Per “salvare” il Natale

Per “salvare” il Natale
di Roberta Trucco
(pubblicato su ferraraitalia.it il 26 dicembre 2021)

Capita così, fa freddo, è domenica. Partiamo con mio marito e la piccola per andare a chiudere l’acqua nella casa di campagna sulle alture di Genova. Se l’acqua gela nei tubi poi sono problemi. Pochi giorni fa ha nevicato. L’aria frizza e fa risplendere i colori autunnali. Schizzi di neve riverberano sul prato verde.

Con Camilla corriamo in cima al panettone. Da lì si aprono squarci di paesaggi, sempre nuovi, l’oltre. I boschi spogli mostrano confini inediti, paesaggi inconsueti rispetto a quelli estivi. Cappelletta, una piccola frazione di Masone, poche case, una quindicina, raccolte intorno alla chiesetta e a due trattorie, unico baluardo rimasto a difesa di questo pezzo di terra disperso sull’appennino.

La trattoria Adriana, ha una tradizione familiare. La madre di Adriana l’aveva aperta nei primi anni del Novecento, e Adriana e le sue sorelle sono cresciute lì, tra la cucina della trattoria e le bestie al pascolo. Poi alla morte della mamma la trattoria è stata chiusa per 6 anni fino a quando Adriana l’ha rilevata e da 50 anni, tutte le mattine, si alza alle 5.30 del mattino, impasta i suoi ravioli unici e su pentoloni grandi cuoce il suo inconfondibile ragù. La pandemia l’ha fermata, però, e questa volta forse per sempre. Eppure lei e la sua famiglia restano lì, sulle alture che hanno accompagnato le giornate delle sua lunga vita, a presidiare i ricordi, a insegnare ai nipoti che l’intelligenza sta anche nella mani, anzi soprattutto nelle mani.

Vincenzino, suo marito, percorre la Cappelletta con la sua bicicletta arrugginita; ha 80 anni ma pedala come se ne avesse 15. Laila, il pastore maremmano, viene liberato ogni sera alle 19 a protezione delle nostre case e delle sue galline. Per noi borghesi genovesi, con il naso all’insù, incapaci di comprendere a fondo la vita dura ma piena degli uomini della terra, sono la salvezza, sono l’ancora che ci tiene legati a quel sapere fatto di Natura e di tradizioni antiche. Sono così grata a loro. Posso andare a bussare alla loro porta e affidargli le chiavi di casa e so che loro faranno da guardiani affettuosi senza chiedere nulla, perché per loro è “naturale”.

Abbiamo finito la lunga procedura di chiusura dell’acqua, il sole fuori ancora un po’ scalda, ma la nostra casa è una ghiacciaia. Dobbiamo partire. Ci avviamo da Adriana per consegnarle le chiavi. Bussiamo. Adriana ci apre con un sorriso, ci invita ad entrare. Dentro una piccola stufa porta un piacevole calore nella stanza. Ai lati della stufa, lei e sua sorella parlano dei tempi passati. Adriana ci offre un caffè, un caffè della moka, dice, perché la macchina del bancone per gli espresso è oramai ferma da tempo. È bello stare al caldo a sentire i racconti. Accettiamo. Camilla, la mia piccola, mangia le paste e ascolta con occhi sgranati.

La sorella di Adriana ci racconta del fratellino morto per una broncopolmonite non diagnosticata in tempo: “Mia madre l’ha venduto il fratellino e noi abbiamo chiesto, alla mamma, di comprarne un altro”. Come venduto e comprato? chiedo io stupefatta. La sorella sorride e dice che era un modo di dire di allora. Le cose inspiegabili si spiegavano con parole non troppo affilate, poi saltando la parte del venduto – legata alla morte e che a corredo non ha alcuna immagine, ha aggiunto: ”Come si poteva spiegare l’arrivo di un fratellino con la cicogna se non comprandolo?”.

Non c’è nulla di male in quello che dice e lo dice con la carezza delle parole. D’altronde chi di noi non ha visto in libri illustrati una cicogna che vola con il fagottino? Eppure non ci avevo mai pensato, e mi è apparso lampante in quell’istante, il perché la maggioranza delle persone non si indigna di fronte alla compravendita dei bambini attraverso la maternità surrogata e ho capito come sia stato possibile accettare che questa pratica divenisse identificata con un atto di amore.
Noi siamo le parole che pronunciamo ma soprattutto il modo in cui le pronunciamo, il modo in cui le porgiamo agli altri. Le sorelle lo raccontavano con la carezza della parole, che per me vuole dire con la tenerezza della incarnazione, ma se l’ originaria bonaria bugia che accompagna la favola della cicogna e di cui i bambini erano consapevoli si perde, cosa può succedere?

