Civetta Nord-ovest – seconda parte
(continua da https://gognablog.sherpa-gate.com/civetta-nord-ovest-prima-parte/)
Continuiamo la presentazione di questa rivoluzionaria guida. Civetta Nord-ovest non è solo una guida tecnica, ma nel panorama editoriale è l’espressione più convincente e approfondita dell’attuale alpinismo dolomitico.
Grande spazio nella guida è stato riservato (in sei paragrafi) alla storia alpinistica della parete nord-ovest della Civetta. Le 24 pagine dedicate, con ampia documentazione fotografica, vanno ben oltre all’elenco di imprese, perché degli autori riflettono sia l’esperienza sul terreno che la cifra culturale e storica. Ne diamo qui un breve riassunto, riportando le tabelle riassuntive per ogni paragrafo.
Il tempo dei pionieri 1895-1925
La storia alpinistica della Civetta inizia probabilmente tra il 1855 e il 1865, quando il cacciatore zoldano Simeone De Silvestro, detto Piovanèl, raggiunse la vetta con due compagni lungo il versante orientale. Le prime ascensioni documentate risalgono invece al 1867 e furono compiute da cordate mosse da motivazioni differenti: l’esplorazione alpinistica degli inglesi e degli austriaci, rappresentati da Francis Fox Tuckett e Paul Grohmann, e l’affermazione patriottica del tenente agordino Giovanni Battista Pezzè. Mentre il versante orientale era relativamente accessibile, la grande parete nord-occidentale rimase a lungo una sfida irrisolta. Già nel 1888 Georg Winkler ne studiò le possibili linee di salita, ma senza tentarle. Dopo alcuni tentativi falliti, la prima ascensione della parete sotto la Piccola Civetta fu realizzata dagli inglesi John Swinnerton Phillimore e Arthur Guy Sandars Raynor con le guide Antonio Dimai e Giovanni Siorpaes. Oltre al valore sportivo, questa salita introdusse una nuova idea di alpinismo: l’interesse per l’apertura di vie nuove su montagne già conquistate.
Nei decenni successivi furono aperte varianti e itinerari sempre più diretti. Tra questi spiccano la via di Santo De Toni, che raggiungeva la vetta con una linea più logica, e soprattutto la via Haupt-Lömpel del 1910, considerata una straordinaria anticipazione dell’alpinismo moderno per difficoltà e concezione. Parallelamente si sviluppò l’esplorazione delle torri e delle cime secondarie del gruppo, con ascensioni significative alle torri Coldai, d’Alleghe, di Valgrande, alla Torre Venezia e alla Torre Trieste. La Prima guerra mondiale interruppe ogni attività, ma il dopoguerra vide l’avvento di una nuova epoca. La svolta arrivò con la via Solleder-Lettenbauer, la prima a superare direttamente la parete nord-ovest della Civetta, destinata a segnare il passaggio dall’alpinismo pionieristico a una concezione più tecnica e moderna della scalata.
Tabella 1
L’epoca d’oro del sesto grado (1925-1945)
Tra il 1925 e il 1945 la Civetta divenne uno dei principali laboratori dell’alpinismo europeo. In questi anni si affermò il concetto di “sesto grado”, formalizzato dalla Scala Welzenbach nel 1926 come limite massimo delle capacità umane in montagna. La via Solleder-Lettenbauer del 1925 ne divenne il simbolo: una salita eccezionale per eleganza, continuità e difficoltà, pur inserendosi in un percorso evolutivo preparato da numerosi precursori. L’attrezzatura dell’epoca era ancora essenziale: corde di canapa, pochi chiodi, assenza di imbracature moderne e scarpe molto rudimentali. Negli anni Venti la Civetta fu soprattutto terreno di conquista per gli alpinisti tedeschi e austriaci, che realizzarono le prime ripetizioni della Solleder e nuove esplorazioni sulle cime del gruppo.
