Riflessioni sulla prima via ferrata siciliana

Riflessioni sulla prima via ferrata siciliana
di Montagna sud
(pubblicato su montagnasud.it il 9 luglio 2026)

Il 27 giugno 2026 è stata inaugurata ad Alcara Li Fusi, sui Monti Nebrodi, la prima via ferrata della Sicilia. Per chi non lo sapesse, una via ferrata è un insieme di strutture realizzate su una parete rocciosa (cavi metallici, maniglie, staffe, ecc.) per consentire la salita a chi non sa arrampicare. La via in questione è stata costruita nella zona delle Rocche del Crasto.

I tracciati di salita (A) e di discesa (B) dellavia ferrata di Alcara Li Fusi
Il tabellone illustrativo della ferrata di Alcara Li Fusi

promotori dell’evento hanno parlato di “un momento unico nel mondo delle attività outdoor nella nostra isola” e di “uno dei progetti di valorizzazione territoriale più ambiziosi degli ultimi anni”.

Che si tratti di una cosa unica non si discute, perché non ci sono altre vie ferrate in Sicilia. Anche il progetto è abbastanza ambizioso, almeno nelle intenzioni dei promotori, secondo i quali “una via ferrata non porta beneficio soltanto agli appassionati della montagna. Muove un intero sistema economico”.

Magari non sarà proprio così, però sicuramente il nuovo percorso interesserà a molte persone, perché le esperienze “adrenaliniche” ormai vanno di moda (zipline, altalene giganti, ecc.). Per questo è importante parlarne.

Stando ai promotori, il percorso sulle Rocche del Crasto è stato realizzato “seguendo criteri di minimo impatto ambientale. Ogni elemento installato è stato pensato per inserirsi armonicamente nelle pareti. Nessuna alterazione del paesaggio. Nessuna trasformazione forzata. Solo opere strettamente necessarie. La montagna non viene modificata. Viene semplicemente resa accessibile”.

La via ferrata del Montorfano (Mergozzo, Verbania)

I concetti espressi in questa descrizione sono tutti relativi. In base a quale metro di paragone l’impatto è stato “minimo”? Come si giudica l’“armonia” dell’installazione? Se è stata costruita una via ferrata, si può davvero dire che non ci sia stata “trasformazione forzata”? Il cavo d’acciaio e i supporti per i piedi non se li è messi la montagna. Chi decide cosa è “strettamente necessario”? Davvero una via ferrata è “strettamente necessaria”? Rendere una montagna “semplicemente accessibile” non ha nulla di semplice, perché se prima una zona non era accessibile, qualcosa d’importante sarà cambiato.

I promotori si sono augurati che da settembre “migliaia di escursionisti [possano] affrontare uno dei percorsi attrezzati più spettacolari del Mezzogiorno.” Migliaia? Come possono questi numeri non cambiare un luogo e l’esperienza che se ne fa?

Il riferimento al mese di settembre è dovuto al fatto che il 31 agosto finisce il periodo di nidificazione del grifone, specie protetta in Sicilia e reintrodotta con diversi progetti, che predilige la zona delle Rocche del Crasto. Sui social, uno dei promotori della via ferrata ha invitato tutti a rispettare questi uccelli e ad anteporre la natura al proprio piacere, facendo il percorso solo fuori dai mesi di nidificazione. Belle parole. Ma chi vigilerà su questo?

Io presumo che la via ferrata abbia avuto tutte le autorizzazioni del caso – dall’Ente Parco, il cui presidente ha partecipato all’inaugurazione, e dall’Assessorato all’Ambiente, con l’assessora anch’essa presente.

Un momento dell’inaugurazione
Un momento dell’inaugurazione

Mi chiedo se la valutazione d’impatto ambientale si sia basata sul senso civico del cittadino medio, che sicuramente è molto sviluppato, come si vede ogni giorno guardandosi attorno. E non dimentichiamoci che anche l’aquila reale spesso nidifica nella zona delle Rocche del Crasto.

Un nido di aquila reale nella zona delle Rocche del Crasto

Sembra assurdo augurarsi che migliaia di escursionisti affrontino il percorso attrezzato, ma solo quando queste specie non nidificano. Inoltre, mi risulta che questi uccelli vivano in zone tranquille e isolate, quindi se fuori dal periodo di nidificazione vedranno che l’ambiente è frequentato da umani, se ne andranno altrove a fare il nido. In altre parole, non basta non andare nei mesi di nidificazione.

