Sai che vogliono ammazzarmi?

Nel 41° anniversario del sacrificio pubblichiamo due articoli: il secondo in qualche modo critica il primo, anche se è comunque permeato della più sincera ammirazione per Guido Rossa.

Sai che vogliono ammazzarmi?
di Enrico Camanni
(tratto da Alpi ribelli. Storie di montagna, resistenza e utopia, Laterza, 2016 e pubblicato su Annuario Accademico 2019)

Un giorno d’inverno Gian Piero Motti incontra Guido Rossa: «Fissandomi a lungo con quei suoi occhi che ti scavano e ti bruciano l’anima, con quella sua voce calma e posata, mi dirà delle cose che avranno un valore definitivo».

Guido Rossa è stato l’antesignano del Sessantotto alpinistico, anche se nessuno se n’è accorto. Era troppo avanti sui tempi. Aveva una decina d’anni più dei ragazzacci del Nuovo Mattino è la stessa età di Gary Hamming, l’americano, ma veniva da un mondo opposto. Arrivava dal profondo nord dell’Italia fascista e provinciale. La storia di Rossa comincia il primo dicembre del 1934 a Cesio Maggiore, un paese della provincia di Belluno. Il padre Giuseppe, minatore, è costretto dalla silicosi a cercare un nuovo impiego a Torino e cosi il piccolo Guido, prima di compiere i due anni, si trova nella città delle grandi fabbriche e delle grandi montagne.

Cresce in tempo di guerra in una modesta famiglia veneta. Presto impara il dialetto piemontese. Guido è un ragazzo sensibile, di carattere, che affronta la vita a muso duro. Gli piace rischiare e misurarsi con se stesso. Fa il servizio militare negli alpini paracadutisti e incide sul metallo «noi siamo i migliori di una classe eletta». È affascinato dai gesti forti e cullato da tentazioni autoritarie.

Dopo le scuole elementari ha seguito i corsi professionali fino alla licenza inferiore ed è entrato in fabbrica a quattordici anni. Prima l’apprendistato in un’officina di cuscinetti a sfera, poi l’assunzione alla FIAT con mansioni di fresatore. È un operaio resistente, determinato, di poche parole. Ha mani d’oro e cervello fino. A Mirafiori respira l’aria alienante del lavoro a catena e non tarda a scoprire la durezza del sistema imprenditoriale. L’intransigenza giovanile comincia a fare i conti con un nemico organizzato e scaltro, contro il quale non valgono i gesti plateali. In fabbrica Guido diventa uomo. Il dirigente torinese delia CISL Mario Gheddo lo ricorda in cima a una fresatrice Keller alta come una casa di due piani: «Era un uomo aperto ai valori della libertà e ai diritti del lavoro. Era capace di un odio feroce verso i licenziamenti Fiat o verso l’anticomunismo degli Agnelli, ma non si comportava né da capo né da estremista. Alle presse era uno dei pochi operai non specializzati… Quell’estate ordinammo il fermo della produzione perché il sistema di condizionamento non funzionava e si lavorava con un caldo bestiale. Lui fu tra i primi a fermarsi». Gheddo ha un altro ricordo di Rossa ventenne, questa volta in montagna: «Ci incontrammo sulla via Dubosc alla Parete dei Militi. Lui era con una ragazza, Giuliana, che non voleva saperne di salire la gran placca. Per convincerla è salito e sceso un bel po’ di volte, tranquillo, senza esitazioni. Sapeva essere molto persuasivo…». In parete Guido comanda già a diciassette anni, quando con Giacomo Menegatti scala le due mitiche vie di Comici in Lavaredo: Nord della Cima Grande e Spigolo Giallo. Per il prudente ambiente torinese si tratta di due salite proibite ma Rossa e Menegatti, spregiudicati e dissacratori, non si lasciano intimidire. Anzi. Al ritorno raccontano di scherzi grevi in parete e di orinate all’indirizzo del compagno.

