Panarotta, gli errori si pagano

Il prossimo inverno la stazione sciistica Panarotta 2002 non aprirà. “A queste condizioni non ce la sentiamo di avviare la stagione invernale”, ha spiegato Matteo Anderlepresidente della Panarotta 2002. “Ci sono troppe incognite che rischiano di portare al tracollo della società, la scelta viene sostenuta anche da Provincia e Trentino Sviluppo”. Le incognite sono la neve naturale ma soprattutto i costi dell’energia schizzati alle stelle. Con la chiusura degli impianti però ne risentono anche tutte le attività che vi ruotano attorno.

Panarotta, gli errori si pagano
di Giorgio Daidola
(pubblicato su l’Adige, 10 ottobre 2022)

Nella decisione di non riaprire gli impianti della Panarotta (TN) per la stagione 2022-2023 tutto fa presumere che il caro energia c’entri ben poco, che sia più che altro un modo per nascondere le scelte sbagliate di una gestione fallimentare che si è trascinata fin troppo nel tempo grazie ai cospicui contributi pubblici per ripianare endemiche perdite d’esercizio. Contributi che ora sembra siano venuti meno.

L’errore fondamentale di tale gestione è stato ed è quello di tentare di seguire i peraltro criticabili modelli di sviluppo standardizzati delle grandi stazioni, di sognare l’innevamento artificiale fin dall’inizio di stagione come unica soluzione, di puntare tutto sullo sci di discesa su veloci piste autostrade, eliminando senza validi motivi ampi tratti di foresta che impreziosivano il territorio. Non si è capito che la Panarotta non avrebbe mai potuto competere in questo mercato dello sci di discesa stile lunapark, quasi ovunque in grave crisi. 

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Come tutte le piccole stazioni, la Panarotta avrebbe potuto e dovuto puntare sulle innegabili grandi potenzialità legate alle caratteristiche del suo territorio, coperto di foreste rade ed esposto a nord. Un primo progetto alternativo che avrebbe permesso di sviluppare le suddette potenzialità era stato proposto da chi scrive a Lino Angeli, fondatore della vecchia Panarotta Spa, persona illuminata che si era resa conto dei limiti di una visione del turismo invernale basato prevalentemente sullo sci su pista. Il progetto era stato completato su richiesta del Comune di Pergine insieme a Carmelo Anderle nel 2006 con la parte relativa alle iniziative estive e il potenziamento della Malga Montagna Granda. Articolato in 15 azioni di cui 10 interessanti la stagione invernale era basato su di una frequentazione intelligente e attenta del territorio. 

Giorgio Daidola dalla cima della Panarotta verso Malga Masi. Foto: Cristina Franceschini.

Purtroppo si  è preferito puntare su scelte strategiche di sviluppo senza prospettive, una volta che le stampelle dei contributi fossero venute meno. Le azioni allora proposte si basavano innanzitutto sullo sviluppo di uno sci fuori pista per tutti fruendo degli itinerari naturali facili e sicuri di cui la Panarotta è particolarmente ricca. Altre azioni si ponevano come obiettivo lo sviluppo di un escursionismo invernale con gli sci o con le racchette, con itinerari circolari di grandissimo interesse. Il tutto facilitato dall’utilizzo di impianti di risalita leggeri e  di un sistema di navette. Si trattava insomma di un progetto basato sulla flessibilità, con valide alternative legate alle imprevedibili condizioni di innevamento naturale. Un progetto che si adattava alla montagna e non viceversa. Un progetto tuttora proponibile che richiederebbe investimenti modesti e ossequiosi di un territorio ancora abbastanza integro.

Cristina Franceschini dalla cima della Panarotta verso Malga Masi, sullo sfondo il monte Fravort. Foto: Giorgio Daidola.

Le contraddizioni insite nella scelta di chiudere gli impianti per un anno, poi si vedrà, sono evidenti. Si dice per voler evitare il caro energia e al tempo stesso si pone come obiettivo irrinunciabile per il futuro della stazione la realizzazione di un impianto costoso e onnivoro di innevamento artificiale. Si è presa la decisione di chiudere tutto nell’ottobre 2022 perché non si sa se nevicherà o meno nel prossimo inverno: come se questo fenomeno naturale fosse imprevedibile solo quest’anno! Nulla si dice che l’impianto principale, la seggiovia Rigolor, è smontato da mesi, senza seggiolini, con la ruota di partenza a terra ed il cavo penzolante. Non si prende neppure in considerazione l’idea di far funzionare solo la seggiovia Montagna granda che interessa due bar ristoranti, un campo scuola e la pista per slittini. O tutto o niente insomma. Come se fra un anno tutte le difficoltà, con un colpo di bacchetta magica, fossero superate. Continuare a perdere o chiudere tutto insomma, ignorando ancora una volta le alternative: basterebbe conoscere un po’ la montagna invernale per saperle vedere e apprezzare.

