Al lettore il compito di immaginare o dedurre quanto un articolo come questo possa trasformare vissuti e ricordi di montagna.
Photoshop tanti anni dopo
di Giuseppe Mazza
(pubblicato su Almanacco Doppiozero, 2 luglio 2015
Oggi è il linguaggio poetico del capitalismo finanziario. Ma da quanto tempo Photoshop non è più un semplice software? Celebrandone i successi, il presidente di Adobe, Shantanu Narayen, dichiarò “Non è esagerato affermare che, grazie a milioni di clienti creativi, Photoshop ha rivoluzionato il modo di vedere il mondo”. Era il 2010, e l’azienda proprietaria aveva motivo di festeggiare: quel software era già lo strumento più usato del pianeta per “trasformare le fotografie”, parola di Narayen, contando oltre dieci milioni di clienti.
Che fosse nato come un puro strumento di lavoro, nessun dubbio. Il suo creatore, Thomas Knoll, era il figlio di un fotografo, oltre che un appassionato di elettronica, e nel 1987 aveva ideato l’allora rudimentale programma di fotoritocco senz’altro fine che non fosse dare una mano al padre. In quella prima versione, che il giovane programmatore aveva chiamato “Display”, si limitava a visualizzare le gradazioni di grigio delle immagini su un monitor in bianco e nero. Un po’ come i fratelli Lumière inventano il cinematografo nell’azienda di lastre fotografiche del genitore: quasi cento anni dopo anche l’idea di Knoll è il risultato di un’eredità ribaltata, stravolta, inconsapevolmente proiettata su un futuro ignoto. Un’evoluzione generazionale del rapporto con la realtà.
È quando nel 1990 Adobe decise di commercializzarlo che nacque il nuovo nome. Riconsiderandolo, già allora s’intravedeva una sua vocazione a diventare qualcos’altro, a sconfinare. Rispetto al coevo Deluxe Photo-Lab, per esempio, battezzandosi Photoshop la creazione di Knoll suggeriva un approccio alle immagini meno tecnico e da iniziati, per nulla laboratoriale. Al contrario, si presentava come partner disimpegnato, ludico, quasi mercuriale. Il messaggio era chiaro: ora puoi affrontare l’immagine fotografica con leggerezza e casualità, perché Photoshop ti rende libero di farne quel che vuoi. Come quando fai shopping.
In effetti, Photoshop si fa largo da subito proprio perché si rivolge a tutti. Questa sua primaria rivoluzione – l’elaborazione della fotografia condotta fuori dai “lab” – ha fatto di un software, unico tra i fenomeni del digitale democratico, una virtuale star. Non a caso l’avvento di Photoshop è stato accompagnato da espressioni magiche, fin lì patrimonio della letteratura fantastica. Basta consultare i testi apparentemente “neutri” della manualistica per leggere frasi quali combinare e modificare le forme, trasformare le immagini, creare un’ombra, (in Photoshop CS5 – Guida Completa, a cura di Edimatica, Apogeo, 2010). Volontà antiche, alchemiche, all’incrocio tra scienza e prodigio, quasi un’eco de Il dottor Faust di Christopher Marlowe: “Costringerò le ombre a darmi tutto ciò che desidero?”.
In questa fase Photoshop rappresenta la prosecuzione di quanto descrivono Katrin Eismann, Seàn Duggan e James Porto in un altro manuale di consigli d’uso, Photoshop. Maschere & Fotomontaggi (Pearson Italia, Milano-Torino 2013), nel quale si precisa come la manipolazione del dato reale sia stata da subito presente nella storia della fotografia. Per esempio con Camille Silvy (1834-1910), una delle prime fotografe ad aggiungere i cieli in fase di stampa – come molti fotografi odierni – giacché le lastre del tempo li rendevano “troppo bianchi e poco interessanti”. Già allora il retrobottega del fotografo è una macchina dello stupore, nel quale ben presto nascono anche icone spiritiche, legate all’apparizione di defunti e più in generale al contatto con l’intangibile. Emblematico è il caso delle Fate di Cottingley: cinque foto realizzate da due ragazze inglesi che nel 1918 “sconvolsero il mondo”, convincendo anche un campione della razionalità come Arthur Conan Doyle della reale esistenza di queste creature fantastiche.
Più che la manipolazione, dunque, il portato storico iniziale di Photoshop fu la diffusione pressoché infinita della sua pratica. Altro sarà invece il punto di svolta nella storia di questo software, un cambiamento capace di determinare il suo passaggio di status da strumento a linguaggio autonomo. Tutto avviene nel 1994, con Photoshop 3.0, quando sono stati introdotti i cosiddetti Livelli, ossia la possibilità di comporre l’immagine finale attraverso una serie di strati sovrapposti. Se l’operazione originaria consisteva nel trasporre l’immagine fotografica in pixel, ossia in bit, e dunque in sequenze di 0 e 1, adesso si arrivava a un inedito stadio di frammentazione.
