Percorsi inutili – 5

Percorsi inutili – 5
2005
Dopo una giornata sulla spiaggia di Budoni torrida di calura e di gente tormentata da telefonini che sotto gli ombrelloni squillano al proprietario immerso in acqua oppure innervosita da legioni di vu cumprà, avevo già giurato che la vita accasciato in riva al mare non faceva per me, neppure per la cura dei miei dolori che anzi, ieri, erano più forti del solito e m’impedivano perfino di sdraiarmi. Per quei dolori avevo chiesto a una decina di medici diversi, delle varie specialità, anche alternative. Nessuno mi aveva saputo dare una risposta, non parliamo di una cura. Se volevo fare dell’attività arrampicatoria ero obbligato a prendere dell’aulin, cosa che cercavo di limitare al massimo: e questo era incominciato la bellezza di nove mesi prima.

Quelle vacanze le avremmo fatte nella casa del primo anno, quella sotto la loro abitazione, quindi lontano dalla stalla. La cosa presentava pregi e difetti, però se non altro la cucina l’avevano messa giù nuova e sicuramente quei locali erano più freschi.

Ma la vera novità di quell’anno, a casa Morgenstern, era la piccola piscina, davvero una bella valvola di sfogo, a tal punto da non rendere sistematica la richiesta di spiaggia tutti i giorni. Infatti quel giorno eravamo lì, si parlava di cavalcata serale al fiume, ma nel frattempo un maniscalco cottimista stava ferrando uno per uno tutti e 27 i cavalli. Le ragazze erano un po’ suonate, quella notte avevano dormito assieme a Milo e Falk nel camion che da anni stazionava ai margini del possedimento, ricettacolo di topi ed altri animali. Già la sera prima me l’avevano chiesto, ma io avevo negato il permesso adducendo che già avevano dormito poco in traghetto. Falk (che quell’anno stava frequentando un corso alberghiero e quindi di giorno non c’era mai) aveva insistito un poco poi aveva preso atto.

La seconda sera dunque avevo dovuto acconsentire. Petra si era messa in tiro come avesse dovuto andare in discoteca, Alessandra ed Elena la prendevano in giro senza pietà per la sua evidente mira su Milo. Guya e io ci chiedevamo se era davvero il caso che i ragazzi dormissero assieme, poi ci rispondemmo che sì, quell’anno andava ancora bene.

Alle nostre ripetute richieste di resoconti, le risposte erano state abbastanza evasive, meglio tornarci sopra dopo qualche giorno. Anche se sembrava che per il momento non volessero più ripetere l’esperienza.

Al mattino mi alzai alle 6,15 e uscii alle 6,30; Petra dormiva placidamente nel suo letto (raggiunto, come poi ho saputo, alle 5,19 per via di una congiuntivite beccata il giorno prima sulla spiaggia).

Salutato il cinghiale imbalsamato appoggiato a un albero del giardino, scesi al camion per dare un’occhiata. Dormivano tutti come angioletti, Falk per primo perché avrebbe dovuto alzarsi alle 7 (ma poi non lo fece e fu svegliato da Markus); poi Milo, poi il posto vuoto di Petra, poi Alessandra fatta su nella sua coperta e infine Elena, mezza fuori.

A piedi nel fresco del mattino andai a Budò, per poi partire al reperimento di una mulattiera per salire alla sorgente dell’Ea Frisca e possibilmente quindi scendere nella valletta del Rio de Biasì fino al più noto percorso proveniente dall’agriturismo Su Casteddu di Sotto.

Scavalcato un cancello e salutati almeno due pastori con un ricambiato cenno della mano mi avventurai sulla stradina costeggiata dal tubo dell’acquedotto che mi portò abbastanza in alto, in mezzo a una radura già bruciata dal sole. Qui un altro cancello, bianco, mi indicava la prosecuzione per l’Ea Frisca, che infatti raggiunsi dopo breve, una serie di pozze d’acqua immerse in un bosco verdissimo con piante più alte della media, dove l’uomo però ha costruito pozzi di accumulo senza troppi riguardi per il bucolico paesaggio.