Nota dell’autore

Come affermo nell’articolo che avete appena letto,  il progetto originale da me redatto per la stazione della Panarotta quasi 20 anni fa, articolato in dieci punti, sarebbe ancora valido. Nulla è stato fatto per realizzarlo. Semmai sono stati fatti dei disastri che non avrei difficoltà ad elencare.

Il problema è rendersi conto che il cambiamento climatico per le stazioni di bassa quota (Panarotta ha impianti fra i 1500 e i 2000 metri) comporta un accorciamento delle stagioni dello sci ma, almeno per ora, non un annullamento delle stesse.  Nel caso di Panarotta bisogna inoltre considerare che l’esposizione a nord ha finora permesso di sciare bene, anche nelle stagioni peggiori, dalla prima neve fino alla fine di aprile.

Comunque sia, è evidente che il problema dell’accorciamento delle stagioni non si risolve con l’innevamento artificiale. Si risolve con impianti di risalita semplici e leggeri, ispirandosi ad un passato non tanto lontano e a quanto avviene con successo in Svizzera, in Austria,  in Scandinavia, in Canada, in particolaren Nuova Zelanda con i famosi Club Fields. Tutti Paesi in cui una “cultura dello sci” ancora esiste.

Sui giornali locali del Trentino non sono stati pubblicati articoli (o commenti) in risposta al mio. Tutto tace… potrei aggiungere un: “ovviamente”. Solo il consigliere del Comune di Pergine Marina Taffara ha affermato in un articolo che Panarotta “è un piccolo gioiello che non può morire, ma è necessario trovare nuove idee…”.

Chi fosse interessato alle mie “vecchie idee” può richiedermi, telefonando al numero 335 8417803, il documento riservato “Panarotta non solo piste: dieci interventi per fare di Panarotta 2002 una stazione invernale unica nel suo genere”.

Giorgio Daidola

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Panarotta, gli errori si pagano ultima modifica: 2022-12-04T05:42:00+01:00 da GognaBlog

43 pensieri su “Panarotta, gli errori si pagano”

  1. 43
    roberto says:

    Divertente constatare quante coincidenze accadono e quanti percorsi casuali ci portano in un un luogo ed in un momento che forse casuali non sono. Cercavo un’ispirazione per provare i “nuovi” (usati) sci d’alpinismo e mi è balenata la pulce che forse la Panarotta è chiusa. Ho imparato a sciare in Panarotta, erano i primi anni ’80 e da Trento lo sci club Biancaneve ci portava lassù. C’erano 4 o forse 5 impianti allora. Tempi andati, e forse migliori. Siamo nel periodo più corrotto della storia repubblicana, ma più corrotto a livello globale, leggi neoliberismo + wef di davos + nato + onu + oms …ovunque piovono finanziamenti arriva il male. Che dire, verissimo!! certe stazioni sciistiche minori dovrebbero essere gestite in modo alternativo, con semplicità, elasticità, fantasia, adattabilità al meteo ed al territorio; probabilmente dovrebbero essere gestite dall’intera comunità locale invece che dalla solita s.p.a. o dall’imprenditore di turno. Sarebbe interessante se sui giornali comparissero articoli che spiegano al popolino con trasparenza quanti contributi piovono, ma non solo per lo sci… sarebe utile a capire com’è possibile che i soldi mancano sempre e sempre se ne trovano a seconda della convenienza politica. Aumentano di qualche milione i poveri ma denaro per telecamere intelligenti ed armi pacifiche e democratiche ne spunta ovunque …e dei poveri in larga parte non se ne cura lo stato ma le associazioni in generale ed anche lì il giro di contributi è oscuro al popolino. Che dire, il momento storico più corrotto! Vabbè trasformiamo il negativo in positivo, guardiamo il bicchiere mezzo pieno …mi godrò le piste chiuse ed abbondantemente innevate con gli sci d’alpinismo.
    Ciao ciao.

  2. 42
    Angela Santi says:

    Concordo pienamente con la quanto scritto e sono contenta che se ne riparli.Frequento Vetriolo e la Panarotta da quasi 60 anni e ho visto fasti e decadimento di questa località fatta per un turismo amante della natura e della tranquillità. Ricordo quando si parlò del progetto citato e da allora sono convinta che questa sia l’unica – e ideale – riconversione della montagna in una visione di lungo periodo. 

  3. 41
    Roberto Pasini says:

    Crovella. È assolutamente vero. Ognuno ha i suoi gruppi di riferimento e le promesse da mantenere. Alcuni trasversali. Quello che contano poi sono i numeri del consenso. C’è da dire che con la Santanche’ , almeno per quando riguarda le spiagge,  le cose sono per certi versi più chiare ed esplicite. Poi ci sono cose tipo lo slogan “Difendiamo le nostre spiagge dalle multinazionali” ma questo fa parte degli aspetti a volte comici della nostra vita sociale che a volte ci fa dire: “Ma ci sei o ci fai?”. Tipo i pagamenti in nero, pratica ben diffusa ovunque come chiunque ben sa, anche se ha solo ristrutturato il cesso, al di là della sceneggiata dei limiti del contante. 

