Pietre in equilibrio

Da tempo è sempre più frequente vedere, leggere o sentir parlare di “pietre in equilibrio”.

Pietre in equilibrio
(dagli “ometti” di montagna alla Land Art)
di Mauro Carlesso (scrittore e camminatore vegano)
(pubblicato su aostacronaca.it il 22 giugno 2023)

Le pietre impilate hanno diversi significati. Alcuni sono oggettivi. Altri, più fantasiosi ma non meno interessanti, sono soggettivi tanto che ognuno che ci si imbatte, o si prodiga nel realizzarle, può attribuirgli il suo.

Ometto tra le sconfinate lande dello Spitzhornli – Alpi Pennine. Foto: Mauro Carlesso.

Tra i motivi oggettivi si va dalla semplice, ma tutt’altro che banale, indicazione della direzione da seguire in montagna con quei piccoli cumuli di pietre posti ai margini di sentieri di difficile individuazione, al culmine dei valichi o delle cime, in mezzo a pascoli uniformi o tra il deserto di pietre dei macereti, dei ghiaioni o dei conoidi detritici dove la direzione da seguire, o la scelta del cammino meno faticoso, è indicato proprio da questi piccoli cumuli di pietre dalla forma vagamente antropomorfa (da cui la definizione di “ometti”).

Qualcosa di simile la troviamo anche in luoghi remoti come nella tundra del Circolo Polare Nordamericano dove, sculture rudimentali denominate inukshuk fatte di pietre impilate, erano usate dagli Inuit ed altre popolazioni indigene come punto di riferimento su colline e montagne per guidare i viaggiatori.

Anche nelle Ande ritroviamo simili manufatti chiamati localmente apachita che venivano costruiti ai margini delle strade o più spesso sui valichi andini a cavallo dei due versanti come offerta generalmente a Pachacamac quale richiesta di protezione per i pericoli del viaggio.

Qualcosa di analogo lo si rintraccia anche in Irlanda e Scozia dove questi tumuli di pietre, in gaelico chiamati cairn, erano usati nell’antichità per contrassegnare i luoghi di sepoltura dei defunti. Ma la presenza di questi cairn si riscontra sorprendentemente anche in tutta l’Africa Settentrionale ed in Asia dove in particolare in India e nel Tibet gli attuali “stupa” sembrano esserne una derivazione. Oltre ad una funzione funebre questi cairn sono sovente utilizzati come punti di riferimento esattamente come i nostri più conosciuti ometti.

L’edificazione e la manutenzione di questi “ometti” è lasciata ai frequentatori di quei luoghi in gran parte ostili nei quali si trovano e sono la confortante testimonianza del passaggio di persone in territori abitati solo dal silenzio e dalla fauna selvatica.

L’uso del termine “ometto” ha generato anche alcuni casi di toponomastica che possiamo trovare nella Cima d’Ometto in Valsesia sul cui culmine è costruito un enorme ometto e al Colle dell’Ometto presso l’Uja di Mondrone.

L’imponente ometto che caratterizza la Cima d’Ometto in Valsesia. Foto: Mauro Carlesso.

Sempre in montagna si ritrova un’altra motivazione oggettiva dell’uso delle pietre. Nelle zone deputate a pascoli ed alpeggi questi ometti assumono dimensioni assai importanti perdendo la loro funzione di indicare la direzione di un cammino acquisendo quella di testimone della sopravvivenza umana. Questi cumuli di pietre così frequenti in luoghi ora bucolici sono il risultato del secolare spietramento dei pascoli alpestri. Si tratta di cumuli di sassi che testimoniano una storia antica fatta di fatiche oggi inimmaginabili per strappare al bosco o ad un pendio ghiaioso anche un piccolo fazzoletto di terra sul quale poter far pascolare anche solo un bovino in più. Quel bovino che magari faceva la differenza tra la fame e la rinuncia e la sopravvivenza e la resistenza.

Ma è nelle motivazioni soggettive che le pietre impilate possono esprimere il loro più curioso ed interessante potenziale.