L’alpinismo italiano trovò però presto protagonisti di primo piano. Tra essi emerse Domenico Rudatis, esploratore, teorico e divulgatore, autore di importanti ascensioni e soprattutto creatore del “mito della Civetta”. La sua opera preparò la grande stagione dell’alpinismo agordino, inaugurata dalla ripetizione della Solleder da parte di Attilio Tissi e Giovanni Andrich nel 1930. Negli anni successivi Emilio Comici e Giulio Benedetti aprirono una nuova grande via sulla Nord-ovest, mentre Tissi, Alvise Andrich e altri protagonisti locali firmarono alcune delle salite più significative delle Dolomiti. Le imprese di Carlesso, Cassin, Ratti e Menti dimostrarono quanto rapidamente fosse cresciuto il livello tecnico dell’arrampicata. Sullo sfondo, tuttavia, il clima politico cambiava: le leggi razziali, il linguaggio sempre più militarizzato e infine la guerra influenzarono profondamente anche l’ambiente alpino. Dopo il 1943 il Bellunese fu coinvolto nella lotta partigiana; il rifugio Coldai venne incendiato dai tedeschi e Attilio Tissi partecipò attivamente alla Resistenza, subendo carcere e torture. Alla fine del conflitto, la Civetta uscì profondamente segnata e l’attività sulla grande parete rimase quasi ferma fino all’arrivo delle nuove generazioni del dopoguerra.

Tabella 2
Oltre il sesto grado (1945-1974)
Nel secondo dopoguerra la Civetta divenne il teatro di una nuova fase dell’alpinismo dolomitico, caratterizzata dal tentativo di superare i limiti del tradizionale sesto grado. Gli anni Cinquanta si aprirono e si chiusero con due ascensioni destinate a influenzare profondamente l’evoluzione della disciplina. Nel 1951 i francesi Georges Livanos e Robert Gabriel conquistarono il Gran Diedro Giallo della Cima Su Alto, una linea a lungo considerata irraggiungibile, facendo largo uso dell’arrampicata artificiale e delle nuove possibilità offerte dall’evoluzione tecnica. Pochi anni dopo, Walter Philipp e Dieter Flamm aprirono il grande diedro della futura Punta Tissi, proponendo invece una concezione opposta: ridurre al minimo l’uso dei chiodi e valorizzare l’arrampicata libera. Da questo confronto nacquero due differenti visioni dell’alpinismo. L’approccio artificiale ebbe inizialmente il sopravvento, inaugurando quella che Gian Piero Motti definirà l’epoca dell’“artificialismo totale”, favorita dalla diffusione di corde in nylon, chiodi specializzati, staffe e chiodi a pressione. Figura emblematica di questa stagione fu Ignazio Piussi, autore della direttissima alla Torre Trieste (1959) e protagonista di altre imprese memorabili, come la prima invernale della Solleder-Lettenbauer nel 1963 e l’apertura della Via del Miracolo e della Via dello Spigolo della Su Alto.
Alla fine degli anni Sessanta, tuttavia, l’alpinismo iniziò a rimettere al centro il valore della libera. Comparvero nuovi protagonisti come Reinhold Messner, che nel 1967 aprì la Via degli Amici, e Alessandro Gogna, autore di una nuova via alla Cima della Terranova. Il desiderio di andare “oltre il sesto grado” si manifestò anche attraverso le prime grandi salite invernali e solitarie. La prima invernale della Solleder-Lettenbauer del 1963 rappresentò un’impresa epocale, seguita da altre ripetizioni invernali sempre più impegnative. Il culmine fu raggiunto nel 1972 con la Via dei Cinque di Valmadrera, aperta in inverno dopo venticinque giorni complessivi di permanenza in parete, una realizzazione straordinaria anche secondo i criteri moderni. Parallelamente nacque la stagione delle solitarie: Claudio Barbier compì ripetizioni solitarie leggendarie, Messner affrontò da solo la Philipp-Flamm e Domenico Bellenzier realizzò una salita visionaria sulla Torre d’Alleghe. Queste imprese segnarono il passaggio verso una nuova concezione dell’alpinismo, fondata sulla ricerca del limite individuale, preparando il terreno alla rivoluzione tecnica e culturale che avrebbe caratterizzato gli anni successivi.

