Simone Moro, ieri e oggi

Simone Moro, ieri e oggi
di Carlo Crovella

Lo spostamento di vecchie scatole da trasloco, contenenti alla rinfusa un ammasso di pubblicazioni di montagne e/o di tematiche outdoor (e risalenti a quando ero più giovane), mi ha riportato fra le mani una copia della rivista Cinque Sport datata ottobre 1990.

Si trattava di una delle innumerevoli pubblicazioni fiorite nel periodo NO LIMITS, quando si pensava che gli sport “estremi” (?!?) fossero il massimo del divertimento e della libertà, nonché il massimo della “figaggine individuale”. Sintomatico il messaggio a fondo copertina: MOLTIPLICA LA VOGLIA DI SPORT.

Dal sommario della rivista, si evince che i cinque sport trattati da tale pubblicazione erano (testuali):
1) Free Climbing–Alpinismo
2) Surf-Windsurf
3) Snowboard-Sci Estremo-Scialpinismo
4) Fuoristrada-Motocross-Mountain Bike
5) Delta-Parapendio-Paracadutismo

Li ho voluti riportare per sottolineare la confusione ideologica sia fra i cinque punti l’un con l’altro (che c’azzecca il paracadutismo con il surf???), sia all’interno di ciascun punto (Fuoristrada, evidentemente a motore, insieme a MTB???).

Per fortuna, in generale, l’ideologia NO LIMITS, molto “milanese” (eravamo in pieno nella “Milano da bere”…), si è rapidamente avviluppata su se stessa. Però qualche danno lo ha lasciato, in termini ambientali e di mentalità. Più che scomparire è purtroppo riemersa in quell’approccio prestazionale, tecnocratico e molto consumista, che oggi vediamo imperare in montagna e non solo.

Sfogliando questa rivista mi sono imbattuto in un articolo dedicato a un allora virgulto emergente dell’arrampicata sportiva: Simone Moro, al tempo 23enne!

Oltre al primo piano di un visino da bimbo, è interessante leggere l’articolo a distanza di tanto tempo, e poi confrontarlo con una recente intervista (dicembre 2022) rilasciata dallo stesso Moro, oggi 55enne. Il personaggio è cambiato, almeno in alcuni risvolti. Ovvio che sia così: sono trascorsi 33 anni!

Moro è la dimostrazione vivente che si può partire dall’arrampicata sportiva e arrivare fino alle alte quote dell’Himalaya.

Si tratta di un’evoluzione individuale che sconfessa la mia personale convinzione che l’arrampicata sportiva, nata grazie allo spin off degli anni Settanta (il cosiddetto Nuovo Mattino, non solo torinese), non abbia più nulla in comune con la sua radice, cioè con l’alpinismo (specie in alta montagna, non solo Himalaya, ma anche sulle vette delle Alpi, con ghiacciai, misto, incognite varie).

Sono personalmente convinto di ciò, il che non significa che non riconosco all’arrampicata sportiva la propria legittimità autonoma: semplicemente è roba che bolle in un’altra “pentola” rispetto a quella dell’alpinismo. Certo, uno può cambiare cappello e saltare da una pentola all’altra (anche ogni giorno di qua e di là), ma i livelli prestazionali richiesti ai nostri tempi sono così elevati (sia nell’uno che nell’altro campo) che è assai rara la vera polivalenza ad alto livello. Di conseguenza sono convinto che chi, oggi come oggi, “nasce” climber puro (magari in struttura artificiali), difficilmente si evolverà in alpinista “vero”. Quanto meno non credo che sia un trend strutturale che riguardi tutti. Ovviamente si tratta di una convinzione strettamente personale e, proprio per questo, discutibile.

Ovviamente ci sono delle eccezioni che sconfessano la mia convinzione generale. A volte si tratta anche di personaggi non noti al grande pubblico.

A maggior ragione l’eccezione alla regola vale se queste “eccezioni” sono dei VIP: le valutazioni di trend di fondo non si elaborano su pochi ed eccelsi fuoriclasse che, per definizione, sono “fuori” da ogni catalogazione statistica. I fuoriclasse: non si può far altro che ammirarli e basta.

Ecco l’articolo del 1990:

Outsider
di R. Fumagalli
(pubblicato su Cinque Sport n. 22, ottobre 1990)
Foto di Gianmario Besana

Tra gli emergenti della nuova generazione di arrampicatori, Simone Moro è senz’altro un rock climber su cui scommettere.

Comincia ad arrampicare giovanissimo grazie al padre che lo porta in montagna e gli insegna a leggere tra le rughe del calcare.