I livelli, che Eismann, Duggan e Porto considerano non a caso “la linfa vitale di Adobe Photoshop”, avevano aggiunto alla fotografia una profondità invisibile, finora inimmaginabile, sconvolgendo la bidimensionalità originaria con una sorta di sottodimensione artificiale. L’immagine giungeva adesso sulle soglie dell’incommensurabile. Valga un esempio: in Photoshop CS6, nel 2012, osservano gli autori, il singolo file può teoricamente contenere “fino a 8000 tra livelli ed effetti dei livelli”. Un numero forse anche solo teorico, e tuttavia eloquente: sotto ogni immagine si era spalancata una voragine di significati. Fruire la fotografia contemporanea significa sprofondarvi consapevolmente, in altre parole assumere come dato inevitabile che il visibile possa essere lo strato superficiale di un sotterraneo infinito, nascosto alla conoscenza quanto all’immaginazione.
Dove cioè Photoshop inizia a diventare molto più che un software, è proprio in questa capacità senza limiti di atomizzare il vero. È lì che si è proposto al mondo del capitalismo finanziario come il più fedele specchio estetico della sua immaterialità trionfante. E ne è diventato il linguaggio poetico. In fondo, i meandri di Photoshop sono evocati con impressionante similitudine da pagine come quelle di Luciano Gallino, quando per esempio nella sua analisi del finanzcapitalismo descrive i derivati: “Una struttura matematico-finanziaria talmente complicata da rendere materialmente impossibile anche alle banche o ai fondi che li vendono o li comprano di indagare a fondo sui loro contenuti” (Con i soldi degli altri, Einaudi, 2009). Gli ottomila livelli di Photoshop sono la perfetta espressione linguistica di questa scomposizione.
Siamo ben oltre il fotoritocco. Considerare il ventennio appena trascorso (oggi trentennio, NdR) dall’introduzione dei Livelli in Photoshop significa quindi approfondire il semplicistico sinonimo tra Photoshop e manipolazione consapevole dell’icona, atto genericamente moderno. A questo proposito è John Berger a raccontare (Questione di sguardi, Il Saggiatore, 2009) come già Albrecht Dürer nel Rinascimento vedesse nel nudo femminile una costruzione: “Prendendo un viso da un corpo, il seno da un altro, le gambe da un terzo, le spalle da un quarto, le mani da un quinto e così via“, dal che si può dedurre, come osserva il saggista inglese, “una notevole indifferenza verso le individualità reali”. Photoshop sposta questo processo in avanti: dalla manipolazione alla dissoluzione.
Oggi il software Adobe canta la finanziarizzazione del mondo, ossia “la trasmutazione concettuale e pratica di ogni aspetto della vita, ben al di là dell’attività produttiva, in entità da valutare esclusivamente in base a una metrica finanziaria (ancora Gallino)”. Conseguenza inevitabile è semmai l’anonimato autoriale di massa e la polverizzazione della nozione di autore. I protagonisti sono quei milioni senza volto che, numerosi più dei Livelli, in tutto il mondo ogni giorno creano nuove immagini con il software Adobe. È un anonimato non diverso da quello studiato dal collezionista Fuchs nelle sue antiche ceramiche senza firma né autore. Il fatto che “migliaia di semplicissimi vasai siano stati in grado… letteralmente, di modellare con le mani… forme di una simile audacia tecnica e artistica” era per lui la prova di come non si trattasse di “esperienze artistiche singole bensì del modo in cui allora il mondo e le cose erano viste dalla comunità (Walter Benjamin, 1937)”.
I nuovi vasai sono dunque la massa di fotografi, grafici, art director oggi fruitrice di Photoshop. Un artista collettivo nella cui tecnica si esprime la nuova struttura del potere, transnazionale e finanziario. Ora la creazione di Knoll è diventata un interlocutore totale, e la sua profonda relazione con l’autore collettivo si estende a tutti noi, suoi innumerevoli spettatori. A compimento di questo percorso, era forse inevitabile che Photoshop assumesse una posizione morale. Un software che ci giudica. Promette, mantiene. È normativo, rieduca l’immagine, simula il bene assoluto con assemblaggi – in pubblicità e in editoria – d’immagini complesse tutte interamente a fuoco, senza profondità, senza piani, senza fughe. Senza conflitto.
Contro Photoshop ci si rivolta come se fosse uno stato invasore o un governo che non consente la felicità promessa. Parlamentari lo hanno dichiaratamente attaccato in Francia e in Inghilterra. Lettori si sono organizzati per contestarne la presenza sui giornali o sulle affissioni. Naturalmente, opporvisi è riconoscerne il potere. Persino siti come photoshopdisaster, che in apparenza segnalano strafalcioni, sembrano manifestare una delusione per il bene dilapidato più che una critica professionale.
In pubblicità sono nate forme di dissenso estetico. Fondamentale il commercial Sony Bravia nel 2005, una delle prime manifestazioni di opposizione a Photoshop su media mainstream. Per raccontare un televisore dai colori molto vividi, una strada di San Francisco fu invasa da una miriade di palline di gomma colorata. Stavolta però non erano realizzate in 3D, non c’entrava il computer: si trattava semplicemente di 250.000 palline sparate nello stesso momento da 12 cannoni e riprese da diversi punti macchina. Quell’esplosione colorata capovolse la gerarchia stabilita da Photoshop tra realtà e rappresentazione. Ideava un meraviglioso fatto vero, non piegava il mondo al meraviglioso.