Tornata a casa sono passata a trovare la mia di mamma. Nella nostra famiglia borghese e acculturata si usava dire “comprami un fratellino o una sorellina?” le ho chiesto, perché io non lo ricordo. Lei mi ha sorriso e ha detto: ”quando voi eravate piccole non si diceva più, ma prima si, era di uso comune per “giustificare” l’arrivo di un bambino e, senza accorgersene, ha aggiunto la cicogna era Amazon di oggi.
Mi sono indignata, e mi sono messa a urlare, ma come poteva assimilare l’immagine della cicogna con quel fagotto appeso precariamente al becco lungo, a un fattorino di Amazon? Mia madre c’è rimasta male; stavamo cucinando il paté di fegato, come da nostra tradizione, ma non capiva perché il paragone mi avesse così tanto irritata. Ecco fatto! Quello che avevo pensato era dimostrato, il passaggio dalla favola alla realtà come cosa “naturale” era avvenuto senza che nessuno se ne fosse accorto.

Amazon altro bel nome, associazione Amazzonia, terra di foreste invalicabili, inestricabili eppure Amazon ti arriva nelle case con la rapidità di un super eroe o super eroina e realizza in tempi velocissimi il tuo desiderio. Non sto giudicando né mia mamma né la sorella di Adriana, sto solo ragionando sull’uso delle parole. Di come diventino armi potenti di manipolazione se spogliate della carezza del mistero.
Un bambino di allora vedeva la pancia della mamma che si ingrossava, sapeva bene che non era la cicogna che lo portava, ma la cicogna conteneva in sé il mistero della nascita e della vita con la forza dell’immagine che tutti abbiamo visto da piccoli sui libri illustrati. E il bambino non faceva più domande, perché i bambini sono intelligenti e sanno che certi misteri sono sacri.

Oggi i bambini non vedranno più le pance che si ingrossano, i fratellini arriveranno come pacchi dono attraverso un fattorino Amazon – da foreste spaventose e inestricabili – in tempi record, e tac, il gioco è fatto. Anche gli umani sono in vendita! Tutti, nessuno escluso! E la pandemia ha reso tutto questo accettabile anzi conveniente. Le onorate istituzioni, i comitati scientifici, oggi cabina di regia, ci hanno detto che i vaccinati “immuni”, potranno fare un Natale sereno fra di loro, per tutti gli altri, quelli rimasti bambini, invece si prospetta un Natale di solitudine e di paura.

Le nostre carni incarnate, staccate per sempre dal sapere ancestrale dei corpi ma legate a un tampone o a una inoculazione frutto di brevetti privati (esattamente come per il bambino su prenotazione) sono il mantra ripetuto dai più per salvare il Natale e che separa in due l’umanità. Il nostro essere bambini dentro deriso e umiliato, proprio a Natale quando si celebra il Dio Bambino! Ma la natura, la madre natura, è più forte e in questo Natale, il virus si è messo a correre sempre più veloce su corpi inoculati e non, e ha diviso famiglie, creato panico, isolato in stanze chiuse gli infetti e ha reso evidente la nostra ipocrisia.

La scommessa per questo 2022 è vedere se sapremo tornare alla bonaria bugia della cicogna, a quel becco lungo con in fondo il nodo precario di un fazzoletto dal quale spunta il ciuffetto di un tenero bambino e due piedini portati in volo, in cieli aperti e sconfinati, da ali grandi e zampe lunghissime che si muovono instancabili nel vuoto pieno dell’aria.