Non sembrava che la strada proseguisse, come invece suggeriva la carta, così tornai indietro alla radura e ne trovai un’altra, quasi completamente invisibile e poco praticabile, che mi portò più o meno a raggiungere quella che una volta era la mulattiera che risaliva dall’Ea Frisca. Ormai c’era poca logica nel seguire quella traccia, e alcuni muretti di cemento, costruiti con un concetto che mi era ignoto, non contribuivano a chiarire le cose. Però sapevo dove volevo arrivare e infatti dopo un po’ ritrovai una traccia zigzagante, invasa da sterpi e rovi, che mi fece salire al Colletto 480 m c., proprio di fronte al versante settentrionale del Monte Coltellaccio (in basso a destra era la Punta dei Banditi) e quasi alla sommità della valletta del Rio de Biasì.

Lo scopo della mia escursione era di scendere da qui nella valletta e ricollegarmi quindi al sentiero che tante volte avevamo percorso per la Punta dei Banditi. La carta segnava il collegamento, ma questo era invisibile nel concreto. Cercai di agire d’astuzia, tentai e riguardai, ma alla fine dovetti cedere: non sembrava che ci fosse collegamento.

Decisi di scendere ugualmente nella valletta, sfruttando delle rocce affioranti, per vedere se il sentiero era al di là del fondo asciutto. E infatti, dopo una risalita sull’altro versante nelle spine, trovai quello che una volta avrebbe potuto essere un sentiero. Lo seguii una cinquantina di metri verso il basso, poi però mi arresi.

La scelta ora era obbligata, dovevo tornare al Colletto 480 m c. e da lì riscendere per la stessa via seguita in salita. Erano le 9, cominciava a fare caldo: in prossimità dei muretti mi persi un poco, nel senso che sapevo sempre dove ero ma non sapevo come allontanarmene. Dopo una sessione di spine mi lasciai scivolare in un rimasuglio fangoso di ruscello. Bevvi. Poi risalii dall’altra parte e, grazie ad un altro muretto emergente come un monumento maya nella giungla riuscii a riguadagnare il percorso conosciuto. A casa ci arrivai alle 10,30. Ed è qui che venni a conoscenza del fatto che ancora non si erano avuti particolari sapidi sulla notte in camion.

Il giorno dopo feci un’altra scorribanda sempre con la mira di recuperare il sentiero del Rio de Biasì: l’idea era di salire dal basso, dal solito sentiero che seguivamo sempre per la Punta di Banditi. Ma questo, giunto al fondo del ruscello, si perse immediatamente nei rovi e nelle frasche e anche quella volta dovetti concludere che non c’era alcuna speranza di recuperare il vecchio percorso dei carbonai. Tornai indietro e salii alla Punta dei Banditi, traversai sotto alla Punta Muzzone e m’inoltrai in una selvaggia valletta, quella di Badde Niedda, che portava in alto verso su Casteddacciu. Anche qui volevo esplorare come raggiungere la base dello sperone NW di quella montagna: ma quando mi trovai in alto in mezzo a pendii franosi e ancora ben distanti dalla base dello sperone, decisi che non era quello il sistema e che forse era meglio arrivare lassù dall’alto, quindi dall’altro versante, dalla sterrata per Punta Palemonti. In queste sfacchinate solitarie il mondo non mi appariva così sereno: meglio sentire dolore camminando che stando fermo sulla sabbia ad arrostire, ma non era abbastanza. Senza aulin avrei zoppicato, così mi sembrava di fare ugualmente delle cose che in realtà non avrei dovuto fare. Aspettavo con ansia l’arrivo dell’amico Marco. Che quando arrivò mi chiese di fare subito qualcosa di facile. Il conto in sospeso con la W della Punta dei Banditi, col punteruolo ancora lassù conficcato, l’aveva tormentato anche lui.

Andammo perciò subito allo sperone NW della Punta lu Casteddacciu, quella che sembrava una bella salita senza grandi problemi. Che in effetti non ci furono: indovinata fu la scelta di approcciare il turrito sperone dall’alto, quindi dalla strada per Palimonti. Un po’ di difficoltà iniziale nella macchia ma, dopo il reperimento del sentiero per il colle 703 m, tutto assai facile e piacevole. L’itinerario si rivelò caratterizzato da bellissimi torrioni, che noi scalammo uno dietro all’altro, senza mai grosse difficoltà o pericoli. Così si chiamò via delle Torri. Era il 3 luglio.

