I felini soffrono l’invadenza delle persone, così nasce il divieto di usare i telefonini nelle aree più a rischio: “Serve un turismo più sensibile alle esigenze degli animali”.
No smartphone durante i safari
(è il divieto dell’India per la fauna a rischio overtourism)
di Pasquale Raicaldo
(pubblicato su repubblica.it/green-and-blue il 5 maggio 2026)
A febbraio l’ultimo, sconcertante episodio, documentato da un video diffuso dal P.M. Dhakate, chief conservator of forests, in prima linea per la conservazione della natura e la gestione dei conflitti uomo-fauna selvatica in India, un contenuto diventato immancabilmente virale: nel cuore del Parco Nazionale di Ranthambore una tigre si guarda intorno spaesata, circondata da auto e costretta a farsi largo per ritrovare la via della foreste, mentre una folla – urlante e festosa – protende gli smartphone nel tentativo di scattare la foto perfetta da postare su Instagram. Già, ma a quale prezzo? Le conseguenze dell’overtourism sulla fauna selvatica sono sempre più consistenti: gli animali sono messi sotto pressione e sviluppano spesso comportamenti pericolosi. Perché – spiega Dhakate – “l’affollamento crea una barriera fisica, aumentando i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, e favorendo potenzialmente un’aggressività difensiva”.
Prima di entrare in una riserva si lascia il cellulare
Così l’India prova a correre ai ripari: una sentenza della Corte Suprema, destinata forse a segnare una strada obbligata su scala globale, ha portato al divieto dei telefoni cellulari nelle zone più gettonate per il turismo di alcune riserve per tigri del Paese, ritenendo i dispositivi – e il comportamento dei turisti durante i safari quando li usano – troppo pericolosi sia per gli esseri umani sia per la fauna selvatica. Ancora: sono vietati i safari notturni, perché generano disturbi maggiori agli animali, ed è limitato lo sviluppo edilizio nelle aree limitrofe alle riserve. I visitatori sono costretti a lasciare lo smartphone in una scatola, prima di entrare nella riserva, o a riporlo nella borsa, in modalità silenziosa. Ancora: nelle fasce orarie clou, all’alba e al tramonto, le vie interne delle riserve non possono essere battute dai percorsi safari.
“Del resto i turisti erano diventati sempre più sconsiderati nel tentativo di immortalare gli animali, con casi in cui lo smartphone è caduto e le guide hanno dovuto scendere dalla jeep per recuperarlo”, ha raccontato alla Bbc la giornalista indiana Charukesi Ramadurai. “Ricordo anche un caso in cui un bambino è caduto a pochi metri da una guida perché ha perso l’equilibrio, urtato dalla mamma durante la posa per un selfie”, aggiunge. Ma non c’è in ballo solo la sicurezza delle persone. Questa è una situazione paradigmatica: sintetizza alla perfezione il difficile equilibrio tra il desiderio di conoscenza del grande pubblico, che talvolta sfocia in vero e proprio voyeurismo, e la tutela del benessere della fauna selvatica, fatalmente in bilico a causa di flussi crescenti e – naturalmente – dell’invadenza degli smartphone.
Il circolo vizioso: più tigri, più turisti
L’India ospita oltre 3.600 tigri del Bengala selvatiche: rappresentano circa il 75% della popolazione mondiale di tigri in natura. La maggior parte vive nelle 58 riserve ufficiali del Paese, come il Parco Nazionale di Ranthambore in Rajasthan e il Parco Nazionale Jim Corbett nell’Uttarakhand. Il trend delle popolazioni è in costante crescita, ma con esso anche la domanda di safari e i rischi connessi. Alla Bbc Sharad Kumar Vats, ceo di Nature Safari India, ha così sottolineato come telefoni cellulari abbiano influenzato il comportamento nei safari a ogni livello. Qualche esempio? La geolocalizzazione delle foto condivise porta a un affollamento di turisti nei luoghi-chiave. E attraverso i messaggi WhatsApp tra gli autisti la condivisione di un avvistamento è istantanea: quanto basta per favorire il rischio di ingorghi e affollamenti. “Ma ci sono aree che dovrebbero restare inviolate e nelle quali dovremmo quanto meno mantenere le distanze – spiega Vats – Sta diventando sempre più difficile, a causa dei turisti. Eppure, se non mostriamo sensibilità nei confronti delle tigri, finiremo con lo sterminarle. E senza tigri, non ci sarà il turismo delle tigri”. Le nuove normative in India causano anche più di qualche mugugno. Agli operatori turistici sono concessi da tre a sei mesi per adeguarsi: è all’apertura delle riserve, dopo la stagione dei monsoni, che si comprenderà se sarà davvero avviata una rivoluzione silenziosa con benefici sulla conservazione di una specie simbolo del Paese.
