Percorsi inutili – 7

Percorsi inutili – 7
2007
A Pasqua eravamo stati nell’Iglesiente. Preso in affitto un appartamento a Portoscuso lo avevamo diviso con Luca Santini, Paola e la figlia Sofia. Con Luca divertimento e bizzarria erano assicurati, il tempo era volato. L’ultimo giorno, di ritorno a Olbia, eravamo passati a Biasì dai Morgenstern, per salutarli e per definire una volta per tutte il nostro soggiorno di luglio.

– Qvi c’è piccolo problema – aveva interloquito Markus. Le due casette erano entrambe occupate, a parte la seconda settimana. – Nostri amici hanno riservato cià un anno fa…

Non nascondemmo il nostro disappunto, ma fu giocoforza prenotare altrove per la prima settimana. Dopo molte telefonate, nelle quali ci fu modo di comprendere bene l’inefficienza e il pressappochismo di un sistema turistico che lascia massima libertà ad ogni gestione, alla fine decidemmo di prenotare da Massimo Careddu, un amico di Markus: tre giorni a Padru nel suo agriturismo, riveriti, serviti e nutriti, e altri quattro giorni in appartamento a su Casteddu, vicino all’omonimo agriturismo, per poi fare ancora trasloco dai Morgenstern. Economicamente, una bella sberla.

Due giorni prima della nostra partenza da Milano Markus mi aveva però telefonato lamentando che i loro amici gli avevano fatto il bidone, e informandomi quindi che la casa era libera. Si sentiva impaccio in quella voce, tradendo un po’ la vergogna di dover ammettere d’essersi sbagliato sul conto dei loro amici, visto che noi a Pasqua avevamo profetizzato sibilando quasi con chiaroveggenza: – vedrai che quelli non vengono….

Ad ogni modo, a parte l’esigua caparra data al Careddu, sentii subito che non era il caso di fare un bidone per riparare ad un altro.
– In fin dei conti il Careddu è un tuo amico – dissi a Markus, ma sotto sotto speravo che fosse lui a telefonargli e a spiegargli le cose. Cosa che non fece.

Oltre che a provocarmi un piccolo squilibrio, la comunicazione della casetta libera fu anche occasione di diverbio con Petra.
– Ma noi non siamo liberi di andare di vogliamo? – mi chiedeva.
– Siamo liberi, ma siamo anche tenuti ad un codice di comportamento…
– Sì, sì, lo conosco il tuo codice, ti faresti ammazzare pur di non venir meno ai tuoi codici.

La nave traghetto cominciava a rollare, si preannunciava una traversata mossa. Mi rifiutavo di credere che Petra mi parlasse così per via del risparmio che avremmo avuto. Pensavo invece al suo fastidio d’essere lontana, nelle ore serali per esempio, dai suoi reali interessi.
– Certo, perché tu invece pur di non avere neppure la più piccola scomodità saresti disposta a scavalcare qualunque cadavere…
– E tu non puoi accettare alcuna opinione diversa dalla tua e pensi che non cambierai mai idea perché solo le tue idee sono quelle giuste.
– Io qualche dubbio talvolta me lo pongo – tentai di concludere, ma nella convinzione che Petra aveva la testa dura almeno quanto la mia.

Non assistii personalmente al suo incontro con Milo, dopo un anno di ignorarsi reciproco. Sentii però il suo commento: – Milo è davvero bellissimo, poi forse è anche un po’ maturato….

E comunque non aveva perso tempo. La sera, stavamo scendendo per mangiare, mi fece tutto un discorso sul fatto che ormai Milo andava in discoteca il sabato, a San Teodoro. Ma la cosa era un po’ legata al fatto che la mattina dopo, alle 5 (!!!), la madre, che intanto si alza presto tutte le mattine per lavorare, andasse a prenderlo con la macchina all’uscita della discoteca.
– Sai, papi, mi ha chiesto se andavo anch’io sabato questo…
– Ah, sì, e quindi io dovrei alzarmi alle 5 per venirvi a prendere?
– Eh, sì, se non viene la Suzy…
– Tu sei fuori, Petra – sbottammo all’unisono con Guya – ti rendi conto di quello che stai chiedendo? Non è che non posso alzarmi alle 5, è che non voglio neanche pensare di venire a prenderti all’uscita. Io alle 5 mi alzo per andare ad arrampicare, ma prima già che ci sono vado a prendere mia figlia che ha fatto la notte brava…

