleare in Italia si colloca in questo complesso quadro storico e internazionale. E siccome la realtà è tutt’altro che esuberante, il dibattito è stato spostato su tecnologie che oggi non esistono sul mercato: piccoli reattori modulari – talvolta evocati nella loro “quarta generazione”, ancora lontana – e fusione. Non è un modo responsabile per affrontare problemi strutturali sempre più urgenti: alto costo dell’energia e cronica dipendenza dall’estero.
Un tratto curioso del dibattito italiano è l’indicazione della Francia come modello. In realtà, il sistema elettrico francese – imperniato su 57 grandi reattori, un numero spropositato – mostra crescenti elementi di criticità. Come tutti i Paesi europei, anche la Francia sta installando nuova capacità rinnovabile; negli ultimi dieci anni questo ha di fatto marginalizzato l’equivalente di circa sette reattori. In media, quasi metà del parco nucleare francese non è impiegato per il fabbisogno interno: gli impianti sono spenti oppure producono per l’export. Quei reattori furono concepiti per funzionare in modo continuo, ma sono sempre più spesso modulati per adeguarsi all’andamento dell’offerta complessiva, causando un aumento dello stress operativo su infrastrutture ormai datate. In prospettiva, gli spazi per le esportazioni francesi tendono a ridursi, man mano che gli altri Paesi europei accrescono la propria capacità rinnovabile. Il nucleare francese sta diventando una sorta di elefante nella stanza del sistema elettrico europeo. Esso richiederà una gestione sempre più attenta e condivisa, anche in vista di una dismissione non remota, le cui implicazioni non potranno essere considerate una questione di sola pertinenza francese.
Nucleare: pro e contro
Il nucleare presenta indubbi punti di forza: un reattore in funzione produce energia H24 in ogni stagione, non emette CO2 e inquinanti in fase operativa, occupa superfici contenute. Se ci si ferma qui, è la soluzione perfetta. Le tecnologie però non esistono mai in astratto: vanno inserite nel mondo reale. Ed è esattamente questo lo stress test che il nucleare non ha mai superato. Si tende superficialmente ad attribuire la crisi senza fine del nucleare a fattori esterni: ambientalisti, politici incapaci, enti regolatori eccessivamente severi. Troppo comodo. La crisi del nucleare è tutta nelle sue intrinseche debolezze e contraddizioni, che in 70 anni non ha mai risolto.
L’ultima volta che in Italia si è discusso di nucleare (2010-2011) il fotovoltaico era marginale, l’eolico muoveva i primi passi, le batterie avevano costi proibitivi, le reti intelligenti erano solo una bella idea sulla carta, l’industria nucleare prometteva riduzioni dei costi, una centrale non si era mai trovata in teatro di guerra, la proliferazione nucleare era considerata un tema superato.
Discutiamo apertamente di tutto, ma non facciamo finta di essere anche solo a 15 anni fa. Oggi il nucleare non è più l’unica alternativa a carbone e gas, come all’epoca di Chernobyl e Fukushima. Tutto è cambiato, prendiamone serenamente atto e voltiamo pagina.
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Le popolazioni locali
Come fossero tribù dell’Amazzonia e non cittadini di una nazione industriale di cui godono tutti i benefici.
Le popolazioni locali, totem dell’assenza di ogni coscienza etica sociale, di ogni coscienza civica.
Bisognerebbe rimandarli nel medioevo che sognano.
Massimo, sarà anche come dici tu, però è un fatto che l’uranio è un elemento raro, molto prezioso e molto inquinante nella lavorazione, per renderlo idoneo alle centrali nucleari; inoltre il nucleare è anche lui una fonte energetica fossile.
Il petrolio sessant’anni fa costava pochissimo, ma poi col crescere della domanda e della scaltrezza degli stati arabi, il suo prezzo è cresciuto alle stelle.
La stessa cosa varrà anche per l’uranio, una volta che numerosi stati saranno ad esso fortemente dipendenti. E’ la strategia del puscher: “provala, la prima volta è gratis!”