C’è chi dice no
Anche per questo, sembrano diffondersi sempre più movimenti a favore di safari etici: a riconoscerli sono enti come il Global Sustainable Tourism Council. Molti percorsi sono collegati a progetti di conservazione, direttamente o tramite donazioni benefiche; non marginale la presenza di guide provenienti dalla comunità locale e ben informate sulla fauna e sui programmi di tutela. In Kenya, il Ministero del Turismo e della Fauna Selvatica ha introdotto, per esempio, nuovi standard di comportamento per gli operatori turistici, dopo alcuni video inquietanti che immortalavano gnu in migrazione, in difficoltà perché il percorso era bloccato da turisti. Alle isole Svalbard le nuove regole, in vigore dallo scorso anno, prevedono che le rotte delle crociere naturalistiche si mantengano ad almeno 300 metri dagli orsi polari. In Sri Lanka, il sovraffollamento nei parchi nazionali ha spinto gli stessi operatori locali a chiedere un maggiore intervento governativo e regolamenti più efficaci. Segnali inequivocabili a favore di un turismo naturalistico che ripensi il rapporto tra natura e essere umano, che parta da nuova consapevolezza e differenti aspettative: effettuare un safari con l’obiettivo dichiarato di ricavare una foto instagrammabile di una tigre è un approccio sbagliato. Non è forse preferibile farlo con la consapevolezza di essere ospite di un ecosistema complesso, apprezzandone anche paesaggi e avifauna, anche senza tornare a casa con la foto perfetta?
“Gli animali non sono materiale da like”
“Del resto, quello che succede in India rispecchia una convinzione diffusa tra molti turisti e non solo, ossia che gli animali sono a nostra disposizione, anzi, che sono messi lì apposta per diventare materiale da like. – sottolinea Leonardo Mazzeo, divulgatore ambientale, autore della fortunata newsletter “Bestiale” – Quello che mi intristisce di più è che chi si comporta così non porta beneficio a nessuno: il suo comportamento danneggia gli animali e allo stesso tempo l’esperienza del turista stesso che, preso dalla foga di scattare una foto, incontra la natura attraverso il filtro dello schermo del suo telefono. È un paradosso a tutti gli effetti: a questo punto, meglio starsene a casa e guardarsi un reel, piuttosto che spendere migliaia di euro per andare dall’altra parte del mondo e mettere sempre uno schermo tra sé e un animale selvatico”.
Ma non è solo colpa dei turisti
Le responsabilità sono condivise con alcuni operatori turistici che si prestano a comportamenti scorretti nei confronti della fauna selvatica, incentivando e facendo passare il messaggio che ‘va bene così, lo fanno tutti’. Spiega Mazzeo: “Scegliere operatori che si comportano in maniera davvero corretta è la base di partenza, ma bisogna fare un grande lavoro generale di cultura della fauna selvatica: in troppi continuano a vederla o come una minaccia o come materiale da like, quando in realtà andrebbe apprezzata con più semplicità, con più gentilezza, dalla giusta distanza e senza filtri. Se poi le persone continuano a comportarsi in questo modo, è giusto fare come a scuola: via i cellulari, li riprendete alla fine del Safari. Dagli orsi in Romania alle tigri in India, il guaio è sempre lo stesso: l’essere umano vuole essere sempre protagonista, mettendo a repentaglio la propria incolumità e anche quella dei selvatici. Un gioco a perdere che danneggia tutti, nessuno escluso”.
