Metadiario – 252 – Le Alpi di Kamnik – (AG 2003-003)
Il 2003 è stato per me un anno importante perché mi sono successe tante cose che gradualmente hanno modificato il mio modo di sentire, un modo d’essere che ritenevo approssimativamente immutabile. Primi segnali di un successivo decennio in cui ho quasi sfiorato la depressione, per la mia incapacità di accettare quei nuovi segnali che, come non bastasse, riuscivo anche ad interpretare.
Il 9 febbraio 2003 ricevetti da Guido Daniele il segnale più inaccettabile:
“Cari amici & compagni alpinisti, oggi 9 febbraio 2003, tra le 02 e le 05 Oskar Brambilla ha lasciato il suo corpo tra le lamiere della sua panda, contro un muro di una casa in una strettoia tra Montereale e Marsure in Friuli. Certamente sarà stata la velocità, o il ghiaccio, o il sonno, o il destino, o tutte queste cose insieme. La stessa sorte era successa a Sabrina De Rocco, alla sua fidanzata di sempre, alla donna croce e delizia della sua vita, il 22 giugno 2002, di notte contro un albero sulla strada per Jesolo.
Muore più gente in auto sul pianeta che sui campi di battaglia o per malattia; inoltre è una morte stupida.
Invito tutti e me stesso a ricordarcelo, quando abbiamo il piede sull’acceleratore: la vita è un attimo, lungo o breve.
Il mio cuore è a pezzi per un altro Amico che se ne va ed al quale volevo molto bene, sto piangendo per Lui. Berg Heil a tutti voi”.
Questa mail mi gettò nella disperazione e a mia volta mi gettai a scrivere a praticamente tutto il mio indirizzario:
“Ancora una volta un amico ci ha lasciati a pensare a che genere di filo siamo appesi, soprattutto soli di fronte alla domanda se siamo in grado di costruirci il nostro destino oppure in realtà tutto sia già stato scritto per noi. Forse è impossibile rispondere, proprio perché quando siamo felici siamo troppo distanti dalla morte e quando siamo tristi le siamo troppo vicino. Indagare, indagare ancora, quanto veramente siamo attaccati a questa nostra vita, quanto sappiamo e quanto non sappiamo di quella forza enorme che a volte ci spinge a non lottare più. Se per alcuni è difficile monitorare la propria soglia di attenzione, per altri è facile passare di qua e di là, come se la vita fosse un territorio unico. Sei morto giovane, come tutti quelli che sono cari agli dei. Addio, Oskar”.
Questa tragedia andava a inserirsi in un quotidiano di preoccupazioni, di ansia a non farcela a pagare la mia quota bambine, di lavoro del quale non condividevo lo spirito.
A proposito di discordanza tra il mio modo di vivere e sentire la montagna e quanto ero costretto a scrivere per guadagnarmi una parte di pagnotta, ecco qui l’esempio di un comunicato per promuovere le vacanze estive a Innsbruck.

Molto più a mio agio ero sul lato collaborazione con Lorenzo Merlo nel tentativo di svecchiare le guide alpine. Assieme stilammo una lettera che inviammo a un elenco di stimati e famosi giornalisti (tipo Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Francesco Alberoni, Beppe Severgnini, Michele Serra ed altri) per comunicare loro che le guide alpine avevano in programma per il 27 marzo 2003 la loro prima conferenza stampa.
Questa ebbe luogo regolarmente e fu foriera di grandi discussioni nell’ambito delle guide alpine. Come lo fu anche il comunicato stampa n. 3 che, riassumendo, informava dell’evento appena concluso al Circolo della Stampa in corso Venezia 16 a Milano, la prima conferenza stampa della storia quasi bicentenaria delle Guide alpine italiane.
Per la prima volta le Guide alpine si erano presentate per semplici professionisti, unici ad essere abilitati da una legge quadro nazionale ad insegnare ed accompagnare le attività dell’alpinismo, nel tentativo di creare o migliorare la relazione con giornalisti, unica direzione disponibile per diffondere i nostri due obiettivi.
Il primo: le Guide alpine e i loro programmi esistono nella maggior parte delle valli italiane. Tutte le categorie di persone possono rivolgersi ad una Guida per frequentare la montagna secondo la propria misura. Dato che sono disponibili proposte per tutte le stagioni dell’anno, quando, oltre allo sci e alla settimana bianca, le famiglie italiane penseranno anche alla montagna delle Guide saremo riusciti a dare un’informazione oggi ancora latitante, per una montagna non più assassina ma formativa.
Il secondo: oggi purtroppo, per vari motivi, parlare di sport in ambiente naturale aperto sottintende e sottolinea la concezione dell’ambiente quale mero campo sportivo. Ciò, a sua volta, implica la comunicazione di una natura “solo” buona da usare, da consumare secondo le esigenze della propria passione. In più, entro questa catena di implicazioni ve ne è un’altra: la concezione della sicurezza è limitata al sapere (tecniche e conoscenze) e all’avere (materiali e equipaggiamento). Ed è proprio partendo da questa constatazione che la proposta delle guide parte: diffondere un’informazione decisamente orientata a rammentare quanto l’attuale tendenza comporti una relazione con l’ambiente e con se stessi, quindi con le proprie motivazioni: tendenza povera e incapace di formare uomini responsabili. E’ in gioco quindi il recupero di questa dimensione umana. Non scrivere più la parola sport di fianco alle attività dell’alpinismo; ricordare che le tecniche e al materiale non esauriscono quanto possiamo fare per la nostra ed altrui sicurezza; rammentare parlando di queste attività o di sicurezza che imparare a mettersi in ascolto di sé e dell’ambiente è il punto numero uno per avere più probabilità di adottare le scelte migliori in tutte le situazioni.
Argomenti non di semplice comunicazione. Argomenti irrinunciabili per tutte le persone responsabili e consapevoli della forza dell’informazione. Se una “rivoluzione” vorrà esserci, aggiornare l’orientamento della penna e del cuore è onere di chi comunica.

In seguito alla conferenza stampa, il 12 aprile Lorenzo mi sottopose questa bozza prima di distribuirla a tutti i colleghi:
“La presente per sottoporvi alcune considerazioni. Per aggiungere (qualora le condivideste) un punto di forza affinché la nostra capacità di diffonderle adeguatamente, tanto verso l’esterno quanto verso l’interno, sia sempre più adeguata, tempestiva ed efficiente.
1. Alla conferenza NON erano presenti Lo Scarpone, Vivalda-CDA, Pareti. Non erano neppure presenti l’Agim (Agenzia Giornalistica Italiana Multimediale), La Repubblica e Teleunica.