Dopo la morte di Giusto Gervasutti nell’estate del 1946, l’alpinismo subalpino soffre di pesantezza: miti, inibizioni, clima austero da caserma. Nell’impasse Rossa marca il punto di rottura, contestando e rilanciando l’arrampicata torinese. Senza prendersi troppo sul serio dà la scossa al riverito Alpinismo. Lui è già un moderno che preferisce la parete alla vetta. Arrampica d’istinto ed è sempre pronto a partire. Cesare Barbi ricorda «un arrampicatore eccezionale, che sale senza la minima esitazione, di slancio“. Racconta Franco Ribetti: «Siamo andati al campeggio dell’UGET in Val Veny e ci siamo scatenati. Guido aveva già salito la cresta sud dell’Aiguille Noire sul Monte Bianco, ma io volevo ripeterla con Federico De Maestri. Allora lui ci ha preceduti senza corda e in sette ore e mezza eravamo in cima, e per cena al campeggio». Alla Rocca Sbarua, che in piemontese vuoi dire “spavento”, Rossa fa i primi buchi con il punteruolo per salire il muro delle Placche Gialle:

«Aveva inventato dei rudimentali chiodi a espansione – racconta Dino Rabbicostituiti da particolari bulloncini con testa a brugola presi in Fiat e da una placchetta artigianale bloccata dal moschettone: tolto quello rimaneva solo il bullone. Alberto Marchionni ha cercato di ripetere la via e si è trovato una sfilza di tondini senza placchette!». Ancora alla Sbarua lascia di stucco gli alpinisti della domenica salendo slegato la via di Gervasutti in giacca e cravatta, con le scarpe di para. «Vai a un matrimonio? – gli chiedono – No, vado alla Gerva” risponde serissimo. A Guido piace scandalizzare. Adora sbriciolare i tabù. Viaggia su una moto tenuta insieme dal fil di ferro e ornata di teschi e ossa incrociate. «Si atteggia un poco a pirata – scrive Armando Biancardisempre pronto a scendere all’arrembaggio. E ha il becco, e le spalle, di portarsi ovunque, arrampicate estreme incluse, un impermeabile con relativo cappellaccio, di non so quanti chili, rigido, ingombrante, in dotazione sui pescherecci». Leo Ravelli l’ha visto a cavallo di un crocefisso in Valle Stretta e di una mucca in Val Lemina, come al rodeo. L’obiettivo di Rossa è canzonare i vecchi miti. Un anno, non si sa perché, partecipa al corso di formazione per Istruttori Nazionali del CAI. Sul terreno è quasi perfetto, ma al colloquio con il grande Cassin dichiara alla commissione: «A me delle scuole non frega niente». Sale quasi tutti i grandi itinerari delle Alpi occidentali e si spingerebbe oltre se ne avesse il tempo. Le domeniche e le brevi ferie estive sono gli unici giorni buoni per la montagna, e la Lambretta è un lusso da signori. Per questo Rossa scala più di trenta volte la Parete dei Militi, un muro di calcare friabile che non porta da nessuna parte ma si trova a due passi dalla ferrovia di Bardonecchia. Comunque, nel 1963 vive le emozioni e le angosce della grande avventura extraeuropea con la spedizione del CAI UGET di Torino. Va tutto storto. Tentando i settemila metri del Langtang Lirung nell’Himalaya del Nepal, Giorgio Rossi e Cesare Volante restano sepolti da una valanga di ghiaccio. Guido è molto legato a Giorgio e la sua morte lo segna in profondità. È l’inizio di una profonda revisione critica circa il modo di intendere e vivere l’alpinismo.

