Nella “vulgata” della Torino alpinistica, i Pilier del Tacul sono considerati come un nostro giardino di casa. Mi riferisco in particolare ai Pilier e non all’insieme più articolato che ha preso il nome di Satelliti del Tacul. Limitiamoci alle prime salite, per esigenze di sintesi.
Il Pilier Gervasutti è forse il più torinese di tutti: teatro dell’incidente fatale al Fortissimo, viene conquistato nel 1951 da Piero Fornelli e Giovanni Mauro, due rappresentanti della nuova generazione di alpinisti subalpini di punta.
Il Pilier Boccalatte è stato salito nel 1936 da Gabriele Boccalatte e Ninì Pietrasanta.
Il Pilier a Tre Punte è scalato nel 1959 da Andrea Mellano e Beppe Tron, con il genovese Enrico Cavalieri e il lombardo Romano Perego.
Il Piler Sans Nom viene salito nel luglio 1977 da Gianni Comino, Gian Carlo Grassi, Franco Piana e Agostino Zimaglia: non tutti torinesissimi (Comino era di Mondovì, Franco Piana genovese), ma il risultato complessivo è una cordata torinese.
Insomma, nella storia dei Pilier, quasi sempre c’è lo zampino di Torino: a volte sono cordate intere, a volte singoli alpinisti, ma un pezzo di Torino lo si trova sempre.
Il Pilier du Diable, invece, è l’eccezione, perché indiscusso appannaggio dei genovesi, anche se Enrico Cavalieri è stato spesso compagno di cordata di Andrea Mellano.
Si tratta di una salita non particolarmente nota, specie ai giorni nostri. Interessante, quindi, questo articolo che sintetizza l’impresa, datata 1963 (Carlo Crovella).
L’ultimo 4000 nel Gruppo del Bianco
(nel 1963 la prima ascensione per lo sperone nord-est)
di Gianluigi Vaccari, a cura di Gabbe Gargioni
(pubblicato su La Pietra Grande (Rivista del Club Alpino Italiano, Sezione di Bolzaneto), Anno XV (2022), n. 15.
Il Mont Blanc du Tacul 4248 m è una delle tante vette appartenenti al Gruppo del Monte Bianco: il suo versante orientale è costellato da creste e cime di granito rosso lanciate verso il cielo, la cui vista lascia esterrefatti (oggi si direbbe mozzafiato!). Tale versante domina la Vallée Blanche. Nell’anno 1963 tali strutture erano state tutte salite da cordate di varie nazionalità, divenendo percorsi di gran fama. Ma c’era ancora uno stupendo pilastro vergine: il “Pilier du Diable”!
Lo scoprì il carissimo amico Enrico Cavalieri, profondo conoscitore di vaste aree alpine ed in particolare del Monte Bianco. Ma perché il Pilier du Diable era rimasto inviolato fino a quel momento? Forse perché essendo piuttosto isolato e di laborioso accesso era stato trascurato? La preda era molto ambita: salire l’ultimo 4000 vergine della zona, scolpire i nostri nomi nel granito del Monte Bianco ci esaltò. Se ne parlò senza far trapelare notizia e si decisero i partecipanti e la formazione delle cordate: io, mio fratello Eugenio, Enrico Cavalieri e Piergiorgio Ravaioni, quest’ultimo fortissimo e già affermato alpinista.
Agosto 1963: eravamo, parenti ed amici, nel consueto attendamento dei genovesi in Val Veny. Il tempo era bello, le previsioni davano meteo stabile per diversi giorni. Il dado era tratto! Il 10 agosto 1963 preparammo accuratamente l’attrezzatura, portammo con noi anche una tendina da bivacco, inserita in un sacco che avremmo recuperato ad ogni tiro di corda. Nel pomeriggio, da Entrèves salimmo in funivia al vecchio rifugio Torino, dove consumammo la cena e pernottammo. Sveglia all’alba e partenza per l’avventura: Colle dei Flambeaux, discesa nella Vallée Blanche, risalita dei pendii basali del Tacul. Per canalini nevosi e balze rocciose raggiungemmo la base dell’agognato Pilier. Formammo due cordate: Enrico con Pier Giorgio, io con mio fratello. Iniziò Pier Giorgio, noi a seguire: placche, fessure, diedri, tutto su un granito stupendo!