da vetta P. Muzzone verso Casteddacciu
La Punta di lu Casteddacciu: al centro il pilastro della via delle Torri, 3.07.2005

Il giorno dopo ci avviammo al mattino molto presto alla Quota 426 m di Rocca Manna,con l’intenzione di salire il più bel pilastro di quella zona, notato l’anno precedente. Quando, dopo una bestiale risalita della macchia, temuta già dall’anno prima, fummo sotto all’arcigna e longilinea struttura, ci accorgemmo di non avere chiodi a sufficienza, per lo meno di quelli a U che sembravano essere i più utili. Così, a malincuore, deviammo per un itinerario sulla sinistra, che si rivelò molto bello e non difficilissimo (a parte una lunghezza in un diedro). Diventò Dati alla Macchia, con evidente riferimento al nostro continuo sfuggire alle lusinghe delle figlie, di Alessandra e di Guya che invece ogni giorno andavano al mare. Ricordo che quel giorno, sporchi e sudati come eravamo, le raggiungemmo al mare. E per quella volta la piscina dei Morgenstern ci disse grazie…

Il giorno dopo lo dedicammo, tutti assieme, al riposo sulla spiaggia di Punta Ainu. I meccanismi di fuga nell’appartarsi di Petra e Alessandra erano evidenti. Per raccontarsi le loro cose, per confidenza, per piccole ripicche, per tutto ciò che alla sera succedeva dai Morgenstern. Cose di cui noi grandi non dovevamo sapere ma che poi Alessandra confidava regolarmente alla “zia” Guya. Anche Elena faceva la sua parte di relazioni, ma indubbiamente in modo più discreto. Le due gemelle, sempre a piedi nudi, diventavano sempre più di compagnia, a volte mangiavano con noi la sera, venimmo a sapere di maestro Tommasino che era molto bravo ma che si arrabbiava se loro non facevano i compiti. Ma quando si tuffavano nella piscina della severità del maestro Tommasino non sembrava importargli molto.

E venne l’alba del giorno tanto atteso, 6 luglio, quello per chiudere la partita con il perforatore. Decidemmo di comune accordo di non ripetere ancora l’itinerario dal basso, per avere la sicurezza di poter estrarre l’attrezzo con una corda calata dall’alto. Marco non aveva mai salito per Elena piccola, così scegliemmo quell’itinerario per giungere alla spalla finale della cresta SW. Eravamo ancora ai primi raggi di sole quando calai Marco fino alla scena del delitto. Essendo appeso alla corda poté smartellare con violenza fino alla fuoriuscita, poi, vinte le ultime resistenze, provò a fare il foro a una quindicina di cm da quello fatto da me. A lui non capitò l’inconveniente mio, ma presto si accorse di aver azzeccato una maligna bolla vuota all’interno della roccia, tanto da convincerlo a smettere subito di forare. Un terzo tentativo andò finalmente a buon segno: ora uno spit occhieggiava lucente a proteggere il passaggio. Prima di scendere Marco, ci eravamo accertati che la salita fosse possibile e naturalmente non ci eravamo sbagliati. Calai Marco definitivamente alla grotta di partenza del tiro, poi lo raggiunsi a corda doppia.

Marco Marrosu supera l’ultima lunghezza di Fiato Sospeso (6.07.2005). La prima protezione visibile, con cordino, è lo spit tanto controverso
La Punta dei Banditi con il tracciato di Fiato Sospeso

Così Marco poté reiniziare la sesta lunghezza della nostra via, assicurarsi allo spit e salire in libera fino allo spuntone arrotondato e quindi a sinistra fino alla placca un po’ muschiosa che mi aveva respinto l’anno prima. Giunto alla nicchia preferì continuare, uscirne a destra con un bel passo nel vuoto e riguadagnare la cengia della spalla SW da cui ci eravamo calati. La via era finita e la chiamammo Fiato Sospeso.
La sera grandi festeggiamenti e bevute di cannonau, alla splendida luce serale della nostra terrazza. Mi sembrava un sogno.