Da quello spettacolo live giungeva però un’altra indicazione: il vero non si sarebbe definitivamente dissolto in bit. In un mondo di occhi abituati al dubbio e in una fase storica in cui la realtà, con i suoi nuovi orrori, è troppo tenace perché sia persa di vista, la capacità documentaria semplicemente abbandona la statica immagine fotografica. Nel 2013 Thomas Knoll ha dichiarato “A un certo punto non sarà più possibile capire se un’immagine è stata modificata o no“. Il futuro immediato del Photoshop risiede nel compimento di quel certo punto.
La verità andrà dunque cercata intorno alle immagini, non più entro esse. Difatti si è trasferita nel movimento, affidandosi all’immagine dinamica, compresa quella di telecamere di sorveglianza, smartphone e simili. Questo ventennio tra i Livelli ci consegna un dato: a chiusura di un lungo processo storico, Photoshop si accinge a espellere del tutto l’autentico dall’immagine fotografica, lasciandole la messa in scena o la citazione del reale. Il resto lo vedremo, anche se in modi che non sappiamo ancora.
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Non ho nulla contro chi utilizza seriamente l’IA. E’ che, purtroppo, l’occasione fa l’uomo ladro e anche la donna. Gli usi sbagliati, birichini, ingannevoli se non addirittura fraudolenti dell’IA stanno prendendo il sopravvento su quelli seri. Per questo io la vedo come una “cosa” negativa
https://www.lastampa.it/cronaca/2024/12/21/news/foto_rivali_impossibili_ai-14899514/?ref=LSHA-P8-S4-T1
L’IA è un cancro sociale. Abitua ad affidarsi ad “altri”, le giovani generazioni non si tirano più su le maniche. ormai una fetta crescente di tesi di laurea sono “fatte” dall’IA, arriveremo forse ad avere dei medici virtuali, dei pc dove risiede l’IA, che ci faranno diagnosi in base ai ns quesiti. E’ vero non inventeranno dal nulla, cioè baseranno le loro risposte su data base statistici, ma non è la stessa cosa che un medico umano. E così via…
@32 Proprio perché mi piace “conoscere il mondo stando sul divano” è fondamentale che le immagini, i resoconti, le descrizioni siano realistiche e fondate. Sennò mi danno informazioni “sbagliate”. Ecco perché detesto le foto ritoccate. In più, da bravo piemontese, mi piace la schiettezza. Io non maschero i lati del mio carattere, anche quelli che so che non piacciono. altrettanto esigo da una foto: le rughe sul viso delle star, le pareti ripugnanti delle montagne, le catastrofi spaventose, sono tutti elementi della realtà. Spianarli è dire il falso.
42, Genoria, l’articolo è vecchio, anche se si tratta di soli 9 anni fa. A proposito di “immagini dinamiche” tra i tanti video che girano su IG, ce n’è uno che un occhio appena un po’ critico può subito valutare come tarocchissimo (se vuoi te lo giro) dove si vede una sottilissima lama di roccia (avrà meno di 5 cm di spessore) a sbalzo di 4 metri a occhio, con la coda di gente che ci sale sopra fino alla punta. Si vedono anche due climber (uno alla volta) appesi con le mani in punta (tra l’altro leggendo i commenti, capisci che non c’è speranza per questo paese), nell’atto di irridere ogni legge sulla forza di gravità dei corpi. E ancora, dopo aver letto il tuo commento, non so se si sia trattato di un caso o dell’algoritmo, appena entrato su IG mi ha mostrato la pubblicità di un’app di AI, tale Sora, con la quale puoi creare qualsiasi tipo di video, con qualsiasi soggetto…
La foto non è partita, ma è famosa: basta ricercare “girl vietnam napalm”
@Matteo: io stavo pensando ad esempio a quanto questa foto abbia contribuito a mobilitare l’opinione pubblica contro la guerra in Vietnam. Oggi, temo sarebbe sin troppo facile sostenere che “è tutto Photoshop”.
L’articolo qui sopra dice che, nell’incertezza, bisogna affidarsi all’immagine dinamica (a un filmato).
“Ma il problema centrale non è la gente che ci casca. Il vero problema è semmai l’opposto, cioè la gente che decide di non cascarci più e perciò non si fida più di nulla. “
Non so, magari hai ragione tu, anche se considerando l’esistenza dei terrapiattisti…
Comunque il discorso non cambia e il problema rimane, che sia far passare per false cose vere o far passar per vere cose false o un mix delle due!
Se vogliamo restare nel campo del possibile uso di foto più o meno “taroccate” a scopi di propaganda politica e sociale:
Lo si è sempre fatto, beninteso con i mezi e le tecnologie via via disponibili. Il primo e famoso esempio sono le foto pornografiche di Maria Sofia si Borbone, moglie di Francesco II e ultima regina delle 2 Sicilie, rivelatesi fotomontaggi creati per screditare la dinastia. Per non parlare delle altrettanto famose foto di gruppo della dirigenza sovietica, in cui gli “epurati” venivano via via cancellati sino a lasciare Stalin quasi da solo.