Tabella 3
Settimo grado (1974-1986)
Tra il 1974 e il 1986 la Civetta fu protagonista della rivoluzione che portò alla nascita del settimo grado e alla piena affermazione dell’arrampicata libera. L’introduzione delle scarpette a suola liscia, l’influenza del free climbing californiano e il miglioramento dell’attrezzatura modificarono profondamente il modo di scalare. Reinhold Messner sintetizzò questo cambiamento affermando che la Scala Welzenbach era ormai “esplosa”. Tra i principali interpreti della nuova stagione vi fu Renato Casarotto, autore di importanti solitarie e promotore dell’uso ufficiale della gradazione di settimo grado. Poco dopo emerse Maurizio Zanolla, detto Manolo, che affrontò in libera le celebri placche della Bellenzier alla Torre d’Alleghe. Un altro protagonista fu Lorenzo Massarotto, erede ideale di Claudio Barbier, autore di notevoli solitarie estive e invernali. Nello stesso periodo la compagnia roveretana guidata da Sergio Martini, Graziano Maffei, Paolo Leoni e Mariano Frizzera aprì numerose vie impegnative sulla Nord-Ovest, dimostrando una modernità spesso poco compresa dai contemporanei.
A differenza delle epoche precedenti, questa fase vide un netto predominio degli alpinisti italiani, con una significativa eccezione rappresentata dagli arrampicatori dell’Europa orientale. Polacchi e cecoslovacchi portarono sulle Dolomiti uno stile caratterizzato da grandi spedizioni e straordinarie imprese invernali. Dopo alcune aperture estive, concentrarono la loro attività sulle salite nella stagione fredda, realizzando le prime invernali di importanti itinerari come la Comici-Benedetti, la Via degli Amici, la Via del Rifugio e la Via del Miracolo. Tra le loro imprese più significative spicca la Via dei Cecoslovacchi alla Piccola Civetta, aperta da due soli alpinisti che trascorsero dieci giorni in parete durante l’inverno. Sullo sfondo di questa intensa stagione, la leggendaria Via Attraverso il Pesce in Marmolada divenne il simbolo dell’alpinismo degli anni Ottanta, così come la Solleder lo era stata negli anni Venti. A chiudere idealmente il periodo furono le imprese dei fratelli Bruno e Giorgio De Donà, protagonisti di una difficile salita alla Cima della Terranova e di una quasi completa traversata invernale del gruppo, testimonianza di un alpinismo ormai proiettato verso orizzonti completamente nuovi.


Tabella 4
Alpinismo moderno 1986-2001
Tra la metà degli anni Ottanta e l’inizio del nuovo millennio la Civetta entrò in una fase di profondo rinnovamento. La diffusione delle falesie attrezzate e dell’uso dello spit consentì agli arrampicatori di allenarsi sistematicamente in sicurezza, favorendo un generale aumento del livello tecnico nell’arrampicata libera. A ciò si aggiunse la diffusione dei friend, che ampliarono notevolmente le possibilità di protezione sulle grandi pareti. Le nuove competenze maturate in falesia vennero presto trasferite sulla Nord-Ovest della Civetta. Una delle prime manifestazioni di questo cambiamento fu Capitan Sky-Hooks, aperta dai Ragni di Lecco Paolo Crippa e Dario Spreafico, che attraversava l’immenso sistema di placche a sinistra di Punta Civetta e introduceva con grande parsimonia l’uso dello spit in apertura. Negli stessi anni emersero diversi protagonisti bellunesi, tra cui Gigi Dal Pozzo, Renato Panciera e Venturino De Bona. Panciera, con Mauro Valmassoi, realizzò nel 1989 la via Eliana, dimostrando come fosse possibile seguire linee apparentemente prive di logica, lontane dai tradizionali sistemi di fessure. Ancora più innovativa fu Nuvole Barocche, aperta da De Bona e Piero Bez attraverso il cosiddetto Cuore della Civetta, che divenne rapidamente uno degli itinerari più difficili della parete. Lo stesso De Bona, due anni più tardi, firmò in solitaria la celebre W Mexico Cabrones.