Il giorno dopo le convincemmo a non andare al mare, almeno una volta, così facemmo assieme a Marco un bel giro turistico, prima al villaggio di sa Pedra Bianca (e andando notammo le strutture granitiche di Monte Sempiu) dove facemmo delle foto ricordo con la Punta sa Tepilora più in basso di noi. Dirigemmo poi al villaggio abbandonato di Abbas Andrias, penosa ma utile visione, quindi a una strada sterrata che, lungo le pendici occidentali della Punta sa Pedralonga, avrebbe dovuto condurci a Mamusi. E infatti là arrivammo, per lande desolate, quasi da vero far west. Ma poi le cose precipitarono perché non riuscimmo a trovare la strada che avrebbe dovuto riportarci a Padru, magari senza fare il lungo giro Berchiddeddu-Lòiri-Andrìa Puddu. Dopo un girovagare assurdo, perché neppure i rari abitanti erano in grado di additarci la retta via, finimmo per scovare un percorso che ancora adesso non so da dove passi ma che con qualche ulteriore traversia per il fondo stradale ci riportò a Padru. Quella era la vera Sardegna, altro che le coste e le spiagge, altro che le rocce che frequentavamo noi…

Marco Marrosu verso la fine di Cordon Rose, 8.07.2005

L’8 luglio andammo ancora alla Punta Muzzone, per farla finita con la perfin troppo rimandata ripetizione di Ayò. Ma già alla prima sosta decidemmo di non salire la seconda lunghezza preferendo una più logica variante a sinistra che ci avrebbe portati alla sosta 2 ugualmente, ma che aveva il vantaggio di seguire integralmente la vena di quarzo così caratteristica di questa parete. Dalla sosta 2 lasciammo a destra Ayò e Giallo del Buco che qui coincidono e proseguimmo sull’obliqua vena che ci portò con due lunghezze assai in alto, ormai nei pressi della via Per Elena. Raggiunta la vetta, non ne avevamo ancora abbastanza di Cordon Rose, così decidemmo di scendere a corda doppia sulla parete. Con la corda dall’alto salii sulla quarta lunghezza di Ayò, tanto per dire di averla ripetuta quasi tutta (ci manca solo il secondo tiro): un bellissimo camino. Poi, presi da sacro furore, decidemmo di raddrizzare il Giallo del Buco, rendendola autonoma nella parte finale. Ci terrorizzava una scanalatura improteggibile, evidente direttiva della via. Su mia idea, Marco salì una decina di metri ad assicurarsi ad un buon spuntone, ridiscese arrampicando, traversò una placca molto difficile a sinistra e, con la sicurezza della corda dall’alto, sia pure un po’ obliqua, s’impegnò nella faticosa risalita ad incastro non proteggibile della scanalatura (VII-) che per fortuna, all’altezza dello spuntone (3 m più a destra) diventava un po’ più facile, permettendogli di raggiungere un altro ottimo spuntone e un terreno decisamente più facile. Il caldo eccessivo ci spinse a corde doppie alla base. Volevamo bere l’acqua ritirata dal freezer la mattina e lasciata alla base a sciogliersi, un metodo che avevamo perfezionato nei piccoli particolari. Adesso le vie sulla parete W di Punta Muzzone erano tre, ma tutte praticamente autonome: e anche questo andava festeggiato, cosa che non mancammo di fare.

Marco Marrosu sulla variante diretta al Giallo del Buco, 8.07.2005

Alla semiubbriachezza della sera non fece riscontro alcun mal di testa: la mattina dopo, prima che Marco ripartisse per Sassari, alle 6 eravamo già alla base del Pilastro Marragone per aprire un nuovo itinerario, bellissimo specialmente per il muro iniziale, ma anche per il camino finale, la via della Difesa. Terminammo così in fretta che in giornata portai la famiglia all’isola della Tavolara, un mito sabbioso e d’acqua cristallina da loro lungamente accarezzato. Potevo leggere la felicità sui volti di tutte, all’andata sul traghetto della gioia dell’attesa, al ritorno sul traghetto della soddisfazione e della gratitudine.

La vacanza si avvicinava alla conclusione, ugualmente volli recarmi sui Monti del Limbara, certo non vicinissimi, dove mi aspettavano Marco Marrosu e il giovane Roberto Masia. In una giungla di torrioni e di sassi, in un posto meraviglioso, andammo a salire due nuovi itinerari, la via della Tribolazione e La vedo Brutta, entrambe sulla parete S della Torre Innominata 1215 m. Vie caratterizzate da un’arrampicata in fessura che ci era congeniale, sempre bellissima.