Intanto ha sposato la genovese Silvia Carrara ed è nato Fabio. Nel 1961 lui trova un posto all’Oscar Sinigaglia di Genova-Cornigliano e si trasferisce da lei in Liguria. In fabbrica è addetto alla manutenzione degli strumenti di alta precisione, un lavoro che gli si addice. Gira bene: nuovi affetti, nuova città, nuova vita. Poi, in dicembre, la tragedia. Il piccolo Fabio resta soffocato da una fuga di gas e l’ambulanza che si fa strada nel convulso traffico genovese arriva troppo tardi all’ospedale. Per Guido è un colpo durissimo, il motivo della crisi che inciderà profondamente sulle sue scelte di vita. Sempre più lucide e consapevoli si fanno strada l’attenzione al sociale e la passione per i deboli, con la stessa urgenza che a vent’anni l’aveva portato a cavalcare le montagne. Mentre in fabbrica matura l’ideologia della lotta operaia, le altre passioni perdono sostanza. Rossa è interprete sensibile dei cambiamenti degli anni Sessanta, nel suo stile risoluto e appartato. Ogni credo, compreso l’alpinismo, deve fare i conti con una nuova scala di valori. Nel dicembre del 1962 nasce Sabina, la secondogenita; lui adora i bambini e le dedica quasi tutti i fine settimana. Nel tempo libero estende gli interessi alla fotografia, alla pittura e alla scultura. Nelle domeniche invernali gira per i borghi liguri fotografando chiese, ponti e tramonti. S’interessa anche a Genova, con i suoi vicoli e le sue povertà, e mette insieme una proiezione di diapositive che dai tagli delle antiche case sconfina nella protesta proletaria. Fa scandalo tra i benpensanti della città. Rossa è l’autodidatta che ama dar vita alla materia grezza, il non credente che regala un Nazareno di ferro contorto all’amico comunista Ottavio Bastrenta. Legge molto e di tutto. Quando scopre Herbert Marcuse se ne innamora e lo propina ai compagni di cordata nei lunghi viaggi verso la montagna. Tra il 15 febbraio e il 4 marzo 1970 scrive a Bastrenta una straordinaria lettera di trenta pagine che dall’alpinismo si apre alla vita e alla politica, proponendo un manifesto democratico anticapitalista:

«… l’indifferenza, il qualunquismo e l’ambizione che dominano nell’ambiente alpinistico sono tra le squallide cose che mi lasciano scendere senza rimpianto la famosa «lizza» della mia stagione alpina. Da ormai parecchi anni, mi ritrovo sempre più spesso a predicare agli amici che mi sono vicini l’assoluta necessità di trovare un valido interesse nell’esistenza che ci liberi dal vizio di quella droga che da troppi anni ci fa sognare e credere semidei o superuomini chiusi nel nostro solidale egoismo, unici abitanti di un pianeta senza problemi sociali, fatto di lisce e sterili pareti, sulle quali possiamo misurare il nostro orgoglio virile, il nostro coraggio, per poi raggiungere (meritato premio) un paradiso di vette pulite, perfette e scintillanti di netta concezione tolemaica, dove per un attimo o per sempre possiamo dimenticare di essere gli abitanti di un mondo colmo di soprusi e ingiustizie, un mondo dove un abitante su tre vive in uno stato di fame cronica, due su tre sono sottoalimentati e dove su sessanta milioni di morti all’anno, quaranta milioni muoiono di fame! Per questo, penso, anche noi dobbiamo finalmente scendere giù in mezzo agli uomini e lottare con loro… Ma probabilmente queste prediche le rivolgo soprattutto a me stesso; perché, anche se fin dall’età della ragione l’amore per la giustizia sociale e per i diritti dell’uomo sono stati in me il motivo dominante, sinora ho speso pochissime delle mie forze per attuare qualcosa di buono in questo senso… Penso che sia giunto il momento di opporre alla società stabilita il “grande rifiuto”. Si deve sottrarre l’uomo all’apparato che soddisfacendone i bisogni ne perpetua la servitù». A trentasei anni il suo credo socialista si fonda su un’esplicita fede nell’uomo: «… in quanto all’”uomo nuovo” o a migliorare l’uomo, personalmente ho già una grande fiducia in quello attuale e penso che basterebbe poterlo inserire in una società aperta a tutti i valori, a tutte le concretezze umane, all’originalità di tutte le coscienze…».

L’ultima parte della lettera è autobiografica: «Da poco mi hanno eletto con regolari votazioni “delegato di reparto”, come previsto dall’ultimo contratto. Inizia qui e probabilmente finisce la mia carriera di sindacalista. Avrei voluto rimanerne fuori ma mi hanno messo alle strette, dicono che parlarne solo non basta! E fin dal primo giorno sono partito all’attacco, tanto per tre o quattro anni non potranno buttarmi fuori». Poteva diventare un dirigente del sindacato, ne aveva i titoli e le capacità, se non fosse stato convinto che solo condividendo la vita quotidiana dell’operaio si potesse giungere alla comprensione e alla vera condivisione. Ottavio Bastrenta precisa: «Guido operaio, Guido alpinista, conquista la sua credibilità con l’azione, ove emergono le sue caratteristiche e doti migliori e ove più appare solido, lucido, coerente. I suoi compagni di lavoro e di lotta sindacale e politica, come i suoi compagni di cordata, hanno sin dall’inizio piena fiducia in lui, una fiducia che lui non deluderà mai. Ma Guido sentiva e credeva che questa “autentificazione” al ruolo di rappresentante dei lavoratori non poteva essere data una volta per tutte, ma doveva essere sempre verificata e rinnovata dalla prassi operaia».