Oggi, Photoshop e AI permettono falsificazioni di gran lunga più sofisticate e diffiilici da scoprire. Ma il problema centrale non è la gente che ci casca. Il vero problema è semmai l’opposto, cioè la gente che decide di non cascarci più e perciò non si fida più di nulla. Con il che, siamo alla fine dell’importantissima funzione dell’immagine come potente strumento per comunicare certi messaggi, e costringere la gente ad aprire gli occhi di fronte a certe realtà. Il reportage fotografico, che per decenni è stato un mezzo prioritario di denuncia di percherie assortite, non funziona più, perché non è più credibile.
Scommetto qualsiasi cosa che se oggi venissero fuori foto come quelle relative ai campi di sterminio, ai bombardamenti di Dresda e Hiroshima, all’uso del napalm in Vietnam e altre piacevolezze, la reazione più comne sarebbe, “Seeeh, ma figuriamoci! E tutto Photoshop, te lo dico io…!”
“le minacce della tecnologia si disinnescano con gli stessi strumenti a disposizione dalla tecnologia stessa – l’uso di immagini generate da AI può ancora essere sgamato”
Si, no, non so a dire il vero.
Il problema credo e il rischio vero è dato dal fatto che se ci si impiega più tempo a sgamare che a produrre immagini false (o audio, o video o quel che volete voi, in realtà) o anche se a produrre/propagandare i falsi sono migliaia o milioni di persone va a finire che agli effetti pratici si perde il contatto con la realtà.
Già succede con le fake news e con la verità alternative, cui non abboccano tutti, ma milioni di persone si. E questo costituisce una massa di manovra di impatto significativo.
Io il problema ce lo vedo si, ma non ho idea di si possa contrastarlo o come possa andare a finire
Sulla manipolazione astuta ( pro domo sua) dei risultati di vendita attraverso brillanti presentazioni generate con programmi sofisticati, apparentemente ben documentate, potrei raccontare molto ma non interessa qui. Voglio fare un esempio su un terreno che ci accomuna. Secondo me Strava sta facendo un uso utile e corretto dell’AI. Come molti sicuramente sanno Strava pesca i dati di base di ogni attività da diversi sensori (Garmin, Polar….) e poi produce un rapporto analitico sulla tua prestazione, confrontata con quella di altri su analoghi “segmenti”. Ultimamente hanno introdotto con l’AI un rapporto di sintesi, una sorta di diagnosi finale, che mette insieme i dati e ti restituisce un profilo completo della tua “impresa” confrontata anche con la tua serie storica, cosa che prima dovevi fare tu. Utile, rapido e sintetico. Però non occulta i dati di base, te li fornisce analiticamente e tu potresti arrivare anche ad una valutazione diversa e mandarla a quel paese quando ti da’ i consigli per la prossima uscita. Certo c’è una minaccia: puo’ succedere che uno si fidi ciecamente e non guardi più le fonti. Per una corsa o un’uscita in bici non è così rilevante ma per altri campi la faccenda potrebbe anche essere più pericolosa. Però come sempre: dove più grande il rischio, più grande è la possibilità di salvezza. Diluvia e c’è mare tosto: previsto da tutti i modelli che usando l’AI ti danno persino il periodo dell’onda ora per ora in ogni località.
Pasini, la settimana scorsa un prof universitario mi spiegava che introduce sempre qualche novità nelle sue presentazioni, non ne ripropone mai la stessa versione: questo perché lui può permettersi di pescare dentro l’archivio senza fondo delle conoscenze e delle competenze personali, maturate in anni di ricerca e insegnamento. Ma questo è anche la garanzia di poter conservare una “narrativa” originale, per riprendere quello che dici tu, a fondamento della sua comunicazione. Mentre il professore mi raccontava questa cosa, a me venivano in mente le presentazioni di prodotto che faccio circolare tra i venditori: semplici, dirette, spogliate di ogni originalità.
In realtà non stavo accusandoti di luddismo: penso che il discorso si risolva vedendo, come giustamente scrivi, “opportunità e minacce”. A questo aggiungo che le minacce della tecnologia si disinnescano con gli stessi strumenti a disposizione dalla tecnologia stessa – l’uso di immagini generate da AI può ancora essere sgamato, se non c’è a monte l’onestà di “citare la fonte” e comunque senza il bisogno di stupidi “bollini” – però è proprio su questo punto che l’articolo qui sopra introduce un “livello superiore”, quel livello dove la manipolazione della realtà sia giunta invece a un tal grado di frammentazione e sovrapposizione, da non poter essere più sgamata.
In questo senso, se rimaniamo alla montagna e alla sua rappresentazione, vale sempre la giusta puntualizzazione di Benassi al 32, che è meglio e più salutare andare a vedere di persona, mentre per quelli che non vogliono sentire la “puzza del terzo mondo” – espressione particolarmente vergognosa per chi l’ha scritta – è bene che si rassegnino a vivere nel buio, e che si chiudano in casa. Perché anche Torino, prima o poi, diventerà un’illusione.
