“Nessuno mai si sarebbe sognato di cimentarsi su questi impressionanti novecento metri di misto a prevalenza ghiaccio, oltretutto sovrastati da un imponente seracco che incombe sui primi due terzi della parete… (Davide Scaricabarozzi)”.
Quarant’anni di Divine Providence
(e settanta di Pilier d’Angle)
di Davide Scaricabarozzi
(pubblicato su Annuario CAI Bergamo, 2024)
Il Grand Pilier d’Angle (GPA), che raggiunge la quota di 4243 metri, determina il cambio di orientamento della cresta di Peutérey, da Sud-Nord diventa Est-Ovest e a questa pe- consistente massa di roccia e ghiaccio si peculiarità deve il suo nome.
Potrebbe essere definito semplicemente come il punto di passaggio obbligato per raggiungere la cima del Monte Bianco percorrendo la cresta di Peutérey, una sorta di spalla che si alza per qualche centinaio di metri dall’omonimo colle. In realtà sappiamo bene che non è così.
Il suo versante nord, innestato alla Parete della Brenva, è alto circa 900 metri ed è caratterizzato da ripidissimi colatoi di ghiaccio che si insinuano tra costole di solido granito e sovrastato da un grande seracco pensile che minaccia tutta la parte inferiore della parete.
La parete est è sostanzialmente rocciosa, caratterizzata nella sua parte superiore da un imponente struttura monolitica di protogino alta 300 metri e a tratti strapiombante: lo Scudo rosso.
La parete sud-est è più bassa, sovrasta per tutta la sua larghezza il ripido canale che si innalza dal bacino superiore del Ghiacciaio della Brenva fino al Col du Peutérey.
Su questo versante le rocce sono ancora instabili a causa della gigantesca frana del 1920 staccatasi dal versante Brenva del Col du Peutérey, all’epoca difeso da un imponente seracco che faceva tutt’uno con quello della parete nord dell’Aiguille Blanche.
L’evento si svolse in due tempi: il 14 e il 19 novembre.
Nel pomeriggio del 14 novembre 1920 una consistente massa di roccia e ghiaccio si stacca alla base del fianco sud-est del Grand Pilier d’Angle, circa 200 metri al di sopra della superficie del ripidissimo scivolo ghiacciato che collega il Col de Peutérey al Ghiacciaio della Brenva.
Il 19 novembre, sempre nel pomeriggio, a capo di tre ore si susseguirono altri quattro nuovi crolli, questa volta prevalentemente rocciosi, che provenivano dalla parete sud-est del GPA privata del sostegno dei ghiacci precipitati qualche giorno prima.
Questa seconda frana fu immane, circa dieci milioni di metri cubi su un fronte largo quasi un chilometro rovinarono a valle ad altissima velocità. La sua energia fu tale che l’imponente massa di roccia e ghiaccio ostruì l’alveo della Dora e risalì per decine di metri il versante opposto della Val Veny.
Questo cataclisma modificò per sempre la morfologia del Col du Peutérey e il versante sud-est del GPA.
Il Ghiacciaio della Brenva fu per lustri ricoperto dai detriti conseguenti al gigantesco crollo e il GPA venne ignorato fino al 1957, quando Walter Bonatti “decise” che era giunta l’ora di andarlo a vedere da vicino.
Dall’1 al 3 agosto 1957 la cordata di Walter Bonatti e Toni Gobbi apre la prima via sul GPA che, da semplice spalla del Monte Bianco, acquisisce così la dignità di vera e propria montagna.
Il percorso sfrutta una lunga linea di fessure e camini che incide i due terzi della parete est passando sotto e a destra dello Scudo rosso fino al versante nord-est dove continua su terreno misto ripidissimo e complicato fino in cima al GPA.
Gobbi scrive che più volte Bonatti disse «Qui c’è da passare con gli oli santi in tasca». Novecento metri di parete serissima più altri seicento per arrivare in cima al Monte Bianco: il dado era tratto e da qui comincia l’esplorazione sistematica del GPA.
Nella notte del 22 giugno del 1962 (dopo un precedente tentativo abortito ancor prima di toccare il Ghiacciaio della Brenva) il solito Bonatti, questa volta accompagnato da un giovanissimo Cosimo Zappelli, lascia il bivacco della Fourche diretto verso la parete nord del GPA.
Nessuno mai si sarebbe sognato di cimentarsi su questi impressionanti novecento metri di misto a prevalenza ghiaccio, oltretutto sovrastati da un imponente seracco che incombe sui primi due terzi della parete.
Arrivano in vetta al GPA nel pomeriggio del 23 giugno dove si fermano a bivaccare per poi salire al Monte Bianco nottetempo.