Vi segnalo queste assenze perché a mio avviso hanno il significato di boicottare la nostra comunicazione.
Tutti i giornalisti delle testate su citate sono stati per tempo invitati. Tutti erano in grado di cogliere e riconoscere il significato della prima conferenza stampa delle guide alpine italiane. Tutti, cioè, sapevano di avere di fronte un fatto storico. Non avervi partecipato deve farci sospettare di premeditazione e volontà da parte loro di scegliere di mancare.
Perché?
Per evitare di partecipare al rilancio delle guide. Per evitare che il rilancio delle guide si sovrapponga al rilancio del CAI (Pareti a parte). Perché quei giornalisti sono – chi più chi meno – direttamente paladini del CAI (solo per Roberto Mantovani della CDA-Vivalda mi resta difficile una collocazione).
Non voglio, nonostante i toni perentori che sto utilizzando in queste righe, dare per certe le mie illazioni. Voglio invece dare per importante, molto importante, il fatto che ci si assuma la responsabilità di mettere all’ordine del giorno i miei sospetti, la comunicazione, la linea di lavoro che è opportuno seguire affinché certe idee non rimangano rappresentative soltanto di alcuni e solo tra i vertici; non rimangano sospetti che solo io sono in grado di tenere in osservazione.
2. L’idea che la conferenza stampa sia andata bene, e me lo avete confermato, non è soltanto mia. L’idea che questa esperienza non debba rimanere isolata è anche vostra?
Lo chiedo esplicitamente perché l’onere del nostro rinnovamento attraverso la comunicazione non deve restare a carico di un tecnico incarico di scrivere comunicati stampa od organizzare conferenze stampa. L’onere, in quanto a scelte, direzioni, politiche, linee, deve essere di tutti. Non alludo al fatto che ognuno deve essere in grado di formulare e sintetizzare magnifiche idee per la comunicazione. Alludo alla responsabilità che, anche in questo contesto, tende a permettere o impedire una diversa serie di conseguenze. Una su tutte.
La sinergia e quindi la forza e la velocità, al posto di dispersione, contraddizione, lentezza e debolezza.
Il boicottaggio dei “giornalisti del CAI” ci informa che hanno intuito o capito l’enorme potenzialità della comunicazione che le guide stanno seguendo. Diversamente, ci sarebbe da pensare che il loro comportamento sia da intendere solo riferito a Lorenzo Merlo. Non lo credo. Non so come crederlo. Fossi un Nome dell’alpinismo, potrei trovarci qualche meschina ragione andando a pescare nell’immondo lago dell’invidia. Diversamente ci sarebbe da credere che quei giornalisti non hanno capito l’opportunità culturale in questione, non hanno capito la possibilità di lavorare insieme ad una “rivoluzione”. Ci credete voi, che loro non hanno capito? Ci credete voi che sono stati a casa per leggerezza mnemonica?
Non tendo a crederlo io. Anche perché più volte ho avuto opportunità per presentare personalmente loro tanto i contenuti della nostra proposta, quanto i significati politici per il rapporto CAI-Guide, quanto la dimensione culturale e quella lavorativa: pubblicazioni, convegni, libri, ecc.
Per quanto sopra, vorrei avere l’opportunità di aggiornarvi sui particolari che ora qui ometto per brevità, ma che riempiono di giustificazioni la mia balzana idea che abbiamo provocato riflessioni in qualcuno.
Il momento del rinnovo del Presidente non è certo l’ideale, anzi, tuttavia, questo è. Nel rispetto dei vostri impegni, auspico che le opportunità latenti a queste considerazioni vengano colte e soppesate da ognuno, affinché anche questi tempi e queste persone siano coinvolte nella scelta importante della nostra storia”.
Questa fu la mia risposta, in giornata:
“Abbiamo già discusso un po’ su questi punti e su questi sospetti che, a quanto vedo, si avviano a diventare certezze per te. Io rimango della mia idea, perché probabilmente non riesco a vedere, come te, dietro l’angolo (non è una battuta, so che è così). Però sono dell’opinione che, anche se tu avessi pienamente ragione, prudenza vorrebbe che tu stessi zitto. Fermo restando naturalmente che invece sei libero di parlare quanto vuoi. Zitto, perché è un argomento delicato, una sparata così è completamente al di fuori del tuo e nostro discorso sul rinnovamento delle guide.
Credo che noi dobbiamo andare avanti indipendentemente da chi la pensa diversamente: abbiamo abbandonato il loro terreno d’ignoranza e di complotto oppure siamo ancora sul loro stesso piano? Abbiamo la forza di farlo oppure sentiamo che senza di loro non siamo nessuno? Secondo me potresti limitarti a denunciare apertamente la mancanza alla conferenza di quei soggetti da te elencati. Punto. Se ci sarà qualcuno che tirerà delle conclusioni e farà ipotesi tipo le tue, ben venga. Avremo dei nemici. Ma non creiamoceli da soli. In ultimo: se Lo Scarpone non era presente, che ci faceva lì il figlio di Serafin?
Perdona la franchezza, ma credo non sia opportuna una denuncia di questo tipo ORA”.
Al di là di questi importuni risvolti, mentre i commenti negativi anche da parte di alcune guide si limitarono alle voci di corridoio, in generale la reazione di stampa e rete fu positiva. Ad esempio di ciò riporto quanto l’8 aprile scrisse Alberto Peruffo su Intraisass.

Grande cosa fu il matrimonio con rito luterano di Katja Roediger e Mario Pinoli.
L’inizio fu travagliato. Guya ed io andammo all’aeroporto di Orio al Serio in auto ma per disattenzione sbagliai uscita autostradale. Invece di Bergamo o Seriate uscimmo a Grumello e questo provocò una prima dose di ritardo sui tempi previsti. Dopo aver posteggiato a grande distanza la Volvo, in fretta e furia raccogliemmo i bagagli e ci avviammo verso il check-in, salvo ad accorgersi mentre eravamo già dentro la struttura aeroportuale, che ne mancava uno (il più importante, quello del vestito da cerimonia della Guya…). Come non fosse bastato, perdemmo anche tempo a rinfacciarci la responsabilità della dimenticanza: a tal punto che mi rifiutai di andare io al recupero. Toccò a lei affrontare il trekking andata e ritorno con il collo mancante. Data la distanza ci mise un bel po’: quando riuscimmo a presentare la carta d’imbarco eravamo già stati chiamati per nome e cognome ben due volte… Una vera e propria figura di merda.