E un amore a prima vista, anzi come direbbe un climber, a vista! Da questo momento in poi Simone si divide tra scuola e arrampicata, cercando e riuscendo a stare in equilibrio tra i libri e gli appigli. Grinta, determinazione, voglia di emergere e soprattutto tanto allenamento sono diventati, nelle dita di Simone, un cocktail esplosivo che lo ha portato a realizzare, negli ultimi due anni, più di 20 successi tra 8a e 8b ponendolo come uno dei migliori atleti della specialità.

Simone è di Bergamo e i luoghi elettivi dei climbers indigeni sono due: Cornalba e la Cava di Nembro. Cornalba è una falesia mitica per tutti coloro che arrampicano ed è su queste rocce che Simone incontra Camoss, detto anche Bruno Tassi.

Da questo forte arrampicatore, che ha attrezzato e liberato gran parte dei tiri duri della falesia, Simone ha imparato a migliorarsi ed è qui che a vent’anni ottiene il suo primo risultato importante: Apache, un tiro in placca-estremo di 8a, che sarà il primo di una lunga serie.

Se il 1987 è l’anno di Apache, è anche l’anno di un incidente che lo blocca per diverso tempo: durante una calata, mentre arrampica indoor, si spezza un moschettone e cade per 7 metri fratturandosi i polsi. Sembrerebbe la fine di una storia, ma non è che una pausa.

Simone ritorna più motivato di prima ed i successi continuano ad arrivare: Miss Lily, Outsider, Feedback, Jedi…, tutte storie di pietra scritte sulle pagine del decimo grado.

Anche la Cava di Nembro (un immenso grottone in Val Seriana) subisce gli assalti dei guerrieri delle rocce, ed è in questo antro che Simone sconfigge il drago dell’estremo, con vie che sono ancora oggi (1990, NdR) un test di potenza tra le quali Artifix, corta e violenta sulle dita, Black-Out, Torna a casa Beppe e tante altre.

Ma gli appigli, seppur piccoli, non hanno confini e così ritroviamo la sua firma sul calcare del Verdon con Sceance Tenante (8a), a Sisteron con Shimoda (7c, 8a) e soprattutto a Malta.

Sull’isola Simone compie un viaggio che regala, a chi ti vorrà ripetere, 18 itinerari tra cui il tiro più difficile dell’isola: Calypso (8a).

Ma la realizzazione che ha impressionato i locali ed ha deluso gli avvoltoi è stata la salita a vista di Running the Dream un tiro di 7b che ha protezioni inesistenti, un vero stress psicomotorio.

Tanto per restare in tema di muscoli addominali, c’è da segnalare il tuffo da 30 metri effettuato da un arco di roccia naturale chiamato Azure Window e che è annoverato nel Guinnes Maltese dei Primati.

Sì, perché uno dei metodi di relax del nostro uomo è quello di tuffarsi dai ponti legato ad un capo della corda da arrampicata.

Già molte strutture hanno visto Simone tuffarsi, ma il suo sogno è quello di tuffarsi sì da un ponte “ma con la corda non annodata e fare il nodo mentre sono in volo…”

Un vero sportivo però non può non confrontarsi con gli altri: e le partecipazioni alle gare di arrampicata di Simone ne sono una testimonianza.

Ottavo posto assoluto ai campionati italiani lo scor­so anno con diritto di partecipazione agli open di Coppa del Mondo 1990.

Dopo il diploma di ragioniere è l’anno del militare e Simone quest’anno è allievo Ufficiale alla Scuola Militare alpina di Aosta, dove trova anche il tempo per allenarsi e partecipare alla prima gara di Coppa del Mondo.

Una delle note dolenti di questo sport (1990, NdR) è la scarsa presenza degli sponsor che costringe molti ragazzi che arrampicano a ottimi livelli ad arrampicare solo part-time.

Simone lavora come consulente per Sciola Sport, ma uno dei suoi sogni è andare in USA e ripetere le vie più dure degli States, c’è solo da augurargli che ci riesca.

In bocca al lupo Simone…

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Ed ecco un articolo odierno:

Simone Moro: «L’impresa di cui vado fiero? Essere vivo e avere dieci dita. A Bergamo ho tanti nemici»
di Riccardo Bruni
(pubblicato su corriere.it il 6 dicembre 2022)

Il punto di forza dell’alpinista Simone Moro è la sua mentalità matematica. Per l’intervista dà appuntamento alle 9.50 («Prima vado a correre»). Alle dieci meno dieci in punto sbuca dall’ultima curva sotto casa, sulle colline di Bergamo, da cui si ammira una corona di cime fino al Monte Rosa. Andare oltre i limiti, ma con razionalità, è il segno della sua carriera.