Negli ultimi anni ad esempio, vengono promosse come forma artistica effimera (Land Art) e vanno sotto la più specifica definizione di “pietre in equilibrio”(Stone balacing).

La ricerca dell’equilibrio delle pietre richiede pazienza ed umiltà consentendo all’esecutore (Balancer) di immergersi completamente in sé stesso allontanando, per il tempo utile alla costruzione del manufatto, la perdita della nozione temporale.

In particolare è un po’ come una disciplina mentale che spinge il performer ad instaurare ed alimentare la percezione tra se e la pietra da sistemare in precario ma stabile equilibrio.

“Sassi e pensieri marini” a Noli – Balancer Mauro Bellini. Foto: Emi Bellini.

In questi casi le pietre impilate presuppongono elementi di ricerca di sé stessi e dell’equilibrio interiore (in particolare nella filosofia Zen. Ma avere a che fare con delle pietre da impilare in equilibrio precario consente anche di riscoprire il sentimento ancestrale dell’effimero, dell’impermanenza e, fondamentalmente, della precarietà della vita.

Ed in quest’ottica è curioso osservare come popoli diversi, in epoche storiche e aree geografiche molto distanti tra loro, abbiano adottato la stessa pratica seppur accostandosi con motivazioni diverse sia oggettive che soggettive: dagli ometti per indicare la strada, alle offerte per ingraziarsi la benevolenza degli dei, dal culto dei defunti fino alla contemporanea ricerca della propria essenza. Impilare sassi oggi come allora, sembra quasi dimostrare l’atavico rapporto che l’uomo ha sempre avuto con le pietre fin dalla sua comparsa sulla Terra.

Sul Lago d’Antrona – Valle Antrona- Balancer Mauro Bellini. Foto: Emi Bellini.

Anche nel mio giardino ho posizionato alcune pietre in equilibrio con le motivazioni puramente soggettive poc’anzi descritte ma anche perché mi ricordano l’amata montagna.

Sono costituite da sassi, tendenzialmente in numero di sette, che in alcuni casi hanno anche un’origine particolare (ad esempio in un ometto l’elemento culminante è un sasso piatto della spiaggia nera di Nonza in Corsica).

Al termine di questa breve incursione nel mondo delle pietre impilate mi si potrebbe chiedere: “… tutto qui?” Sì, tutto qui sarebbe la mia risposta, ma tutto bello, gradevole, piacevole ed alle volte, anche solo nella loro semplice osservazione, emozionante.

Nonostante quel che si osserva siano solo sassi.

Ma sassi che c’erano prima di me e che resteranno per sempre dopo di me. Ed in mezzo a questo prima e a questo dopo ci sono io che questi sassi li ho cercati, raccolti ed impilati.

Ci sono io ad osservarli e ad amarli come tutto ciò che compone il Creato, in uno slancio panteistico confortante, rassicurante e pacificante per me e per tutti gli esseri umani di cui c’è sempre più bisogno.

Oggi come non mai.

In giardino. Foto: Mauro Carlesso.
Pietre in equilibrio ultima modifica: 2023-08-02T05:42:00+02:00 da GognaBlog

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18 pensieri su “Pietre in equilibrio”

  1. Cominetti, le assicuro che io e la stragrande  maggioranza degli operatori sanitari non siamo corsi a vaccinarci perché ce l’aveva detto la TV o perché siamo privi di guizzi di intelligenza, ma perché stavamo pagando un inaccettabile contributo di decessi causati dal Covid all’interno della nostra categoria professionale, che non è certo fatta di anziani, pensionati e malati cronici. E, pensa la combinazione, i decessi sono crollati in coincidenza con la vaccinazione.Rifletta sempre prima di scrivere commenti indecenti, grazie.

  2. Caro Franco,
    la ricerca consapevole di equilibrio appartiene ai piccoli umani. Tutti gli altri esseri la esprimono spontaneamente senza pensarci.
    Ed è comunque un fattore interiore: non basta certo impilare sassi per evitare di arrabbiarsi con qualcuno. Lo so che ci hanno insegnato a separare – lo yoga solo due volte a settimana all’interno di una sala silenziosa con musiche e incensi, il calcio solo in un campetto, la danza solo in discoteca – ma non serve a granché, se poi continui a vivere una vita senza soddisfazioni. 
     