Durante il volo le ire sbollirono e ad Hannover entrammo in possesso della nostra Polo a noleggio e puntammo a Braunschweig per salutare Katja e Mario, lasciare i bagagli e subito dopo andare a Brema, una cittadina che da tempo avevo intenzione di visitare. Ci arrivammo all’ora di pranzo e fu bellissimo girare per le stradine, assolutamente sorpresi di come e con quanta precisione la cittadina fosse stata ricostruita dopo i bombardamenti di quasi sessant’anni prima.
La sera del venerdì 9 maggio iniziò l’immersione nella Roediger tradition, con un Rustikal, un birra+wurst a casa Roediger in Stresemanstrasse 3. Un momento per conoscere amici e famiglia e intessere i primi rapporti italo-tedeschi, il necessario “riscaldamento” per il giorno dopo, previsto assai lungo e festoso.
Mario ci aveva avvertiti che la giornata del sabato 10, dato il fatto che la cerimonia si sarebbe svolta all’inusuale orario delle ore 13, avrebbe avuto una sorta di “jet lag” sugli schemi abituali di una festa matrimoniale.
Quindi la mattina era libera e fu spesa dal più degli invitati per una grande prima colazione (tenendo conto che si sarebbe mangiato solo dopo il matrimonio e quindi non prima delle ore 15). Guya ed io facemmo in seguito una passeggiata nel centro di Braunschweig, con ovvia visita ma per fortuna senza shopping alla gioielleria della famiglia Roediger (dove era una magnifica collezione di Breitling e altri “piacevoli” gioielli che Mario aveva suggerito possibili doni alle gentili Signore). Non ci trattenemmo da un Bratwurst strategico in tarda mattinata.
La cerimonia in lingua tedesca e italiana si svolse tra le 13 e le 14 e poi tra le festosità di rito, saluti e ritorno a casa, il gruppo si compattò alle 15 circa a casa di Katja.
Nella bella e accogliente Roediger-Haus per cominciare ci fu subito un “aperitivo di congratulazioni” deutsch e italian-style. Dopo l’allegra e simpatica presentazione ufficiale delle due Delegazioni Nazionali (parenti e amici), verso le 17 nel gran tendone allestito in giardino iniziò la cena a buffet durante la quale la birra cominciò a scorrere a fiumi, con quei bon vivant l’Oktoberfest era nulla a confronto. La Gemütlichkeit (ospitalità calda e gioviale) della famiglia Roediger era proverbiale, e l’inglese parlato più o meno da tutti permetteva di capirsi.
Ricordo la grande simpatia di tutti ma in particolare ho in mente la davvero particolare figura della mamma, gentilissima ma sempre riservata, così compassata da guadagnare il rispetto di chi non si sente a disagio; oppure il padre, un omone che univa con tratti assolutamente personali l’essere padrone di casa con l’essere un gran compagnone. La live music ci accompagnò fino alle due, ma anche fino alle tre di notte. Qualcuno non andò neppure a dormire e la birra non accennava a finire…

La domenica, come da tradizione dopo la festa, fu una rilassata mattina di open end e Fruhstuck sempre sotto al tendone dove ancora ondeggiavano i casi umani della notte in bianco. Molti si servirono di una o più Bier vom Fass mattutina. L’orario dell’Aufwiedersehn era libero e ciascuno ne approfittò. Guya ed io tornammo via Lubeck, con qualche apprensione a cause di lunghe code (Stau) per via di qualche lavoro in corso.
La lotta di Nella con il suo tumore proseguiva. Ciò non le impediva di andare avanti a testa bassa con l’organizzazione di quella che poi si sarebbe chiamata Al(t)ri Spazi, l’associazione culturale in memoria di Ettore Pagani. Purtroppo fu costretta a sopprimere l’ormai quasi quindicenne Farah, il pastore belga che era stato anche mio.
Il 5 giugno 2003 scrisse a Guya queste righe:
“Cara Guia (o Guya? oppure Guja?), sei stata molto cara con me l’altro giorno e avrei voluto ringraziarti non solo a voce ma anche con un piccolo gesto, ma non conoscendoti non saprei come cavarmela. La tua partenza poi mi fa desistere anche dal rituale omaggio floreale… Vorrei dunque ringraziare te e Alessandro per quelle due ore passate in ambulatorio. Mi avete fatto sentire meno freddo il commiato dal mio cane, mi avete fatto sentire libera di piangere, mi avete aiutato a decidere (anche gli occhi di quel cagnolino bianco erano strazianti!). Grazie ancora e buona settimana in Slovenia”.
Cui Guya rispose immediatamente: “Cara Ornella, mi fa piacere il tuo messaggio, perché anche per me è sempre una pena, come ti ho già detto, quando si devono prendere certe decisioni. E anche in questa triste situazione forse Alessandro ed io siamo riusciti a partecipare, cercando anche di metterti a tuo agio nel dolore della separazione. Anche oggi, parlando ancora con Alessandro, mi ha ribadito che era veramente la sola cosa da fare in questo caso. Ti sono vicina, anche perché so benissimo cosa si prova e la mancanza che lasciano questi pelosi quando ci devono abbandonare. E’ una parte della tua vita che se ne va, con i ricordi che riaffiorano. Volevo cercare di consolarti, ma mi accorgo che forse ti sto rattristando ancora di più: mi fermo qui. Ho fatto tutto con il cuore, non sentirti in dovere per nulla. Un abbraccio forte, Guya”.
La voglia di scalare c’era sempre, anzi stava aumentando, pur nell’assenza totale di programmi che andassero al di là del weekend. Il 18 maggio con Lorenzo Merlo andai alla parete est-nord-est del Pinnacolo di Maslana, in Val Brembana, per salire Bingo Bongo, una via aperta il 24 maggio 1980 da Andrea Savonitto, Massimo Sala e Marco Gaiazzi. Bell’itinerario di arrampicata libera di sei tiri, su un granito favoloso, ha una quarta lunghezza indimenticabile.
Sempre con Lorenzo, il 22 maggio eravamo alla Parete Nascosta di Gondo per macinarci una via plaisir su placca, Madame Babette (6b). E dopo tanto tempo ebbi anche modo di tornare a Finale Ligure dove, con Rocco e Piero Ravà, ma unitamente ad Alessandro Grillo e al suo compagno Fabio, salimmo la via dell’Amicizia (con uscita INPS) al Bric Pianarella (1 giugno).