Di nuovo in partenza?
«Sarà una spedizione all’insegna del 5. Ho 55 anni, per la quinta volta tento il Manaslu, se ci riesco sarà il mio quinto Ottomila invernale, esattamente 25 anni dopo la tragedia sull’Annapurna».

Con il Manaslu ha un conto in sospeso.
«Con lucidità devo riconoscere che nei quattro tentativi precedenti, tre mesi per ognuno, quindi un anno della mia vita, sono riuscito ad arrivare solo a 6.200 metri, un tragitto che in genere compio in tre ore. Il Manaslu è considerato uno dei più facili in stagione propizia, questo spiega bene quanto cambino i giochi se si va d’inverno».

Sarà la sua 72esima spedizione, 22 delle quali nella stagione fredda.
«Nell’ottobre 1992 feci la mia prima sull’Everest, tra l’altro non andò bene perché mi sentii male. Di questi trent’anni, ne ho passati 18 nei luoghi più alti, più remoti, più freddi, potenzialmente più ostili del Pianeta. E più di 5 a temperature tra i -10 e -70 gradi. Essere vivo oggi è il vero risultato di cui vado fiero. E in più avere tutte le dita delle mani e dei piedi».

Il segreto?
«È innegabile che ho avuto una giusta dose di fortuna. Però, se io fossi stato uno che giocava tutto sul va e la spacca, adesso non sarei qui. Bisogna mettere in conto sin dall’inizio che ci saranno tante rinunce e fallimenti. Non a caso Messner dice che l’alpinismo d’alto livello è l’arte del sopravvivere, non quella di scalare».

Lei cita spesso anche un altro grande del passato, Riccardo Cassin.
«Quando iniziai venni sponsorizzato dalla sua azienda. Una volta, accompagnandomi tra gli scaffali, mi ammonì: “Per te non sarà difficile diventare un grande alpinista, ma un grande vecchio alpinista”. E me lo disse uno che è morto a 100 anni. Diciamo che sono riuscito a sopravvivere all’irruenza dei vent’anni, quando ti senti immortale e invincibile».

Il primo ricordo della montagna?
«A sei anni, il sentiero delle Orobie fatto con mio padre Franco. Semplice escursionismo».

La prima scalata?
«A tredici anni, i Torrioni della Cornagera in Val Brembana. Mio padre lavorava in banca, non era uno scalatore, fece il corso roccia del Cai per potermi seguire. Un giorno gli dissi che volevo abbandonare la scuola per dedicarmi all’alpinismo. Mi rispose: “Se questo è il tuo limite”. Io non capivo. Aggiunse: «Se puoi fare solo una cosa delle due, è questo il tuo limite”. Compresi la lezione, mi sono diplomato, poi laureato e ho seguito lo stesso il mio sogno».

Chi era il suo modello di riferimento?
«Messner era il mio faro, conoscevo e leggevo tutto su di lui. All’età di quindici anni, visto che c’era chi metteva in dubbio la sua impresa sul Sass dla Crusc, gli mandai una lettera scrivendogli che io non avevo dubbi e mi offrivo per rifarla con lui. Mi rispose con una cartolina, ovviamente per dirmi che non era possibile. Dopo lo incontrai un paio di volte in occasione di conferenze, finché non siamo diventati grandi amici. Al suo ultimo matrimonio io e Peter Habeler eravamo gli unici alpinisti invitati».

Che ambiente è il vostro? C’è più solidarietà o rivalità?
«È un mondo poco incline ad apprezzare i virtuosismi e le celebrità. Altri sport, come il calcio o il golf vivono di questo, invece nella nostra piccola comunità si pensa che diventare famoso significa mercificare un ambiente sacro. Gli alpinisti pensano che la montagna sia il loro club, il loro piccolo orticello. E il montanaro in genere è una persona abbastanza rancorosa, incline al conflitto e alle gelosie. La notorietà e la fama vengono accettate a fatica».

Chi l’ha delusa di più?
«Se dovessi dire il luogo dove ho più nemici, direi la mia città. Per fortuna non ho mai cercato di piacere a questa gente. I miei genitori mi hanno insegnato che bisogna togliersi il cappello davanti a chi è più bravo di te. Sono stato educato al rispetto e alla stima verso gli altri, ingenuamente ho pensato che fosse un’educazione universale. Essere capace di parlare e scrivere nel mio mondo è visto come se fosse una colpa».