  4. 40
    Carlo Crovella says:

    Stamattina non ho precisato in modo esplicito, ma è ovvio che i finanziamenti pubblici allo sci di pista esistono da molto tempo. Pertanto sono stati elargiti da politici di tutti gli orientamenti. D’altra parte non potrebbe essere un provvedimento introdotto solo dalla maggioranza uscita dalle elezioni di due mesi e mezzo fa!
     
    I bilanci del comprensorio di Cervinia, cui sono stati fatti dei precisi riferimenti in un articolo del blog di pochi mesi fa, erano relativi ad esercizi ben precedenti alle elezioni di fine settembre. Tutto il mondo è paese!

  5. 39
    Roberto Pasini says:

    Bertoncelli. Hai proprio ragione. Verginelle pure non ci sono da nessuna parte ed è prudente diffidare dalle esibizioni di purezza per evitare feroci delusioni.  Questo lo si impara presto nella vita ma non dovrebbe rendere cinici o vane le buone cause, a prescindere dal colore,  e inutile battersi per sostenerle. Poi si vince o si perde e come ho detto chi perde pianga se stesso. Forse ricorderai che in passato qualcuno si era inventato il termine Democrazia Proletaria e qualcuno ha parlato di Democrazia guidata…di tutto si è visto e non è ancora finita. Ad maiora. 

  6. 38
    lorenzo merlo says:

    Partecipo al “Ringraziamento”. Che rivolgo anche a Fabio. 

  7. 37
    Fabio Bertoncelli says:

    Ciò che alcuni definiscono democrazia elettorale quando vincono gli altri si chiama democrazia, semplicemente.
    … … …
    In quanto al business e alle devastazioni ambientali, invito a leggere gli articoli del GognaBlog sul collegamento funiviario Doganaccia-Scaffaiolo, finanziato a fondo perduto dalla Regione Emilia-Romagna, dalla Regione Toscana, dal governo Renzi. Invito pure a ripassare gli articoli sulle cave nelle Alpi Apuane.
    Come dovrebbe essere chiaro, i devastatori non stanno tutti da una parte, e dall’altra non esistono solo verginelle immacolate.
    … … …
    RINGRAZIAMENTO
    Ringrazio il GognaBlog per la sua opera di informazione, che non si lascia influenzare dalle ideologie di partito. Bisogna informare sui fatti, a prescindere dalle proprie opinioni politiche.
    In parole povere, Alessandro certamente ha le sue idee, come è ovvio che sia per ogni essere umano, ma evita la propaganda becera e si sforza di rimanere obiettivo. Ci riesce? non ci riesce?
    Il mio giudizio è il seguente: l’obiettività assoluta purtroppo è una meta difficile o addirittura impossibile da perseguire, ma Alessandro si muove in quel senso, dà spazio a diverse campane ed è molto piú obiettivo di innumerevoli giornalisti indegni del mestiere. In ogni caso io apprezzo il suo sforzo.

  8. 36
    Roberto Pasini says:

    Carlo. Io vengo da una famiglia di ex valligiani, poi diventati operai, poi piccoli impiegati, poi laureati come me, il primo laureato della famiglia. Ogni persona che parte dal basso e ha pochi margini se gli capita qualcosa di imprevisto, mira a migliorare la sua condizione. Il problema è la direzione di questo miglioramento, che a volte è un miglioranento immaginario o superficiale. Qui entrano in gioco le culture di appartenza e quella che si chiamava una volta l’”egemonia” delle classi dirigenti che influenzano il “popolo”.    Lo abbiamo visto nelle regioni alpine ma anche nelle periferie cittadine. Se si perdono le buone cause, si può rimproverare solo se stessi, anche se è consolatorio sentirsi i “migliori” e dire che tutti gli altri sono stupidi pecoroni e chiudersi in una piccola nicchia autoreferenziale. 

  9. 35
    Carlo says:

    Ha indubbiamente ragione. Temo però che il problema non sia solo alla politica apicale. Abbiamo una classe politica diciamo bassa e media (presidente regione, presidente provincia e sindaci) e questo può starci se sai scegliere i consiglieri . Ma si autoreferenzia, ha lo sguardo corto e miope. Va anche detto che non sono marziani, sono la nostra espressione, forse non della maggioranza del paese ma di quella che vota ancora si. In buona sostanza temo che la mia visione sia utopistica perché la società non è pronta a svoltare. Ma qui usciamo dal seminato e dal focus dell’articolo. Vicino a Panarotta esiste una valle dove negli 70 il proprietario del maso con il trattore e una fune tirava su i bimbi per farli sciare. Negli anni 80 han fatto un piccolo skilift (come propone Daidola) negli anni 90 negozio alimentari e ristrutturazione del masetto in albergo. Negli anni 2000 fine della neve (siamo a 1300 a sud) e abbandono con successivo fallimento. Grazie al centenario della prima guerra mondiale don arrivati soldi oer sentieri, riscoperte e via dicendo. Sono arrivate esigenze di guide ai siti,  panini e alloggio. Ad oggi l’hotel è diventato pensione e le casine attorno ferien bughunden per famiglie. Certo, la natura ha attuato il declino na una amministrazione locale ha saputo intercettare flussi di denari e spenderli bene. 
     