Questi anni furono segnati anche da imprese difficilmente classificabili secondo i canoni tradizionali. Manrico Dell’Agnola, con Alcide Prati, inaugurò una nuova dimensione fondata sulla velocità, concatenando nel 1990 le vie Philipp-Flamm e Solleder-Lettenbauer in sole diciassette ore e percorrendo successivamente la Philipp-Flamm slegato in meno di tre ore. Nello stesso periodo gli altoatesini Christoph Hainz e Valentin Pardeller aprirono Kein Rest von Sehnsucht, una via di altissima difficoltà risolta integralmente in libera e senza spit, destinata a diventare un riferimento per l’alpinismo dolomitico moderno. Il tradizionale legame tra la Civetta e i lecchesi continuò attraverso le solitarie di Giorgio Anghileri e soprattutto di Marco Anghileri, autore di straordinarie ascensioni invernali culminate nella ripetizione solitaria della Solleder-Lettenbauer tra il 2000 e il 2001. Nello stesso periodo Claudio Moretto completò la prima solitaria invernale della Livanos-Gabriel. Alla fine del secolo la Nord-Ovest si presentava dunque come un terreno in cui convivevano libera estrema, esplorazione, velocità e grandi solitarie, segnando il passaggio verso una nuova stagione dell’alpinismo dolomitico.
Tabella 5
La riscoperta 2001-oggi
Nei primi anni Duemila una nuova generazione di alpinisti veneti e trentini riportò la Civetta al centro dell’attenzione. In un periodo in cui molte energie erano rivolte verso altre pareti dolomitiche, giovani come Alessandro Baù, Alessandro Beber, Enrico e Daniele Geremia e Nico Rizzotto scelsero di dedicarsi con continuità alla Nord-Ovest, dando vita a una vera e propria riscoperta della parete. Un momento simbolico fu la prima ripetizione di Nuvole Barocche nel 2007 da parte di Baù e Beber, da cui nacque una collaborazione destinata a produrre numerose aperture e ripetizioni di prestigio. Tra queste spiccano Chimera Verticale (2008) e soprattutto Colonne d’Ercole (2012), considerata ancora oggi uno dei massimi esempi dell’alpinismo dolomitico contemporaneo per la capacità di attraversare placche apparentemente impossibili utilizzando esclusivamente chiodi e friend. Baù divenne inoltre uno dei più profondi conoscitori della parete grazie a numerose ripetizioni e prime invernali, mentre Beber introdusse nuove prospettive con Argento Vivo, itinerario aperto con tecniche di piolet traction sulla Piccola Civetta. Nico Rizzotto si distinse invece per le sue solitarie, culminate con la prima ripetizione individuale della leggendaria Via dei Cinque di Valmadrera.
L’ultimo decennio ha visto emergere una sorprendente generazione di giovani alpinisti della Val Gardena, tra cui Alex Walpoth, Martin Dejori, Titus Prinoth e Janluca Kostner. Dopo la prima ripetizione di Colonne d’Ercole nel 2015, essi hanno aperto itinerari di grande valore come la Via degli Studenti e Ancora Insieme, proseguendo idealmente il percorso iniziato dalle generazioni precedenti. A loro si devono numerose altre aperture e ripetizioni di alto livello, spesso in collaborazione con Giorgio Travaglia. Nello stesso periodo sono nate vie significative come Dirty Harry, aperta nel 2016 da Tom Ballard e Marcin Tomaszewski, primo contributo straniero di rilievo sulla parete dopo decenni, e Capitani di Ventura, aperta nel 2019 da Luca Vallata e Davide Cassol. Un elemento accomuna gran parte dell’alpinismo recente sulla Civetta: il rifiuto dell’uso sistematico dello spit e la scelta di affrontare le difficoltà con mezzi tradizionali, privilegiando chiodi e friend. Questa tendenza testimonia una continuità ideale con la storia della parete e conferma la Civetta come uno dei luoghi simbolo dell’alpinismo dolomitico, ancora capace di stimolare nuove esplorazioni e nuove sfide.



Tabella 6
Un esempio a caso
Vogliamo che questo articolo mostri con sufficiente chiarezza come gli itinerari vengono presentati in questa guida. Ecco un esempio, scelto a caso.