E quando si è in cordata?
«In montagna si è tutti sulla stessa barca e bisognare remare insieme. Allo stesso tempo dico che la montagna non eleva e non cambia le persone. Se sei cattivo in città, lo sei anche in vetta. La montagna può essere una bella scuola, ma ci sono tanti bocciati. E ce ne sono sempre di più, perché sono aumentati i frequentatori».

Lei ha ricevuto la Medaglia d’oro al valor civile dopo l’incredibile salvataggio di uno scalatore inglese sul Lhotse.
«È un onore e una responsabilità. È la più alta onorificenza della Repubblica, mi dà un piacere immenso, anche se rimanere un simbolo da vivo è durissima. Non sono incline alla santità».

Abbandonò la sua scalata e rischiò la vita.
«Ho fatto uno sforzo fisico che ancora adesso faccio fatica a spiegarmelo».

Il momento più difficile in questi trent’anni?
«Il giorno di Natale del 1997, sull’Annapurna. Siamo partiti in tre, sono tornato a casa solo io. Non avevo mai scalato un Ottomila d’inverno, la parete sud era inviolata, c’era tantissima neve, cadevano valanghe tutti i giorni. Non dico che fu un azzardo, ma una perseveranza stupida. Con l’esperienza che ho acquisito, oggi rinuncerei prima. Se fossimo tornati indietro avrei con me Anatolij Bukreev, il più grande amico che ho avuto e uno dei più grandi alpinisti della storia».

Vi travolse una valanga, morì anche Dmitrij Sobolev. Lei venne salvato con un elicottero.
«Secondo me è nata lì, in maniera inconsapevole, la voglia di fare qualcosa. In quel momento ho deciso che avrei ripagato la fortuna che avevo avuto. In Himalaya non esiste un equivalente del Soccorso alpino, non c’è un’organizzazione. Non poteva continuare così, non solo per aiutare gli alpinisti in difficoltà, ma anche la mamma nepalese che deve partorire o l’anziano che ha una frattura. Ho pensato: io del Nepal conosco ogni sasso, se divento pilota di elicottero posso fare la differenza».

Simone Moro e Alex Txikon al Manaslu (2022)

Ed è diventato il suo secondo lavoro.
«Tutti gli anni dedico alcuni mesi della mia vita a fare soccorso in Nepal. Ho effettuato tanti salvataggi, sono atterrato a 7.000 metri, una volta mi è nato un bambino a bordo».

E in Italia?
«Ho una società e faccio varie cose, anche vivere momenti privati sorvolando le montagne con coloro che vogliono sentire la mia narrazione. E credo anche di aver contribuito ad amare un po’ più questo mezzo. Che è come l’alpinista famoso, va odiato a prescindere, è visto come una cosa da vip o da ricchi. È l’angelo che viene dal cielo solo quando è per il soccorso, tutti gli altri vanno abbattuti».

Cosa fa Simone Moro nel tempo libero?
«Sto il più possibile con i miei figli, Martina che ha 23 anni e Jonas di 12 che vive con la mamma. Nella vita personale ho fatto un po’ di casini».

Ha anche un asino.
«Si chiama Baloss, in bergamasco significa furbo. E ho pure 9 capre. In futuro mi piacerebbe avere una cascina».

Torniamo agli Ottomila, ormai sembrano diventati un circo: code in vetta, grandi interessi economici.
«La tragedia del 1996 sull’Everest (8 morti, ndr) non solo non è stato un monito, anzi forse è stato l’inizio di una nuova era di proposta turistica d’alta quota. È un fenomeno che prima era in mano solo agli occidentali, mentre oggi è quasi esclusivamente gestito dalle popolazioni locali, e questo è comunque un bene perché porta risorse in quelle zone. Ormai ai campi base ci sono letti, il bar con gli alcolici, la bakery che sforna pane e dolci, tende riscaldate con la moquette. Ad alcuni fanno fare il corso di alpinismo direttamente lì, una montagnetta intermedia e poi li portano sull’Ottomila. Non è questo il mio modo di fare alpinismo. Ho sempre scalato in due, massimo tre persone, senza farmi preparare la via da sherpa e niente ossigeno, a parte per l’Everest dove vorrò tornare senza. Sul Makalu nel 2009, con Denis Urubko, ho fatto la più leggera invernale della storia. Ci prendevano in giro, è stata una pietra miliare».