  10. 34
    Roberto Pasini says:

    Avete presente chi è il Ministro del Turismo e di quale business si occupa? “È finita la pacchia” ha detto il famoso taxista di Genova rifiutando il pagamento con carta di credito e interpretando un sentimento molto diffuso qui in Liguria ma non solo. Poi ci hanno messo un pannicello caldo sopra. Auguri per la causa del turismo dolce. Così è la democrazia elettorale. 

  11. 33
    Carlo says:

    K, mi trova del tutto concorde. Insisto nel dire che con un po’ di coraggio politico si potrebbero usare quei finanziamenti non per tenere in vita il morto ma per finanziare i vivi a che tornino a vivere la montagna in quanto tale, scevra da tutte le sovrastrutture che han trasformato la vacanza, la villeggiatura in industria turistica. Industria, che ricorda come la pianura tragga il suo reddito. Insomma, montagna ai montanari, subito.

  12. 32
    Carlo Crovella says:

    Si è facilmente portati a mescolare orizzonti temporali diversi, che invece vanno tenuto distinti perché presuppongono contenuti profondamente differenti. Sul punto in questione, nel breve (o medio-breve) termine non è ipotizzabile contrapporsi efficacemente al potere politico-economico dei grandi comprensori. Unici obiettivi di breve possono essere evitare l’ulteriore loro espandersi (vedi petizione Vallone Cime Bianche) e attivare invece le stazioni “leggere” ipotizzate da Daidola.
     
    Nel medio-lungo termine il modello dei grandi comprensori dello sci di pista è destinato a collassare da solo. Irregolarità delle precipitazioni, rialzo delle temperature medie (arduo produrre neve artificiale) e forti rincari energetici conducono in quella direzione. Già oggi il sistema sta in piedi grazie a corposi finanziamenti pubblici a fondo perduto: è uno zombie tenuto in vita per esigenze politico-sociali. Ne abbiamo avuto la controprova anche qui sul Blog, pochi mesi fa, con i riferimenti ai bilanci del comprensorio di Cervinia. Si tratta, mutatis mutandis, di una specie di Reddito di Cittadinanza. I conti pubblici nazionali non potranno permettersi di finanziare per sempre a fondo perduto il modello dei grandi comprensori. Per cui prima o poi tale modello si incricchera’.
     
    Possiamo stare a guardare la sua agonia oppure cercare, in tempi più ravvicinati, di consolidare forme alternative di turismo invernale. L’esempio della Val Maira (CN) dove non esiste neppure uno skiliftino, ma è florido il turismo innevato (scialpinisti, ciaspolatori, escursionisti vari… e moltissimi del Nord Europa che vengono apposta!) ci può rassicurare in tale visione.

  13. 31
    Carlo says:

    X 30) guardi, a me sta benissimo che Lei non concordi con le mie “farneticazioni” (il dibattito è figlio del contraddittorio). Ma consigli su che bar frequentare, consigli su che persone frequentare, dichiarare “cazzate” i miei pensieri, temo non La aiuterà ne a farmi cambiare ldea, ne a convincermi della sua. Spero, con questo, di porre fine a questo sterile personalismo.
    Nel merito, continuo a sostenere che l’economia montana sarà destinata a cambiare, volenti o nolenti. Secondo me è meglio volenti, se poi l’imput viene dall’alto secondo me meglio, più rapido e più indolore.

  14. 30

    Sig. Carlo, come le ho già scritto con altre parole, mi pare che lei sia orientato nel tempo ma disorientato nello spazio. Le sue sono farneticazioni inutili che neppure nei peggiori bar di Caracas verrebbero ascoltate.Faccia qualcosa, ma la pianti di dire cazzate.
    Per quanto mi riguarda ritengo di essermi spiegato (fin troppo).
    Mi stia bene.
     
     
     
     

  15. 29
    Carlo says:

    A me pare che l’esperienza insegni ben poco! Anzi, insegna a utilizzare risorse per regimentare fiumi ….o costruirci sopra ( vedi Bisagno a Genova) ….insegna a utilizzare cospicue risorse per il bonus sulle villette di Ischia….insegna a utilizzare milioni per faraonici progetti di contenimento come sulla frana dell’Antelao. Via tutto e subito. I maestri di sci a far le guide naturalistiche, gli alberghi a 5 stelle che si fottino che han tutto oerdonale non locale. Le realtà di microagricoltuta e allevamento restino a produrre pochi e buoni prodotti locali per quei meno numerosi turisti ma senza dubbio ” migliori” . Certo, qualcuno dovrà rinunciare inizialmente ad una facile entrata economica, ma von il tempo verranno riassorbiti, esattamente come gli operai sostituiti dai robot. È possibile ed è stato fatto dalla politica calate dall’alto le decisioni, vedi Vaiont in negativo, ma Resia, Corlo, S.Giustina in positivo. La montagna è sempre stata sfruttata dalla pianura per ciò che è, non si capisce perché i montanari vogliano ricavare reddito nella stessa maniera dei padani
     