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In effetti il fastidio agli animali selvatici è principalmente nella funzione “fotografia” degli smartphone e, come sottolineato, molto dipende dalla sensibilità e, aggiungo io, dall’eduzione delle persone. Però è ovvio che rispetto alla macchina fotografica, lo smartphone invogli una ripetizione di scatti (quindi con sovraesposizione degli animali al fastidio) per due motivi principali: gli appassionati di fotografia (che usano le macchine foto) sono persone in genere più raffinate intellettualmente e quindi più rispettose, sanno aspettare e anzi aspettano per cogliere il momento adatto, mentre mentre i webeti sono grezzi e sparano foto a raffica senza rendersi conto di quello che fanno; l’effertro social, cioè poter mettere on line le immagini e farsi belli con la platea di altri webeti, è una tentazione irresistibile e moltiplica i flash
Non ne sono sicuro, ma fra “visti” e “fotografati” c’è anche una questione di sensibilita ed educazione ambientale.
Si può fotografare un selvatico con il minimo disturbo, ma si può anche avere una massa urlante che ulula quando vede un animale e lo insegue a piedi o con la macchina fino a distanze sconsigliabili per uomo e animale.
Quelli che pensano che l’orsa coi cuccioli sia un animale “puccioso” da fotografare da un metro , mica li abbiamo solo in città…
Non capisco, deve essere un mio limite. Mi pare si stia parlando degli smartphone esclusivamente nella loro funzione fotografica. E allora, quale mai sarebbe, dal punto di vista della tutela della fauna, la differenza tra gli smartphone e le macchine fotografiche digitali, e prima ancora quelle a pellicola? E ampliando il discorso: alcune delle considerazioni espresse nel’ articolo possono essere almeno parzialmente condivisibili. Ma quale sarebbe l’evidenza a sostegno della bizzarra tesi secondo cui agli animali selvatici da’ più’ fastidio essere fotografati piuttosto che semplicemente visti?
Io non capisco, discutiamo sull’uso del cellulare durante i safari invece di dire chiaramente che basterebbe eliminare i safari. Si tratta di un abominio non molto diverso dal turismo sessuale applicato al mondo animale. Gente piena di soldi che deve portare a casa il trofeo (la foto) senza rischiare il proprio fondo schiena. Che schifo.
Lo smartphone è davvero lo stumento del diavolo che evidenzia limbecillità umana. La discriminenta NON è opossederlo o meno ma come lo si usa. Il 99% dei possessori sono “schiavi” del cellulare, lo consultano a manetta, lo usano per fare miliardi di foto (quasi tutte inutili), come nel caso in questione, il più delle volte per metterle online sui social solo per farsi belli agli occhi degli altri “webebeti” come li chiama Mentana.
Lo smartphone si può benissimo possedere, ma lo si deve saper gestire e soprattutto tenerlo “distaccato”. Anche io ce l’ho, ma (come sanno i miei interlocutori…) è praticamente sempre silenziato perché non mi piace essere distratto o addirittura infastidito (dipende dai momenti e dai contesti), spesso poi non lo porto neppure con me e in certe occasioni specifiche (es escursioni solitarie) è spento nella patta dello zaino. Insomma si deve dominare lo smartphone (usandolo alla bisogna) e non essere dominato da lui, diventandone schiavi. I webebeti li riconosci a vista perché si fanno dominare dallo smartphone e in questo senso lo smartphone è uno strumento del diavolo.
Appunto.
E’ “lo strumento del diavolo” però tutti ne hanno (almeno) uno.
Massa di appecorati! 😆
11 goretex, a Genova “Levre de cuppi” lo dice anche De André in Creuza de mâ.