C’è ancora spazio per un alpinismo più romantico?
«Io sono ottimista sul futuro, perché adesso è veramente chiaro ciò che sta avvenendo sulle vie normali degli Ottomila con le spedizioni commerciali. Ci sono però tanti giovani preparati, anche italiani, che stanno facendo alpinismo esplorativo. Magari sono poco conosciuti, perché si dedicano poco alla narrazione».

Ha anche condotto il reality «Monte Bianco».
«Il pregio di quel programma, pur negli evidenti limiti che ha mostrato, è che per la prima volta si è riusciti a portare la montagna in prima serata. Il mio mondo però, invece di apprezzare lo sforzo che ho fatto per tamponare certe scelte, l’ha preso come se fosse un corso di roccia televisivo e ha fatto la lista di tutte le cose che non andavano bene».

Lo rifarebbe?
«Mi piacerebbe condurre una trasmissione che raccontasse storie e luoghi, una versione attuale dei reportage di Bonatti. Non dovrebbe essere l’apoteosi del no limits o dell’estremo, una parola che io non uso mai»

Per quale motivo?
«Perché è stata abusata. L’estremo è andare tutte le mattine alle 5 al lavoro, convivere con una malattia o con la povertà. Tutto ciò di pericoloso che noi alpinisti facciamo è per una nostra scelta».

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Simone Moro, ieri e oggi ultima modifica: 2023-02-20T05:14:00+01:00 da GognaBlog

36 pensieri su “Simone Moro, ieri e oggi”

  1. Pasini. Hai fatto bene a precisarlo esplicitamente, ma lo davo per sottinteso.  Quel programma assorbirà molte risorse principalmente finanziarie, ma non solo (organizzative, logistiche ecc) e quindi, aziendalmente parlando, deve avere un senso oggettivo. Io spero che si istituzionalizzati, magari non tutti gli anni ma ogni due o tre. Però resto convinto che il nuovo Moro o il nuovo Della Bordella non verranno fuori solo per la bontà dei programmi istituzionali. Ci vuole talento individuale e ci vogliono motivazioni personali (“fame”, voglia di riscatto, ambizioni ecc), tutte variabili non managerializzabili. Così come resto convinto che il CAI debba occuparsi degli associati medi e non dei top e lo fa gia’ egregiamente attraverso l’articolato modello didattico che fa capo alla CNSASA.

  2. @34. Come ogni programma che utilizza risorse dell’organizzazione e penso non poche, prima di essere “istituzionalizzato” dovrebbe essere valutato con uno “studio di impatto” sui risultati a vari livelli rispetto agli obiettivi (che non può essere solo la soddisfazione dei partecipanti) basato non su sensazioni ma su riscontri oggettivi. 

  3. @32 Leggi meglio le mie annotazioni: ora il progetto parte come CAI perché altrimenti non partirebbe proprio, sia sul piano organizzativo che sopratutto finanziario. Io penso che si starà a vedere come funziona. Se finisce, amen. Se, una volta partito registra un buon feedback, il progetto tenderà a struturalizzarsi, per cui a quel punto potrebbe esser spostarlo nel CAAI, che è il suo contesto naturale.

  4. Il programma Eagle Team è un classico programma destinato ad “alti potenziali” che molte organizzazioni hanno adottato negli ultimi anni. I nomi sono diversi, quasi sempre in inglese (Top Talent, High Flyers,…) Si individuano piccoli gruppi di giovani ad alto potenziale attraverso una rigorosa selezione e poi si inseriscono in programma intensivo gratuito di formazione, ampiamente pubblicizzato, che prevede esperienze sfidanti sul campo e affiancamento a personaggi chiave e leader del settore. La loro efficacia per l’organizzazione è controversa. Sicuramente c’è un ritorno di immagine, soprattutto verso l’esterno, più incerti gli impatti sull’interno e sulla grossa fascia dei talenti intermedi che costituiscono la “spina dorsale” di ogni organizzazione di massa. Nella mia esperienza in ambito aziendale a volte hanno provocato reazioni avverse e demotivanti su questa fascia centrale e cruciale e hanno fornite risorse formate a costo elevato ai concorrenti. Qui il contesto è diverso, vedremo l’effetto che fa.

  5. Accipicchia, la tua reprimenda mi ha tramortito
    “Pensato dall’alpinista Matteo Della Bordella e dal Club Alpino Italiano, il …..“CAI Eagle Team” è finanziato interamente dal Club Alpino Italiano”
    Crovella, secondo me dovresti upgradare il tuo rapporto con questo misterioso mondo delle parole e dei concetti imparando anche a leggere, a scrivere fiumi di stopposa  retorica ottusa sei capace.
    Il CAAI in questa avventura fa un poco la parte di quelli che guardano susanna: sta alla finestra un poco bavoso sperando che nuova linfa torni a scorrere tra le sue fila.
     