Petra si era zittita, forse capiva d’averla chiesta grossa.
– Già che ci siete – rilanciai – perché non vi informate sui servizi pubblici? Invece che alle 5 state lì a gironzolare fino alle 6 o alle 7 e poi prendete una bella corriera. Esistono ancora sai?
– Quelle sono tutte querce – dissi scendendo dalle nostre camere il mattino dopo: eravamo diretti al locale colazione e il luogo era identico a quello della richiesta di prelievo alle 5.

Due giorni prima c’era stato un vago interesse botanico di Petra. – Papi, quali sono le querce? … qui ci sono querce? – Avevo risposto raccontando gli spaventosi disboscamenti del secolo XIX e XX, prima per costruire le linee ferroviarie del Regno d’Italia, tutte le traversine dei binari venivano dalla Sardegna, poi per l’industria siderurgica era necessario il carbone (e questo spiega tutte le piazzole dei carbonai che si vedono ancora oggi nei boschi e nella macchia). Avevo raffigurato a parole i fumi delle carbonaie, che bruciavano a fuoco lento e soffocato anche per tre giorni, il brulicare d’attività di questi luoghi oggi così deserti, il vivere faticoso di quella gente. Mi sembrava di averle interessate a qualcosa di diverso dallo sguazzare in acqua e dal prendere il sole consumando negozi interi di lozioni solari.

– Quelle sono tutte querce, anzi lecci – ripetei. Ma le due continuavano a non sentire.
– Cinque minuti fa dormivano, sono ancora in catalessi, non vedi? – mi ricordò Guya – già gli frega poco quando sono sveglie, figurati ora…
– Ah, ma fossero le 5 di mattina a San Teodoro non sarebbero così.

Subito dopo Petra cominciò ad addentare la prima fetta di pane con il miele, poi con la marmellata, poi ancora con il miele, poi la fetta di torta alla ricotta fatta dalla Signora Pina Careddu: Guya ed io ci guardavamo di sottecchi, entrambi pensavamo all’anno prima e a quanto meglio ora si stesse tutti.

Ero impaziente di arrampicare un po’, magari solo e sul facile. Il 28 giugno mi alzai presto e mi diressi alla Punta sos Pinos, dove sapevo che Marrosu aveva aperto un itinerario (la via del Muschietto) con due che conosceva appena.
Giunto alla base della parete non feci fatica a reperire il freccino rosso dipinto da Marco all’attacco. Tornai indietro alla base di uno sperone che mi sembrava più facile e decisi di salire da lì. Salii con manovre di autoassicurazione ed era la prima volta che procedevo con il prusik: pur trovando il tutto un po’ farragginoso, non rinunciai, in modo da non rischiare nel modo più assoluto. Più in alto rinunciai ad altro e fu più doloroso: una splendida placca alla sinistra di un diedro che mi sembrava non fessurato. Preferii un terreno più facile a sinistra, seguito però da altri bei passaggi. Ero soddisfatto, in cima alle prime luci del mattino, poco distante dalla Punta Maggiore. Era nato Percorso inutile.

Dopo una puntata tutti assieme a Cala Girgolu, il 1° luglio svegliai presto Elena ed andammo alla Quota 526 m dei Punteddoni NE, dove salimmo un bello spigolo, breve ma intenso, fino in vetta, invasa dai moscerini. In cima pensammo un poco se continuare la traversata di cresta, poi decidemmo che la via dei Moscerini sarebbe finita lì. Anche perché avevo deciso di trascinarla nel sentiero di Punta sa Ruosa, per vedere com’era, per capire fino in fondo la follia del comune di Padru. In cima ci arrivammo, poi al momento di scendere alla fonte di sa Ruosa Elena preferì fermarsi ed aspettarmi. Io scesi fino alla sella che divide i due valloni di Murta Muzeres e Maciocco, non vidi nessuna fonte e tornai subito indietro perché avevo timore per Elena.