I promotori parlano di “consentire agli escursionisti di vivere le Rocche del Crasto da protagonisti [con] rispetto assoluto dell’ambiente.” Ma come può esserci rispetto assoluto? Forse questo rispetto c’era prima della costruzione della ferrata. Poi parlano anche di “lasciare che sia la montagna a rimanere protagonista.” Insomma, chi deve essere protagonista, gli escursionisti o la montagna? Dice un vecchio proverbio: non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca.

Queste contraddizioni mostrano come un fenomeno che è dato per scontato (“le vie ferrate portano beneficio agli appassionati della montagna”) sia in realtà molto complesso. I promotori hanno battuto sul discorso d’importare il modello delle ferrate alpine in Sicilia, soprattutto nel senso di essere all’avanguardia di un turismo esperienziale e sostenibile: “È il modello ormai consolidato delle principali località alpine, oggi adattato alla realtà dei Nebrodi”.

A dire il vero, al nord non tutti vedono la costruzione di nuove vie ferrate positivamente. Ad esempio, esiste una campagna chiamata “Basta ferraglia” portata avanti dall’associazione Mountain Wilderness, le cui riflessioni sono molto interessanti:

“Molto spesso, le vie ferrate favoriscono processi di antropizzazione, e alcune volte di vero e proprio affollamento, di luoghi particolarmente delicati dal punto di vista ecologico-ambientale. Quale impatto ha sulla fauna selvatica l’aumento esponenziale della frequentazione, favorito dall’infrastrutturazione di aree altrimenti poco frequentate? Quali e quanti studi per misurare l’impatto ambientale vengono realizzati prima di passare dalla progettazione alla realizzazione di nuove ferrate?

L’infrastrutturazione dell’area interessata dalla ferrata ha importanti implicazioni di responsabilità giuridica sulla frequentazione. Chi mantiene le strutture? Chi si occupa di smantellarle una volta che arrivano a scadenza tecnica? Chi decide se e come interdire la frequentazione nel momento in cui le strutture diventassero pericolose? Chi è responsabile in caso di danni materiali a persone o cose?

Equipaggiare la montagna selvaggia con impianti di risalita, strade di quota, vie ferrate e quant’altro equivale ad addomesticare un ambiente geografico che trae il suo significato proprio dal proporsi come non addomesticato e non addomesticabile. L’antropizzazione forzata ed innaturale di questi spazi ne soffoca irrimediabilmente la vocazione. L’installazione sempre più diffusa di queste strutture ha ripercussioni relazionali tra l’uomo e l’ambiente tali da causare una regressione culturale”.

Sicuramente alcuni diranno che queste sono le opinioni di persone a cui non interessano l’arrampicata e l’alpinismo, che quindi non vedono di buon occhio le vie ferrate. Ma non è così; anzi è proprio il contrario. Basta leggere le parole di Michele Comi, guida alpina e maestro di alpinismo:

“Per comprendere l’inutilità delle ferrate non occorre essere rivoluzionari, ma semplicemente essere persone curiose, che sanno conoscere e frequentare con basilare consapevolezza le rupi, avvicinandosi al linguaggio della roccia, per accettare di mettersi in gioco accogliendo l’invito della montagna.

La sintonia tra l’uomo e la parete non può avvenire attraverso il ricorso a cavi e metalli, il cui unico risultato sta nell’allontanare dal contatto reale e sensibile con l’ambiente con cui vogliamo confrontarci. Un artifizio che ci illude d’esser gagliardi, d’assaporare il vuoto, senza troppi pensieri, senza percorsi d’iniziazione che richiedono dedizione, impegno e un po’ di fatica.

Se condividiamo l’idea che l’importanza di un’uscita in montagna risieda nell’esperienza, nelle emozioni che essa attiva, potremmo facilmente rinunciare a questi modesti trofei metallici e ‘adrenalinici’, per dirigere altrove e ritrovare un inesauribile terreno di scoperta, per mettersi a nudo di fronte alla montagna”.