@ 34 .Io come uomo sono favorevole all’AI , che come hai detto pone opportunità e minacce , ambedue grandi.Personalmente credo che nei prossimi 20 anni , con l’avvento della “Seconda rivoluzione industriale” una grande quota di lavori pericolosi / Fastidiosi / Ripetitivi sarà fatta da macchine con AI.Quanto all’editing non mi sembra sbagliato un bollino che distingua le immagini shoppate da quelle non.
In qualunque campo l’uso intelligente delle fonti è sempre stato fondamentale. Fonti che andavano dichiarate, pena severe bacchettate sulle dita. Da quel poco che ho capito perché sono fuori dal giro l’AI allo stato attuale e’ un assistente virtuale evoluto: fa per te un uso anche originale delle fonti. La capacità di usarla penso diventerà una competenza importante. Con onestà intellettuale e trasparenza però, pena le vecchie e sempre valide bacchettate analogiche.
Genoria. Non sono luddista. Nel campo di cui ho parlato e che conosco vedo opportunità e minacce, come sempre. Le minacce si possono contrastare. Ad esempio nel mio piccolo ho sempre fatto due versioni delle presentazioni: una “narrativa” generata con un classico programma di scrittura e con gli allegati necessari e una “illustrativa” durante la presentazione che però non distribuivo per evitare la “pigrizia” cognitiva e che mi serviva per stimolare e tener viva l’attenzione con qualche trucchetto. Certo questo costa tempo. Vedo ora ad esempio che molti correttamente indicano se le immagini sono generate con l’Ai. Queste ultime sono a volte carine perché sintetizzano con un’immagine anche ironica una situazione:,esempio il bacio Meloni – Musk o oggi Prodi su Dagospia. Ma ovviamente è come una vignetta di Giannelli non la realtà.
Secondo me è sbagliato pensare che l’intelligenza artificiale “crei dal nulla”, come ha scritto Crovella. L’unica AI che conosco, cioè quella applicata all’industria di cui mi occupo, parte dai dati e dalla programmazione: non c’è niente che sia creato dal nulla. Io non mi occupo di comunicazione, però anche in questo il discorso di Pasini (31) mi lascia perplesso, perché al netto di tutte le semplificazioni anche i nuovi mezzi di comunicazione partono dall’esperienza diretta della realtà. Puntare il dito contro la semplificazione e la conseguente democratizzazione di questi processi, ci fa forse dimenticare che, in sé, è la loro democratizzazione stessa a offrirci l’antidoto contro ogni possibile alterazione del vero, volontaria o involontaria. Se ci pensate bene, la gaffe di Expo che ieri ha messo tra gli esempi di “femmine mercificate” una foto di Catherine Destivelle, facendo saltare tutto il suo ragionamento con un goffissimo autogol, è stata prontamente messa in luce da Regattin, cioè da un altro utente che ha preso la parola dentro questo democratico frullatore che è la sezione commenti del Gognablog. Non sempre è così facile, ma a questo livello di sicuro è sempre possibile discernere il vero dal falso, o l’argomento pertinente dalla sciocchezza. In parte vale anche per l’articolo qui sopra, che parte da una premessa errata – Photoshop non è un “messaggio”, nel suo nome non c’è nessun riferimento allo shopping! – arrivando però a fare una considerazione molto interessante, e cioè che l’atomizzazione dei fotoritocchi, le loro sovrapposizioni, e la facilità con cui possono essere operate, possa produrre immagini quasi impossibili da decifrare, dove discernere il vero dal falso sia molto complicato. In questo senso il paragone con la finanza creativa (e la giungla di prodotti e monete che ha “democraticamente” partorito) è molto pertinente. My 2 cents.
Crovella l’hai scritto te, che è un rottura di palle andare in giro e conoscere il mondo, non serve spostarsi: “Oggi poi è così facile “conoscere” le cose rilevanti di paesi lontani (con libri, social, video, podcast) che non è per nulle necessario esserci andati fisicamente”
Quindi di cosa ti lamenti, che ti storpiano la realtà?
Deciditi da che parte stare.
Come ho già detto, sono ignorante in campo di editing delle immagini ma un po’ mi intendo di comunicazione in ambito organizzativo. Butto lì uno stimolo alla discussione basato su un’analogia, non so quanto congrua ma ci provo. Power Point era alle origini un piccolo software per generare i famosi lucidi. Chi è un po’ più “maturo” forse ricorderà le lavagne luminose e i lucidi di acetato fatti prima con il pennarello, poi con i caratteri trasferibili poi con la stampa lucidi e il carattere Orator della macchina da scrivere. Il piccolo mostriciattolo è pian piano cresciuto trasformandosi da strumento al servizio della comunicazione in formato di comunicazione. Poi sono venuti strumenti più moderni che consentono presentazioni più animate e “cinematografiche” ma Power Point rimane un formato dominante persino in ambienti tecnici e scientifici. Ha spesso ucciso il classico formato “narrativo’ delle presentazioni che una volta veniva distribuito insieme alla presentazione. Ormai sempre più spesso le slide di Power Point sono l’unico contenuto distribuito, con tutte le conseguenze del caso sulle quali non ha senso qui approfondire: semplificazione dei concetti, abolizione dei nessi logici, scomparsa dei dati grezzi fonte dei grafici….in gergo si parla di cultura dei “bullet Point”. Non è che sta succedendo qualcosa di simile anche per le immagini e le tecnologie a supporto?