Ho tre gatti (che adoro) e quando fanno qualcosa di particolare vorrei fotografarli. Appena prendo lo smartphone smettono e si girano dandomi il didietro. Quando rimetto via lo smartphone riprendono a fare quello che facevano prima e mi guardano con aria di commiserazione. Insegnano.
Ratman, non ti capisco.
In un post mi accusi di dare tutte le colpe all’uomo, nel secondo affermi che dopo aver negato l’importanza di dio adesso si nega l’importanza dell’uomo…
Comunque mi pare ovvio che le estinzioni dovute ai gatti in giro per il mondo siano colpa di chi i gatti ce li ha portati a spasso per il mondo (e i cani e i conigli e le volpi e la filossera e…)
La cosa curiosa di un certo tipo di ateismo è che la negazione dell’esistenza di Dio, lungi dal riportare al centro dell’attenzione speculativa l’importanza dell’uomo, nega anche quest’ultima.
L’antropologia secondo la quale in Dio l’uomo proiettava fuori di se le sue qualtà per “adorarle”, mentre doveva prenderne coscienza per costruire un mondo migliore, si è trasformata in una duplice negazione.
Dopo aver negato il divino si nega l’umano e si adora il nulla.
@5
Il pensiero che l’uomo sia il responsabile/colpevole di tutto ciò che di nefando accade sul pianeta scalda il cuore a molti; una consolazioe a buon mercato, diciamo pret a porter, che ci solleva da pensare alla complessità.
Comunque sia, la religione del nuovo millenio, il culto del tempo attuale diffuso dalle chiese del qualunquismo – nel senso che qualunque cosa va bene per sfogare un rancore indistinto – ha i suoi suoi profeti, profeti che gridano nel deserto domande assurde.
Si ho sbagliato, ma tanto il Krovellik Panzer lo legge. L’importante è questo.
a vicenza i gatti gli chiamiamo “conigli da coppi”
@ 8
Quando il Benassi si infervora, si infervora. Cosí perde la trebisonda e piazza i commenti nel posto sbagliato…
Temete l’ira dei miti. 😀 😀 😀
Pssst Benassi…hai sbagliato thread!
Pssst Benassi…hai sbagliato thread!
Ma quale Dio??
Quale razza eletta e quale terra promessa? E da chi??
E poi che si promette la terra di altri ?!?!?!
C’è un contratto di donazione, firmato dalle parti?
Che ce lo facciano vedere.
Se lo sono inventato
Dubbio: ma i gestori dei Parchi, dei resort e dei safari, lo sanno perché i turisti vanno a fare i safari (appunto)? Magari per fotografare gli animali selvatici? Nel 2026 non caschino dal pero. Se davvero tengono alla povera fauna selvatica, la lasciassero essere selvatica e non portassero con le jeep (le loro jeep. non posso andare con la mia…) i turisti a “dare la caccia” ai succitati animali selvatici…
Peraltro i gatti domestici (Felis catus) sono considerati tra le 100 specie più invasive al mondo solo perché l’uomo se li è portati dietro dovunque nel mondo per la loro utilità nel contenere ratti, topi e serpenti.
Altrimenti loro sarebbero rimasti nella loro nicchia ecologica dalle parti dell’Egitto senza fare danni altrove.
Condivido in pieno il pensiero di Mohammed…..
@2 e quindi? L’essere umano ha causato l’estinzione di centinaia di migliaia di specie e ogni anno manda al macello miliardi di animali dopo averli fatti soffrire per l’intera vita.
Come capisco i felini (*). Fosse per me: NO smartphone sui treni, per le vie cittadine, al ristorante, al bar, in ufficio, addirittura in casa se non in orari predefiniti. Lo smartphone è lo strumento del diavolo attraverso il quale il “mondo” invade la vita degli individui e indirettamente anche di chi sta vicino a loro, umani o animali che siano.
(*) Adoro i felini, sia quelli selvatici sia i gatti. I felini, di natura, si fanno gli affari loro, sono davvero padroni della loro esistenza e, giustamente, non amano essere scocciati, né in casa né all’aperto.