Simili difficoltà d’ordine glaciale incontrate in questa grandiosa ascensione furono le prime ad essere affrontate prima dell’avvento delle nuove attrezzature e tecniche da ghiaccio (piolet traction).
Ormai Bonatti ha deciso che avrebbe salito tutti i versanti del GPA, gli mancava la pericolosa parete sud-est, proprio quella interessata dalla frana del 1920.
Sarà ancora Zappelli ad accompagnarlo in questa nuova impresa dall’esito più che mai incerto considerando la morfologia della roccia che alterna grigi graniti abrasi lasciati scoperti dalla frana a instabili lastroni e rocce malferme.
In due giorni, 11 e 12 ottobre 1967, risolvono la via che ha un dislivello di 450 metri con difficoltà sostenute su roccia e su misto delicatissimo per uscire in vetta al GPA. Con questa ultima impresa Bonatti chiude la sua esplorazione del Grand Pilier d’Angle tracciando, ancora una volta, la strada per gli alpinisti degli anni a venire.
Ci tenne comunque a precisare che restava da risolvere il problema dominante la parete est, ovverossia la salita diretta dello Scudo rosso che sicuramente sarebbe stata la linea più difficile ed elegante per raggiungere la cima del GPA.
I tempi non erano ancora maturi o più probabilmente Bonatti ritenne che avrebbe dovuto forse far ricorso a quei mezzi di progressione da lui tanto disprezzati.
In realtà non ci è dato saperlo.
Anche Doug Scott, qualche anno più tardi, affermò che il grande challenge sul GPA sarebbe stato compiuto con la salita dello Scudo.
L’input bonattiano aprì una straordinaria nuova stagione alpinistica per la nuova generazione di forti alpinisti e il GPA diventò la meta sulla quale gli specialisti del Massiccio, quindi per lo più francesi, negli anni Settanta del Novecento avrebbero aperto moltissimi itinerari di alto livello, soprattutto concentrandosi sulle pareti nord e nord-est a carattere prevalentemente glaciale e misto.
Le cordate hanno nei loro componenti nomi altisonanti: Walter Checcinel e Georges Nominé, Richard Baumont e Bryan Becker, Guy Dufour e Jean Fréhel, Jean-Marc Boivin e Patrick Vallençant, il solitario John Bouchard; tutti fortissimi ghiacciatori.
Lo Scudo rosso restava ancora da salire.
Tra l’1 e il 6 marzo 1976, quindi ancora in stagione invernale, una squadra slovacca apre una dura e rude via che aggira sulla destra lo Scudo senza riuscire a superarlo direttamente; e sono ancora alpinisti dell’est che ci provano, questa volta polacchi, ma anche loro bypassano l’ostacolo monolitico, questa volta sulla sinistra tra il 6 e il 10 agosto 1983.
Nella notte del 5 luglio 1984 Patrick Gabarrou e François Marsigny lasciano il bivacco della Fourche diretti al GPA, la loro intenzione è quella di aprire una via attraverso lo Scudo rosso.
Patrick Gabarrou, soprannominato Gab, è sicuramente l’alpinista più prolifico di vie aperte sul Massiccio e su tutto l’arco alpino contando più di trecento prime. Sono decine e decine le salite che portano la sua firma da un capo all’altro del Monte Bianco, solo sulla parete nord delle Grandes Jorasses ne ha aperte sei.
Nel maggio del 1975 sale assieme a Jean-Marc Boivin il ripidissimo couloir rinserrato tra il Pilier a Tre Punte e il Pilier Gervasutti sul Mont Blanc du Tacul; la via prenderà il nome di Supercouloir ed è ancor oggi una delle più iconiche e ripetute dell’intero Massiccio al punto tale che potremmo definirla una super classica di alta difficoltà destinata ad alpinisti ben confermati.
A Gabarrou si deve l’esplorazione quasi sistematica dei remoti bacini Brouillard e Frêney dove ha aperto itinerari estremi sia su ghiaccio (Hypercouloir del Brouillard, Cascata di Notre Dame, Abominette, Frêneysie Pascal) che su roccia (Direttissima Gabarrou-Long al Pilastro Rosso): alla sua corda si sono legati tutti i più forti alpinisti degli anni Settanta/Novanta: oltre che ai già citati Boivin e Marsigny anche Pierre-Allain Steiner, Alexis Long, Jean-Pierre Albinoni, Masalu Suzuk, Philippe Silvy, Christophe Profit, Christophe Dumarest e l’italiano Cesare Ravaschietto.
L’elenco non è affatto completo ma sufficientemente dimostrativo per trarne l’idea precisa della straordinaria poliedricità e attività di Gabarrou.