L’AI, che considero un vero cancro sociologico-esistenziale (che ci fagociterà tutti come un Alien dei giorni nostri), fra i miliardi di stronzate che farà, creerà foto dal nulla in una stanza oscura, senza neppure vedere le montagne… è un passo oltre Photoshpo che manipola foto GIA’ esistenti e scattate nella realtà. L’AI è un Photoshop uterino, cioè crea artificialmente dal nulla la foto (e così, mutatis mutandis, tutto il resto in ogni aspetto dell’esistenza).
In realtà “shop” significa proprio laboratorio (“workshop”), e che il “portato storico” di Photoshop sia stata poi la democratizzazione del fotoritocco è un fatto che, probabilmente, non era stato pianificato da nessuno (non c’è nessun “messaggio” nel nome!): è stato semmai Instagram a proporsi, inizialmente, come strumento di fotoritocco per tutti (per poi trasformarsi nel social medium che conosciamo).
Nessuna sorpresa, del resto, che a destare preoccupazione, soprattutto tra i più conservatori, sia la democratizzazione dei processi creativi o analitici. Basta vedere cosa succede qui, tra le pagine di questo blog, dove a un “Expo” qualunque è concesso democraticamente di usare una foto di Catherine Destivelle per esemplificare il concetto di “arrizzacazzi” (neologismo suo). Era giusto un esempio di cose scritte a casaccio. Le osterie del resto sono piene di gente che parla di cose che non sa o non capisce.
Cosa che pare essere l’ossessione, qui, di un “gelido” eroe dal nome cangiante – Eugenio Battista Filippo Fabio Breat Easton Elli + tutti i personaggi di contorno, tipo il “giurista” Lopiano e chissà quanti altri – in missione per conto dei fantasmi che popolano la sua testa, ma in fondo anche lui “coglione di sesso maschile” (pleonasmo coniato dal solito Expo che ieri era in gran forma) come tutti quanti. Benvenuto nel club.
Ps. Anch’io ho trovato piuttosto singolare il collegamento tra l’argomento in oggetto e la “finanza creativa”(derivati, etc.). Forse il trait d’union sta nel fatto che sono entrambi argomenti “effimeri”, slegati dalla realtà, anche se ambedue producono risultati “reali” (come ben sanno i cd”maghi della finanza” alla “The wolf of Wall Street” …).
Se ne parla parecchio in ambito AI e cioè introdurre un “marchio” obbligatorio da apporre alle immagini create artificialmente. Forse varrebbe la pena di estendere la “marchiatura” anche alle foto prodotte usando sw quali Photoshop “o similari”. Questo per aiutare chi le guarda a distinguere il reale dal verosimile. Entrambi possono avere la loro dignità, ma penso che vada salvaguardata la capacità del grande fotografo di “cogliere l’attimo” e di rappresentare quello specifico momento così come è stato catturato dall’obiettivo, distinguendo tutto ciò dalla capacità creativa di chi inventa ciò che non esiste. Mischiare i due mondi ritengo non faccia del bene a nessuno dei due.
21
Per sincerarsi della autenticita’ muzzeroniana potremmo proporre qualche domanda inaggirabile su detta falesia……per capire se dietro il cognome che rimanda inevitabilmente a un padre ed una figlia molto molto attivi nella scalata ci sia del contenuto oppure solo commenti da blog.
Detto questo, su qualche cosa ha pure ragione lei…..tipo la piega noiosa che prendono certi commenti, di fronte ai quali le esternazioni di pluripensionati affacciati sul cantiere risultano versi poetici, ma uno lo sa e se si annoia legge altrove.
@ 22 Pasini
Bello il “Contributus interruptus”
.
🙂
.
Quello che insinua matteo lo pensavo anche io.
3.0
Lumachino mio, chissà a cosa ti riferisci poi con questa uscita sul “gelido”, boh…il Muzzerone quando tira vento comunque me lo ricordo freddino, anche se i tiri tutto sommato si scalano meglio.
Enri. Non è fuori tema. L’articolo è a tratti fumoso e tira in ballo ad esempio il capitalismo finanziario che francamente trovo una metafora tirata per i capelli ma solleva una questione interessante, vedi anche il dibattito sulle foto Instagram. Tutti abbiamo fatto foto in montagna e guardiamo le foto nostre e quelle degli altri. Le foto sono un elemento importante dell’esperienza alpinistica accumulata da ciascuno nel suo bagaglio di ricordi. Il nostro libro dei ricordi, la nostra storia. Che poi è quello che dicono le righe introduttive che stimolano il lettore a riflettere sul fare e guardare foto montagnarde in un’epoca in cui sono disponibili sempre di più strumenti di elaborazione/manipolazione delle immagini presenti e passate. Battistella o chiunque ci stia dietro questo nome de plume ogni tanto interviene per criticare o provocare, poi butta lì qualche frammento di conoscenza, si azzuffa con qualcuno ma poi si tira indietro al momento di produrre. Tende ad applicare la pratica dell’ contributus interruptus che come sappiamo lascia sempre una certa insoddisfazione in tutti. Io lo invito dunque a entrare nel merito e a contribuire. Io sono impreparato e ignorante sul tema, Non sono un visivo ma sono molto curioso e come tutti sono veramente colpito dall’invasione delle immagini nella quale siamo immersi.
