Il Nuovo Bidecalogo del CAI, approvato a Torino il 26 maggio 2013, dedica il Punto 15 allo scialpinismo agonistico e alle altre attività competitive. Potete consultare il documento finale e la presentazione del past-president Annibale Salsa, i due documenti sui quali ho lavorato per esprimere un mio parere sul Punto 15.
Punto 15 (scialpinismo e altre attività praticate in forma competitiva)
E’ ben noto come la montagna sia diventata, nel tempo, teatro di moltissime manifestazioni a carattere competitivo. Tanto per fare un piccolo elenco, pensiamo allo sci da discesa, allo sci di fondo, slittino, mountain bike, bouldering, corsa in montagna, rally di scialpinismo. Perfino gare di ciàspole. Un discorso a parte lo merita l’arrampicata sportiva che, inizialmente praticata su falesia, è stata ben presto confinata alle strutture artificiali.
In questo Punto 15 il Nuovo Bidecalogo del CAI affronta questo delicato problema. Qui è il testo integrale.
Bene fa il CAI a prendere le distanze dalle competizioni di qualsiasi genere. Subito dopo ammette che le Sezioni, storicamente, sono ideatrici e responsabili di molte manifestazioni competitive. Il dissidio è blandamente accettato, perciò l’impegno del CAI si limita al controllo che detti eventi rispettino l’ambiente e che sia fatto ogni sforzo perché, alla fine delle manifestazioni, tutto sia ripristinato alle condizioni naturali. Questo dissidio è una costante del Nuovo Bidecalogo, dove in più punti sono riconosciuti differenti idee tra CAI Centrale e le sue Sezioni. Il problema è politicamente di fondo, e anche il Punto 15 ne fa le spese.
Detto questo, ci limitiamo ad osservare che qualche parola in più poteva essere spesa per sostenere l’estraneità del CAI al mondo competitivo. Dire ad esempio perché dovrebbe essere così. Dire che la competizione tende a focalizzare l’attenzione sugli atleti e sulla gara, e ciò genera spontaneamente un minore interesse al partner comprimario, la montagna.
Purtroppo questo concetto nel Punto 15 è detto in altro modo, per me inaccettabile. Quando si scrive che “L’impatto sull’ambiente di tali attività praticate in occasione di gare e/o competizioni è spesso devastante, sia per la forte richiesta di infrastrutture sia per il tipo di persone coinvolte (atleti, organizzatori, spettatori), spesso dotati di scarsa sensibilità ai problemi ambientali“, si attribuisce la responsabilità della “devastazione” al “tipo di persone coinvolte”. Nessuno può giudicare quali siano le reali motivazioni di chi va in montagna (in competizione o no), nessuno ha il diritto o il potere di valutare quale sensibilità ai problemi ambientali abbia chi vuole misurarsi con altri su un terreno alpino o chi voglia esserne spettatore. Attribuire un po’ rozzamente questa responsabilità ai singoli non aiuta a considerare ben più correttamente che, se certe cose avvengono, la colpa è soprattutto di chi organizza, di chi costruisce infrastrutture (che spesso poi non sono per nulla temporanee) e di chi usa massicciamente elicotteri e altri mezzi motorizzati al fine di accontentare gli sponsor e la propria brama di visibilità televisiva.
Infine questo poteva essere il luogo adatto per un’auticritica che il CAI si è da sempre ben guardato di fare. Se, come viene affermato, il CAI “di norma indirizza i propri Soci verso la pratica delle diverse attività in forma ricreativa-amatoriale, individuale e/o nelle gite sociali“, allora ci deve spiegare perché esso tolleri, fin dai tempi del fascismo, che le sezioni abbiano al proprio interno i cosiddetti Sci-Cai, entità nate con lo scopo di praticare sci di pista in compagnia, fare garette sociali e avviare bambini e adolescenti alle gare. E’ da quando mi sono iscritto al CAI (1960) che vedo queste deviazioni. Avevo quattordici anni e ricordo che, appena iscritto, feci un giretto per la bellissima sede del CAI Sezione Ligure. In un salone grande e decorato c’era una decina di tavoli con attorno dei giocatori di carte, di età media assai elevata. Chiesi a Maria Antonietta Porfirione, la segretaria di cui immediatamente mi ero invaghito, chi erano quei signori, perché non mi sembravano “alpinisti”: troppi gioielli, troppe cravatte, troppa puzza al naso. La risposta fu: “Quelli? Sono i bridgisti!”. Cioè il CAI aveva aperto le porte a gente del tutto estranea, che la montagna non aveva mai visto neppure con il binocolo, solo per il benefit di avere un discreto aumento di quote sociali.
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