Niscemi non è il Vajont

Perché la frana di Niscemi non si ferma? Sotto la collina l’acqua trasforma l’argilla in uno scivolo invisibile, nulla a che vedere con il Vajont.

Niscemi, la frana continua
(cosa sta succedendo davvero sotto la collina)
di Roberto Graziosi
(pubblicato su focus.it il 29 gennaio 2026)

La frana che sta colpendo Niscemi (CL), come spiegato anche qui, non è un evento imprevedibile, ma la conseguenza diretta della natura geologica del versante. L’area poggia su argille plioceniche e marne, materiali che agiscono come una spugna: assorbono l’acqua lentamente, ma la trattengono ostinatamente. Questo fenomeno aumenta la pressione interna al terreno, riducendo la sua capacità di restare compatto fino al 70%.

Una parte della gigantesca frana che ha colpito la città di Niscemi, in Sicilia. Foto: Getty Images.

Una vasta area del centro abitato è stata dichiarata “zona rossa” dopo che un tratto di collina lungo 4 km è crollato il 25 gennaio 2026, costringendo all’evacuazione circa 1.500 persone. Foto: Getty Images.

Il risultato? Un movimento lento ma implacabile che trasforma il fango in una minaccia per le fondamenta cittadine.

Cronologia del disastro: dal 16 gennaio 2026 a oggi
L’allerta è iniziata a metà gennaio, ma la situazione è precipitata il 25 gennaio 2026, quando un fronte franoso di grandi dimensioni si è riattivato sul margine sud della città. Non si tratta di un semplice smottamento superficiale: la dinamica è quella di uno scivolamento roto-traslazionale. In alto si aprono crepe spaventose, mentre a valle il terreno “spinge” in avanti, compromettendo strade e infrastrutture vitali per la comunità.

Monitoraggio hi-tech: satelliti e università in campo
La scienza è l’unica arma per prevedere le prossime mosse del versante. Nelle prossime ore l’Università di Firenze effettuerà rilievi tecnici sul campo, ma la vera svolta potrebbe arrivare dallo spazio. La Protezione Civile sta infatti collaborando con l’Agenzia Spaziale Italiana per utilizzare radar satellitari interferometrici. Questi strumenti sono in grado di misurare spostamenti millimetrici invisibili a occhio nudo, determinando se la frana sta accelerando pericolosamente.

Come fermare la collina: le soluzioni urgenti
Il nemico numero uno resta l’acqua. Per stabilizzare Niscemi, gli esperti indicano tre priorità: la creazione di drenaggi profondi, la canalizzazione immediata delle acque piovane e il controllo dei carichi edilizi in cima alla collina. Finché il cuore della montagna resterà saturo d’acqua, il movimento non si fermerà. Il caso di Niscemi è oggi il simbolo della fragilità geologica siciliana, dove il cambiamento climatico sta mettendo a dura prova un territorio già vulnerabile.

Il ruolo critico dell’acqua nell’argilla
Il cuore del problema risiede nella natura stessa del terreno. Nelle frane composte prevalentemente da argilla, l’acqua agisce come un pericoloso lubrificante che riduce la coesione tra le particelle. Finché il terreno resta saturo, ovvero con i minuscoli spazi tra i grani completamente colmi d’acqua, la pressione interstiziale (cioè la pressione esercitata dall’acqua che si trova negli spazi vuoti – “interstizi” o “pori” – tra i granuli del terreno) impedisce al pendio di stabilizzarsi. In queste condizioni fisiche, la collina si comporta quasi come se galleggiasse su uno strato instabile, rendendo il movimento estremamente difficile da arrestare senza un intervento strutturale profondo.

Nulla a che vedere con il Vajont
a cura della Redazione

Il 9 ottobre 1963 dal Monte Toc si staccarono di colpo circa 260-270 milioni di metri cubi di roccia e detriti e precipitarono nel bacino artificiale del Vajont provocando il disastro che ben ricordiamo.