Non vorrei deludere, ma credo che la stella che batte questo forum c’entri pochino con il Muzzerone…non è abbastanza gelido
Anche a me. Anche se nel passato, oramai un pò remoto ci siamo parlati.
Battistella, evidentemente la qualità dell’attività sessuale che pratica è rimasta al livello dell’ultima volta.
Me la sono presa un po’ per non essere stato inserito nell’elenco dei babbioni che frequentano il blog.
A me con uno o una che si chiama Battistella piacerebbe parlare di Muzzerone…
Se no qui fra photo shop e foto discinte andiamo sempre fuori tema…
Non è ben chiaro che gliene frega ai “professionosti e/o del mestiere di pretendere che un sito aperto al pubblico più generalista possibile che i dibattiti siano di livello 2professionale”. e’ Se fosse così sarebbe un sito esclusivo, con accessi per esperti di volta in volta diversi a seconda dell’argomento. Invece per scelta strategica originaria (vedi partizione chi siamo) ognuno è libero di scrivere quello che ritiene opportuno, senza essere necessariamente un “esperto” dell’argomento del giorno. Quelli del mestiere, anzi dei vari mestieri, se storcono il naso sugli interventi, hanno solo da frequentare siti esclusivi e limitati al loro settore professionale.
Sì @Benaxxi, e anche in un’altra città della Liguria ad onor del vero…
Eugenia ma per caso hai dei parenti a La Spezia?
Battistella. Bisognerebbe però entrare più nel merito degli strumenti di editing visuale. Sulle loro potenzialità e sui loro limiti. Cosa portano e cosa lasciano indietro anche per il grande pubblico. Io non sono bravo con le immagini, preferisco le parole, ho un IPhone 16 ma lo sottoutilizzo. Vedo che amici più appassionati di me ci danno dentro con la produzione e post produzione sia di video che di foto montane. Ho poi un amico appassionato dilettante di AI che fa cose incredibili e un po’ inquietanti. Immagino cosa possano fare i professionisti. Anche nella pittura tradizionale era fondamentale capire le tecniche con cui erano generate le rappresentazioni. Tecniche molto complesse anche quelle ma oggi ancora di più. Capire come era generato un affresco era fondamentale anche per capire l’opera. Idem le foto con la pellicola e la reflex. Oggi lo è altrettanto per le immagini su supporto elettronico. Devi anche “vedere” dietro e dentro per capire.
Pasini buon pomeriggio, con te mi posso confrontare inter pares. Qui viene citato Benjamin, ma immagino tu conosca anche il lavoro della Sontag, che io continuo a trovare uno stimolante discorso sul rapporto diretto delle immagini con la realtà che rappresentano…
Battistella ( chiunque tu sia mi importa poco). Se davvero sai di editing visuale potresti contribuire. Mai come in questi giorni, dominati nel mondo cristiano da un’iconografia devozionale potente, costruita e ritoccata nei corso dei secoli, appare evidente che il nostro mondo è fatto di volontà’ e rappresentazione, come disse il filosofo. Gli strumenti al servizio di questo bisogno profondo e incontenibile di rappresentazione evolvono in continuazione e generano business enormi. Non è facile stargli dietro per chi ha imparato a “vedere” sul libro mitico di Matteo Marangoni che si chiamava appunto “Saper vedere” ma riguardava l’epoca pre-virtuale del disegno e della pittura. Quindi se hai qualcosa da dirci, indicazioni bibliografiche comprese, non possiamo che ringraziarti anticipatamente.
Grazie Benaxxi, io lavoro nel campo del video e photo editing ormai da 20 anni e mi pagano loro, anzi se dite vi posso offrire la mia (opinione s’intende 😉 ) in fatto di fotoscioppp! sorvolo al solito sul nostro lumachino che non merita la minima attenzione…
Battistella, si mi pagano e anche bene. Sei invidiosa/so?
Se vuoi c’è posto anche per te fra i mammalucchi a busta paga.