Al pari di altri grandi dell’alpinismo francese come Rébuffat, Couzy e Boivin, Gabarrou, classe 1951, nasce lontano dalle montagne, in Normandia e si avvicina all’alpinismo verso i quindici anni per dedicarvisi completamente due anni dopo lasciandosi alle spalle la passione per il calcio. In breve dimostra di avere un innato talento per l’arrampicata; infatti, dopo soli quattro anni dal suo “debutto” nel 1972 sale la Bonatti al Petit Dru e nello stesso anno, ma in inverno, la Brown all’Aiguille du Blaitière.
Nel 1973 si laurea in filosofia e consegue contemporaneamente il brevetto di Guida Alpina, successivamente tra il 1990 e il 1994 ricopre la carica di presidente di Mountain Wilderness Francia.
L’aspetto forse più significativo di Gabarrou è la profonda fede religiosa di fervente cattolico che gli fornisce un tratto quasi mistico ma lontanissimo dall’ostentazione bacchettona o beghina; il suo alpinismo non è stato un percorso verso la redenzione, nelle sue dichiarazioni non ha mai fatto riferimenti a salite illuminate dalla fede piuttosto che dalla grazia di Dio.
La fede è una faccenda personale e lui, gli va dato atto, non l’ha mai “usata” per ragioni personalistiche di mercato nonostante il nome che ha dato ad alcune sue vie: Dies Irae, Padre Pio prega per tutti e A Lei.
Anche in ciò si è dimostrato uomo di straordinaria coerenza e per questo ancor più apprezzabile.
François Marsigny è nove anni più giovane di Gabarrou, architetto di formazione, Guida presso la Compagnia delle Guide di Chamonix, professore-guida dell’ENSA.
Non serve specificare che il suo CV alpinistico è notevolissimo e spazia sulle montagne più prestigiose dalle Alpi alla Patagonia fino in Asia dove nel 2008 ha salito il Cho Oyu senza aiuto di ossigeno supplementare.
Prima di legarsi a Gabarrou aveva fatto cordata con Boivin, nel 1979, su Les Droites aprendo una dura via sulla parete nord.
François è e resta soprattutto un grande specialista del Massiccio del Monte Bianco, il suo ingresso nella top five dei fortissimi è proprio la salita di Divine Providence.
Dopo questa performance la cordata Gabarrou-Marsigny conferma la propria ecletticità aprendo itinerari negli angoli più remoti e repulsivi (per usare un termine bonattiano) del Monte Bianco, salite per lo più in ambiente glaciale dove un attento studio delle condizioni e la velocità fanno la differenza tra il successo e una possibile debacle definitiva.
Il 5 luglio 1984 attaccano il GPA nel suo punto più basso, salgono per circa 400 metri su difficoltà ancora “ragionevoli” fino ad incrociare la direttiva di diedri e camini della Bonatti-Gobbi giusto alla base dell’imponente Scudo rosso.
Da questo punto il registro cambia radicalmente, una fessura camino mal comoda e ostica conduce alla base di un diedro inclinato ma difficile (VII-) poi rocce relativamente più semplici conducono alla base di una altro camino ben marcato e su difficoltà costanti a tre cifre romane; allestiscono il primo bivacco sotto una teoria di strapiombi neri che vengono evitati, il giorno seguente, affrontando una fessura in piena parete che, sebbene non sia troppo lunga, dà del filo da torcere alla cordata.
Adesso sono nel cuore dello Scudo rosso, alla base del tratto chiave della salita: un diedro strapiombante, in parte bagnato lungo tre tiri di corda.
Ed è proprio su questo tratto che accade un’incidente che avrebbe potuto avere conseguenze nefaste.
Gabarrou sta risalendo con gli jumar il tratto chiave fortemente strapiombante (A3) quando un friend si stacca improvvisamente, i due precipitano per parecchi metri e rimangono appesi nel vuoto trattenuti da un altro piccolo friend che rimane portentosamente incastrato in una fessura. E’ andata bene.
Questa l’origine del nome della via: Divine Providence.
Al termine del diedro un’ennesima fessura strapiombante conduce a una piccola terrazza, ancora un nuovo diedro, dalle difficoltà umane, termina su una terrazza più grande e comoda che fungerà da secondo bivacco.
Le difficoltà non lasciano respiro, il giorno seguente numerose lunghezze, parte libera e parte artificiale (inframmezzate da un pendolo) conducono alla fine delle difficoltà in cima allo Scudo rosso.
Da qui proseguono lungo le nervature sul complicato terreno misto della Bonatti-Gobbi, fino in cima al GPA dove bivaccano per l’ultima volta.