A oriente del corso della Sava, il lungo affluente del Danubio che termina le Alpi Giulie Orientali, altre catene di montagne a noi quasi sconosciute prolungano le Alpi. Si tratta degli erbosi Karavanke, delle calcaree Alpi di Kamnik (Kamniške Alpe) e del boscoso Pohorje, rilievi significativi e assai diversi tra loro. Mentre i Karavanke segnano il confine tra Austria (Carinzia) e Slovenia, gli altri due gruppi sono situati interamente in territorio sloveno. Notevoli sono le affinità tra la Carinzia Orientale e la Slovenia, lo dimostrano i molti toponimi carinziani che terminano in «ach». Gli sloveni considerano la vicina Carinzia la terra dove è nata la loro civiltà: anche se scacciati dai vescovi di Salisburgo, gli slavi non rinunciarono alle loro pretese sulla Carinzia. Alla fine della prima guerra mondiale, la Jugoslavia ne rivendicò perfino l’annessione. Un plebiscito (1920) chiuse quel contenzioso e la zona rimase austriaca. Ma solo il riconoscimento da parte dell’Europa della repubblica slovena (gennaio 1992) chiuse definitivamente la questione. A testimonianza di quanto la cultura slava sia significativa ancora oggi in Carinzia, anche lo scrittore carinziano Peter Handke, l’autore di Falso movimento, è stato un suo strenuo difensore. Il piccolo, ma ben ramificato e selvaggio, massiccio di Kamnik è proprio al centro di questa storia o, se vogliamo, di questo punto nevralgico della più recente e pacifica evoluzione europea.

Non poi così lontano da Kranjska Gora, ben nota agli appassionati di sci e di Coppa del Mondo, e ancor più vicino alla capitale Ljubljana (la nostra Lubiana) è un gruppo di solitarie montagne, quasi al confine con l’Austria. Circondato da vallate verdeggianti e boscose, da prati ben tenuti con paesi ordinati e puliti, il massiccio delle Alpi di Kamnik e di Savinja appare quasi un’isola lontana difesa da una moltitudine di avancorpi, un mondo di rocce unico.
Sono montagne poco note all’escursionista italiano e forse anche un po’ snobbate: non così alte, dai nomi sconosciuti. Poi, c’è forse anche il pregiudizio che in un ex paese dell’Est servizi e ricettività lascino a desiderare. Per ricredersi non c’è di meglio che una visita…
Certo, non è d’aiuto al turista occidentale il lessico complicato di nomi e scritte che fanno della lettura di guide e cartelli uno scioglilingua continuo: bisogna prenderla come un gioco, senza arrabbiarsi. Rari sono gli abitanti che riescono a capire l’italiano e la lingua alternativa preferita sembra il tedesco, tanto per rendere le cose più semplici. Sapevo dunque che ci voleva qualche giorno di ambientamento e che era consigliabile documentarsi in italiano il più possibile già prima della partenza.

Dopo lungo viaggio verso la Slovenia, il 7 giugno 2003 Elena, Petra, Guya ed io arrivammo a Kriška Planina, all’agriturismo Viženčar 1500 m. Il posto era davvero bucolico e anche magico, se non si guarda troppo a certi particolari. La conduzione era in apparenza di tipo familiare, un marito, una moglie e una nonna. In realtà il marito si occupava solo del bar, bevendo lui personalmente più di quanto servisse agli occasionali clienti, cioè i malgari dei dintorni. La moglie svolgeva qualche lavoro, più che altro però con l’incredibile numero di mucche che pascolavano nelle immediate vicinanze. Chi faceva cucina e si occupava delle pulizie e di rifare le stanze era la mitica nonna, un’energica e a suo modo simpatica contadina che suscitò subito la nostra simpatia. Non era male essere loro ospiti, anche se il vitto era quanto di più rustico si potesse immaginare: considerate, ad esempio, la colazione che veniva servita con zuppa di crauti, latte, burro, pane nero tutt’altro che fresco e una debordante quantità di salumi e insaccati, di ogni tipo di consistenza e colore. Avreste dovuto vedere le facce delle mie bambine al cospetto del salamino nero o della salsiccia sanguignolenta. Le bambine ristabilivano l’amore per gli animali andando in vera e propria adorazione delle mucche. Alla fine avevano fatto amicizia con molte di loro e le chiamavano con i nomi che si erano inventate.
L’8 giugno 2003, data l’imminente pioggia, ce ne andammo a Lubiana e a Cerklje. Kamnik 379 m è graziosa e antica, circondata da verdi colline e dalle più marcate montagne delle Alpi di Kamnik. Domina la cittadina la chiesa di Sv. Primož, ben nota per i suoi affreschi rinascimentali. Il centro è la parte più bella della città, con stradine strette e case a facciata medioevale o barocca, sovrastate dal castello di Mali grad con la sua cappella romanica. La contessa Veronica, mezzo donna e mezzo serpente, è la leggendaria custode dei tesori del castello di Mali grad, ma non è l’unica testimone dei fasti passati: anche la seducente architettura delle vecchie case lo è.
Al nostro ritorno fummo colti da un nubifragio di una violenza tale che mi fece dubitare di arrivare in macchina all’agriturismo. Invece ce la facemmo, rallentati vieppiù alla fine da un’intera mandria di bovini guidata a suon di bestemmie dai bovari fradici. Questi poi si rifugiarono dal nostro padrone di casa e ne ebbero per tutta la fine pomeriggio, bevendo e sghignazzando.

Il giorno dopo c’era il sole. Da solo, andai in auto fino all’evidente ripetitore 1740 m c. sotto al Krvavec 1853 m. Per sterrata verso nord-est fino alla sella del Razor 1809 m e sotto all’ultimo tratto ripido dello Zvoh 1971 m (pista da sci), poi traversai a sinistra fino alla fine della carrareccia. Proseguii per sentierino segnalato fino a scendere decisamente all’incassata radura della Planina Dolga Njiva 1688 m. Lasciai il sentiero che scende a Kokra e proseguii a ovest per radure e mughi fino alla grande insellatura della Škrbina 1870 m invasa dai mughi, tra Vrh Korena 1999 m e il Kalški Greben 2224 m. Presi a nord-ovest e dopo poco decisi di lasciare a destra l’esile traccia (segnalazioni sui sassi) che scende a traversare la grande conca di Kalce per poi risalire ripidamente alla cresta della Kalška Gora 2058 m. Sapevo che quello era un percorso assai scomodo, anche se non monotono per via dei frequenti campi solcati di calcare e inghiottitoi. Preferii continuare a salire a nord-ovest per belle radure e mughi fino alla nuda cresta che precede la vetta del Kalški Greben. Dalla cima scesi per cresta nord-est all’intaglio roccioso con la Kalška Gora e risalii sulla cresta di quest’ultima (corde metalliche) fino a raggiungere la traccia che non avevo scelto, quella che sale da destra (sud) dalla conca di Kalce. Ero sulla Velika Kalška Gora 2058 m ed evitai di continuare fino alla vetta della Mali Kalška Gora 2019 m. Tornai all’erbosa sella Škrbina e da lì risalii dolcemente verso sud fino nei pressi della sommità del Vrh Korena 1999 m. Scesi per la cresta Jež in direzione sud-ovest (qualche fune metallica) fino in vetta allo Zvoh 1971 m (termine degli impianti del Krvavec) e poi scesi su terreno segnato dalle piste al Razor 1809 m (sella con il Krvavec 1853 m) fino al ripetitore.