Rossa impara un nuovo mestiere. Non è un politico avvezzo ai giochi del compromesso, ma sa ascoltare e tenere il posto. Prende di rado la parola, e per questo risulta più credibile. Alle assemblee annota ogni intervento per studiarlo nei minimi dettagli. I primi tempi, nel furore esaltante delle lotte che tra il 1968 e il 1969 frantumano l’immagine paternalistica di “mamma Italsider”, viene fuori con espressioni radicali tipo «quando uno è sfruttato e indossa la tuta ha sempre ragione» (dalla testimonianza di Giorgio Occhi, operaio e delegato); più avanti, con intelligenza politica, riesce a entrare nei delicati ingranaggi delle trattative. Si confronta con tutti e cresce nella convinzione che la nuova stagione del sindacato sia fondata sull’unità tra orientamenti diversi. Uomo di dialogo e di ricerca, è ansioso di conoscere le storie parallele alla sua.

Lui che in montagna era stato anarchico e provocatore, sposa le tesi della corrente riformista di Enrico Berlinguer. Per sciogliere l’apparente contraddizione, alcuni anni fa ho chiesto lumi a Piero Villaggio, alpinista e matematico di razza, recentemente scomparso. Villaggio sciolse i miei dubbi con queste parole: «Rossa era un pragmatico. Diceva: ‘Ci sono dei momenti storici in cui serve compattezza’. Era un marxista nel senso che vedeva i problemi nel loro divenire storico, ma senza rigide ideologie.

La spavalderia di Guido era nobiltà. Sempre ironico con se stesso e con gli altri, era troppo intelligente per fare il furbo. Non si prendeva troppo sul serio, era schivo, mascherava gli affetti e i sentimenti. In qualche modo tratteneva la sua umanità. Ma nei momenti del bisogno venivano fuori le sue attenzioni, come nei bivacchi: «Hai messo il maglione?». «Hai tirato su il colletto?». Era un primo di cordata naturale, però diceva «comincia tu» e poi restava dietro per tutta la salita». Alla fine del 1978 Rossa partecipa all’annuale riunione del Club Alpino Accademico al Monte dei Cappuccini di Torino. Ci sono i vecchi amici, Guido è gioviale ma a un certo punto spara a bruciapelo: «Tsas ch’a veulo teme fòra? (Sai che vogliono farmi fuori?)». Franco Ribetti cade dalle nuvole e chiede spiegazioni, allora lui aggiunge in piemontese: «Sì, mi hanno minacciato di brutto. Va a finire che ho rinunciato a far carriera per il sindacato, e adesso quegli altri mi fanno fuori». La storia risale al 25 ottobre, quando Guido ha scoperto Francesco Berardi, operaio come lui, distribuire in fabbrica un ciclostilato clandestino delle Brigate Rosse. Non ci ha pensato due volte e l’ha denunciato dicendo a se stesso: «Non possiamo sempre voltarci dall’altra parte, altrimenti siamo complici». La colonna genovese delle BR si dibatte da tempo tra due ossessioni: il Partito Comunista e la grande industria. L’obiettivo è entrare nelle fabbriche in trasformazione – l’Ansaldo, l’Italsider, i Cantieri navali – per sensibilizzare gli operai alla causa della lotta armata rivoluzionaria, ma il PCI controlla capillarmente il campo. Il 17 novembre 1977 hanno gambizzato il comunista Carlo Castellano, un tecnico dell’Ansaldo considerato complice dell’azienda. Poi l’azione si è allargata all’ltalsider fino a quando Berardi, il “postino delle BR”, non è stato smascherato. Rossa racconta quello che ha visto al Consiglio di fabbrica, ripete l’accusa al Servizio di vigilanza e poi al magistrato. La sera stessa Berardi è arrestato e confessa. Per il sindacato di fabbrica si tratta di una situazione nuova, eccezionale: Berardi è pur sempre un operaio, per di più ingenuo e idealista. La base comunista si dichiara solidale nella lotta al terrorismo, ma è una base corporativa e le frange estremiste sono affascinate dallo slogan “Né con lo Stato né con le BR“. Qualcuno parla di spiata, nasce una discussione ambigua, saltano gli schemi collaudati e Guido resta solo.