     
     
     

  16. 28
    claudio genoria says:

    “via tutto e subito” è utopico ma anche, per molti motivi che non sto qui a spiegare, ingiusto. Molto meglio opporsi a quegli investimenti infrastrutturali sprovvisti di piani a lungo termine credibili, “circoscrivere”, come scrive l’autore dell’articolo, perché in questo momento ci sono molti soldi a disposizione e l’obiettivo sono quei soldi, non la creazione di business sano e durabile. L’esperienza, come bene esposto in questo articolo, dovrebbe insegnare.

  17. 27
    Carlo says:

    La Sua idea, in buona sostanza, si traduce con il tornare indietro. Ai piccoli impianti locali come si vedono ancor ora in Carinzia per esempio. Purtroppo, anche li, ormai usano neve artificiale. Temp che ” tornare indietro” altri non sia che ripartire. …torniamo al piccolo impianto….poi lo rifaremo più grande per raggiungere nevi più alte……poi li collegheremo tra loro…..tra 50 anni saremo qui a lanciare idee per smantellarli.
    Ritengo ci voglia qualcosa di drastico, vedi le demolizioni abusive: vanno abbattute altrimenti lo farà la natura in maniera meno dolce. Inutile condonare, proteggere, difendere con manufatti tecnologici (vedi pendici Antelao). Via.. tutto e subito !!!!

  18. 26
    Giorgio Daidola says:

    Direi che Marcello ha…capito tutto! Lo sci artificiale non ha nulla in comune con lo sci su neve vera che io propongo per le piccole stazioni e gli impianti leggeri isolati, anziché pensare solo a smantellarli. Ce ne sono ancora tanti, soprattutto all’estero, e funzionano benissimo. L’attrezzatura, la tecnica, la mentalità degli sciatori moderni rigorosamente con il casco ha senso solo per la neve artificiale e la competizione, non può trovare terreni fertile nelle piccole stazioni marginali. Riconvertire, ossia smantellare, il mostruoso apparato dello sci  di massa dei grandi comprensori in tempi ragionevoli è un’utopia, ci penseranno semmai le catastrofi ambientali e quelle umane in atto a farlo. Si tratta infatti di un sistema oggi molto forte, anche economicamente, è inutile e dannoso pensare di smantellarlo. Occorre limitarsi a circoscriverlo il più possibile, evitarne lo sviluppo con ogni mezzo sarebbe già un ottimo risultato. A questo dovrebbe pensare la politica, anziché a foraggiarlo continuamente. Occorre tollerare che sulle montagne esistano “siti sacrificali” stile San Siro, dove le masse cittadine possono sfogarsi. Lo hanno capito bene anche in Cina. Gli impianti leggeri isolati, le piccole stazioni dotate di personalità e di una storia, con territori adatti allo sci naturale anche per pochi mesi o settimane all’anno, dovrebbero invece avere il compito importantissimo di non far morire il vero sci da discesa, con la sua cultura e il suo indiscutibile fascino. Il tutto in perfetta osmosi con una pratica di uno scialpinismo di stampo classico, come avveniva un tempo e sempre avverrá. Perché finché scenderà dal cielo un fiocco di neve, il vero sci non morirà.

  19. 25
    Carlo Crovella says:

    @22 non voglio andare così fuori tema rispetto al bell’articolo di Daidola. Sul punto richiesto ho spiegato concetti e numeri con dovizia di particolari in numerosi articoli e interventi passati, anche di un passato abbastanza recente. Gli interessati devono risalire agli atti, come si dice in linguaggio burocratico. Sennò ogni volta ricominciamo da Adamo ed Eva e non va bene.

  20. 24
    Carlo says:

    A me fa pensare questa sorta di apatia da parte di chi in montagna vive e lavora. Da 40 anni soggiogati da questo destino in gran parte calato dall’alto del carosello circense. Prendete coscienza del fatto che così non va …ma niente, solo reazioni personali quanto poco utili. Esattamente come a Taranto dove non si vuol chiudere l’Ilva che inquina perché “come vivremo noi?”. Ma verranno pur su i contadini della pianura a spaccare con i forconi i bacini idrici che bloccano l’acqua che sfama il popolo!!!!!