Stando ai dati diffusi dalla Protezione civile, a Niscemi stiamo parlando di una fronte del fenomeno larga circa 4.000 metri e di un’estensione (profondità) verso il centro del paese di circa 150 m, quindi di un areale di circa 600.000 metri quadri. La stessa Protezione civile ha diffuso pure il dato che il movimento franoso attivo in corso a Niscemi stia mobilitando circa 350 milioni di metri cubi di materiale (roccia, terra e detriti), con possibilità di aumento.

Una certa superficialità di comunicazione unitamente ad una non attenta valutazione di quanto asserito ha focalizzato l’attenzione del pubblico verso la conclusione che, sulla base di questi dati, il volume stimato della frana di Niscemi è circa una volta e mezza quello della frana del Vajont — nel senso che 350 milioni è ~1,33–1,5 volte 260–270 milioni.

Se l’areale coinvolto è di circa 600.000 metri quadri, una semplice operazione matematica ci dice che, per avere un volume di 350 milioni di metri cubi, l’altezza (lo spessore) dovrebbe essere stato calcolato in 580 metri circa. Oppure, per ottenere un prodotto in metri cubi invariato, possiamo considerare una superficie fino a 1.200.000 metri quadri e a quel punto si avrebbe uno spessore di 290 metri.

Ora, è a tutti evidente che nel caso di Niscemi lo spessore massimo visibile (e quindi a pericolo caduta) è di circa 20 metri. Sembrerebbe dunque che il volume del materiale coinvolto non dovrebbe superare i 12 milioni di metri cubi.

Questi conti della serva stanno a dimostrare che i due fenomeni geologici (Vajont e Niscemi) sono del tutto imparagonabili. E nasce il sospetto che questo paragone sia stato voluto per impressionare un’opinione pubblica volutamente male informata e perpetrare ancora una volta una ormai cronica situazione italiana di emergenza.

Come spiegato nell’articolo qui sopra, a Niscemi si tratta di una “colata superficiale” e non di una “caduta” come nel caso del Vajont. Quando Protezione Civile e geologi parlano di 350 milioni di m³, non stanno parlando dei 20 metri di spessore visibile, bensì del volume dell’intero corpo instabile che appoggia e scorre su un piano di scivolamento che è a centinaia di metri di profondità: materiale già in movimento, potenzialmente mobilizzabile fino alla superficie di scorrimento profonda. Stiamo parlando di una frana profonda e non di una caduta o colata superficiale.

Il confronto con il Vajont è dunque fuorviante (anche se molto mediatico). Il Vajont aveva un blocco unico, un distacco netto, un collasso rapido, una geometria ben definita con un volume ricostruito a posteriori e, infine, un grande salto di quota (caduta). Niscemi invece è un sistema franoso complesso, probabilmente polifasico, a cinematica lenta, con grandi margini di incertezza. A Niscemi la maggior parte del materiale non cadrebbe e non andrebbe da nessuna parte in modo spettacolare. Perché la massa si deforma internamente, il fronte avanza di decimetri o metri all’anno, il retro si abbassa, il centro si “gonfia” e il terreno spinge verso valle. Con il risultato che le strade si rompono, gli edifici si inclinano o crollano: il materiale resta grossomodo lì, ma si riorganizza.

In conclusione: siccome manca il dislivello, non può avvenire un collasso catastrofico (e questo non è stato spiegato). Dunque: il paragone con il Vajont è tecnicamente sbagliato, perché è solo volumetrico, non dinamico. E il rischio di Niscemi è cronico e infrastrutturale, non catastrofico istantaneo.

Il commento
di Giovanni Baccolo
(pubblicato sulla pagina fb Storieminerali il 30 gennaio 2026)

Quanti click genera una catastrofe?
Come sempre accade con gli eventi più distruttivi, la frana di Niscemi attira l’attenzione collettiva. Questo evento gigantesco e l’eco che lo circonda offrono uno spunto di riflessione sul rapporto del paese con la geologia, sulla gestione del rischio e sul modo in cui comunichiamo questi temi.