Va a testimoniare il 30 ottobre 1978 al processo per direttissima. A quel punto è già nel mirino delle Brigate Rosse ma si non lamenta, non è nel suo stile. Non gli è mai piaciuto fare la vittima. Prende qualche precauzione – una pistola, senza convinzione, su consiglio della polizia – e rifiuta l’orario di sicurezza suggerito dalla direzione del reparto. Riceve numerose minacce anonime, ma le nasconde per non allarmare la famiglia. Si confida alla compagna di montagna e politica Rita Corsi:

«Credo che stia per succedermi qualcosa», dice.
«Cambia macchina, cambia orari», lo consiglia lei.
«Non serve, Rita, se ti vogliono beccare ti beccano».

Il 24 gennaio 1979, alle sei e trenta del mattino, Guido Rossa esce come al solito per andare al lavoro, sale in automobile e viene “giustiziato” sotto casa con l’imputazione di “spia”: quattro colpi alle gambe e un colpo al cuore.

La figlia Sabina ricorda: «… uscii per andare a scuola, passai accanto alla macchina di mio padre, ma non la vidi, non vidi il suo corpo riverso sul volante. Ancora oggi quello rimane il mio cruccio più grande. Se ne accorse lo spazzino». L’esecutore dell’omicidio, Vincenzo Guagliardo, sosterrà che doveva trattarsi di un semplice ferimento intimidatorio e che il colpo mortale era stato un’iniziativa personale di Riccardo Dura. Ancora oggi la dinamica dei fatti non è chiara e un velo di indeterminatezza coprirà per sempre gli anni più cupi della democrazia. Lo stesso Dura rimarrà ucciso nel 1980 in un conflitto a fuoco con i carabinieri di Carlo Alberto Dalla Chiesa; Berardi si impiccherà nel carcere di Cuneo, travolto da un meccanismo disumano; il suo avvocato difensore, Edoardo Arnaldi, si sparerà con una Mauser all’arrivo della polizia.

Comunque, l’assassinio di Rossa è un suicidio per le Brigate Rosse. Duecentocinquantamila persone scendono a Genova in piazza De Ferrari, sotto la pioggia, per manifestare rabbia, dolore e solidarietà. Guido diventa l’eroe di tutti, le BR appaiono come il nemico cui né lo Stato né il Partito sono riusciti a rispondere con coerenza. In piazza ci sono gli operai che piangono un compagno, c’è il sindacato con Luciano Lama in prima fila che fa pubblica autocritica («… se il gesto di Rossa non fosse rimasto isolato, se nel momento più arduo fossimo stati come un solo testimone…»), c’è Sandro Pertini, commosso, che fa segno di tacere col dito alzato. Scriverà Enrico Fenzi, l’ispiratore pentito delle BR genovesi: «… qualcosa aveva finito di spezzarsi, senza rimedio: era finito, per molti di quegli operai, un sogno vago e tenace. La confusa, mitica speranza che le Brigate Rosse avevano alimentato, soffiando sulla vecchia brace dell’idea rivoluzionaria, si era spenta. E gli operai, in quella piazza, quella mattina, piangevano la morte di uno dei loro, una parte viva del loro essere, e insieme piangevano in quella morte la fine di un equivoco al quale s’erano tenuti stretti per tanto tempo». All’epoca gli alpinisti non si accorsero di nulla perché Guido gli era scappato via da tanto tempo. Non era più uno dei loro, anche se amava sempre le montagne…

Genova, piazza De Ferrari, 27 gennaio 1979

Ancora su Guido Rossa
di Lino Fornelli (5 marzo 2020)

Sull’Annuario del CAAI 2019 appare un articolo di Enrico Camanni su Guido Rossa. Più che un nuovo articolo qui Camanni riprende quanto ha scritto sul suo Alpi ribelli. Storie di montagna, resistenza e utopia, Laterza, 2016.