E il bello fu che quando fui nelle sue vicinanze scoprii che c’era qualcuno che parlava con lei… che parlava con Elena… presto, presto, accelerai il passo, per scoprire che c’erano due coppie anziane meravigliate quanto me di trovare qualcuno. Venivano dal Lago Maggiore, e sapevano che a Loiri qualcuno gli stava preparando il fritto misto di pesce. E pertanto la loro gita finiva lì.

Allorché il 2 luglio mi trovai, già pochi metri dopo aver chiuso a chiave l’auto alla fonte Sottiles, in una macchia che non dava alcuna speranza di farla franca, decisi che l’eventuale via nuova che stavo per tentare si sarebbe chiamata Scontro frontale. In effetti l’avvicinamento fu quasi epico, più lungo di quello a Rocca Manna: e, ad attendermi, erano due lunghezze di corda solamente. C’era veramente da chiedersi perché. Al di là di un castelluccio di quarzo bianco, lo sperone di Punta sos Rizzos si alzava verso un cielo assai grigio. Qualche goccia era già caduta e verso ovest il grigio era quasi nero…

Punta sos Rizzos (Monte Nieddu), Sardegna
La Punta sos Rizzos e il suo pilastro nord, via Scontro frontale

Attaccai con il consueto sistema di autoassicurazione che qui per ben due volte utilizzai deviando notevolmente a sinistra di quello che sarebbe stato il percorso per servirmi di punti di protezione i più alti possibile. Mi trovai in difficoltà almeno due volte, mentre sul passaggio spettacolare del tettuccio fu abbastanza esaltante. Raggiunsi una pianta di corbezzolo. Da lì la via proseguiva per diedri ciechi un po’ a sinistra, preferii quindi salire diritto per una fessurina, con l’intenzione di andare a sinistra dopo. E mentre ero lì a lottare con friend e nut, ormai usando per staffa un cordino, cominciò a piovere seriamente. Capii che per quel giorno era finita, così con una doppia da 25 m più qualche metro di arrampicata me la cavai ad abbandonare la parete. E lasciai lì la corda, volutamente.

Il ritorno nella macchia, e sotto una pioggia decisa, fu una stoica sofferenza, anche perché decisi di fare un percorso diverso, pensando che comunque peggio di quello dell’andata non poteva essere. Mi sbagliavo, perché era effettivamente ancora peggio. Arrivai a casa fradicio, dopo aver inzuppato anche il sedile della macchina.

Dopo una giornata di relax sulla spiaggia di Berchida, peraltro affollata ben più che le altre volte, ci fu il giorno del tanto agognato trasloco dai Morgenstern. Petra da due notti ormai tornava all’una e mezza di notte dopo aver stazionato nell’unico bar di Padru possibile. Il permesso le era dato perché andava con Roberta, la figlia del nostro padrone di casa, e naturalmente con Milo e Merle, un’amica tedesca di anni 17 che avrebbe soggiornato dai tre mesi ai dodici, non si sapeva, dai Morgenstern lavorando e cercando di imparare l’italiano.

La straordinaria luce di fine pomeriggio che c’era il 4 mi indusse ad andare a Cuzzola per vedere il mitico vallone del Rio Mannu, visita che avevo rimandato da troppo tempo. Fu bellissimo, il vallone è il posto più bello di tutto il territorio di Padru. Un torrente scavato nel granito, un angolo davvero selvaggio, per chilometri. Camminai per circa due ore, riuscendo a vedere nuove pareti che sicuramente prima o poi saremmo andati a toccare con mano. Mi dispiaceva d’essere solo, ancora una volta mi trovai a intristirmi sul fatto che le mie donne non potevano condividere con me quella bellezza. Mi ripromisi di portarcele, ma certo scoprirle insieme sarebbe stata un’altra cosa. E intanto sul sentiero correvo, leggero.