Un’illustrazione di Michele Comi sul turismo adrenalinico

Il commento
di Sergio Soraci
Ecco, al fin è giunto il tanto temuto (da me e da altri) momento della “ferraglia” in Sicilia. Nel modo peggiore, nel posto meno opportuno, con tanto di pompa magna, è stata inaugurata la prima ferraglia, scusate, ferrata di Sicilia. Tutti contenti per il grande risultato ottenuto: comune di Alcara, guide alpine, geologi, politici vari ed eventuali, CAI, Parco dei Nebrodi ed associazioni di ogni tipo. Io, minoranza, resto sconfortato, deluso, amareggiato per l’ennesima aggressione ai luoghi ed alla natura. Una volta ricevetti una telefonata nella quale mi fu chiesto se e come affrontare le pareti di Alcara, io risposi che le montagne sono di tutti, ma che era auspicabile in quelle pareti un approccio meno impattante, più avventuroso e con un’etica ed uno stile di apertura delle vie che guardasse al “trad” con la misurata posa di soste e chiodi; dopodiché, alle vie aperte con questo stile dallo sparuto gruppo di noi arrampicatori siculi di prime generazioni, si sono aggiunti itinerari con filari di fix e falesie monitiri. Che mi avete telefonato a fare?,  mi sono chiesto. Ma mai avrei immaginato che si arrivasse alla messa in opera di una “ferraglia” impattante e devastante per le pareti e per l’idea che essa rappresenta: arrivare in cima facile facile.

Chi mi telefonò è il frontman, l’artefice del cambiamento in peggio di un luogo, non sacro, ma che aveva mantenuto delle caratteristiche peculiari, già poco rispettate dalle recenti vie realizzate, ma salvabile dall’operazione di omologazione di pareti e montagne. Turismo “esperienziale e sostenibile”, viene definito da politici e personaggi che poco o niente hanno a che fare con natura e sostenibilità; i luoghi non sono intoccabili o da “musealizzare” , ma con tutto quello che si poteva fare in modo sostenibile, è stata scelta  l’opera più impattante in termini ecosistemici, di falsa idea d’avventura, di pericolo per sé e per tutto ciò che c’è attorno, proprio perché è un messaggio di approccio “alpinistico” per tutti, in un luogo dai precari equilibri geologici e faunistici. Certo, in passato abbiamo aperto degli itinerari su quelle pareti, ma ci eravamo dati delle regole, un’etica d’apertura delle vie, ma non siamo stati seguiti in questo percorso, anzi si è stravolta l’idea di andare per pareti e tutto si riduce come se si affrontasse una partita di padel. Bene, bravi, questo è il progresso, anzi, fatene altre di ” ferraglie”, la natura ringrazia. Il CAI? Esulta per il grande risultato raggiunto. Ma io sono istruttore di questa associazione, che ci faccio io qui? Condividiamo le stesse cose, parole, idee, fatti? Mah…

Amici o ex amici di Alcara ora hanno “lo sviluppo”. Ma era questo che volevate? Adesso credo proprio di sì, eppure sembrava che natura e sostenibilità fossero al primo posto nelle lunghe discussioni intercorse tra noi. Ma, appunto, “parole”. Finalmente i fatti, li avete ottenuti, ora teneteveli stretti, fatene delle altre di” ferraglie”, cosa che accadrà a breve. La “ferraglia” è lo specchio dei tempi: un modo relativamente facile per fare soldi a discapito della fragilità e degli equilibri del territorio; suggerisco un’app da fare per affrontare le montagne (cosa che si farà o è stata già fatta), cosi è tutto più accessibile, tutto facile, tutto “esperienziale”. Si ripropone la distorta visione e fruizione del verticale e ne stiamo già pagando un prezzo alto, che unito ad altre operazioni di questo tipo ci porteranno in un baratro socio-ecologico sempre meno accettabile, sempre più omologante, sempre più aggressivo.

Riflessioni sulla prima via ferrata siciliana ultima modifica: 2026-08-03T05:31:00+02:00 da GognaBlog

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28 pensieri su “Riflessioni sulla prima via ferrata siciliana”

  1. Della Sicilia non so un puffo.
    Ma della Sardegna ho ricordi dal ’91 e dalle Dolomiti al Mangart da molto prima.
    Credo ci sia poco da aggiungere alle considerazioni di riky.
    Mi viene solo da commentare inutilmente quanto io continui a stupirmi della velocità esponenziale con la quale lo “sviluppo” si sia manifestato dappertutto e soprattutto nelle valli più sperse, dove fino a non molto tempo fa i frequentatori erano quattro gatti.
    Più carnicamente isolata è stata la valle e più pare si voglia parossisticamente recuperare il tempo passato.
    E aggiungiamoci pure che dell’ics per cento di turismo dato dai frequentatori di sempre, dal fungaiolo all’alpinista, oramai all’esercente medio non freghi più un beneamato puffo.