Nel pomeriggio, tutti assieme in auto a Jezersko e al confine austriaco dello Jezerski Vrh (Seeberg Sattel) 1218 m.
Il 10 giugno partimmo in quattro per Planina Koren ma camminando fu chiaro che Guya aveva un problema: le si erano ingrossati i polpacci (specialmente uno) e il dolore le impediva una marcia normale. Effetto della disidratazione, ma lì per lì c’era da preoccuparsi. Conclusione della giornata a un supermercato e a cavallo.
L’11 mattina ci accomiatammo dall’agriturismo per dare luogo alla seconda parte del nostro soggiorno sloveno, quello nelle vere e proprie Alpi di Kamnik. Avevamo appuntamento alle 11 di mattina alla stazione di partenza della funivia di Velika Planina e fummo puntuali. Avevamo parcheggiato l’auto nella splendida pineta adiacente alla partenza dell’impianto, nella valle della Kamniška Bistrica, in località Kraljev 538 m. La funivia era ben nascosta nel bosco, quasi invisibile dalla strada: se non si fosse saputo che doveva essere proprio lì quasi non si sarebbero viste neppure le funi. Il posteggio, per fortuna, era così ombroso da essere scuro. L’auto sarebbe stata lì per quattro giorni senza calcinarsi al sole. E, a proposito di sole, c’era un caldo esagerato per essere a quella quota.
A meno che non ci fosse folla, l’impianto non funzionava a ritmo continuo, vi erano precisi orari di partenza.

Decidemmo di caricarci dei bagagli subito e portarli alla funivia per una cinquantina di metri esposti al sole. I cibi che dovevano stare al fresco non ne furono contenti: in macchina tenevo l’aria condizionata a manetta per preservare il burro e il latte fresco, ma ora non c’era più alcuna difesa. Alcuni bagagli erano a mano, percorremmo quel breve tragitto come degli emigranti assetati. Guya, carica di uno zaino “energico” e di una gigantesca borsa della spesa, zoppicava leggermente per via del crampo al polpaccio che la infastidiva ormai da due giorni, ma per allora, nei commenti, si limitava a sperare che il nostro uomo ci avrebbe dato una mano con i bagagli.
Non sembrava proprio che il Sig. Franci fosse ancora arrivato da Lubiana. Al momento, sotto una bella tettoia di legno, era seduto in panchina un impassibile sloveno, con tanto di calzoni tradizionali, calzettoni di lana grossa e bianca e zoccoli di legno. Più che un essere umano somigliava ad un’icona. Dalla porta sprangata della funivia uscì un addetto: lo salutai, ma ricevetti praticamente uno sguardo interlocutorio. Nel bar vicino pareva non facessero minimamente caso a noi. Così, per qualche decina di minuti ci sentimmo davvero esposti al fato. Questo Sig. Franci non arrivava, non c’era un cartello in altra lingua che lo sloveno. Riuscivo a capire che la funivia non c’era tutti i giorni, alla cassa l’addetto s’era asseragliato dentro a leggere il giornale. Spiavamo ogni macchina che arrivava, nella speranza che questo benedetto Franci si facesse vivo, così finalmente da sapere se dovevamo prendere solo la Nihalka (funivia )oppure anche la Dvosedežnica (seggiovia a due posti), sapere se il nostro cottage fosse in alto o in basso. E soprattutto se dovevamo camminare per raggiungerlo (ma quello era un sospetto che tenevo per me, per non allarmare una truppa che già cominciava a mugugnare ho caldo, ho sete, ecc.). Altra cosa che mi turbava, avrei mai potuto scendere e salire quando volevo, o sarei stato relegato per quattro giorni in un posto magnifico che però non era il punto di partenza più adatto per le escursioni nella Kamniške in Savinjske Alpe?
Nel frattempo osservavo ciò che era intorno a noi. Quella era la partenza di funivia più bella che avevo mai visto: vecchio stile, circondata, quasi sommersa, dagli alberi, in un silenzio totale. Eravamo distanti anni luce dalle innumerevoli partenze luccicanti di metallo e di specchi, dalla tecnologia di consumo, dal turismo di massa.
Quando arrivò Franci, ci riconoscemmo subito. Dopo essersi scusato per il ritardo (35 minuti), volle conoscere anche Guya, Petra ed Elena. Ci vennero dati i biglietti e sommarie istruzioni sugli orari dei prossimi giorni. Con un’occhiata valutò le masserizie, poi si voltò indietro a guardare la sua gerla da portatore nepalese, e infine sentenziò: ok, no problem. Ma, secondo me, quella gerla appoggiata su una panchina azzerava definitivamente le speranza di un aiuto.
Nel frattempo arrivarono anche tre gitanti sloveni, un simpatico signore, sua moglie e il fratello di lei. Li avevamo incontrati due giorni prima all’agriturismo Viženčar, accompagnati da un cagnolino: le bambine erano andate a spiare cosa mangiavano, così ci avevano aiutati ad ordinare due salsicce marmoree affogate in uno strano grasso. Dicevano che era una specie di piatto nazionale, ma purtroppo non ricordo il nome. Erano davvero buone, certamente nutrienti e di difficile digestione.
Non appena li vedemmo, riaffiorò il ricordo delle salsicce, che forse non avevano ancora concluso il loro ciclo dentro i nostri apparati digerenti. La signora, gentile e pervasa di uno strano e buon profumo, ci mostrò sulla carta il percorso della gita fatta ieri nei Karawanke e allora capimmo perché il cane quella mattina era rimasto a casa, distrutto da una giornata torrida come quella di ieri e dai chilometri macinati.