– Le si è fermata la macchina? – mi chiamò dal giardino della sua casa il contadino, non abituato che qualcuno gli posteggiasse proprio davanti.
– No, no, tutto bene. L’ho messa lì perché voglio andare a fare un giro lassù – dissi indicando Monte Paligheddu – posso lasciarla lì?
– E come no…. Anzi la può mettere meglio ancora….
– No, no, va bene così, grazie.
– E allora buona passeggiata….
– Grazie.
Erano le 6 di mattina del 5 luglio, la parete di Monte Paligheddu distava da me un tratto di prato, uno di macchia e uno di pietraia. Sapevo di essere osservato, mi muovevo come se ogni mia mossa fosse registrata. Decisi dove attaccare e, appena messomi le scarpette, partii con la corda trainata dietro.
Una roccia stupenda mi accompagnò fino alla cima, con bei tratti e bei passaggi, soprattutto nessun momento problematico. Quindi una gioia, su una via che chiamai Doppia Parete. E quando ritornai alla macchina il contadino non c’era, almeno non si fece vedere. Forse era andato pure lui a fare una “passeggiata”.

Monte Paligheddu, Padru, Olbia
Punta Paligheddu, parete nord-nord-ovest, con il tracciato di Doppia parete

E la giornata la conclusi in famiglia vicino a Posada, sulla spiaggia Iscraios, incredibilmente solitaria, due metri di spessore di sabbia sopra alla battigia, con un vento che rendeva sopportabile l’esposizione alla luce.

Quella sera, verso le 18, c’era un fervore di propositi. Nell’ampio spiazzo tra la casa, il maneggio e i vecchi camion posteggiati, Petra, Elena, Merle e Milo confabulavano con un locale, certo Antonio. Guya e io eravamo immersi nei preparativi per la cena, non sapevamo che Merle volesse uscire a tutti i costi, con il suo amico Antonio, trascinando nell’avventura notturna anche Milo e Petra, in un gioco che prometteva faville di interessi incrociati.

– Papi, io questa sera uscirei con Milo e Merle. Posso?
– Usciresti per andare dove?
– Ma, non so, probabilmente San Teodoro…
– E chi vi porta in macchina, scusa?
– Ah, sì… ci porta Antonio, uno simpatico, qui di Padru, che fa musica…
– Ah… e quanti anni ha Antonio?
– Boh, non so… quaranta? Quarantuno?
– Scusa, e questo Antonio porterebbe una sedicenne italiana e due diciassettenni crucchi in giro per locali?
– Beh, che c’è… anche Markus dice che Antonio è uno carino, simpatico.
– Beh, senti a me non me ne frega un cazzo di cosa dice Markus. Tu con uno di quarantuno anni in giro di notte non ci vai.

Immediatamente Guya si mise sull’allarme. C’era evidente aria di bufera, conoscendo mia figlia e quanto potesse essere testarda, alternando irrefrenabili scoppi d’ira a freddi ragionamenti per portare acqua al suo mulino.
Cenammo pronunciando poche parole, i tentativi di Guya di alleggerire cadevano nel vuoto.

Elena intanto imparava in fretta come andava il mondo. Poteva approfittare delle lezioni più disparate, ma dove eccelleva era nel tentativo di strappare a Vodafone l’offerta estiva migliore, tipo Summerplus, con un numero illimitato di SMS. Credo che ormai le centinaia di operatori la conoscessero benissimo per nome, date le almeno cento telefonate fatte, le ore trascorse a farsi illustrare le diverse opzioni. A volte, se non era soddisfatta delle risposte, dopo aver chiuso esclamava “Valeria di merda”, oppure “Luigi coglione”! Quel giorno aveva fatto una telefonata in viva voce presente Guya, l’operatore era stato gentilissimo, stranamente per nulla scocciato dalla curiosità di Elena relativamente ai risvolti più segreti dell’offerta. Chiusa la conversazione, le due avevano fatto commenti positivi sul giovane telefonista (quanto è carino, gentile, che bella voce, ecc.), salvo accorgersi, riprendendo il telefono in mano, che quello era stato a sentire tutto!