E’ già stato scritto molto su Guido, ma vedo che non tutto è ancora chiaro, e qui devo recitare un “mea culpa”, perché in una riunione a Champoluc su Guido Rossa, un paio di anni fa Camanni mi aveva invitato a prendere la parola; io ho rinunciato a parlare, un po’ per la mia solita riluttanza a parlare in pubblico e un po’ perché pensavo che Rossa fosse meglio conosciuto. Ora sono pentito di quella mia decisione. Infatti in quella occasione avrei potuto chiarire alcuni punti.

Sorvoliamo sull’affermazione di Guido “operaio fresatore” che in Fiat aveva respirato “’l’aria alienante della catena”: se era fresatore, cioè operaio qualificato o specializzato, non lavorava alla catena!

Camanni si dilunga giustamente sulle lettere di Rossa a Bastrenta e a Motti, ma non accenna al fatto che Rossa ha anche affermato che :” l’alpinismo non è la cosa più importante!”

Guido ha rifiutato di fare carriera, è vero, ma non nel sindacato, bensì nell’azienda, avrebbe potuto diventare capo reparto. Ed è vero che ha rifiutato perché “se divento capo reparto non posso più fare gli interessi degli operai, ma devo fare quelli dell’azienda”. Lo ha detto anche a me.

Questo è stato uno dei momenti più alti della sua esistenza.

L’altro momento grande è stato quando ha scoperto un operaio distribuire in fabbrica volantini delle brigate rosse. Queste BR, intendevano diffondere il terrore uccidendo o “gambizzando” giornalisti, capi reparto, dirigenti. carabinieri, poliziotti, avvocati, chiunque fosse contrario alle loro idee. Cioè una distorta e assurda interpretazione del comunismo. Guido era di fede comunista (non so se fosse iscritto al PCI), ma non accettava l’idea della violenza e denunciò quell’operaio. Di conseguenza le BR lo condannarono a morte! E’ vero che la polizia gli offrì una pistola ma lui la rifiutò dicendo che se volevano ucciderlo lo avrebbero sorpreso in un momento in cui non poteva difendersi. E così fu!

E’ sbagliata poi l’affermazione che alla morte di Guido “gli alpinisti non si accorsero di nulla. Non era più uno di loro”. Ricordo benissimo che alla notizia, a Torino ci fu una immediata e unanime esecrazione. Il ricordo di Guido era ancora vivissimo, fu un intrecciarsi di telefonate per avere informazioni e dettagli. Si sapeva che era condannato (lo aveva detto anche a me) ma si era sempre sperato che non sarebbe mai accaduto. Si era sconvolti da tanta ferocia, ma cosa si poteva fare? Inscenare cortei con tanto di striscioni, cartelli e chiasso? Non era nel nostro stile!

Vorrei però ancora spendere due parole riguardo l’ormai trita polemica sui “… pieni di miti, inibiti… o peggio…: “Guido a diciassette anni, e Menegatti salgono la nord della Cima Grande e lo Spigolo Giallo, salite proibite per il prudente ambiente torinese! Ma qui a Camanni è sfuggito che, se Guido era del 1934 come si legge nel suo articolo, 17 anni li aveva nel 1951, cioè lo stesso anno in cui il “prudente ambiente torinese” era impegnato nella prima ascensione dello sperone del Mont Blanc du Tacul, quello stesso su cui aveva perso la vita il Fortissimo cinque anni prima; e Luciano Ghigo compiva con Bonatti la prima ascensione del Grand Capucin dalla parete est, mentre Piero Malvassora saliva in prima ascensione la parete sud del Becco Meridionale della Tribolazione, ed altro ancora! Nello stesso tempo alcuni, meno giovani ripetevano salite classiche!

Guido e Menegatti hanno compiuto quelle salite perché lì si sentivano “di casa” (loro provenivano da quelle parti), ma certamente non si sentivano altrettanto preparati per affrontare una qualche salita di tipo occidentale, e qui sono costretto a ricordare che ancora l’anno dopo, il 1952, mio fratello Piero e Gianni Mauro sono costretti al ritorno dalla cresta sud dell’Aiguille Noire, dai pressi della Punta Bifida, perché Guido non avvezzo all’ambiente delle occidentali ebbe una crisi e fu inevitabile il ritorno. Il tempo era bellissimo! Guido era un mio amico e mi perdonerà, lui amava la verità.