2.2 Bellenzier | Pilastro Nord
Domenico Menego Bellenzier, 16-17 luglio 1964
Carattere via classica-storica
Difficoltà VI+ e A3 (o VIII-)
Sviluppo 215 m + zoccolo
Accesso Zoccolo del Pilastro Nord, p. 93
Discesa Discesa dal Pilastro Nord, p. 94
È il primo itinerario ad aver raggiunto e superato la magica placca sospesa che caratterizza la parte superiore del Pilastro Nord della Torre d’Alleghe. Questa salita, pur nella sua brevità, rappresenta tutt’oggi un buon banco di prova e presuppone un’adeguata padronanza del grado. Essa si può scomporre in due sezioni: nelle prime tre lunghezze l’arrampicata si svolge su roccia gialla e verticale, le difficoltà sono fin dall’inizio sostenute, ma la chiodatura è abbondante; le seguenti tre lunghezze salgono invece per placche grigie, compattissime e leggermente appoggiate. Il primo dei tre tiri è sicuramente il tratto chiave dell’ascensione, qui la chiodatura si fa rarefatta e per di più risulta difficoltoso integrare le protezioni in presenti. Il fatto che tale via sia stata catalogata tra quelle storiche lo si deve essenzialmente all’anno in cui è stata aperta, tuttavia le difficoltà obbligatorie che essa oppone si aggirano attorno al VII grado.
La roccia dei primi due tiri è discreta e comunque ripulita dalle ripetizioni, mentre quella della placca è eccellente.
Questa via venne aperta in arrampicata solitaria auto-assicurata, fatto inedito nella storia della Nord-ovest, con numerosi passi di delicatissima arrampicata artificiale. L’apritore utilizzò una cinquantina di chiodi, 2 cunei e 3 chiodi a pressione.
Apparentemente l’unico superstite di questi chiodi è quello che si trova, leggermente fuori via, alla fine del terzo tiro. Sembra che gli altri vennero rimossi da ignoti già durante le prime ripetizioni.
Attualmente sono presenti in parete circa una quarantina di chiodi normali. Nonostante i tiri siano tutti piuttosto ripidi, le soste sono in genere abbastanza comode. Materiale: 1 set di friend fino al #2.
Storia
L’espressione un giorno da leoni è quella che meglio ha descritto e condensato le vicende umane che sottendono la genesi di questo importante itinerario sulla Torre d’Alleghe. La Bellenzier è stata per l’apritore sicuramente la realizzazione della vita, una salita che spicca talmente sulle altre da farla immedesimare con la figura del suo autore. Domenico Menego Bellenzier, di mestiere carpentiere, era un valligiano alleghese, testardo, solitario e silenzioso.
Nel 1963 aveva ventitré anni e nella sua breve carriera di alpinista aveva scalato quasi esclusivamente sulle montagne di casa, concentrando in particolare la sua attività sulle torri della Nord-ovest. In quell’anno la Civetta vide la visita di Giorgio Redaelli, già affermato alpinista e celebrità locale, che iniziò a tracciare con Felice Anghileri una sua nuova via sulla Torre d’Alleghe. Sentendo che la Storia gli stava passando accanto, con l’inquietudine tipica della giovinezza, il Menego chiese di potersi unire per l’anno successivo alla cordata dei lecchesi, tramite l’intercessione del vecio Ceci Pollazzon. Il permesso gli venne accordato. Arrivò l’estate del 1964. Non si sa se per via di un ritardo di Redaelli o per chissà quale spiritello maligno che punzecchiò l’orecchio del Menego, ma egli decise, di punto in bianco, di tentare da solo la scalata, battendo sul tempo quello che a questo punto era diventato un contendente.
Ceci Pollazzon, che aveva fatto caso ad alcune perlustrazioni sospette, decise di avvisare il lecchese. Questi, saputa la notizia, si catapultò alla volta della Val Zoldana ben deciso a non farsi soffiare la via. A sua volta si attivò anche il controspionaggio alleghese, perciò il Menego venne avvisato: col favore della notte e con tre complici, tra i quali il giornalista Giovanni Sorge, salì al rifugio Coldai. Bellenzier si fece accompagnare il giorno successivo fino al termine dell’infido zoccolo da due degli amici, che lo aiutarono col materiale.