Ma era giunto il momento di partire, così ci ricaricammo dei nostri impedimenti e guadagniammo con non più di qualche scalino la funivia. Il percorso fu veloce, fino all’hotel Šimnovec 1407 m. Fuori non accennava ad essere più fresco, non si capiva bene dove stavamo andando. Quel che si comprese subito però fu che la seggiovia era ferma. Dopo qualche decina di metri un omone robusto mi affiancò e mi chiese se poteva aiutarmi a portare la borsa a mano: accettai volentieri, perché avevo addosso uno zaino che avrebbe sfiancato un cammello. L’uomo aveva un passo decisamente veloce, facevo fatica a seguirlo mentre si avviava su per una strada (una pista invernale): non si vedevano cottage nelle vicinanze, ma per orgoglio non chiesi nulla. Dietro intanto la truppa si sfilacciava. I tre gitanti, senza carichi, procedevano lentamente per la loro meta, la Velika Planina propriamente detta. Franci era invisibile sotto la sua gerla e vedevo che stava subendo le domande di una Guya sempre più allarmata. Per fortuna riuscì a strapparle la borsa gialla della spesa. Petra arrancava con il mio computer in mano, Elena zampettava con addosso uno zainotto con spallacci più grandi di lei.
Era ormai mezzogiorno e mezzo, il calore non perdonava neppure i primissimi metri di quell’escursione che non si sapeva quanto fosse lunga.
Miran era il nome del mio salvatore, con il quale parlavo un po’ in inglese, per capire che anche lui era una guida alpina (infatti, dal passo avrei dovuto capirlo): era un amico di Franci, ed era lì per aiutarci. Già dopo cinque minuti il sudore m’inondava gli occhi, che bruciavano. Il cottage lo vedemmo dopo un po’ e lo raggiungemmo solo dopo un altro po’, al limite della sincope. Miran riscese subito a balzi leonini per prendere lo zaino verde di Guja, ripieno di tutte le mie macchine fotografiche. Per non essere da meno e non essere ferito nell’orgoglio, mi buttai anch’io incontro a Franci per liberarlo almeno della borsa gialla, poi scesi ancora per caricarmi almeno del computer, così da non avere sulla coscienza la figlia che lo trascinava. Per Guya e il suo crampo, il colpo di calore era davvero alle porte. Franci venne subito a sapere da Miran che io ero una guida alpina famosa: allora sorridendo si rivolse a Guya e le disse: “Beh, se sei la moglie di uno così, devi essere forte anche tu…”. Ciò provocò una crisi isterica nella poverina che non vedeva “logica” in quanto appena ascoltato.
Finalmente prendemmo possesso della nostra baita a Pod Purmanom, a circa 1500 m, una specie di trullo molto caratteristico della locale rustica architettura. Depositati a terra i carichi, Guya era così contenta di essere sopravvissuta che lì per lì accettò senza battere ciglio le ulteriori informazioni circa il nostro soggiorno. Nel “cottage” non c’era acqua corrente, dunque si beveva e si usava solo l’acqua piovana raccolta in una cisterna; inutile parlare di un “bagno”: nel locale che avrebbe dovuto ospitarlo troneggiavano un water e un lavabo circondati da enormi secchi. C’era anche un angolo doccia, ma al posto del diffusore dell’acqua c’era una lampadina (peraltro non funzionante vista l’assenza di elettricità). Queste ferali notizie cominciavano a fare effetto anche su di lei, quand’ecco che Franci, ormai per tutti noi lo zio Franky, e il sodale Miran riemersero dalla cantina con due bracciate di lattine di birra. Ne bevemmo tutti, anche le bambine che, assetate, non apprezzavano molto il sapore dell’acqua piovana. In un attimo fu una semi-baldoria, tutti amiconi: del resto, arrabbiarsi era del tutto inutile.
I due sloveni si accomiatarono in modo da poter prendere l’ultima funivia per scendere. Tra di noi non v’era chi non fosse un po’ alticcio. Non fu un addio straziante, ma certamente dispiaceva a tutti.
Più tardi, a temperature meno elevate, con Elena e Petra salii a piedi al ristorante Zeleni Rob 1612 m, situato giusto poco prima della magnifica veduta sui pascoli e sulle caratteristiche baite di Velika Planina.
KonjPresto imparammo a sopravvivere in quella che da “baita” era stata amorevolmente declassata a “baracca”. Le mucche ci accerchiavano a ore fisse nella giornata: si capiva perché la baita avesse un bel recinto di legno che la isolava. Erano affamate di sale e se gettavamo dell’acqua sul prato erano capaci di far fuori tutti i fili d’erba bagnati così da lasciare chiazze marroni tutto intorno.
Il 12 giugno salii da solo in cima al Gradiško 1666 m per una foto all’alba su Velika Planina. Riscesi poi alla baita per poi salire tutti assieme allo stesso alpeggio, decisamente fotogenico al massimo. Con Elena e Petra salii in cima al Domzalski Dom 1534 m. In giugno e fino ai primi di luglio ogni angolo del massiccio è in piena fioritura.
Quasi a fine giornata ci fu un episodio tragicomico. Dovete sapere che Elena era ghiotta di biscotti Loacker. In anni precedenti lo era di Pan di Stelle, ma in quel momento erano in auge i Loacker. La prendevamo in giro chiamandola “Loacker che bontà”. La sera Elenina si ritirò in bagno. Dopo un quarto d’ora Guya s’insospettì del silenzioso ritardo e andò a vedere cosa stava succedendo. La poverina aveva avuto un forte attacco di diarrea e quindi reso inagibile non solo il water ma pure le immediate vicinanze. Piangendo si affannava a ripulire con la carta, non pensando che così peggiorava le cose, in mancanza d’acqua. Organizzammo una spola di secchi d’acqua con i quali dopo un’ora di duro lavoro avevamo recuperato una parvenza di normalità. Ancora oggi, e sono passati ventuno anni, “Loaker che bontà” se ne ricorda.

Stanti le buone previsioni decisi che la giornata valida per la grande panoramica sarebbe stata quella del giorno dopo, 13 giugno. Partii alle ore 3.45 da Pod Purmanom, alle 4 ero al ristorante Zeleni Rob e da lì scesi alla Planina Konjščica 1505 m e all’avvallamento erboso della Planina Dol 1308 m. Risalii ripidamente nel bosco fino alla Planina Rzenik 1654 m. Lasciata a sinistra una traccia per il Rzenik 1833 m, risalii tra i mughi e per buon sentiero fino alla vetta del successivo Konj 1803 m, in posizione abbastanza centrale di fronte alla catena. Erano le 6. Scesi per cresta (qualche corda fissa) fino allo stretto valico Presedljaj 1613 m. Da lì risalii il ripido sentiero che dirige a nord. Superato un valloncello, la traccia tra i mughi perdeva ripidezza e conduceva tra piccoli avvallamenti carsici fino alla sella del Prag 1910, oltre la quale si apre la conca di Korošica con il vicino rifugio Kocbekov Dom 1808 m. Ore 7.40. Ritornai al Presedljai e quindi, per il profondo e ripido vallone della Kamniška Bela, scesi alla carrozzabile (località Predoselj 571 m) nella Kamniška Bistrica. Ore 10.20. Trasferimento per 2 km di carrozzabile alla funivia. Ore 10.45. Dall’arrivo della funivia l’inevitabile salita alla baita.