L’11 luglio era il nostro ultimo giorno di vacanza: già la sera prima c’erano state un po’ di tensioni se andare o no a fare una gita a piedi, da Cala Fuili a Cala di Luna. Alle 8.30 facevamo colazione, ma nessuno spingeva per dire “diamoci una mossa e andiamo…”. Io avevo avvertito che la calura dell’una del pomeriggio era meglio evitarla. Il mio malumore diventava evidente, a tal punto che finalmente alle 10.30 offersero la loro disponibilità. Grugnii che ormai era tardi, poi alla fine acconsentii. Al rifornimento di benzina di Siniscola il mio umore era nerissimo, faceva un caldo bestiale e il cielo grigio non riusciva a migliorare le cose. Acquistare a Cala Gonone il biglietto per il traghetto di ritorno ritardò ancora il programma e ci si mise pure un’interruzione della strada per Cala Fuili, per lavori: 1 km non previsto s’andava ad aggiungere al già nutrito cammino. Sotto il sole cocente (era quasi sereno) cominciammo a camminare alle 13 sull’asfalto, scendemmo a Cala Fuili e iniziammo i tornanti nascosti dalla vegetazione che ci avrebbero portati più o meno ai 200 m di quota. Per i primi 100 m tutto tacque, poi la pentola a pressione cominciò a gorgogliare. Guya, già offesa per il mio muso della mattina, martoriata dal muso seguente che le voleva colpevolizzare anche della scelta della tarda ora, assalita da una crescente spossatezza per il caldo micidiale, rossa in volto, cominciò a vuotare il sacco. Dapprima sembrava scherzasse, i suoi mugugni facevano sghignazzare le tre ascoltatrici (io ero avanti, tanto per non sentire), poi il brontolio diventò più serio e più decisamente volto all’improperio nei miei confronti. Il successivo evolversi del sentiero in una continua serie di saliscendi favorì la continuazione della comitiva nel perseguimento dell’obiettivo (che non si vedeva, né s’indovinava, nell’atroce sospetto che l’ora di cammino prevista fosse un’ora delle “mie”); ma non riuscì a migliorare la temperatura né la resistenza al colpo di calore. Tanto che la pentola a pressione zittì d’improvviso.

Limbara, Punta Innominata da S , Sardegna
Limbara, Punta Innominata 1215 m da sud, a sn, La vedo brutta; a ds, via della Tribolazione, 10.07.2005

Non doveva mancare tanto all’agognata discesa su Cala di Luna, quando mi accorsi che Guya non arrivava. Prima l’aspettai un po’, poi le andai incontro. La vidi camminare assai lenta, diceva di essersi fermata un poco per respirare. Il cielo era di nuovo grigio, ma l’afa era a mille. Insieme raggiungemmo le ragazze e continuammo ancora per poco fino a che praticamente non la vidi accasciarsi con la schiena su un leccio, lo sguardo di chi sta veramente male e non riesce più a respirare. Via lo zainetto, via le scarpe, dai, presto, tira fuori l’acqua… e mentre la spruzzavamo con la nostra acqua minerale Petra estraeva dal suo sacco un libro.
– Ma che fai, ti metti a leggere proprio adesso? – chiese con apprensione Alessandra.
Per tutta risposta Petra si mise a sventolare il libro sul volto di Guya, provocandole un lieve sorriso, oltre a un piccolo sollievo.

Io vedevo già che un elicottero lì non avrebbe mai potuto atterrare, bisognava portarla in una radura e far presto. Stavo già per telefonare al 118 quando improvvisamente Guya si alzò e disse: – Proviamo ad andare avanti…

Per fortuna eravamo proprio vicini alla discesa, il cielo stava tornando sereno, quindi raggiungemmo il bar della Codula di Luna appena in tempo per evitare un secondo colpo di calore. Così in agitazione non ero mai stato: ero ancora scosso, vedere quel volto a me così caro in quelle condizioni è stata un’ansia. Ora era tutto finito, in mezzo alle centinaia di bagnanti: ma tutti ci eravamo arricchiti di una grande esperienza ed eravamo i più felici di tutti per lo scampato pericolo.

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Percorsi inutili – 5 ultima modifica: 2014-07-17T21:38:00+02:00 da GognaBlog
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