    Mi fa piacere rammentare che la natura è sempre in equilibrio e non ha bisogno di aiuto umano. Le pietre sono perfette là dove si trovano, non sentono il bisogno che qualcuno le sposti. Se lasciate al loro posto, concorrono alla creazione di nuovi suoli. 

  3. Vedi Grosso, le pietre ci sono sempre state e sempre ci saranno. Escludo da ogni patologia la costruzione di ometti allo scopo di indicare una direzione. Da qualche tempo in molti si divertono a erigere fantasiose pile di sassi dal ricercato equilibrio. Non ci sarebbe nulla di male, per carità. Dalle mie parti si organizzano competizioni su chi fa l’ometto più bello.
    Ricordo al volo due posti letteralmente invasi da ometti inutili: l’anticima dei Lastoni di Formin (BL e la gola del Rio Salagoni presso Castel Drena di Dro (TN). Ecco, lì mi viene da pensare che qualcuno abbia fatto il primo e man mano altre centinaia di escursionisti abbiano eretto gli altri, forse per sfida nel farne di più belli e arditi nelle forme e negli equilibri.  Penso istintivamente a quella parte (per me troppo vasta) dell’umanità appecorata che fa cose solo perché fatte da altri, e mi prende lo sconforto.
     
    Esattamente come quando tutti sono corsi a vaccinarsi per il covid o quando tifano per l’Ucraina disprezzando la Russia, solo perché lo dice la TV.
    Queste manifestazioni umane prive di guizzi d’intelligenza mi rattristano sulle sorti dell’umanità e non voglio farci nulla.

  4. Cominetti, sarebbe come dire che allineare dei mattoni facendo un muro oppure cercare armonia nel mettere in ordine le parole di una poesia sono disturbi della mente? La ricerca di equilibrio è una esigenza vitale.

  5. Fare ometti per indicare dove passare in zone impervie è utile a chi viene dopo, ma, l’impilamento di sassi in delicato equilibrio è un disturbo della mente.
    Niente di male nel farlo ma mi ricorda quei concorsi ippici germanici in cui si concorre senza cavallo.  

  6. Quanto a toponimi di passi degli ometti ne conosco almeno altri due uno tra Val Sedornia e Valzurio a ovest della Presolana ed un’altro a sud del Pizzo Scalino tra Prabello e la val Painale in media Val Malenco … c’e’ un bellissimo articolo di Visentini – mi sembra gia’ ripreso anche in questo blog – comparso anni fa sulla rivista della montagna che vale la pena rileggere per la delicatezza con la quale affronta il dualismo cartelli segnaletici / ometti …. notte ….

  7. In effetti a me non sembra confortante né rassicurante sapere che si senta il bisogno di  lasciare tracce in ogni dove, pensando che le pile di sassi aggiungano bellezza a luoghi naturali.
     
    Lo scrivo ridendo, ma capisco sempre di più i divieti!

  8. “…in uno slancio panteistico confortante, rassicurante e pacificante per me e per tutti gli esseri umani di cui c’è sempre più bisogno.“
    In uno slancio panteistico??
    Capisco che oggi giorno va di moda a chi scrive le cose più strane ma c’è’ un limite a tutto.
    E, Per favore, se qualcuno sta pensando di scrivere un commento in cui questa attività’ di posatori di pietre in equilibrio ha qualche cosa in comune con la scalata, lo prego, si astenga. Perché il commento lo vedo arrivare…
    Giusto per prevenire…ok?

  9. Chère Claudine, 
    il représente sans doute un petit pas, mais c’est qui est important n’est pas monter des pierres quand on est en vacance, mais de ralentir dans le quotidien. 

  10. Buongiorno Franco,
    diciamo la stessa cosa, visto che hai scritto che i sassi venivano impilati ai margini di un burrone o al lato di un sentiero: le pile non non erano disseminate ovunque.
    In Sicilia quando si spietra – lavoro non di certo ludico e leggero! – non si costruiscono ometti con le pietre, ma le si ammassa da qualche parte, così da poter essere utilizzate per qualche altra opera, come il riempimento di terrazze o la costruzione di muretti a secco. 
     