  2. Da teorico del sovraffollamento, allievo di Matteo P., sono assolutamente d’accordo con ferrate e in generale qualsiasi azione volta a favorire una frequentazione massiva e geriatrica dei luoghi a discapito di ecologia e visione economica.

  3. Una pista ciclabile ad alcara… ahahah sicuramente verrà udata di piu la ferrata

  4. Ma quante persone ci andranno mai? Non era meglio fare una pista ciclabile o sistemare un sentiero ? 

  5. C’è una guida alpina tra i promotori della ferrata. Bene, dove vedete lo scandalo? Chi fa la G.A. lo fa per ricavarne di che vivere, è dunque normale che caldeggi simili iniziative. Non è eticamente accettabile? Può essere. Ma non mi risulta che sulle Dolomiti se chiedi a una Guida Alpina di accompagnarti in una ferrata costui si rifiuti di farlo, per ragioni “etiche”. Ci saranno orde di frequentatori sovrappeso, che la percorreranno unicamente perchè in cerca di emozioni adrenaliche? Ho i miei forti dubbi. Se fossi una guida alpina, opererei per una rigorosa selezione dei miei clienti,a discapito del mio tornaconto. Ma questo è solo un pensiero personale. 

  6. Che dire?
    Molti commenti negativi. Ma fermatevi un attimo. Avete mai pensato dove si trova il paese di Alcara Li Fusi? Per arrivarci dalla costa tirrenica ci vuole almeno un’ ora di auto su una strada stretta e tortuosa, dove in alcuni tratti due auto provenienti da sensi di marcia opposti che si incrociano riescono a passare a stento. L’ estremo isolamento del paese – e di conseguenza, del pregevole e affascinante contesto ambientale circostante – sicuramente non ne fanno una meta turistica di massa. Chi frequenta quei luoghi – ferrata o non ferrata – non è sicuramente attratto solo dalle specialità gastronomiche, ma dovrebbe essere munito di sensibilità nei confronti dell’ ambiente e delle montagne in generale. Questo ovviamente non vuol dire che non sia possibile anche la frequentazione da parte di persone con scarso senso civico, e quindi di un conseguente ulteriore impatto ambientale, che si aggiungerebbe a quello indubbiamente causato dalla realizzazione della ferrata. Ma crediamo veramente che questa ultima possa attirare migliaia di persone?? O che possa far arricchire il paese di Alcara Li Fusi? Cerchiamo di essere seri, suvvia. Una cosa sono gli annunci roboanti e trionfanti degli Amministratori locali, una cosa è la cruda realtà. Indubbiamente la ferrata potrebbe contribuire a creare qualche posto di lavoro in più, in un territorio con poche prospettive di sviluppo economico alternativo, e questo potrebbe essere un bene. Ma pensare che, al tempo stesso, la prima ferrata siciliana possa aprire le porte a innumerevoli altre iniziative simili è quantomeno irreale, amici miei. Le grandi pareti in Sicilia si contano sulle dita di una mano, e appena i fautori locali delle vie ferrate si accorgeranno di una frequentazione nel complesso poco redditizia ( in rapporto ad altre iniziative sicuramente più richieste, altrettanto “adrenaliniche” poco faticose e di più facile accesso dal grande pubblico, quali le zip-line e similari), non saranno invogliati a replicare questo tipo di iniziative. Eh si, perché percorrere una ferrata lunga e di media difficoltà si suda e si fatica, e non poco , al di là dell’aspetto etico e del sicuro impatto ambientale che ne consegue. Ma qualsiasi attività umana impatta sull’ ambiente, è una questione di magnitudo. Punto.

  7. Se questa ferrata avrà successo, in Sicilia ci sono innumerevoli altre pareti da “addomesticare”: vediamo come andrà questa prima, dopodiché l’ iniziativa umana si scatenerà, o abbandonerà il progetto. Nessuno però vieterà di trovare un’ altra strada per sviluppare un turismo sostenibile e rispettoso dell’ ambiente: L’ adrenalinica passerella nostrana, (il ponte tibetano è un’ altra cosa, andate a vedere quello che c’è alla fine della Val Senales) potrebbe diventare la nuova offerta turistica in Sicilia.