  21. 23

    Pech 19, anch’io preferisco la neve naturale a quella artificiale, anche perché sinonimo di aree selvagge rispetto al mondo artificioso e preconfezionato delle piste. Si perché ormai lo sci alpino di oggi sarebbe impossibile senza neve artificiale. L’ho già scritto qui tempo fa ma la massa odierna di sciatori porterebbe via la neve naturale in pochi minuti, per questo serve una base dura (su cui eventualmente fare appoggiare strati di neve caduta dal cielo) che si ottiene in tardo autunno sparando con i cannoni, che sono sempre più sofisticati e sempre meno energivori. Ovunque vengono costruiti bacini idrici per trattenere l’acqua in quota per pomparla al momento giusto nei cannoni. Anche gli sci di oggi sono costruiti per essere usati su neve artificiale e tutto il mondo delle gare è strutturato per svolgersi su neve artificiale.
    Questo è lo sci da fine anni  ottanta a oggi.
    Nevicate che possono precedere la preparazione delle piste possono addirittura creare grossi problemi ai gestori, perché la neve naturale va rimossa dalle piste per metterci prima quella artificiale, come è già accaduto qualche volta.
    Inoltre la neve artificiale, anche perché contiene meno aria a parità temperatura, dura di più anche in caso di temperature più alte che si trovano a quote basse. 
    Purtroppo o fortunatamente, questo sistema permette il sostentamento di un’industria e relativo indotto che non sono velocemente o facilmente convertibili in altro. 
    Quello che possiamo fare per non alimentare ulteriormente questo andazzo è non andare a sciare in pista, come io faccio da anni, ma altri sistemi per ora non se ne vedono all’orizzonte. 
    Anche se stazioni di piccole dimensioni avrebbero, come prospettato da Daidola, la possibilità di riciclarsi più facilmente.  Anche perché,  specie nelle Dolomiti, se non fai la Sellaronda, per i più, è come se non avessi sciato. 
    Questo è. 

  22. 22
    Stefano says:

     ci andrei ogni domenica per risalire le piste con le pelli. 
     
    oprattutto sapersi autocontrollare, nella qualità (=educazione comportamentale) e  nella quantità delle uscite in montagna (non solo in pista). 
     
    Frasi sopra del Crovella. Mi scusi Crovella ma a questo punto sorge spontaneo. L’alpinista EDUCATO, che si autolimita, quante uscite annuali gli permettiamo nella nuova concezione?. Giusto per dare un metro di misura. Per esempio su altro intervento disse che sulle montagne valdostane vi si trova anche 200 persone al giorno in una cima, da portare a 20. Mi sembra una grande riduzione ma comprensibile. Grazie.
     

  23. 21
    Roberto Revolti says:

    Pensate alle proposte di Delladio per la zona del Rolle …

  24. 20
    Luca migliorino carona says:

    Le guide pensino  ai clienti ch’egli porta via il cai con i loro corsi fatti da 4 istruttori da panico .gli impianti di risalita danno pane a tutti e per nn poco tempo

  25. 19
    Nicola Pech says:

    Quello che stupisce è la miopia dei gestori che ancora non hanno capito che, anche solo come mera leva di marketing, dovrebbero strillare ai 4 venti che in questa o in quella stazione sciistica non esiste innevamento artificiale e che si scia solo su neve vera.  È un plus, come si dice oggi, che solo poche stazioni sciistiche possono permettersi e chi ci capisce qualcosa di sci, sa che tra la neve artificiale e la neve vera, c’è la stessa differenza che c’è tra la cacca e il cioccolato.

  26. 18

    Egr. Sig. Anonimo Carlo,
    al commento 15 ha scritto delle gigantesche corbellerie. Da cui il mio successivo commento tiratomi per il colletto della giacchetta.
     

  27. 17
    Carlo says:

    Cosa Le fa pensare che nella mia lunga vita non ne abbia mai fatte?
    La rosa profuma forse meno se la chiami con un altro nome? 
    E, dati che La ha buttata sul personale, La pregherei di darmi del lei, visto che potrebbe essermi figlio

  28. 16

    Carlo, mi dispiace che tu abbia una visione così superficiale della questione. Io non ho di certo la soluzione in tasca, anche se nel mio piccolo cerco di fare il più possibile per pesare meno sull’ecosistema sia nel mio lavoro che nella vita di tutti i giorni, ma cerco di vedere il problema da più punti di vista.
    Una bella gita con una guida alpina ti farebbe (non solo a te) bene.
    Infine  se ti firmassi per esteso faresti una bella cosa, per te e per gli altri.

  29. 15
    Carlo says:

    …nel frattempo, in attesa che la natura faccia il duo corso, scialpinismo sulle piste dismesse, sci fuoripista su quelli in funzione ed eliski con guida alpina!!

  30. 14

    A me, che sia la natura a pensarci, va bene. La natura fa sempre la cosa giusta. Anche quando non piace.

  31. 13
    Carlo Crovella says:

    Il discorso va ben al di là del caso di specie (Panarotta), per cui mi limito a una sintetica esposizione della posizione generale. Se devo scegliere il contesto della montagna (sia estiva che invernale), fra riserva integrale e liberi tutti preferisco senza dubbio la prima. A costo di esserne escluso anche io. Tuttavia credo che equilibri intermedi siano fattibili. Ci vuole la volontà di tutti per ottenerli.
     