Questo episodio non l’ho “sentito raccontare” da qualcuno, ma lo so perché ero del gruppo, avremmo dovuto formare due cordate da due, ma giunti alla capanna Gamba la sera io dovevo constatare che la mia caviglia non era ancora del tutto ristabilita dopo l’incidente sulla Nord del Monviso una ventina di giorni prima. Guido compirà poi alcune salite di tipo occidentale. Ma non credo proprio che abbia salito “quasi tutti i grandi itinerari delle Alpi Occidentali”.

In seguito salirà due volte in solitaria quella cresta, ma in questo sarà preceduto da Marco Maj.

In conclusione: ”diamo a Cesare quello che è di Cesare”, Guido è stato un grande uomo e un grande arrampicatore, ma evitiamo le idealizzazioni.

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Sai che vogliono ammazzarmi? ultima modifica: 2021-01-24T05:27:42+01:00 da GognaBlog

10 pensieri su “Sai che vogliono ammazzarmi?”

  1. 10
    albert says:

     Col senno di poi…vien da dire che le mogli bisogna ascoltarle…e prendere tutte le precauzioni e pretendere protezione sia dai compagni che  dalle Istituzioni.. Le precauzioni sono necessarie anche se non sempre servono, ma almeno  si vende cara la pelle..Poi  ritengo di poter  dire che un compromesso tra impegno politico sindacale  e qualche hobby rigeneratore occorre trovarlo…senza passioni esclusive totalizzanti.  . Sempre col senno di poi, Moretti delle BR ammise che era stato un enorme errore uccidere un operaio, e che questo accelerò la fine del Movimento. In un’intervista data anni dopo i fatti, Moretti ammise che «Guido Rossa non bisognava neanche ferirlo».
    Neppure tutti gli altri.

  2. 9
    daniele piccini says:

    L’assassinio di Guido Rossa ha costretto le BR a mostrare il loro vero volto, hanno agito come una cosca mafiosa, chi ci sfida viene punito. Inizialmente la loro idea rivoluzionaria si era rivolta contro presunti nemici del proletariato, (dirigenti, giudici, giornalisti e militari) poi hanno dovuto rivelarsi per quello che erano, semplicemente degli assassini. Ho letto il libro scritto da sua figlia Sabina, e sono rimasto colpito dalla sua lucidità e dalla  forza che emerge sopra gli imbarazzi, le reticenze e le improbabili giustificazioni addotte dagli esecutori e dai mandanti. Certamente emergono con chiarezza, anche se con responsabilità diverse gli stessi atteggiamenti tenuti dai componenti del consiglio di fabbrica, dal partito e dai suoi compagni. Credo che molti ancora non riescano a guardarsi a lungo allo specchio.
     

  3. 8
    Carlo Crovella says:

    Tutte le valutazioni sono soggettive, specie quelle sugli altri individui. A volte le valutazioni hanno dei risvolti difficili da esprimere razionalmente, hanno un che di imprendibile sul piano dialettico. Pur non avendolo conosciuto di persona, ai miei occhi Rossa ha un’aura di mito molto particolare. Non so dire perché. Però è un mito che percepisco più intenso ed esteso di quello di molti altri alpinisti di grido, con imprese più famose e brillanti delle sue. Perche’ deve essere disdicevole? Lasciate a ciascuno i suoi miti e le sue preferenze. Buona serata a tutti.

  4. 7
    Roberto Pasini says:

    Herr Steiner, forse dovresti apprezzare un po’ di più l’ironia e capire che può servire ad alleggerire tematiche dolorose e coinvolgenti. Senza offenderti, visto che non c’è alcun motivo di farlo perché non c’è nessun Circolo o Cerchio magico ma solo persone adulte che cercano di dialogare, di scambiarsi informazioni ed esperienze o più semplicemente di esprimere le loro emozioni di fronte agli stimoli forniti dalla redazione. Invece di fare i capricci, prepara la sintesi del pensiero di Luhmann sul rischio che hai citato. Faresti cosa utile e meritoria.