Attaccò poi, da solo, la parete con la promessa di tornare a prenderli quella sera stessa, per guidarli lungo la discesa, una volta finita la via. Non si sa con precisione quale sia stata la tecnica di auto-assicurazione utilizzata dall’alleghese, ma i primi due tiri, chiodati l’anno precedente da Redaelli, filarono veloci e lo portarono alle 9 di mattina all’inizio delle liscissime placche grigie. Il Menego perlustrò per circa un’ora la parete soprastante alla ricerca di un punto debole, senza trovarlo. Venne quindi preso dal dubbio e dallo sconforto, urlò agli amici che stavano 60 metri sotto di lui che forse sarebbe stato il caso di rinunciare.

In quella zona, avara di fessure, tentò di allestire una sosta di ritirata; nel far questo provò a ricorrere ai chiodi a pressione che aveva con sé, ma si accorse ben presto che la punta portata non era del diametro adatto. Possiamo solo immaginare la frustrazione del momento: bloccato in mezzo a una parete, lui alleghese sulla Torre d’Alleghe. Giù al paese, dal lago e dalle ghiaie tutti lo seguivano col binocolo, Redaelli in più doveva essere ormai arrivato al Coldai, la sua reputazione alpinistica sarebbe stata ormai compromessa irrimediabilmente. Il seguito è una storia di scarponi sulle placche, di chiodi che entrano poco e di precari equilibri sulle staffe. Con la forza della disperazione riuscì, slabbrando il foro il più possibile, a infiggere tre chiodi a pressione lungo il primo tiro di placca. Questi sforzi sovrumani lo portarono a sera sulla cengia posta a settanta metri dalla cima. Non restò che rassegnarsi a un bivacco imprevisto tanto per lui che per i suoi amici disgraziati alla fine dello zoccolo. Il giorno dopo il Menego raggiunse la cima e il più veloce possibile, calandosi lungo la via Rudatis-Depoli, giunse in soccorso dei complici e con loro scese a valle.

Cronologia delle ascensioni
1a ripetizione: Heinrich Heini Holzer e Reinhold Messner, 12 agosto 1966
2a ripetizione: Giancarlo Milan e Luisa Iovane, 20 luglio 1977
3a ripetizione: Luigi Gigi Dal Pozzo e Giacomo Tamba Da Riz, 15 agosto 1979
4a ripetizione e 1a libera: Dario Sacchet e Maurizio Manolo Zanolla, 18 settembre 1979
5a ripetizione e 1a invernale: Ján Ďoubal, Josef Nežerka e Stanislav Stano Šilhán, 28-29 febbraio 1980
Fonti e bibliografia
Sulla via:
Lo Scarpone 15-1964, p. 1 e 3;
Rivista Mensile del CAI 12-1964, p. 559 e 563;
Alp 159, p. 20, Marco Scolaris, “Il capolavoro del Menego”;
Alessandro Gogna, Dolomiti e Calcari di Nordest, 150 anni di vie di roccia, CDA&Vivalda, 2007, p. 195, “Un giorno da leoni”;
Alfonso Bernardi, La Grande Civetta, Zanichelli, 1971, p. 271, Giuseppe Sorge, “Il primato di Domenico Bellenzier”;
Annuario CAAI 2014/2015, p. 204, Massimo Giuliberti, “50 anni e non li dimostra”.
Sulle ripetizioni:
Libro Ascensioni rifugio Coldai;
Alpinismus 2-1979, p. 47;
Rivista Mensile del CAI 5-1993, p. 40;
Der Bergkamerad 13-1968, p. 623, Reinhold Messner, “Torre d’Alleghe, Nordwestwand”
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Acquistata e letta avidamente!!!!!!!!. Belle foto e interessanti gli articoli che ricostruiscono la storia di ogni via. Complimenti agli autori!!!
Da alleghese doc, leggere continuamente LA Civetta è un obbrobrio.
L’ articolo è comunque lungo e interessante, ben fatto.
Ho il libro di Angelini (e altri) quindi credo che l’errore, se cosi si può definire, derivi anche da lì.
È un continuo discutere su questo da parte di tutti ma alla base c’è il dialetto alleghese e delle persone del posto. IL Civetta è il monte, La civetta è l’uccello.
Discussione eterna purtroppo.