    In nome della sopravvivenza dell’ambiente, occorre che ci si accontenti, da una parte e dall’altra. I valligiani devono accettare minori flussi reddituali, attraverso forme alternative di turismo rispetto alla baraonda della pista. I turisti devono trovare gusto nelle attività collaterali (rispetto alla pista) e soprattutto sapersi autocontrollare, nella qualità (=educazione comportamentale) e  nella quantità delle uscite in montagna (non solo in pista). Per scelta ponderata, non per imposizione dall’alto: una specie di auto-greenpass.
     
    Il flusso antropico è eccessivo, la montagna non ce la fa più. Una qualche soluzione la dobbiamo trovare, altrimenti ci penserà la Natura a rimettere le cose a posto, senza interpellarci e falciandoci via d’improvvio. Buone sciate!

  32. 12
    Carlo says:

    Temo sarà il clima a porre fine a questo modello di reddito. Lei, da guida alpina, sa bene quanto severe possano essere le lezioni che la montagna  da. Secondo me, se vi preparate è meglio, per voi, per noi, per i posteri (ammesso sia lecito simili distinguo visto che il mondo è uno)
     

  33. 11

    Caro Carlo, le tue sono sante parole su cui sono d’accordo. Forse non mi sono spiegato come avrei voluto.
    Anch’io sarei per una montagna selvaggia e totalmente senza impianti e amenità varie che li circondano, ma quello che non capisco come si possa fare è chiudere tutto e sperare che la gente sopravviva con 4 gatti che vengono a camminare o con le ciaspole e le pelli. Lo sa quali numeri muove lo sci alpino? È tornare indietro improvvisamente che non lo vedo fattibile. 
    Comunque nelle Dolomiti, da Cortina a Ortisei e da Moena a Cavalese, Auronzo, Dobbiaco, Sesto  Brunico…. d’inverno si vive di sci. Che piaccia o no. E non si tratta affatto di località morte durante il resto dell’anno. 
    A parte certe eccezioni rare, qui non ci sono stati i palazzinari stile Via Lattea o Cervinia, Tonale, ecc.
    Si figuri che io sono anni che non faccio più lo skipass e vado solo con le pelli  e faccio la guida alpina e null’altro.  Sfonda una porta aperta con me, ma bisogna anche essere realisti.
    Già il non aumentare certi andazzi sarebbe una conquista. Per ora limitiamoci a questo.
     

  34. 10
    Carlo says:

    Sign. Cominetti. Non so che bar lei frequenti, ma nel mio di parla anche, per esempio, della riserva integrale di Sasso Fratino e di altre in Isvizzera. Noi del bar non capiamo perché voi montanari vi ostinate a cercare il reddito come se foste in pianura. Albergo diffuso, prodotti locali lavorati e venduti in loco, negozietti di alimentari, questo esiste nei dintorni delle foreste casentinesi. Boscaioli, forestali, manutentori sono lavori più che dignitosi. Qui al bar vengono spesso guide turistiche e naturalistiche con agende piene. Impianti, slitte coi cavalli, apericene a 2000mt, bagni di fieno, paesi vuoti fatti di seconde in affitto è una economia che si è rivelata dal fiato corto. Mi sembra

  35. 9

    L’articolo di Daidola mette in evidenza il fatto che se si vuole proporre un piano di riqualificazione turistica per un’area che ne avrebbe bisogno, il piano, bisogna avercelo.
    Dire “chiudiamo tutto” e facciamo la riserva integrale è una sparata inutile. Da bar.
    Voglio ricordare a questi tiratori scelti che nelle località di montagna esiste un’economia costituita da famiglie che vivono e consumano, esattamente come accade nelle metropoli dove i cecchini dal colpo facile vivono.
    Giusto o sbagliato che sia, non si può liquidare detta questione con la chiusura. Non è propositivo e neppure sostenibile (per usare un termine abusato ma tanto caro a chi fa disastri e vuole giustificarli) oltre che non essere sostentabile.
    Io vedo che questi tiratori a caso sono gli stessi che acclamavano Draghi quando ci ha obbligati alla puttanata del grinpas che, bontà sua, serviva a fare ripartire l’economia e il paese, ma gli stessi vorrebbero tenersi i loro giardini naturali per le gite fuori porta dove magari incontrare il buon selvaggio, ridottosi tale perché gli hanno chiuso ogni attività commerciale. 
    Gli stessi, poi, in qualche modo, vivono anche loro di qualche commercio, ma per loro va bene, per il montanaro no.
    So bene che si sono raggiunte aberrazioni in molte valli, ma le eventuali riconversioni, ammesso che gli abitanti le vogliano, mica si fanno schioccando le dita!?
    Per dovere di cronaca segnalo che nelle Dolomiti, dove è aumentato il costo del giornaliero Dolomiti Superski, non si è mai registrata al 1 Dicembre una così alta vendita di abbonamenti stagionali. Biglietto che non ha subito aumenti così come quello giornaliero.
    Nei progetti di eventuali riconversioni e riqualificazioni quello della botte piena e della moglie ubriaca, pare non essere contemplato.