  5. 6
    steiner says:

    Egr.Dott.Pasini
    e.p.c  Al Egr.Perdonatore  di turno
    e.pc   Ai non perdonatori
    Un gran segreto si custodisce  in superficie.Avete la mia parola,  per quello che vale di certo  che non ho più alcuna intenzione d’intervenire, mai più ,ho già sufficientemente trasgredito alla mia  precedente. Mi sono reso conto d’essere entrato nel Circolo,e pertanto velocemente  me  ne esco.Cordiali saluti

  6. 5
    Roberto Pasini says:

    Chi va in montagna ha elaborato nel corso degli anni uno schema di risposta personale che tira fuori di fronte alla domanda ricorrente “Perché corri dei rischi per conquistare qualcosa di inutile ?”. Di solito la risposta lascia sereno l’alpinista e rinforza la sua motivazione. Ci sono tuttavia dei momenti storici in cui le certezze vacillano e impegno sociale e politico e andare per monti possono sembrare escludersi a vicenda. Lontani da quei tempi di quasi guerra civile e di scelte radicali, seduti al calduccio del proprio divano, il dubbio può sembrare strano e viene immediato rispondere che il conflitto tra le due anime non ha alcun motivo di esistere e che si può vivere contemporaneamente il duplice impegno. All’epoca per molti non era così semplice e il tormento di Rossa è stato condiviso da altri, anche più giovani e meno bravi di lui. Sulle implicazioni politiche della vicenda, sulle motivazioni che spinsero il militante sindacale Rossa a prendere quella decisione di rottura con certe complicità, decisione che non fu solo sua ma delle forze organizzate e responsabili del movimento operaio, non è qui la sede per discutere. Schneider ti perdono solo perché ti dichiari lettore di un pensatore sofisticato come Luhmann che avrebbe dovuto indurti ad una lettura meno semplificatrice di un’epoca piuttosto complessa della nostra storia. Salut. 

  7. 4
    Ugo Manera says:

    Aggiunta
    Ho conosciuto i personaggi alpinistici citati, compreso naturalmente Guido Rossa.
    Condivido il <<…diamo a Cesare quello che è di Cesare…>> di Lino Fornelli e tutte le sue doverose precisazioni.

  8. 3
    CARLO BARBOLINI says:

     
    Nel 2012, a cura della Camera del Lavoro CGIL di Firenze, con la partecipazione del CAI e del Club Alpino Accademico Italiano, è stato organizzato un convegno su Guido Rossa nella sede storica della Camera del Lavoro di Firenze. Di seguito 2 link riguardanti il convegno. Buona giornata a tutti 
    https://alpinismofiorentino.caifirenze.it/2012/03/guido-rossa-alpinista-dimenticato-sindacalista-sempre-vivo/
    https://alpinismofiorentino.caifirenze.it/2012/03/intervento-integrale-di-roberto-masoni-al-convegno-su-guido-rossa/

  9. 2
    Carlo Crovella says:

    A Torino abbiamo elevato Rossa a “mito”, io credo fondatamente. Lui non si è voltato dall’altra parte, neppure per dare uno sguardo alle montagne

  10. 1
    steiner says:

    Non vi è una distorta idea  del comunismo, nella concezione del comunismo non è presente  l’elemento elettorale ma la rivoluzione come presa di forza  e violenta del potere, questa linea di  pensiero  era  ben  presente nel partito comunista  e aveva  in Secchia un….diciamo  sostenitore…Fu  Togliatti  che  approntò  la lunga marcia  nelle istituzioni per prendere il potere e così involontariamente addomesticando un partito a forte  vocazione   rivoluzionaria. Ecco Rossa  si trovò a  fare i conti  in questo  contesto. E purtroppo  non solo Lui ma tanti altri, la distorsione, fu  l’abbandono di costoro dall’attenzione di una certa  area intellettuale, evanescente  e confusa    nella nebbia  dei distinguo. Chiarendo anche…..non è vero  da nessuna parte  che essere  sindacato  si  fanno solo gli interessi dei lavoratori, come  non è altrettanto vero  che essere responsabili  in azienda   se ne  causa agli  stessi un danno, questa  è la  contradizione, che all’interno  di un  mondo  integralista, quale quello comunista ha lasciato solo  Rossa .Al quale va  riconosciuto coraggio  e forza, oltre  alla parte alpinistica.Buona domenica

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