Ma torniamo alla cena in corso: alla frutta, la tensione si tagliava con il coltello. Io avevo ribadito il mio fermo diniego, Petra era scoppiata a piangere disfacendo il lungo lavoro di rimmel che aveva fatto poco prima, ostentando ribellione al mio diktat.

Arrivò Merle, alla porta. Bionda, truccata, spinta. Se mai ce ne fosse stato bisogno, la mia convinzione di negare il permesso si rafforzò. I giorni prima avevo sentito i mormorii, cosa si diceva dietro a Merle: e mi bastava. Il no divenne assoluto, senza alcuna possibilità di ulteriore discussione.

Alle otto, puntuale, arrivò Antonio, che ebbe la faccia di bussare, ma quando Petra andò alla porta per comunicargli la ferale notizia, lui se ne guardò bene dall’entrare. Io rimasi in cucina, Guya pure.

Beh, ero incazzato nero. Ma questo, a più di quarant’anni, si permette di venire a casa mia a tirar su mia figlia? Ma chi sei, chi te conosce? Pensi che tutti i continentali siano un po’ fessi e le continentali un po’… troiette? Beh, scordatelo, e fuori dai piedi. Questo gli avrei detto in faccia se solo Petra me lo avesse portato davanti.
Non successe, non so neppure cosa avvenne con gli altri. So solo che Petra rimase in giardino a piangere tutta la sera e a telefonare alla mamma.

E il mattino dopo fu uguale, fino a che l’ennesimo intervento materno da Milano non moderò le tensioni, fino a riportare la calma.

La mattina della fine litigio Guya, Elena e Petra, con l’aggiunta di Merle, andarono a Lu Impostu ed ebbero la gradita sorpresa di ritrovare i due nonni. I due nonni, abbandonato il carretto, avevano dato qualità alla loro offerta con un baracchino, un punto fisso quindi un po’ all’interno della spiaggia. Il nonno si limitava a fare un giro per prendere le ordinazioni.
Perché non prendersi un bel gelato?
– Aoh, so’ arrivate e bionde… Aoh, ‘n vedi questa quant’è bionda, questa pare Merilin Monro (si riferiva a Merle, la tedesca).
– Aoh, queste so’ bocconcini, guarda che carne fresca che è… – interloquì la nonna, impaziente di vendere i panini – visto come s’è ringalluzzito quando vede carne fresca, fa il gallo cedrone, er nonno qui…
– E che, devo fa er gallo co ‘e vecchie?
– Ma questa è carne troppo fresca… – disse ridendo Guya, riferendosi alle ragazze.
– Aoh, ma che sta addì, io miga o dicevo a loro, o dicevo a te…
– Ma io sono fuori concorso….
– Ma che sta addì, io o posso dì che so nonna…
– Ma che, non è che se nonna pure te? – s’insospettì il nonno.
– Ma che sta addì un vedi che questa è di primo pelo… – si sprecò la nonna, chiudendo un discorso davvero memorabile.

In Sardegna, anche una zona ristretta di territorio è in grado, con grande facilità, di riservare belle sorprese a chi la percorre con occhio attento. Il comune di Padru aveva riattato il vecchio sentiero del Canale di sos Nidos, quello che dai pressi della fonte di sos Pantamos scende verso l’abitato di Cuzzola. Il sentiero ricalca la strada (di cui sono visibili ampi tratti) costruita e percorsa dai taglialegna nella seconda metà del XIX secolo. Si possono anche ammirare le piccole piazzole destinate alla produzione di carbone e la presenza di rifugi per la permanenza notturna. Percorrendo questo sentiero si notano a destra in alto delle bellissime strutture di granito, le pareti della Punta de s’Abila; più in basso si passa sotto e a destra dello slanciato e solitario Torrione di Faddidolzu, prima che la valle viri decisamente a nord e il torrente formi una curiosa serie di vasche che t’invitano al bagno.