Al mio ritorno trovai una situazione al limite dell’ammutinamento. Da ormai 51 ore quelle non bevevano acqua, neppure sotto forma di tè. Nel pomeriggio fui messo di fronte alla drammatica scelta: o acqua minerale o discesa immediata a prendere l’ultima funivia. Ero piuttosto stancuccio ma amorevolmente salii ancora allo Zeleni Rob in tempo prima che chiudessero. Mi feci dare due bottiglie d’acqua minerale e al momento di pagare un prezzo esorbitante in talleri mi spiegarono che me le stavano vendendo al prezzo del ben preciso numero di bicchieri che con quelle bottiglie avrebbero potuto servire ai clienti.
Questo fu altamente apprezzato (ma intanto io continuavo a bere solo acqua piovana) e il giorno dopo salimmo ancora tutti assieme a Velika Planina in visita alle doline e alle grotte di Mala e Velika Vetrnica.
Durante il soggiorno Guya ed io avevamo cercato di insegnare a Petra ed Elena di rendersi utili per i piccoli servizi. In genere funzionava, ma la mattina della partenza (15 giugno), a bagagli già fatti e dopo la richiesta a Petra di apparecchiare per la colazione, trovammo assieme alle tazze e alle posate solo tre tovaglioli. Il quarto era in realtà il tanga di Guya.
Lasciammo la Kamniška Bistrica alle 9.30 e arrivammo a Milano alle 14.50.
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Accidenti, cerco che vedere che Crovella riesce a fare incavolare altri nei post su un diario di Alessandro, oltre che su quelli dove si parla più espressamente di argomenti controversi, vuol proprio dire che cerca rogna.
La censura sul gognablog, secondo me, ha esagerato. Non perdo più tempo. Ho altro da fare. Ciao a tutti.
Per quanto mi riguarda, viaggiare per incontrare culture ed usi diversi, visitare ambienti naturali diversi: montagne, mari, deserti, foreste è una delle attività più appaganti. Anche l’alpinismo è un viaggio.
Poi ognuno è libero di pensarla come vuole, viaggiare nel modo in cui vuole, non tutti possono andare dalla parte opposta del mondo. Ma si può viaggiare in tanti modi diversi, costosi o meno, a piedi, o in auto, in treno o in bicicletta. Fare viaggi veloci, o lenti fermandosi senza fretta ad assaporare quello che si ha intorno. Preferendo certi ambienti, perchè ti sono più congeniali, rispetto ad altri.
Quindi viaggio è anche sinonimo di libertà. Libertà di farlo come vuoi, con chi vuoi o da solo. Viaggio è anche sinonimo di apprendimento, crescita, apertura.
Leggi a ritroso con attenzione, ammesso che tu ne abbia le capacità, e verificherai che il discorso è partito dal concetto di VIAGGIARE introdotto da altri e non da me
Crovella, ma chi cazzo se ne frega di quello che piace o non piace a te, nessuno ti ha chiesto di raccontarcelo! Fatti un blog tutto tuo e non rompere i maroni ai lettori!
Che c’entrano i Savoia, poi. I bagni torinesi sono molto efficienti e sgomberano rapidissimamente i contenuti, in più vengono puliti sistematicamente: direi che sanno di lavanda. Invece il terzo mondo puzza, inevitabilmente: c’è chi ci piace e chi ci fa schifo. Se ti piace, vacci pure, mica te lo impedisco. Io non ci vado neppure se mi pagano. Non vado neppure in Dolomite, che purtroppo sono diventate un caotico luna park di cannibali (esistono specifici posti meno frequentati, ma per raggiungerli prima devi passare nel mezzo del casino e già questo mi disincentiva…), figurati se vado in Africa o in Asia!
Ma di che puzza vai farneticando??
La merda puzza la tua come quella di un affricano. Forse i certi torinesi a cui appartieni non scurreggiano?
Scendi dal trono vai, che i savoia sono decaduti.
Ma che c’entra la TV. Da che ho contezza ho sempre pensato così. Addirittura mio padre diceva: “che bisogno c’è di andare al mare, basta guardare il Po per il lungo.” (Ai suoi tempi nel Po si faceva il bagno d’estate e c’erano dei veri stabilimenti balneari). E’ un modo di approcciare la vita tipicamente torinese, NON di tutti i torinesi, ma di un certo tipo di torinesi. Cmq, il mondo è bello perché è vario, Se a voi piace spender un sacco di soldi e sobbarcarvi fatiche e disagi per andare a respirare la puzza del terzo mondo, fate pure. io trovo un approccio stupido all’esistenza, ma non vi vieto di perseguirlo. Invece io so che sono felice se, oltre al frequentare le montagna intorno a me, trascorro il mio tempo di relax in un caffè subalpino, circondato da quel tipico odore (per me è un profumo) di marmi/legno/velluto, sorbendo un bicerìn e leggendo quotidiani e riviste con la filodiffusione in sottofondo. Unicuique suum (NOTA: siamo dei bougianen, ma, ciò nonostante, la traccia torinese nell’alpinismo italiano è molto profonda, per cui le due cose non sono affatto in antitesi insanabile).
12) la Torino di Crovella. Parafrasando la Napoli di Bellavista di un certo De Crescenzo quando intervista il sarto-alpinista.
Certo è che il “ragionamento” non fa una piega se poi il risultato è quello del Crovella pensiero che tutti conosciamo.
Potere della TV.
12) Che TRISTEZZA
Abbiamo detto mille volte che esistono infiniti “alpinismi” quanti sono gli alpinisti. Per cui ognuno sia libero di perseguire la sua dimensione, quella più consona alla sua personalità, ai suoi desiderata, al suo stile di vita (e, non ultimi, anche ai vincoli di budget). A me non interessa per nulla viaggiare, anche al di là della montagna. Non sono mai stati in un sacco di posti del mondo, per scelta lucida ancor prima che per costi, e penso che NON ci andrò mai. Oggi poi è così facile “conoscere” le cose rilevanti di paesi lontani (con libri, social, video, podcast) che non è per nulle necessario esserci andati fisicamente, con tutti i contro che ciò comporta (spese, disagi, cambiamenti, imprevisti, gente che puzza, ladri, scarsa igiene ecc ecc ecc). Io sono curioso del mondo, ma lo visito stando sul divano. Mi è poi capitato di chiacchierare con chi è stato fisicamente in certi paesi (di cui mi sono informato per conto mio) e, dalle loro risposte disorientate ed evasive, ho focalizzato che di quei paesi ne so più io di loro: fenomeno che mi è capitato decine e decine di volte. Di persona mi interessano solo le città europee, tendenzialmente nord europee, per il resto NON mi interessa viaggiare: lo trova una rottura di palle insopportabile. Ovviamente è una scelta “mia” (ma ho verificato nei decenni che anche i miei familiari hanno questo approccio, sennò non saremmo equilibrati): se ad altri piace viaggiare, facciano pure. Mi preme sottolineare che NON è l’unica dimensione della conoscenza, né tanto meno dell’andar in montagna. Se poi viaggiare significa andare a cacciarsi in luna park affollati di cannibali, me ne guardo ben bene.