  36. 8
  37. 7
    Luciano Regattin says:

    6. Puoi darmi un link a questi studi? Perchè, a parte il fatto che già oggi stiamo occupando solo metà del pianeta, mi risulta che ogni anno le risorse della Terra per mantenere in vita noi umani si esauriscano già in agosto/luglio, dopodichè andiamo ad intaccare le scorte. Quindi che possano vivere 8 miliardi “in armonia pressochè indefinitamente” suona alquanto di bufala.
    https://www.overshootday.org/

  38. 6
    Carlo says:

    Studi recenti mostrano come 8miliardi di uomini potrebbero vivere in armonia con Gaia pressoché indefinitamente. L’unico vincolo sarebbe ritirarsi su metà pianeta e lasciare il restante in balia di se stessi. Sostituire il circo barnum con qualche illuminato scialpinista è un po’ come accontentarsi di un topolino quando serve un elefante. Anche lo scialpinista avveduto dovrà consumare petrolio per percorrere strade spazzate per avvicinarsi alla partenza. E a fine gita non vorrà forse una bella birra? Magari con una buona zuppa calda a km 0 e perché no, pernottare nel fienile del maso per intraprendere il giorno dopo un’altra gita. Il piazzale, col tempo, diverrà un piazzalone, la birretta fresca una birreria/bruschetteria, il fienile un hotel. Insomma INTEGRALE TOTALE o tra 50anni ci troveremo punto a capo 

  39. 5
    Carlo Crovella says:

    Non ci piove che, nell’ottica della Natura, una riserva integrale sia il meglio in assoluto. Ma, a questo punto, dovremmo vietare tutto il territorio alla specie umana, il che significa di fatto cancellare la specie umana. Realisticamente mi accontenterei, sin particolare nel breve, di compromessi più accettabili rispetto al Circo Barnum di cui lo sci di pista consumistico è una delle manifestazioni più spinte e dannose.
     
    In parole povere: meglio pochi ed EDUCATI scialpinisti con le pelli rispetto ai gironi danteschi dei comprensori sciistici. Anche nelle Occidentali abbiamo sperimentato di persona quanto sia “rinato” l’ambiente invernale negli anni in cui gli impianti sono stati chiusi per imposizioni dall’alto (collegate alle problematiche “sanitarie”). Qui sotto sono riportate le impressioni di quelle occasioni: 
    https://www.sherpa-gate.com/altrispazi/la-rinascita-dei-monti-della-luna/

  40. 4
    bruno telleschi says:

    Oggi sul “Corriere della sera” imperversa la pubblicità invernale del Friuli (ben tredici pagine su quarantotto) con tutti i divertimenti che offre la neve: soprattutto sciare e mangiare. Non mancano comunque gli inviti a considerare la bellezza della natura e vivere la meraviglia dei paesaggi. Ma questo è proprio il problema che corrompe la mentalità e i costumi della società: mescolare sullo stesso piano vizi e virtù senza suggerire una scelta dei valori necessari per sopravvivere alla crisi dei tempi moderni.

  41. 3
    Riva Guido says:

    Bisogna mettere in RISERVA gli italiani che lo meritano perché l’han cercata e voluta, non l’ambiente! Smettiamola di prendere in giro gli italiani che l’han capita da un bel pezzo e non stanno allo sporco gioco.

  42. 2
    Carlo says:

    Non so se salendo con le pelli le piste fatte disboscando faranno ricrescere gli alberi. Non so se “tornata la quite” il forcello, la coturnice che saranno ancora disturbate dai “duri e puri” dello sci alpinismo torneranno. Di RINUNCIA proprio neanche parlarne? 
    Voler, a tutti i costi, anche quelli più “virtuosi” proposti dall’autore. Abbiamo la fortuna che la “selezione darwiniana” abbia spazzato via pistaioli e ristoranti e circo di contorno…..approfittiamone! Guardiamo da lontano come la natura risolverà. Riserva Integrale di Panarotta, questo mi piacerebbe avvenisse.
    Sarebbe anche per nulla costoso !!!!

  43. 1
    Carlo Crovella says:

    Il caro energia e l’irregolarità delle precipitazioni stanno determinando una selezione darwiniana delle stazioni sciistiche. Questo è il primo caso, ma immagino che il trend si allargherà, coinvolgendo le stazioni più fragili, per errori di posizione (specie di quota) e di gestione passata. Meglio così, i pendii tornano alla loro bellezza originaria. Se non fosse che quesst5a località è così distante da casa mia (To), ci andrei ogni domenica per risalire le piste con le pelli. Nei recenti inverni in cui gli impianti sono stati chiusi per disposizioni delle autorità, abbiamo riscoperto la bellezza sciistica dei comprensori. In effetti se qualcuno ha pensato di costruire degli impianti in quelle location, significa che si tratta di pendii particolarmente adatti allo sci. Depurati dalla massa dei pistaioli e dal casino dei motori, essui tornano alla loro bellezza originaria. Speriamo che il trend arrivi fino ai grandi comprensori sciistici, da Cervinia alle Dolomiti.

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