  8. Sinceramente ormai i buoi sono scappati, e ormai sono stanco e anche un po’ nauseato da questa visione assolutamente utilitaristica e profittevole della montagna, per cui l’unica cosa che è rimasta è la mercificazione di tutto.
    Della montagna, manco fosse un maiale, bisogna vendere tutto.
    E se non si riesce, troviamo il modo di renderla vendibile. Si cerca di venderne qualunque aspetto a cani e porci che pagano. Pagano attrezzatura, abbigliamento, accompagnamenti, funivie, polenta con cervo OGM, pedaggi, permessi, experiences, dio santissimo che solo a scriverlo mi viene l’orticaria.
    Tra un po’ si pagherà anche per scalare le vie che ho aperto io o qualcun altro.
    E nel caso di incidente, visto che capita spesso (e il dolomiti e il gazzettino ormai vivono solo grazie agli articoli confezionati per gli haters sugli incidenti) cerchiamo anche di privatizzare il soccorso. Alè! 
    Un sentito grazie a chi deve lucrarci, continua a predicare bene e razzolare dimmerda, e ci metto dentro tutti.
    interessante notare chi ha realizzato la ferrata.
     

  9. Sicuramente anche il meteorite che è caduto nello Yucatan circa 66 milioni di anni fa aveva la Certificazione di Impatto Ambientale. E si, se non c’è l’aveva lui chi doveva avercela???
    Sicuramente è stato costretto a fermarsi fuori dalla stratosfera qualche migliaia di anni per ritardi nei vari uffici, si sa il Messico non è efficientissimo e avrà dovuto pagare qualche mancia per poi poter ripartire e impattare.
    Sicuramente è andata così!

  10. Leggendo l’articolo , c’è a parer mio , una inesattezza ed e’ quella che il Cai [esulta] , dato che ero presente all’inaugurazione come Presidente della Sezione di Cefalu ‘ non ho visto ne’ sentito nessuna esultazione da parte di Soci del Cai , nessun Socio ha rilasciato interviste, nessun Socio ha commentato la ferrata, per cui mi chiedo chi e quando ha esultato ( il Cai ) dato che gli unici Soci Cai  ( oltre ad una delegazione del Soccorso Alpino Siciliano ) presenti  , erano quelli della Sottosezione di Alcara li Fusi . 

  11. 15@ …Alberto cosa detto non saprei ma un titolo si…La concessione della linea ferrata”

  12. Ma infatti ,non è o sarà il numero dei fruitori ferratisti probabili a indurre scetticismo e critiche ma l opera stessa, la sua utilità e il via libera per altre opere simili. Se non si afferra la differenza tra vecchie vie / o nuove a spit in stile diciamo alpinismo anarchico , l escursionismo e un nuovissimo ammasso di corde d acciaio e fix però col benestare politicoistituzionalizzato è inutile dare un opinione o come dice il titolo una riflessione personale, originale non allineata e soprattutto …firmata.

  13. Chi sa cosa avrebbe pensato e detto di questa ferrata il Sig. Camilleri alias Commissario Montalbano?
    Di sicuro avrebbe preferito una pasta alla norma, arancini e cannoli.

  14. La nuova via ferrata sulle Rocche del Crasto ha scatenato le solite critiche basate sul “benaltrismo” da parte di filosofi antropologi alpinistici che pontificano su opportunità e impatto ambientale.
    Chi redige per mestiere Valutazioni di Incidenza Ambientale sa che l’impatto zero non esiste. Qualsiasi azione umana ha un costo ecologico, compreso il post di un blog consuma energia e produce CO2, come i normali scarti fisiologici di chi cammina in natura.
    Si paventano folle oceaniche, ignorando che l’intera comunità di praticanti (climber, speleologi, torrentisti) in Sicilia si aggira al massimo attorno al migliaio di persone, a meno che avvenga un esodo di massa dalle Alpi, scenario improbabile.
    In cima alle Rocche del Crasto si arriva comodamente in auto (4×4 o 127) tramite un’antica strada pubblica, e la parete è percorsa da decine di vie classiche spit e piastrine piazzati da oltre quarant’anni; un tipo di “ferraglia” che disturba solo quando a piantarla è qualcun altro.
    La polemica riflette una storica e antropologica presunzione di superiorità culturale, ovvero che i locali non siano in grado di valutare autonomamente il proprio patrimonio naturale e che abbiano bisogno dei “padroni dell’etica verticale”, i cui pareri calati dall’alto delle montagne, vengono rispediti al di là di Cariddi.
    Da chi frequenta i Nebrodi da anni – abituato agli avvoltoi e alle aquile che volteggiano sulla testa – la ferrata è vista senza drammi: quando sarà accessibile sarà l’occasione per provarla per la prima volta, sopravvivendo a Lestrigoni, Ciclopi e lasciando pascolare in pace le vacche sacre del tempio del sole come si è fatto per millenni.