  6. A parte che è Montani e non Mantovani… non sai neppure di cosa stai parlando
     
    Vatti a leggere il mio commento su Eagle team (nel relativo articolo di qualche giorno fa). Quella iniziativa, lodevolissima, la considero da CAAI, e non da CAI. Il CAi penso abbia dato solo il “là” iniziale, poi proseguirà in ambito CAAI. Nel CAI opera già con successo (e da tempo immemore) l’intero sistema delle scuole, nelle diverse discipline, coordinate dalla CNSASA,

  7. Tirare fuori i campioni non è l’obiettivo istituzionale del CAI
    mumble mumble mumble
    Ma glielo hai detto a Mantovani? 
    Questi prendono decisioni – tipo «Cai Eagle Team» – senza consultarti

  8. Beh decidetevi: chi disprezza i quartogradisti, chi denigra Moro… Personalmente non è il mito cui guardo con ammirazione sconfinata, ma cmq ha diversi 8000 invernali all’attivo… proprio un “negato” non mi sembra.
     
    Sulle condizioni che generano i personaggi di spicco incidono molto le caratteristiche generali della società in quello specifico frangente storico. Nella storia la motivazione alpinistica è spesso conseguenza di esigenze di rivincita psicologica, sociale, anche economica. Vale per la Monaco di Baviera anni 20, vale per la Lecco anni 30 (Cassin ecc), vale per la Torino dei 50, quella post Gervasutti: erano ragazzi affamati, nel vero senso della parola. Conta più quello di ogni altra cosa.
     
    Fa eccezione la Torino dei 30, dove gli Accademici erano espressione della borghesia intellettuale. Ci sono sempre le eccezioni che confermano le regole. Ma poi l’andar in montagna a To ha una storia tutta sua, molto particolare e non sempre ha seguito i canoni generali.
     
    Oggi non ci sono le condizioni di pressioni  sociali,  non so se aggiungere per fortuna o purtroppo. C’è un benessere generalizzato che ha oltrepassato quelle situazioni. Ovviamente ci sono eccezioni, ma in genere si tratta di singoli individui, non di “ambienti”.
     
    Nell’attuale fase di benessere, che in realtà è attiva dai 70-80, l’obiettivo delle scuole, quella canoniche CAI, dovrebbe esser tirar fuori gente con la testa sul collo che sa sempre cosa fare, dalla scelta a tavolino dell’itinerario fino a sapere prendere le scelte azzeccate una volta sul terreno. Invece tirar fuori i “campioni” non è l’obiettivo istituzionale del CAI. È frutto del caso, così come sono casuali le condizioni sociali di cui sopra. Non si possono “managerializzare”, per questo non sarà mai l’obiettivo di un’associazione dai grandi numeri. Al massimo di piccole enclave, come lavsingola Scuola di prestigio. 

  9.  Ti prego Crovella 23, non mi definire moro un fuoriclasse, ti supplico!! Paragonarlo a Bonatti e Messner è veramente un’eresia improponibile!!

  10. @23 a volte sì, a volte no. La Lecco degli anni ’30 ha prodotto una sfilza di fuoriclasse (a cui in qualche modo fu legato anche Bonatti, specie agli inizi). Non era una scuola come la intende il CAI, ma era un contesto che per molte ragioni ha favorito l’alpinismo di punta. Oppure la scuola di Monaco qualche anno prima…
     
    Sono i primi esempi che mi vengono in mente, ma non gli unici. Un caso che in certi periodi certe realta esprimano tanti talenti? Impossibile, poi certo ci sono sempre i fuoriclasse che vengon su dal nulla, ma non è sempre così.
     
    Nell’alpinismo, come in tutte le branche della cultura umana, è difficile, se non impossibile, fare classificazioni manichee. Le sfumature sono tante, ridurre a bianco o nero è una semplificazione che non rende giustizie alla storia, liquida e sfumata per definizione. Cogliere un ordine nell’apparente caos è difficile, ma è il solo modo che abbiamo per cercare di capirci qualcosa, cosa molto diversa dal semplificare eccessivamente attraverso classificazioni troppo superficiali. 

  11. Precisazione, Sansone di equivoci: la persona cui mi riferisco nel 24 non è Battimelli, ma uno dei soliti polimorfi del Blog

  12. @22 Chissa perché lo stile, i termi usati e i concetti espressi mi ricordano sempre la stessa persona che appare, si defila e riappare con mille nomi diversi. Molto pirandelliano. Ma lo stile da aspirante humor britannico è obsoleto.e puzza di ’68, ormai andato in soffitta.
     