Debbo ricordare a questo punto un episodio che, con esito diverso, avrebbe impedito di raccontarvi questa salita! Salendo, incontrammo un tratto delicato, che richiese qualche manovra di… “artificiale”: toccò ad Eugenio salire questa lunghezza di corda. Fissato il primo chiodo 5 o 6 metri sopra la sosta, partì sicuro, prese una “staffa”, che agganciò con un moschettone al chiodo e salì sopra. Il chiodo cedette! Mi aggrappai con la forza della disperazione al “mezzo barcaiolo”. Ma… Eugenio non volò nel vuoto e cadde a cavalcioni sopra di me! Il nostro Angelo Custode stava evidentemente all’erta… Ci guardammo increduli, rinfrancati ed incolumi, e riprendemmo a salire raggiungendo gli amici e, poco dopo, toccammo la vetta del pilastro. Gioia, ma anche preoccupazione: il tempo, che durante l’ascesa aveva iniziato a guastarsi, peggiorò con furia! Cominciarono a scaricarsi fulmini sulle vette circostanti, tuoni poderosi risuonavano ovunque. L’aria friggeva anche sulla nostra vetta, raffiche selvagge di vento ci sferzavano portando nevischio, e visibilità ridottissima.
Cosa fare? Di comune accordo si decise di scendere all’ultima sosta, pur esigua, dove ci sistemammo in posizioni da contorsionisti. Niente tenda! Era rimasta incastrata tra le rocce sottostanti. Quasi niente da mangiare e poco da bere. Dormire era impossibile, oltre a fulmini e tuoni, iniziavano a staccarsi piccole slavine che precipitavano lungo i colatoi vicini! Finalmente scorgemmo a levante i primi chiarori dell’alba! Il tempo pareva leggermente migliorato. Mi calai fino al sacco con la tenda incastrato tra spuntoni di roccia: recuperatolo, risalimmo nuovamente in vetta e scendemmo per una trentina di metri dalla parte opposta, dove una comoda e provvidenziale cengia nevosa ci permise di montare la tendina. Decidemmo così di sistemarci all’interno ed io, che ero il più vicino all’uscita, cominciai a riempire un pentolino con la neve fresca e, riscaldandolo sul nostro fornellino “Bleuet”, iniziai a preparare dei tè, uno dietro l’altro. Fuori intanto la bufera aveva ripreso vigore!
Nel pomeriggio, Enrico propose la recita del Rosario, che col “senno di poi”… ritenemmo utile. Scese la sera ed affrontammo la notte un po’ più comodi della precedente, ma sempre minacciati dal tempo. Riuscimmo anche a dormicchiare! Un confortante chiarore ed uno strano silenzio mi svegliarono l’indomani, con mano trepidante sollevai un lembo della tendina: la vetta del Monte Bianco ammantata dalle luci dorate dell’alba risplendeva contro un cielo perfettamente sereno! Il rassicurante gracchiare delle cornacchie in cerca di cibo era l’unico suono udibile. Non ricordo se urlai a squarciagola: “ragazzi è bellooo…” oppure se balbettai: “credo che sia migliorato…”
Uscimmo tutti dalla tendina, Enrico raggiante esclamò: “questa sera cena al rifugio Torino, speriamo che abbiano dello spumante!” Smontata la tendina, caricammo il resto del materiale nei nostri sacchi e via! Raggiungemmo un canalone innevato e cominciammo a risalirlo. Ad un tratto il rombo di un elicottero ruppe il silenzio del luogo: emerse dal pendio sottostante un poderoso “Alouette” del Soccorso Alpino, che stava esplorando i vari versanti in cerca di cordate bisognose di aiuto. Appena ci scorse, si avvicinò con grande perizia, dal portellone si affacciò una figura a noi ben nota: era l’amico Ruggero Pellin, guida Alpina di Courmayeur!