I giacimenti di uranio in Valtellina e nella bergamasca, nonostante siano di modesta entità e di difficile estrazione, sono stati oggetto di richieste di concessione da parte dell’Agip e di ditte francesi. Si tratta quindi di un minerale di grande importanza economica e strategica.
Quando si parla di sfruttamento delle fonti energetiche è inoltre difficile trovare tecnici obiettivi e privi di conflitto di interesse.
Mi ricordo ai miei tempi, circa un secolo fa, quando l’energia solare era agli albori, sentire alla televisione tecnici Enel affermare che l’energia solare poteva coprire un fabbisogno energetico minimale anche se avessimo coperto tutto il territorio nazionale (23.413 kmq.!) di pannelli solari, quindi si doveva per forza ricorrere al petrolio e al carbone!
In realtà basterebbe una superficie di un quadrato di 35 kmq. di lato, per coprire il fabbisogno energetico nazionale! In sostanza sarebbe sufficiente che ogni regione d’Italia in media occupasse circa 50 kmq. del proprio territorio con pannelli solari, vale a dire un quadrato avente lati di soli 7÷8 km di lunghezza: non mi sembra una cosa impossibile da realizzare!
@ 20
Il costo dell’uranio è minimo rispetto al costo della centrale. Anche se decuplica l’incidenza sul prezzo finale è minima.
Nell’energia atomica il costo è tutto nell’impianto, il contrario nelle energie fossili.
Fissione e rinnovabili condividono il sostanziale risultato di poter incrementare l’energia prodotta senza fare aumentare l’effetto serra.
Per loro conto con l’idroelettrico è stato già raschiato il fondo del barile , e fotovoltaico ed eolico finora non sono producibili a comando e non possono separare il momento della produzione dell’energia da quello del suo consumo.
Il nucleare ha una serie lunghissima di rischi: catastrofali , da esposizione , e di stoccaggio di scorie per ere geologiche.
A naso finché non sarà controllabile in tutte le declinazioni sarà difficile usarlo se qualcosa di più grave dei suoi effetti negativi non ci obbliga.
Articolo molto equilibrato. Quello che non capisco però come mai non ha trattato il problema dei costi della materia prima Uranio e dove questa materia prima si va a comprare. In Italia giacimenti di Uranio esistono che io sappia nelle Alpi Orobie ma sono di scarsa entità e con tutta la popolazione locale ovviamente contro ad un eventuale sfruttamento. Giacimenti importanti ci sono in Russia, in Cina e credo negli Stati Uniti: saremmo quindi in ogni caso dipendenti e ricattabili da questi produttori…..
Sono d’accordo
Riassumendo al massimo il mio pensiero. Io non ho nulla contro il capitalismo a priori. La società ovviamente per ragioni fisiologiche è stratificata in maniera dinamica…se per merito, fortuna ti arricchisci sei bravo e io rispetto…..però quando diventare ricchi significa metterlo nel culo agli altri ..non c’è capitalismo che regge…..non c’è economia da salvare …. è semplicemente puntare a perdere….
In regioni come Basilicata, Campania e Calabria ci sono italiani , uonini e donne , che hanno lavorato per quarant’ anni alla raccolta dei pomodori, la persona che passava a prendere queste persone si chiamava ” caporale” anche quando chi raccoglieva i pomodori era di nazionalità italiana, e la cosa funzionava così anche con loro, sei sorpreso ?
Gli extracomunitari non hanno cambiato nulla rispetto a quanto succedeva prima.
Va bene così ?
No , non va bene così: gente in nero, aguzzini, infortuni , stipendi bassi.
Ma è una delle mille cose che non vanno , e ae vedi i film di Albanese ne impari di più anche sugli italiani.
Ok quindi in Italia il lavoro stagionale in agricoltura è tutto regolare …ok ho capito…. probabilmente sono mie paranoie..o..forse qualcuno se l’è inventato….
Non sono cieco davanti alle aberrazioni del mondo in cui viviamo, ma trovo banale buttare il bambino con l’acqua sporca.
Se tu non ami il pane puoi anche cancellarla dal dizionario, come ogni ottenebrato può proporre , MA QUESTO NON TI DARÀ QUALCOSA DA MANGIARE DOMANI MATTINA.