L’8 luglio fu la volta della rivincita sulla Punta sos Rizzos: con Marco, per non affrontare la masochistica salita dal basso, decidemmo di arrivare dall’alto, tramite un lungo e panoramico giro per il Colle 904 m di Punta Maggiore e la Punta la Penna. Scendemmo in corda doppia fino alla base, poi salimmo sfruttando l’assicurazione sulla corda fissa lasciata da me la settimana prima fino al punto massimo del mio tentativo. Continuai, non salendo per la fessurina al di sopra che avevo già tentato, bensì mi spostai a sinistra nel fondo di un diedrino obliquo a sinistra che risalii fino a raggiungere a sinistra uno spigoletto arrotondato (VI+, V+). Avevo così di nuovo raggiunto la vena di quarzo: aiutandomi con essa superai l’ultimo strapiombo (V+, VI), poi più facilmente fino allo spigolo arrotondato (V-) che porta a un altro leccio. Qui le difficoltà erano finite e Marco era perplesso: secondo lui quella è una bella via, ma l’accesso è così scomodo che due sole lunghezze di corda non giustificano quell’impegno. E non parliamo del ritorno, sotto un caldo ormai feroce, ripercorrendo quanto fatto al mattino e al fresco. Battezzai la via Scontro frontale, uno scontro più che altro con il buon senso.

Punta sos Rizzos, via Scontro Frontale, prima lunghezza
Marco Marrosu sulla prima lunghezza di Scontro frontale, Punta sos Rizzos

Ma già il giorno dopo scoprimmo un qualcosa di molto più selvaggio. Quella Quota 590 m della Punta de s’Abila, vista scendendo il Canale sos Nidos, ci attirava, e richiese un’ora e mezza solo per l’accesso. Scendendo il Canale sos Nidos, poco prima del passaggio attrezzato del torrente, ad un poco appariscente bivio, prendemmo a destra. La traccia finisce quasi subito, quindi continuammo nella macchia cercando di guadagnare quota e di camminare nelle pietraie lungo la curva di livello, dirigendosi verso ovest, dove si vede chiaramente la bella parete con le scanalature. L’ultimo canale invaso dalla vegetazione poco prima della parete lo superammo risalendo ancora su rocce e con un traversino misto macchia e roccia. Raggiunta la parete la costeggiammo verso il basso sino a raggiungere un bel ginepro (cordino) dal quale ci calammo 25 m, per raggiungere la base vera e propria. La Via dei Cammelli ci offerse un’arrampicata stupenda per quattro lunghezze, mai troppo difficile ma mai neppure banale.

Quota 590 m della Punta de s'Abila, pilastro S e parete E
La Punta de s’Abila con il tracciato della via dei Cammelli
Quota 590 m della Punta de s'Abila, via dei Cammelli, 1a lunghezza
Marco Marrosu sulla prima lunghezza della via dei Cammelli, Punta de s’Abila

Il 10 luglio andammo al Torrione di Faddidolzu, dove indubbiamente salimmo la via più bella di quell’anno, lo spigolo ovest di otto lunghezze, battezzato Tentar può nuocere, con un passaggio in aderenza mozzafiato.

Torrione Faddidolzu,
Torrione Faddidolzu con il tracciato di Tentare può nuocere
Torrione Faddidolzu, 6a lunghezza
Marco Marrosu sopra al passo chiave di Tentare può nuocere, Torrione Faddidolzu

Il giorno successivo ci dedicammo al canyoning! un’attività per me del tutto nuova o quasi. Rimasi affascinato dalla bellezza delle vasche, dei laghi e delle cascate del rio Petrisconi, tanto che il giorno dopo ancora (12 luglio) ci tornai con Elena e mi spinsi ancora più lontano.

Canyon rio San Teodoro (Sardegna, torrentismo)
La prima pozza del rio Petrisconi
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Percorsi inutili – 7 ultima modifica: 2014-07-17T21:10:00+02:00 da GognaBlog

1 commento su “Percorsi inutili – 7”

  1. 1
    Andrea Parmeggiani says:

    Al capitolo 7 appare finalmente chiaro il motivo del titolo “Percorsi inutili”!!!

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