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Per “salvare” il Natale ultima modifica: 2022-01-15T05:02:00+01:00 da GognaBlog

16 pensieri su “Per “salvare” il Natale”

  1. 16
    marco vegetti says:

    A Roberta: niente astio da parte mia per la tua radice borghese: non sono un problema perché in gran parte sono quelli di tutti noi che siamo qui . Il mio era solo un sentire, dopo aver girato un po’ per monti e valli, soprattutto nel Nord Italia. E aver visto che i vecchi, gentili cordiali e ospitali per la gran parte che noi cittadini ce lo sogniamo, a volte mi han detto che sarebbero anche loro andati via, se non avessero avuto i vecchi genitori da accudire quando erano più giovani e che diventati a loro volta anziani, ormai non c’era come e dove andare… Quello che volevo dire io era che, succede eccome, noi cittadini nati e cresciuti ci costruiamo un po’ un mondo idilliaco tra valli e vette che loro, lì nati e lì sempre vissuti, hanno in gran parte subito. Esempio sciocco, lo so: a noi la valanga uccide un amico scialpinista, a loro le vacche, la fonte di vita e “benessere”.

  2. 15
    Paolo Gallese says:

    Grazie Roberta, per il tuo intervento. 
    Nelle mie parole non c’è astio, ma solo un sentire personale, indiretto, che in nulla vuole inficiare la sincerità e l’intento del tuo scritto.
    Peraltro apprezzato.

  3. 14
    Fabio Bertoncelli says:

    Per il suo bel contributo, propongo di nominare la Roberta membro onorario del GognaBlog.
    Però con l’obbligo di un articolo al mese e di tre commenti alla settimana (noblesse oblige), allo scopo di portare un po’ di grazia femminile e di gentilezza in questo sito frequentato da orchi assetati di sangue umano.

  4. 13
    Roberta says:

    Ho letto con piacere tutti i commenti, alcuni non li ho capiti ma forse vi parlate fra amici. La storia raccontata da Paola mi ha interessato moltissimo. Comprendo l’irritazione di chi avverte la mia radice borghese. È così, sono borghese vengo dalla città e pur essendo una amante della natura guardo alla saggezza di chi vive la durezza della vita sui monti con ammirazione e rispetto, consapevole Che non ho elaborato strumenti abili per affrontare gli inverni lunghi immersa nella natura. Spero si creda che in quell’ “accettare” un caffè da Adriana c’è davvero profonda gratitudine. Ci lega con la famiglia di Adriana un profondo affetto consapevoli entrambi di essere molto diversi e di vivere vite diverse , ma nello stesso tempo di essere molto uguali, umani , desiderosi di scambiarci calore nei lunghi pomeriggi invernali e allegria nelle giornate allungate estive. Roberta Trucco

  5. 12
    marco vegetti says:

    Già, e poi si scopre anche che i poveri facevano i figli e non potessero mantenerli e li spedivano in collegio dai preti. Lontani, soli, soverchiati da gerarchie e dettami. Bambini distrutti, visto che vi piacciono tanto i “bei” tempi andati, dalla separazione forzata e incompresa. E i giovani, da anni, abbandonano quei bei posti idilliaci -per noi cittadini- perché lì non c’è lavoro, non c’è vita, alla fine e forse anche i “vecchi” non avevano più belle parole per trasmettere e insegnare. O forse anche i vecchi, nella loro gioventù, e potendo, sarebbero scappati. E infatti l’idilliaco luogo rimane popolato di vecchi. E di rarissime eccezioni. 

  6. 11
    Massimo Silvestri says:

    Mia madre è morta sei mesi fa a 92 anni. Tante volte l’ho sentita dire: ‘A l’ha compràt ù scèt’ ha comprato un figlio … era un modo di dire comune e non c’era proprio nulla di offensivo … anzi c’era molta tenerezza e delicatezza … e vi assicuro che Amazon era di là da venire …
    MS

  7. 10
    Paolo Gallese says:

    Comunque chiedo scusa per aver infarcito di errori e virgole mal messe il mio commento. Al solito camminavo per strada… 

  8. 9
    palms says:

    Anche per me, sotto la scrittura elegante, ma dalle immagini piuttosto obsolete, si nasconde un disturbo profondo. Posso sintetizzare la sua origine, l’origine del disturbo, in quel: “Accettiamo.”. Offerto al lettore, in cambio del caffè che i residenti offrono all’autrice. Accettiamo. Isolato nel testo in una frase singola. Come a sottolinearne la grandezza del gesto. Loro offrono, perché, riprendendo una frase dello stesso testo, “per loro è naturale”. E noi “accettiamo”. Perché siamo sensibili? Perché siamo generosi? Perché siamo diversi? …

  9. 8
    Paolo Gallese says:

    Paola, non facciamo questioni di genere dove non esistono. 
    Il mio commento si riferisce ad una differenza di carattere dociale e culturale. Io vengo da quel mondo, contadino e marinaro, montano e marino. I modi nostalgici e bucolici che spesso caratterizzano le descrizioni che, di quel mondo, fanno persone di un altra classe sociale, soprattutto se cittadina, mi rendono sempre inquieto. 
    Anche quando fatte con le migliori intenzioni e con riuscita narrazione, sfiorando tuttavia una superficie più ruvida che non intravedono.
    Tutto qui. 