  15. Ma chi volete che ci vada a fare una ferrata li? I Siciliani? Ma dai? In Sicilia lo sport è tollerato fino all’adolescenza e poi è da evitare , che poi calcio ciclismo tennis…..per il resto uno che fa sport da adulto è assolutamente poco raccomandabile….
    Facendo un parallelo con la Sardegna ….in proporzione il mondo sarebbe pieno di scalatori sardi…..figuriamoci in Sicilia ..,…
    Quindi un’opera inutile sicuramente 

  16. Ho letto con interesse l’articolo e anche molti dei commenti. Credo che il tema meriti una riflessione seria, soprattutto perché richiama il rischio di ripetere errori già visti altrove. Allo stesso tempo, però, mi sembra che si stiano sovrapponendo due piani diversi.
    È giusto discutere se una via ferrata sia o meno la scelta migliore per un determinato territorio, ma credo sia sbagliato dare per scontato che una ferrata porti inevitabilmente al modello delle Dolomiti, all’overtourism o allo sfruttamento del territorio.
    Ogni intervento andrebbe valutato nel proprio contesto geografico e sociale. I Nebrodi non hanno i problemi delle Dolomiti: soffrono piuttosto di spopolamento e di una limitata fruizione del loro enorme patrimonio naturale. Conservare e valorizzare non sono necessariamente concetti in contrapposizione. La vera sfida è riuscire a fare entrambe le cose.
    Sul piano ambientale credo sia giusto essere molto rigorosi, ma anche evitare semplificazioni. Nessuna opera ha impatto zero, così come non ogni intervento è automaticamente incompatibile con la tutela dell’ambiente. Se esistono criticità per la fauna è giusto monitorarle e adottare tutte le misure necessarie, ma credo sia altrettanto corretto distinguere tra rischi ipotizzati e impatti effettivamente dimostrati, evitando di dare per scontati scenari che dovranno essere verificati nel tempo.
    Inoltre, la presenza dell’uomo in montagna non nasce oggi. Molti dei paesaggi che consideriamo “naturali” sono il risultato di secoli di frequentazione: sentieri, mulattiere, pascoli e antichi tracciati fanno parte della storia di questi territori. La vera domanda, secondo me, non è se l’uomo debba intervenire oppure no, ma come interviene, con quali limiti e con quale rispetto.
    Non tutte le ferrate, poi, devono essere pensate per il grande pubblico. Esistono itinerari escursionistici e alpinistici che richiedono preparazione, esperienza e responsabilità personale, e non per questo sono sbagliati.
    Credo che il giudizio andrebbe dato sui risultati concreti. Se tra qualche anno emergeranno problemi ambientali o di gestione, sarà giusto prenderne atto e correggere il tiro. Se invece questo intervento contribuirà a far conoscere il territorio senza snaturarlo, credo sarà altrettanto corretto riconoscerlo.
    Perché, in fondo, la tutela dell’ambiente non si misura dall’assenza totale dell’uomo, ma dalla qualità e dalla responsabilità della sua presenza.

  17. 3 Agosto 2026 alle 11:24

    Gli amministratori devono essere sensibili agli interessi dello comunità degli elettori.

    Un buom amministtatore deve vedere oltre, lontano. Dovrebbe comportarsi da un buon padre si famiglia,  che quando occorre, sa dire no ai propri figli. Altrimenti è solo un opportunista che fa solo gli interessi personali e quelli dei suoi amici. Insomma non è un buon amministratore .

  18. Dal video;…se per valorizzare si intende “monetizzare”un “patrimonio” naturale  allora ok,e se per dissipatore si intende una comunità di intenti che dissipa un ambiente finora integro allora ok ci siamo ! Spero come scrive bene Marcello sia una prima senza esempio…

  19. Paolo, proviamo a impegnarci per commentare il soggetto dell’articolo?
    Se hai considerazioni sugli impianti di risalita ti invito a sottoporle alla redazione, così da avviare uno scambio dedicato.