“mi sorge spontanea una domanda: sono sempre i soliti quattro mamelucchi che ci commentano”
Nono, a volte appaiono dei cretini qualunque che pensano di provocare ma sono solo ridicoli
Frequento il blog da poco e mi sono molto già annoiata, pur mi sorge spontanea una domanda: sono sempre i soliti quattro mamelucchi che ci commentano (Crodella, Espo, Benaxxi, Gonade, Caminetti, il miticounicoirripetibilelentissimoTardtteo ecc.) e la maggior parte delle cose interessanti non esce da loro ma dai frequentatori occasionali, quindi chiedo: ma vi pagano? oppure siete tutti pensionati che invece di visitare cantieri tediano il blog? chiedo per un’amica interessata ai pensionati. Scusate non voglio sollevare un vespaio e distogliervi dalle vostre illuminanti conversazioni, mi taccio subito 🙂 ciaoooo
Estremizzo provocatoriamente: fotografo il Cervino in un giorno in cui le condizioni della Nord sono meravigliosamente buone (lo si intuisce a occhio nudo, sia guardando direttamente la parete che, poi, la foto) e successivamente manipolo la foto con photoshop e faccio diventare la Nord di ghiaccio nero e repulsivo e poi dico che io sono salito proprio quel giorno per catturare il consenso e l’ammirazione della platea. Se NON mettiamo dei limiti (non dico giuridici, ma almeno deontologici-specie per i fotografi professionisti) non avremo più foto che riportano la realtà, ma solo più alterazioni della realtà. però, basta saperlo e orientarsi di conseguenza: quel fotografo NON riporta la realtà, ma sue interpretazioni della realtà e le valuto come tali.
I “falsi” sono sempre esistiti (un esempio pop e innocuo: la celebre foto di copertina del disco “Island Life” di Grace Jones è in realtà un collage di diverse fotografie, realizzato a mano ben prima dell’avvento di Photoshop o altri strumenti digitali).
Certamente inquieta la potenza degli strumenti odierni, che vediamo all’opera quotidianamente… ma quale umano strumento non è mai stato utilizzato per scopi illegali, non etici, o in modi volutamente ingannevoli?
E anche belli grossi. Un conto è dare un tocco artistico e personale con una foto, un conto è falsificare la realtà.
“Nemmeno la fotografia su pellicola, non alterata, è la realtà”
Certo Placido, esattamente come la carta topografica non è il terreno, ma ammetterai che almeno una certa attinenza tra le cose c’era e sopratutto era possibile provare l’esistenza di modifiche a posteriori.
Nell’era del digitale non è più così, posso fare una foto del papa in piazza S.Pietro con il cazzo fuori e non è possibile dimostrare che la foto è falsa.
Io una certa differenza ce la vedo e vedo i problemi che nasceranno.
Nemmeno la fotografia su pellicola, non alterata, è la realtà, ma soltanto una sua rappresentazione (“Ceci n’est pas une pipe”).
Il fotografo sceglie cosa e come inquadrare, e congela un singolo istante scegliendo quando scattare.
Al solito, l’importante non è lo strumento, ma l’uso che se ne fa (frase fatta banale e scontata quanto si vuole, ma sempre valida).
Francamente non so se hai ragione Crovella. Non vedo una grossa differenza di motivazioni da ciò che si è sempre fatto.
Praticamente ogni volta che metti la giacca e la cravatta (o non metti giacca e cravatta), e scegli quella giacca e quella cravatta, in un certo senso manipoli la tua personalità per apparire come vuoi, per essere percepito e giudicato in una certa maniera. Alla lunga può anche essere che modifichi la tua stessa personalità, che l’abito diventi il monaco e non solo lo rappresenti.
E più o meno vale lo stesso discorso anche per il parlare o il fare qualcosa.
Può esserci sicuramente ipocrisia, più o meno pura, malafede, interesse, falsitè o intento manipolatorio, ma anche bisogno di definirsi, di rappresentarsi, ricerca del proprio essere o semplicemente di piacere o del proprio posto nella società. E tante altre motivazioni.
Quello che trovo differente è la scala dimensionale e la potenzialità sulla percezione della realtà.
Intendo dire la manipolazione è sempre esistita e sono sempre esistiti personaggi e rappresentazioni capaci di cambiare la percezione del mondo di gruppi e di intere nazioni, nel bene e nel male. Da Hitler a Rol, dai dipinti di Cristo con gli occhi azzurri a gli americani che hanno sconfitto i nazisti, sono tutti casi singoli, riconoscibili, analizzabili e smontabili.
Invece adesso la modifica dell’immagine (ma anche del video o dell’audio) è praticabile da tutti e indistinguibile tecnicamente e perciò non verificabile.
Stiamo entrando in un’era che fino a ieri sembrava fantascienza e dobbiamo farci i conti.
Anche se io di certo non so come!
Photoshop è la quint’essenza della società dell’apparire, falsità e ipocrisia elevate a sistema. Vale in ogni risvolto della vita, la montagna è una delle infinite applicazioni. Personalmente preferisco una foto “brutta”, o cmq con dei difetti, alle foto manipolate. Il photoshop fotografico è metafora di un modo di essere: c’è gente che manipola la propria personalità, appare diversa come come è, ipocrisia pura, spesso in mala fede. Per questo mi stanno sulle balle. in montagna come in ogni altro rivolto dell’esistenza. Non ho nessuna difficoltà a “cercare la verità intorno a te o alle tue immagini” e stai tranquillo che 90 su 100 ti sgamo, ma proprio perché ti sgamo, ti disprezzo. Fotografare è quindi specchio della propria anima e dell’approccio alla vita.