Il giorno seguente usciranno in vetta al Monte Bianco con la certezza di aver alzato l’asticella delle difficoltà su una parete che non porta da nessuna parte e sulla quale nulla di così difficile era mai stato realizzato.
La prima ripetizione sarà compiuta cinque anni dopo, nel 1989, ad opera di una cordata francese (strano) composta da Michel Fauquet, Pierre-André Rheme, Davide Ravanel e Jérôme Ruby.
Alain Ghersen e Thierry Renault, soprannominato Turbo per via delle sue salite fast and light, si aggiudicano la terza salita dimezzando i tempi di percorrenza.
Nel 1990 Christophe Lafaille, il piccolo grande uomo di Gap, ne fa la quarta ripetizione nonché prima solitaria in due giorni; nel 1991 Giovanni Bassanini, Valerio Folco, Pierino Rey, Marcello Ricotti e Luciano Barbieri compiono la quinta ripetizione e prima italiana.
Tra il 5 e l’8 gennaio 1992 Roberto Bressan e Paolo Tamagnini salgono Divine Providence in prima invernale, ma “solo” fino in cima al GPA: costretti al rientro, per altro rocambolesco, a causa della meteo avversa.

La prima invernale fino in cima al Monte Bianco è stata risolta dall’irlandese Bernard Murphy (non più tra noi) e Dave Wills; infine, la prima invernale solitaria, in quattro giorni nel febbraio 1993, se l’aggiudica Alain Ghersen.
Per “festeggiare” il quarantesimo compleanno di questa via François Cazzanelli e Giuseppe Vidoni partono direttamente dalla Val Veny, impiegano quattro ore per arrivare all’attacco del GPA, in altre dieci ore salgono i diciotto tiri della via in libera (fino al 7c) e arrivano in cima al Monte Bianco alle 18.15; scendono dalla normale italiana facendo una breve pausa al rifugio Gonella e ritornano al punto di partenza, nei pressi di Entrèves, dopo poco meno di ventiquattro ore dalla loro partenza per un totalone di ventotto chilometri e 3900 metri di dislivello positivo. Un’impresa assolutamente degna di nota.
Restano immutate le parole di Gino Buscaini: “Itinerario superbo, che supera in linea diretta e con forti difficoltà lo Scudo rosso… è tra le vie più difficili del Monte Bianco e anche una delle più ambite“.
Direi che nulla è immutato, in quarant’anni Divine Providence non è diventata più facile e nemmeno più accessibile sebbene alcune straordinarie ripetizioni possano indurci a pensarlo.
Nessuna montagna, nel tempo, diventa meno montagna.
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Complimenti per la bella ricostruzione storica. Leggendo l’articolo viene da pensare che, al di la dell’evoluzione tecnologica, l’Avventura alpinismo esiste ancora. Condivido tutto quanto scritto sul personaggio Gabarrou
Bellissimo racconto dal sapore di quando l’alpinismo faceva sognare.
Credo che il soprannome Turbo di Tierry Renault sia dovuto, sicuramente alla sua velocità, ma anche al fatto che in Formula uno la Renault fu la prima vettura ad adottare un motore sovralimentato (nata nel ’79 conquistò varie vittorie nei primi anni ’80), sconvolgendo le regole dell’automobilismo.
bellissimo articolo! letto tutto d’un fiato e con piacere, complimenti all’autore.
se mi posso permettere due appunti:
– nella prima invernale (fino in cima al GPA), non erano in tre ?
– mi sembra che la via di Boivin alle Droites sia stata aperta insieme a Gabarrou. la via di Marsigny, aperta col fratello e Barnoud è più a sinistra, ed è più recente (secondo la Bibbia, del 1993). è una via stupenda, molto più “climbing” delle vie + classiche della nord delle Droites, con i primi 150m che possono risultare molto delicati su placages molto fini e poco consistenti su placche compatte (ma forse dal 1993 al 2011, quando ci passai io, il ghiacciaio si era ritirato parecchio. in ogni caso, avrebbero fatto ‘na sega loro al Marsigny !). Il resto propone una marea di tiri di goulotte/misto, senza l’infinito pendiazzo centrale delle altre vie della nord. stupenda !
“Nessuna montagna, nel tempo, diventa meno montagna.”
In effetti me sembra anzi che ogni anno diventino un po’ più alte e un po’ più ripide…☹☹☹
Bell pezzo, bravo Davide!
Direi che nulla è immutato, in quarant’anni Divine Providence non è diventata più facile e nemmeno più accessibile sebbene alcune straordinarie ripetizioni possano indurci a pensarlo.
Nulla di piu vero per una via che è e rimarrà assolutamente leggendaria.
Bell’articolo!