Ma io comprendo benissimo, il concetto di avventura dietro casa non è una novità.
Quello che voglio dire è un’altra cosa. E’ allargare l’esperienza a quello che ti può dare il VIAGGIO, ad esempio luoghi lontani da noi, non solo come lontananza in Kilometri, ma anche come distanza culturale. Non solo concentrandosi sul traguardo, ma vivendo il VIAGGIO. Un pò come quando fai una scalata, in cui non conta solo il punto di arrivo, ma anche come ci arrivi e quello che vivi e provi durante la salita.
Bisogna saper individuare i paradisi sia a ovest che a est, ovvio. Dico che da profondo bougianen torinese quale sono preferisco perlustrare un vallone isolato e selvaggio dietro casa piuttosto che sobbarcarmi viaggioni per andare in Dolomiti (in Patagonia – isolamento o meno – non ci penso neanche, manco se mi pagate: dovrei rinunciare per troppo tempo a troppe cose interessanti, alternative alla montagna, che posso fare da casa mia). Sicuramente ci sono luoghi affollati sia nelle Dolomiti che nelle Giulie, però a naso direi che sono inferiori di numero e più circoscritti nelle Giulie e per questo le Giulie giungono perfino a incuriosirmi. Sta di fatto che, Dolomiti o Giulie, ho perso il conto degli anni in cui non mi dirigo ad est e al momento non ci penso nemmeno. Troppo bello starmene a casa mia e perlustrare le montagne intorno a me. Con i miei amici abbiamo elaborato il concetto dell’esotico vicino o esotico dietro casa. Per comprenderci occorre conoscere la natura di bougianen dei piemontesi e di certi torinesi in particolare.
Certe zone delle Giulie in quanto affollamento non hanno nulla da invidiare alle Dolomiti. Quindi starei attento a non vederle come un paradiso…
Non bisogna avere dei preconcetti, un alpinista oltre ad essere un salitore della verticale è anche un viaggiatore dell’orizzontale. Un esploratore rivolto alla scoperta alla conoscenza di luoghi, di pareti e di cime, ma anche dell’ animo proprio e altrui.
Come nel bel libro di Gino Buscaini e Silvia Metzeltin “Patagonia – terra per VIAGGIATORI e alpinisti”
Ci sono debiter eccezioni in ogni massiccio e come accolgo i suggerimenti sulle Dolomite meno battute, lo stesso potrei dire sui luoghi delle occidentali (che prediligo, da buogianen, per vicinanza e oculatezza del budget). Ma mi riferisco all’immagine complessiva che danno certi massicci molto blasonati. Se si prende l’immagine riassuntiva delle Dolomiti, del bianco o del Rosa nella loro totalità è indubbio che ormai sono un luna park, non solo per l’affollamento ma per il clima consumistico (apericena, cubiste, spa ecc). Dal mio punto di vista fare un viaggione e spendere un sacco di soldi per il luna park delle Dolomiti non ha senso e difatti non lo faccio. Se proprio proprio “voglio” un week end da luna park (capita rarissimamente) ho abbondanti alternative a un’ora e mezza di auto. Invece l”idea che mi giunge dalla Giulie, specie quelle orientali, è invece che sono (nella loro generalità) prive di questi difetti. Per cui, nonostante la mia natura di bougianen taccagno, un viaggione lo farei eccome ed è perfino più lungo dei quello per le Dolomiti.
Adoro questi racconti minestrone perché rispecchiano la realtà di ciò che succede.
Nelle descrizioni dei luoghi si indovina il punto di vista dell’autore che spesso è di noia elevata. Ma le descrizioni di Gogna sono così fuori tema che danno l’idea perfetta di ciò che succede e di come sono i posti. Almeno per me è così.
Sorvolo sulla conferenza stampa delle guide boicottata dai giornalisti caiani che Merlo ha evidenziato. Nulla è cambiato in tutti questi anni.
Per me tutto si spiega con una parola: invidia.
Che bello leggere questi racconti e poi spulciare la lista dei tiri e vie fatte e poter dire: anch’io questa l’ho fatta!
Della Farah Alessandro ne aveva già parlato in un’altro scritto.
Ho avuto una Groenendael, Gio, morta pure lei con puntura a 12 anni.
Sono bestie che sanno dare amore incondizionato.
Grazie, ancora una volta, della condivisione di scorci di vita.
Sono felice che l’inizio, così drammatico, sia stato stemperato dalla fine esilarante!
In effetti a Finale , sul Bianco e sul Rosa non si trova mai nessuno….
Questo lo dice te, perchè non le conosci, o quanto meno solo molto superficialmente. Non ci sono solo il Catinaccio, il gruppo del Sella o le Tre Cime di Lavaredo.
Vai sotto la parete sud del Burel, o sui Ferùch i Monti del Sole, o allo Spiz D’Agner Nord, poi ne riparliamo.
Da perfetto bouigianen torinese, mi sposto con riluttanza, specie di stampo alpinistico. Circondato come sono dal semicerchio delle Alpi occidentali, ho tutto a portata di mano, da Finale ligure alla Valle dell’Orco, dalla Provenza ai ghiacciai del Delfinato, del Bianco, del Rosa e del Vallese. Ma chi mi sposta? Certo non mi sposto per andare a ficcarmi un un lunapark caotico e affollato come sono stati ridotti certi massicci montuosi. Uno su tutti: le Dolomiti, montagne bellissime e affascinantissime in quanto tali, ma ormai non più godibili per chi ama silenzio e contatto con la natura. Ebbene, nonostante la mia natura di bougianen, le propaggini orientali delle Alpi, ben descritte da Gogna, mi incuriosiscono ancora (proprio per i motivi sottolineati da Alessandro) e sarei disposto a sobbarcarmi il lungo viaggio da Torino per visitarle. Chissà, magari per l’estate 2025 ci faccio un pensierino…