    Come ricorda Lorenzo Merlo, la separazione è solo un’illusione! 

  11. Cara Grazia Says, conosco molte persone che vivono come me nelle terre alte e che impilano sassi. Lo faceva anche mio padre un secolo fa, giovinetto, mentre guardava le sue bestie all’Alpe Artignaga, 1450 m, Alta Valsessera (BI). Lo faceva pulendo i pascoli dove le valanghe avevano portato pietre, e alcuni di quei sassi finivano impilati, tra il gioco e la necessità, ai margini di un burrone o all’angolo di un sentiero. Vada a vedere sulla Piazza d’Armi della Cima di Bo, 2350 m circa, tre ore e mezza di cammino da Piedicavallo, ce ne sono a centinaia. Lei vive in un mondo civilizzato?
     

  12. Penso che all’autore sfugga che in taluni luoghi non ci sono altro che pietre e che rappresentano l’unico oggetto con cui trasmettere la propria presenza.
     
    Gli unici a costruire pile di sassi per ritrovare se stessi – come se il paesaggio e noi che lo osserviamo non bastasse – sono gli abitanti del “mondo civilizzato”.
    Tutti gli altri, se non sono necessarie per qualcosa di importante, lasciano le pietre laddove si trovano, senza nutrire il bisogno di portarsele in giardino e, così, dimostrando, a parer mio, egoismo.
    Può perfettamente darsi che l’autore dell’articolo e gli autori di tutte le pile si mettano in contatto con se stessi, ma dimenticano che pure le pietre sono delle entità che – mi piace pensare – meritano il diritto di restare dove sono. 
     
    Senza contare che spesso vengono create moltitudini di ometti che confondono i viandanti, facendo perdere la strada. 

  13. Grazie per questa pagina che con delicatezza quasi poetica ricorda, almeno a me, l’importanza del perdersi per ritrovarsi anche se solo per impilare dei sassi. 

  14. Sull’Appennino Tosco-Emiliano, al confine tra le province di Modena e Lucca, esiste la Cima dell’Omo, che prese nome da un ometto ottocentesco. Da qualche anno, però, vi è stata eretta una croce di metallo alta due metri e mezzo.

  15. Quest’estate a Karda
    mily, nel Mani, abbiamo visto tante “pietre in equilibrio” davanti al mare, uno scenario meraviglioso che mi trasmetteva molta pace e molta bellezza, mi sono chiesta se c’erano altri significativi per chi li aveva costruiti, oltre a donare bellezza e ora, grazie a questo bellissimo articolo, lo so.
    Grazie
    Beatrice

  16. PILE ‘D PERA
    Non era per niente facile. La pietra di base era di solito tozza, grande come una padella da stufato, e anche pesante. Ma poi bisognava cercarne una bella e tonda, più leggera, possibilmente slanciata verso l’alto. Non dava problemi particolari la messa in opera per trovare il primo equilibrio, il difficile doveva ancora arrivare. La terza pietra appoggiava sulla seconda per quel poco che l’indice tocca il pollice, quando si mettono a cerchio. Proprio qui cominciava la magia, che Neri conosceva bene.
    Per diversi minuti, tenendo delicatamente il sasso con i due palmi, con leggeri spostamenti si cerca il punto giusto. Non sarà Neri a trovarlo, ma la stessa pietra che di colpo abbandonerà le mani che la tengono e rimarrà immobile al suo posto. Ora un invisibile filo a piombo attraversa la struttura, pronto ad accogliere il seguito dell’opera. Che poteva essere un’ultima pietra, magari un ciottolo piatto e largo che andava fare da cappello al nostro ometto, sopra il quale poteva starci un ultimo sasso, poco più di una noce. Ma sempre con la magia di quell’abbandono inatteso. (da un mio romanzo mai pubblicato)

  17. Cari ometti quando ti sollevano dal dubbio, cari quando ti dicono la cengia giusta…..un po’ meno quando chi li fa non torna ad abbatterli quando son sbagliati 😁

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