Con urla e gesti gli facemmo capire che eravamo in grado di scendere da soli, perciò si allontanò salutandoci con entusiasmo. Raggiungemmo la vetta del Mont Blanc du Tacul, da cui scendemmo per la via normale, traversammo tutta la Vallée Blanche, risalimmo il pendio dei Flambeaux e poi per comoda pista raggiungemmo l’agognata meta: il rifugio Torino. Duramente provati, vi entrammo ancora legati e con i ramponi ai piedi. Il primo essere umano che incontrammo fu Tino Albani, dei Ragni di Lecco. Urlò: “Tel chi il Vaccari! Deslighes!” (Eccolo qui il Vaccari! Slegati!) Ci dissetammo, ci ripulimmo e riuscimmo ancora a prendere una delle ultime funivie per Entrèves.
A fine corsa, ci accorgemmo che una piccola folla si stava dirigendo verso di noi: erano i componenti del gruppo dei genovesi in campeggio in Val Veny! La mamma, il papà e tutti gli amici ansiosi di rivederci sani e salvi! In questo traffico scorsi una bella bionda che cercava di aprirsi un varco per avvicinarsi. Era la bella Luciana che, riuscita nell’impresa, mi gettò le braccia al collo e mi sussurrò: “Gian, sai, ho pregato tanto e specialmente per te”. Raggiungemmo, poi, il campeggio in Val Veny, dove ci rendemmo più presentabili e cenammo tra cento racconti della nostra avventura. Tutto continuò anche attorno al fuoco. Ci fu anche chi suggerì di battezzare quella vetta “Pilastro Città di Genova”. Non so se tale proposta abbia avuto successo o no. Intorno al fuoco qualcuno propose, come di consueto, di andare a festeggiare il successo al ristorante “La Brenva”, tipico locale valdostano, famoso oltre che per la cucina anche per la sopportazione del proprietario verso le intemperanze degli avventori (specie gli alpinisti!). La decisione fu unanime: ci presentammo numerosi.
E fu una gran bella serata! Ricordo che, seduta accanto a me, c’era Luciana.

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Eh oui, un beau récit enthousiasmant pour les amoureux de la montagne.
In questi giorni ho incontrato per caso Gianluigi Vaccari.
Era ds diversi anni che non lo vedevo, stesse spalle larghe, mani enormi e sorriso sempre presente, anche a 88anni, segno del bel carattere che lo ha sempre contraddistinto.
Ci siamo abbracciati e mi ha regalato qualche inedito dettaglio riguardo la prima salita descritta così benenel presente articolo.
Che bel racconto! I numerosi punti esclamativi trasmettono la genuinità e l’umiltà degli alpinisti.
Bellissimo racconto. Bellissimi i pilier e i satelliti tutti. Mi ricordano … la gioventú che (ahimé …) non torna piú, come nelle strofe di Piemontesina Bella.
Stupendi i pilastri del Tacul, la lettura di questo bell’articolo mi riporta al 1987 quando con un amico salimmo il Piler Gervasutti, bellessima ascensione in un ambiente spettacolare.
Pilastri stupendi, racconti bellissimo.
Marcello cosa è la Pietra Grande, una rivista? ( non la Pietra vera e propria che conosco bene da buon genovese) Grazie
Che bel racconto! Anche se l’avevo già letto, perché ricevo puntualmente La Pietra Grande, mi ha ricordato lo stile narratore di Gianluigi.
Una schiettezza e un pragmatismo che mi fanno pensare, non che Genova sia molto british ma che Londra cerchi di scimmiottare pateticamente Genova.
Forse sarà dovuto alla mia quarantennale lontananza dal capoluogo ligure ma è quello che provo leggendo queste gesta.