  20. A me che son vecchietto piace percorrere quelle ferrate in cui la ferraglia presente sul percorso viene usata solo come assicurazione e come sicurezza psicologica … e non (quando il tallone comincia a tremolare).
    Non capisco, invece, quei tratti strapiombanti che si possono salire solo ed esclusivamente utilizzando la ferrata come strumento di progressione. Un bell’esempio di ferrata “by fair means” è quella della Sacra di San Michele nella Val Susa recentemente messa “a ferro e a fuoco”.
    Pochi tratti mi costringono ad utilizzare cavi e scalette. Da quanto ho capito della ferrata sicula, mi pare, invece, che non siamo proprio in questa situazione …

  21. Gli amministratori devono essere sensibili agli interessi dello comunità degli elettori.
    Questo è un principio inderogabile della rappresentanza.
    Questo principio è valido sempre e si applica a tutti i livelli di estensione della comunità: comune, provincia, regione, stato, entità sovranazionali.
    Ovviamente tutti i facinorosi, anarcoidi, ribelli insoddisfatti perenni,  trovano sempre consolazione della propria rabbia frustrazione e invidia sociale, personale, nel medesimo mantra buono per tutte le occasioni: interessi privati cattivi, desideri del popolo buoni. Ovviamente il popolo sono loro, quattro gatti casinisti dalla dubbia moralità civile, etica o politica.
    Insomam, gentaglia fascistoide non apporta nulla, ma proprio nulla ad un dibattito che nei limiti di un compromesso possa condurre a qualcosa di costruttivo.

  22. Dimenticavo, suggerisco di irrobustire lo slogan che recita “la prima ferrata della Sicilia” con “la prima ed ultima ferrata della Sicilia”. Se marketing deve essere, meglio andarci giù decisi. E sarebbe un modo per fare tutti contenti. A parte altri comuni che imiterebbero questo.
    La Sicilia è meravigliosa soprattutto d’inverno! Basterebbe solo questo, assieme a un’intelligente promozione che esalti certe peculiarità nascoste ma esistenti, per arrivare alla fatidica “valorizzazione”, che non passa necessariamente attraverso opere edili o meccaniche.

  23. Ogni cosa, secondo me va contestualizzata, sia geograficamente che cronologicamente. Le vie ferrate si sono sviluppate nelle Dolomiti durante il primo conflitto mondiale per poi divenire una moda, e quindi una macchina turistica, dagli anni ’60. Anni in cui venivano percorse senza attrezzatura o al massimo con un cordino legato in vita e con un solo moschettone. Persino Messner ne fece una delle prime guide-libro in un epoca in cui la montagna era frequentata comunque da appassionati più o meno esperti. Addirittura si è considerato per lungo tempo il percorrere le ferrate come l’anticamera per arrivare in seguito all’alpinismo e/o all’arrampicata. Poi sono nati percorsi con intenti puramente turistici, anche giustificati eticamente, per approdare infine alla ferrata-salsiccia. Ovvero, per fare vendere più birra e salsiccia (cit. Totò-De Curtis) al rifugio o baretto nelle vicinanze, mettere parcheggi a pagamento, impianti meccanici per l’avvicinamento, ecc.
    Tutto questo è successo sulle Alpi e haimè con esagerata concentrazione nelle povere Dolomiti, che si sono arricchite smisuratamente, a fronte di moltissimi disastri ambientali che hanno portato certe zone a diventare brutte e tristi come certe periferie cittadine, ma con lo sfondo di panorami straordinari e per questo frequentate da cittadini annoiati che, acquistati un sacco di accessori utili e inutili, si affollano su per cavi e scalette in cerca di facile gloria da esibire il lunedì mattina in ufficio o già la sera precedente sui social di turno.
    Per luoghi lontani da questo carosello alpino, come molte rocce mediterranee, tutto questo rappresenta solo un esempio da perseguire assolutamente. Il tutto senza fare tesoro di certi eventuali ERRORI, come se questi ultimi non ci fossero mai stati a portare i problemi dell’overturism di cui, noi abitanti delle montagne, siamo vittime, indipendentemente da chi e come ha deciso di intraprendere certe strade. Oggigiorno esiste anche un turismo cosiddetto “lento” che rispetta l’ambiente e soprattutto non prevede modifiche del territorio, costose e spesso distruttrici-senza-ritorno. Ci sono luoghi che vengono frequentati proprio perché mancano certe infrastrutture (mi vengono in mente la val Maira e la valle Stura ma anche la valle del Mis) che ricordano la città. Trovare l’equilibrio nell’intervenire sul territorio non mai è facile e sicuramente una ferrata impatta molto meno di una funivia, ma chi può stabilirne la correttezza? Non ci si appelli a disastri più grandi mentre se ne sta facendo uno.
    Fatto stà  che trovare amministratori competenti e sensibili è praticamente impossibile ovunque. Qualcuno c’è, ma sono così pochi che il più dei luoghi va in una direzione ostinata e contraria (altra citazione nota). Al buon senso. 