    Sul contenuto, proprio a Torino c’è un modo di dire che calza a pennello: “Chi disprezza, compra”

  13. @12: pii-la pi’ dusa (pr. con la “s” dolce). Take it easy.
     
    Proprio oggi ho letto che in un festival cinematografico negli USA ha vinto un cortometraggio torinese. Si intitola “Ratavoloira” che è il termine piemontese per pipistrello (=ratto volante). È la contestualizzazione delle avventure di Batman in piena Sabaudia. Il protagonista si chiama Pautasso. Il cerchio si chiude.
     
    Per alpinisti io non intendo quelli al top, che da Bonatti a Messner a Moro, sono dei fuoriclasse dotati di talento  proprio. Non li produce nessuna scuola. Nascono così e solo il caso li fa nascere qui o lì. Gli alpinisti cui mi riferisco io sono gli amatoriali della domenica, spesso quarto-quinto gradisti e non di più (anche in versione scialpinistica), che però vanno con la testa sul collo. Quelli ne produciamo a vagonate.
     
    In ogni caso chi afferma che in ambiente subalpino non ci siano stati storicamente nomi di rilievo non conosce proprio la nostra storia alpinistica, ma non gli svelo nulla, lo scoprirà da solo col tempo.

  14. Torino è una città senescente  a causa di vecchi tromboni come crovella che sanno solo guardare al passato. Orgogliosi del loro micragnoso impotente orizzonte piccolo borghese, nostalgici dei bei tempi andati. Persone che  confondono la loro ignavia per moralità e dover essere. L’idea di alpinismo vero dimora al fondo di u a visione meschina di una inadeguatezza esistenziale che fa del proprio metro un giudizio universale. 

  15. Io so la verità: Ratman è il braccio e Batman la mente. ???
     
    E il Sabaudo è la vittima innocente.
     

  16. Filini: Allora, ragionier Moro, che fa? Scali?
    Moro: Ma… mi dà del tu?”
    Filini: No, no! Dicevo: scali lei?”
    Moro: Ah, congiuntivo!”

  17. Cerco si ritornare al tema in oggetto. 
    Ammesso e non concesso che Moro sia stato un arrampicatore e un “escursionista” di alta quota, sicuramente non è uno “scrittore” modello… Guardate il sottotitolo in copertina di uno dei suoi ultimi libri: “Simone Moro – ho visto l’abisso”, si legge: “vorrei che mio figlio impari….”. La frase è degna di un Fantozzi di prima categoria!! Finché sui blog si leggono errori di ortografia passi ma sulla copertina di un libro…. e pensare che fa parte del Gism (credo).
    Carlo
    PS – Ultimamente avevo scommesso sul fallimento delle suoi obiettivi. Ho vinto le scommesse!!
     

  18. No, scusate, ma adesso mi incazzo (per essere politically correct).
    Non ho idea di chi sia ratman, batman è notoriamente il mio nickname, e con tutta questa storia non c’entro una minchia. Se Crovella si sente dotato di spirito divinatorio e riesce a vedere la mia presenza anche dietro a un post scritto da altri, è un problema suo. E lo posso assicurare che dagli anni settanta ad oggi ho cambiato registro, idee, modo di scrivere e concezioni del mondo spesso e volentieri. Tranne una: che chi parte mona resta mona.
    Antidiluviano ci sei tu, Crovella. Ma va al diavolo, va!
     

  19. Scusate l’ignoranza, ma tolte alcune attempate  glorie locali non mi sovviene il nome di nessun alpinista sabaudo di rilevanza internazionale, tipo Bonatti, Cassin, Messner
    Lo stesso Gervasutti non era torinese.
     

  20. Mai conosciuto un fanatico che usasse e apprezzasse l’ironia. In qualunque campo, alpinismo e lavoro all’uncinetto compresi. Pochissime eccezioni nel campo del sesso compulsivo. Ma si può comprendere, è un campo nel quale la figuraccia è sempre in agguato, meglio cautelarsi con un sorriso e un po’ di leggerezza. 