Fra l’altro Marco i quattro disperati non li hanno bruciati “i capitalisti” , li hanno bruciati 4 delinquenti che volevano i loro soldi.
Quindi Bobbi secondo te tutto va tutto bene così? Ma li hai visti quei quattro poveracci li hanno bruciati vivi….porcozio ma ti rendi conto?
A Bobby mi ero dimenticato i capitalisti proprietari dei semi. L’agricoltura è in mano a loro.
A Bobby gli va bene tutto, sopratutto se viene dal più forte.
Alberto hanno seminato e raccolto per un terreno quello Italiano fertilissimo:Banche disonesti fortini,burocrazia che al confronto un bradipo è una Porsche, energie e materie prime fantasmi sempre in affanno e rincaranti ,Tribunali e Giustizia su cui nemmeno spreco aggettivi e sopra a tutti sti bei ingredienti mettici i nostri emeriti politici che male o bene sono quello che la nostra societa/bandiera produce e il gioco agricolo è fatto ; grandi aratri e decisioni per semine di seggi e voti tra fazioni camaleontiche ma raccolti per poche ricche famiglie, sempre le stesse.
Bobby , forse non ti accorgi che sei l’esatto opposto al no di tutto , sei il si di tutto e non penso che sia un vantaggio al dialogo
Bravo Bobbh me ne ero dimenticato qualcuno.
Bravo Bobby.
I capitalisti del cemento hanno costruito le case in cui tu abiti.
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I capitalisti dell’escavazione danno lavoro a mezza carrara .
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I capitalisti delle banche ti permettono di comprare una casa poco alla volta.
-I capitalisti dei pomodori e dei meloni riforniscono il TUO supermercato
-I capitalisti della Fiat hanno fatto in modo che tu non girassi col carretto.
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I capitalisti dell’acciaio hanno fatto in modo che potessimo avere ponti e guard rail in metallo anziché in legno.
– Fatti un giro per il mercato e comincia ad uccidere i capitalisti della bistecca, i capitalisti della pesca , e i capitalisti della ristorazione ; quando sei rimasto con una mano davanti e l’altra dietro, fammi un fischio e dai la colpa ai capitalisti del maltempo…
I capitalisti del cemento hanno seminato bene mangiando tutto i giorni teritorio.
I capitalisti dell’escavazione hanno seminato bene sventrando le Apuane.
I capitalisti delle banche hanno seminato molto bene spremendo la gente.
I capitalisti dei pomodori e dei meloni hanno seminato molto bene sfruttando gli immigrati.
I capitalisti della Fiat hanno seminato bene sfruttando i finanziamenti dello stato.
I capitalisti dell’acciaio hanno seminato bene sfruttando bene Taranto.
La tutela dell’ambiente non è questione tecnica o scientifica, ma estetica e sentimentale. Se l’eolico e il solare sostituissero i combustibili fossili con la distruzione del paesaggio non ci sarebbe alcun vantaggio culturale.
Del resto i precedenti non mancano. Ognuno raccoglie quello che ha seminato.
–
Che cosa “hanno seminato i no-tutto” ?
La loro religione impedisce loro qualsiasi atto o pensiero costruttivo , esclusa beninteso la masturbazione atto in cui sono campioni mondiali , e il getto del “peso e contrappeso”
Per fortuna però ci sono i ratti fautori dell’antiwokismo sedicenti controcorrente, che hanno imparato a dire si a tutto quello che i gestori del labirinto vogliono da loro…
Del resto i precedenti non mancano. Ognuno raccoglie quello che ha seminato.
Il dibattito sul nucleare uscirà subito dai binari di un confronto civile per diventare una lotta tra il bene e il male.
Da un lato i capitalisti cattivi che vogliono i soldi a costo di distruggere la natura, dall’altro i buoni, il popolo NO TUTTO le fatine con i loro cuccioletti di cane e i sottoni che belano e si divertono a spaccare tutto.
Comitati di beghine2.0, mai state madri mai state mogli, difenderanno i loro campi larghi di margherite