  24. Turismo esperienziale
    Un amico guida, che porta “turisti eperienziali” sulle ferrate legati come salamini citterio, mi diceva che a chi vuole fare questa “epserienza” non importa nulla dell’ingaggio minimo che questa comporta – affrotnare una eventuale csaduta  salendo in autonomia con un dissipatore: per lo più si tratta di gruppi di amici che vogliono fare questa “esperienza”e in tutta sicurezza vengono accompagnati dalla guiuda, e sono tutti contenti
    Ora, per come è descritta, questa ferrata richeide un certo impegno fisico – 500 mt di dislivello, tratti verticali e strapiombanti, impossibilità di discesa dalla linea di salita: sorge una domanda: a chi la vendono questa “esperienza”?
    Quale guida se la sentirà di assumersi la responsabilità di traghettare salsicciotti attempati o inesperti per 500 mt in salita e 3 km di sviluppo?
    Ovviamente si può andare in autonomia, e in effetti si racconta di persone che per due anni – tanto hanno impiegato a terminarla – hanno scalpitato ai cancelli aspettando che aprisse la prima ferrata in sicilia, si racconta di stock di disspitatori venduti in pochi minuti; tra due anni la prossima: il movimento è in crescita.
    Però non è bello guardare sempre le cose con pessimismo e negatività.
    Ad esempio a Torino hanno minato motli controviali con pieste ciclabili, spesso percorse contromano – idea geniale degli urbanisti – da monopattini a reazione. Contemporaneamente l’ammnistrazione ha disdetto tutti i contratti di bici sharing, così non trovi più una bici in affitto. E’ la bellezza della varietà del mondo.
    Si protrebbe pensare che la “prima ferrata della sicilia” destinata ad un turismo epsrienziale potesse essere una ferrata facile. Qui se ne sono fatte due: uma “molto difficile” solo percorribile in  salita senza possibilita di discesa; l’altra solo “difficile” percorribile sia in salita che in discesa.
    comunqe auguri  
     
     
     
     

  25. Ogni volta che si prova ad arginare o anche solo a criticare un’opera che impatta a livello ambientale, ecco che arriva in soccorso con la rapidità di un riflesso pavloviano, la sempreverde arma del benaltrismo. Si può sempre citare qualcosa di più grande, più evidente, più dannoso in modo da far apparire l’ oggetto del contendere come la proverbiale pagliuzza a fronte di travi disseminati ovunque, usando l’ antico ricatto morale di una (presunta ipocrisia). Tutto vero: cos’ è un po’ di acciaio, che da lontano nemmeno si vede, a fronte di installazioni meccaniche enormi? 
    Peccato che sfugga un concetto, ovvero quello del limite, perché abbiamo modificato la natura in lungo e in largo e siamo così andati oltre che ogni seppur piccola opera andrebbe soppesata con estrema prudenza.
    Nella fattispecie, si rischia un danno per rapaci di altissimo valore, un assalto con numeri ingestibili (migliaia??) a un ecosistema fragile magari tramite la promozione dei soliti youtuber, incidenti legati a una scarsa preparazione sempre più agli onori delle cronache perché in fondo basta vedersi un video e passare in negozio e via, la patente di cavalieri dell’ adrenalina è guadagnata.
    Che poi ci sia una guida alpina tra i promotori, naturalmente ligio al ruolo istituzionale “attenzione però, non va sottovalutata, siamo sempre in montagna etc” dispiace più che vedere il politico di turno che si riempie la bocca di neologismi assurdi per giustificare scelte quanto meno rivedibili

  26. Daccordissimo sull impianto di vie ferrate che portano a turismo becero ,ma neanche una parola su funivie ,gabinovie ecc,usate dagli stessi alpinisti ,per raggiungere quote ragguardevoli ,per iniziare una,salita ?Funivie usate dallo stesso Bonatti e altri compagni di arrampicata ,parole testuali nei suoi bellissimi libri ,ce li ho tutti .
    Direi che l impatto ambientale è nettamente maggiore delle ferrate .
    Oppure di quello non si può parlare .
    Anche io sono a favore dello schiodamento delle ferrate, per i motivi che avete detto nell articolo ,pienamente d’accordo, ma per par condicio anche lo schiodamenyo del resto delle funivie ecc,quelle si che sono un cazzotto in un occhio ….ma ho paura che su quelle l occhio più che un cazzotto bisogna chiuderlo, il nostro !!!

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