  10. 7
    albert says:

     Giove alias  cigno bianco incontra Leda. ..(vedi web   pure immagini)      Cigno   bianco=  la sua figura si usa come immagine della bellezza femminile ed è legato al mondo femminile; inoltre, esprime un amore tenero.  Se il Cigno presenta un piumaggio nero, rappresenta un evento imprevedibile, inaspettato, che sta per fare breccia nella nostra vita.Uno o pochi spermatozoi su decine di milioni.. realizza in pratica l’immagine simbolica o modo di dire.Non so dove in Italia si vedano tante cicogne…  dalle mie parti abbondano i cigni.. quando poi la coppia e’ circondata da piccoli cigni in addestramento natatorio,  i bimbi capiscono.

  11. 6
    lorenzo merlo says:

    Paola, forse hai frainteso il mio.

  12. 5
    Paola Cesco Frare says:

    In alcune zone del nord est dell’ Italia, una antica tradizione racconta che i bambini si andavano a comperare da una vecchia donna che li teneva custoditi dentro botti piene d’ acqua (immagine del’ utero) all’ Interno di una grotta. Oppure si andavano a prendere dentro a forre profonde dove anticamente erano stati gettati i corpi dei morti. Da lì Rinascevano nuove vite, perché il grembo della terra, come una Grande Madre, era il luogo della Vita, della Morte e della Rigenerazione.n
    Non ho alcuna nostalgia per la cicogna, ma questo allontanamento dalla natura e dalla poesia che accompagna ora a l’ immagine della nascita, segno della modernità,  ci ha inaridito. Mia madre mi ha preparata alla nascita di un fratellino dicendomi che, quando una donna è un uomo si vogliono bene, il Signore mette un piccolo bambino sotto il cuore della mamma, e li cresce finché non è pronto ad uscire. Questa immagine poetica l’ho sempre considerata molto più efficace a vicina alla realtà naturale. 
    Ad ogni modo, i precedenti commenti mi confermano che il mondo maschile e quello femminile non hanno punti di contatto! Apparteniamo a speci diverse! 
     
     

  13. 4
    Mario says:

    Ben scritto, gentile e pacato. 

  14. 3
    Paolo Gallese says:

    Ferrara? Dal momento che ci vivo, mi sono incuriosito. Poi mi sono accorto che l’articolo, proseguendo la lettura, stava lasciando dentro di me un vago senso di irritazione.
    Come sempre mi succede quando pacati borghesi di buona istruzione, raccontano della vita montana, o contadina, o marinara.
    Con tutto il rispetto per l’autrice e i complimenti per uno scritto ben narrato.
    Non me ne voglia.

  15. 2
    lorenzo merlo says:

    Istruzioni per collegare i puntini.
    “Le nostre carni incarnate, staccate per sempre dal sapere ancestrale dei corpi ma legate a un tampone o a una inoculazione frutto di brevetti privati (esattamente come per il bambino su prenotazione) sono il mantra ripetuto dai più per salvare il Natale e che separa in due l’umanità. Il nostro essere bambini dentro deriso e umiliato, proprio a Natale quando si celebra il Dio Bambino! Ma la natura, la madre natura, è più forte e in questo Natale, il virus si è messo a correre sempre più veloce su corpi inoculati e non, e ha diviso famiglie, creato panico, isolato in stanze chiuse gli infetti e ha reso evidente la nostra ipocrisia”.
    Dopo del dito c’è la luna.

  16. 1
    albert says:

      Allora quando un frettoloso messo consegna pacchi non direttamente al destinatario, ma li sbologna all’ingresso di un condomino..sarebbe come consegnare un neonato alla ruota di carità degli “esposti”?Non sarà cicogna , ma comunque il caso o un “cigno” c’entrano.

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