  21. @7 Non credo proprio di essere il “solo” interprete del roccioso spirito sabaudo. Mi guardo intorno, nella mia quotidianità, e sinceramente non vedo altro che sabaudi. A maggior ragione nell’ambiente alpinistico. Forse sei indotto all’errore dal fatto che i sabaudi, che magari leggono quotidianamente gli articoli del Blog,  non considerino appropriato farsi impelagare nei commenti e quindi non si trova traccia per loro passaggio “qui”. Basta però andare (come capita con sistematicità a me) alle serate dei vari CAI in area torinese e si riscontrano  tre costanti: 1) la platea è sempre affollata; 2) molti, se non moltissimi, sono i giovani e i giovanissimi; 3) tutti sono entusiasti di far parte del CAI e felici di partecipare alle sue iniziative (per quanto “sabaude”, anzi probabilmente proprio perché sono iniziative in spirito molto sabaudo).

  22. Il problema dell’usare lo humor in un dibattito è che per funzionare presuppone che tutti (sia chi lo usa che i destinatari) ne siano dotati.
    Cioé siano dotati di sarcasmo sottile e forte autoironia e di quell’intelligenza che  non si prende mai veramente sul serio, consci della propria finitezza e inadeguatezza davanti alla vita.
    Che in fondo sbagliare è parte integrante dell’essere umani e che l’unica risposta sensata è riconoscerlo, accettarlo e farci sopra una risata.
     
    Purtroppo però non è da tutti…

  23. Ratman (o Batman?) fa sorridere dicendo in uno stile leggero cose che sono più serie di quel che pare. Ma, per allinearmi, una volta sola, a Merlo, c’è chi guarda la luna, e chi il dito che la indica. Mi auguro che anche questa leggera presa in giro non urti il roccioso spirito sabaudo di cui Crovella si erge a solo autentico interprete

  24. Ah già, il suo alter ego più conosciuto è batman. Ma se non è lui, sarà un imitatore, poco rileva. Ciò che importa è lo stile, che e’ quello in cui molti si esprimevano negli anni ’70. Quel tentativo di risultare “illuminati” attraverso la ricerca di un humor semiserio. Anche l’assonanza ratman-batman (da parte di un eventuale imitatore) si inserisce nello stesso filone.
     
    “Nella misura in cui”… e’ un altro best seller di quel contesto ideologico. Io appartengo a un’altra squadra.

  25. Di conseguenza sono convinto che chi, oggi come oggi, “nasce” climber puro (magari in struttura artificiali), difficilmente si evolverà in alpinista “vero”.”
    1-Un bell’estiqazzi è già stato detto?
    2-ratman sarebbe Battimelli? Ma sei serio?
     

  26. Oh sì, davvero esilarante. Peccato che Battimelli sia fermo allo stile che usava negli anni 70! Allora strappava al lettore qualche sorrisino divertito, ora sa di atidiluviano.
     
    Quando nell’austera Sabaudia è stato inventato il CAI, gli antenati dei battimelliani stavano ancora sdraiati sui triclini a domandarsi chi fossero gli Ostrogoti che li avevano conquistati qualche secolo prima…
     
    Qui nel severo nord ovest non abbiamo bisogno di dare la caccia agli alpinisti. L’ambiente del CAI li sforna senza sosta. Con gram soddisfazione di tutti.

  27. Uno dei grossi problemi della zoologia alpina – quello dello Yeti –  sta per essere messo da parte da un’altra grossa questione, e la cosa indispone anche un poco Messner che molto ci aveva puntato per tener vivo il ricordo di se stesso
    Il problema è di matrice antropologica e va sotto il titolo di “alpinista vero”. 
    Esisterà l’alpinista vero? Dove vive l’alpinista vero? di cosa si nutre? avrà una compagna? si riprodurrà in cattività?
    In alcuni siti alpini hanno provato a catturalo usando come esca dei chiodi da roccia che, si dice, sono per l’alpinista vero una leccornia irresistibile. Sulle dolomiti, dove un tempo ne vivevano grossi branchi, hanno provato con pantaloni alla zuava, alpenstock, ma niente da fare.
    Dell’alpinista vero  si raccontano storie incredibili. Allergico alla magnesite si sveglia sempre prima di Crovella e vaga per la città deserta per trovarsi con un altro alpinista vero per andare a fare una vera salita alpina. Le fototrappole sulla accademica ai  picchi del pagliaio – dove ne bazzicavano molti – o sulla normale alla rocca sella non hanno dato risultati, alche si suppone pratichi zone più impervie, più alpinistiche. il CAAHI ahi ahi ahi ha messo una taglia sulla sua testa, ma per riscuoterla devi essere iscritto al CAI.
    Vediamo come va a finire

  28. Si tratta di un’evoluzione individuale che sconfessa la mia personale convinzione… 

     
    Beh, interessante sapere che anche Carlo Crovella si può sb…. sb…. sb… Niente, non riesco nemmeno a dirlo 😉

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