Di Scienze della Terra si parla solo nella declinazione dell’emergenza. La geologia, raccontata dai grandi attori della comunicazione, è una disciplina da Protezione Civile. Ci ricordiamo dell’importanza di studiare il territorio solo dopo una catastrofe: inondazioni, frane, dissesti. È come considerare la medicina esclusivamente come cura dell’urgenza, dimenticando che la salute dipende soprattutto dalla prevenzione. In ambito geologico questo secondo aspetto è spesso dimenticato.

Un altro elemento riguarda il linguaggio. Titoli sensazionalistici sfruttano la scarsa dimestichezza del pubblico con i temi geologici. Il paragone con il Vajont che tante testate stanno raccontando è un esempio lampante. Accostare Niscemi alla tragedia di Longarone può avere senso tecnico/scientifico, ma richiede una delicatezza che manca completamente. Il fatto che i volumi in movimento a Niscemi e sul Monte Toc siano paragonabili non rende gli eventi equivalenti: 2000 vittime da una parte, nessuna dall’altra. Il senso di questi accostamenti è evidente: generare attenzione. Ancora una volta, l’informazione profonda passa in secondo piano.

In un clima culturalmente fragile proliferano commenti su abusivismo e catastrofi annunciate. Il problema esiste e non va minimizzato. Ma vale la pena ribaltare la prospettiva: se fossimo davvero consapevoli della fragilità geologica dei nostri territori, sceglieremmo di costruire in contesti a rischio? Molti dei problemi strutturali di un paese si accompagnano a una carenza di cultura.

La cultura però non nasce nel vuoto. L’ignoranza non è mai responsabilità esclusiva di chi non conosce: è il contesto collettivo a creare le condizioni perché la conoscenza possa attecchire. Senza una vera educazione al territorio continueremo a inseguire le emergenze, sorprendendoci ogni volta circa la vulnerabilità del paese.

Niscemi non è il Vajont ultima modifica: 2026-02-01T05:25:00+01:00 da GognaBlog

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6 pensieri su “Niscemi non è il Vajont”

  1. Ottimo articolo.
    Penso che lo stato debba intervenire per il primo soccorso: evacuazione, sistemazione temporanea ecc dopodiché si devono arrangiare perché nessuno si compra una casa o rimane a viverci sull orlo della frana. Inoltre non so come le banche concedono il mutuo e così anche le assicurazioni. È un problema politico molto antico.

  2. Grande Utile precisazione della redazione!
    Complimenti!  andrebbe diffusa a reti unificate!

  3. Hai ragione, Alberto: chi ha acquistato una casa a pochi decenni dalla precedente frana non può certo prendersela con la pubblica amministrazione.

  4. è evidente il fallimento della pubblica amministrazione.

    Non è solo della P.A. è il fallimento di un’intera società, pubblica e privata,  che pensa di poter fare quello che gli pare, senza capire che vivere in sintonia e con rispetto  dell’ambiente che la circonda non è una disgrazia.
    La P.A. lo fa per i voti, il privato per miopia.

  5. Estrarre acqua da una argilla non è cosa facile perché è un terreno impermeabile che assorbe acqua e la cede solo per evaporazione: se buchi un’argilla con un dreno non esce niente per gravità!
    Tentare di fermare una frana di queste dimensioni allo scopo di consentire alle persone di rientrare nelle loro abitazioni (purtroppo in gran parte abusive), mi sembra una idea malsana che non risolve il problema, ma anzi lo cronicizza. L’opera a mio giudizio più sensata e nel lungo termine, più economica, è la delocalizzazione parziale del paese. I 60 ettari interessati dalla frana dovranno essere bonificati dalle costruzioni e destinati all’agricoltura. 
    Esagerare con la volumetria della frana e sulla sua pericolosità è una strategia molto collaudata per attirare rapidamente  soldi pubblici e in grande quantità. Che arrivino tanti soldi pubblici va anche bene, soprattutto se sono quelli del ponte sullo stretto, l’importante però che non siano sprecati in opere inutili!

  6. Infatti non c’è alcuna correlazione tra Niscemi e il Vajont. Piuttosto bisogna pensare alla Romagna, che affoga ogni volta che piove. Senza alcuna alcuna protezione e manutenzione del territorio è evidente il fallimento della pubblica amministrazione.

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