Sul “ghiaccio d’acqua”
(da solo, alla ricerca di un senso del limite)
di Marco Blatto
(pubblicato su Montagna, Annuario GISM 2025)
Il termine “limite” in alpinismo può essere dicotomico. Se da un lato è fisiologico per un alpinista tentare di superare i propri limiti, dall’altro, è soltanto maturando un senso del limite che questo può evolvere eticamente e spiritualmente. Dopo anni di esplorazione, scanditi da un limite che mi sono posto, in conformità a certe rinunce tecnologiche, sul ghiaccio d’acqua e scalando da solo, ho scoperto un altro volto del senso del limite, che è divenuto l’occasione di maturare nuove sensibilità e anche una forma di autoprotezione.
Per fare questo e per mantenere fede alla mia idea di alpinismo classico, nel solco della tradizione, era necessario alzare un po’ l’asticella rispetto a quanto era stato fatto dai fuoriclasse del passato come Andrea Mellano, Gian Piero Motti, Ugo Manera, Gian Carlo Grassi e Gianni Comino.
Quando si è giovani e nel pieno delle forze, è quasi scontato che per un alpinista non esista un “senso del limite” e che tutto appaia superabile e possibile. Le mie ascensioni, dunque, sempre più impegnative e frutto di un allenamento intenso, non facevano che suggerirmi che quell’asticella andava di volta in volta spostata sempre un po’ più in alto. Furono anni di prime solitarie “super-integrali”, di vie nuove sulla roccia e sul ghiaccio in alta montagna, dove io e i miei compagni avevamo la sensazione che avremmo potuto passare davvero dappertutto.
Ogni uscita portava a casa qualche primato, non soltanto come “prima ascensione”, ma come, per esempio, il più “alto” settimo grado superiore superato in stile clean nelle Alpi Graie Meridionali. Altre volte il primato consisteva nell’aver superato il tal pilastro mai scalato in precedenza su una grande montagna, perché da sempre ritenuto pericoloso. Poi, vi erano state tutte quelle prime ascensioni invernali, molto spesso lungo delle vie nuove.
La montagna che cambiava volto nel corso del tempo, conseguenza di un clima in mutazione sempre più rapida, sembrava del resto aprire inaspettatamente nuove frontiere d’espressione per il nostro alpinismo. La scarsità di precipitazioni d’inizio inverno, sempre più evidente, ci svelava, nei versanti di quell’alta montagna, couloir e goulotte che soltanto alcuni decenni prima sarebbero stati impossibili da scorgere e da salire per la quantità di neve e il pericolo delle valanghe.
In questa corsa con pochi compagni verso il superamento del mio limite, sono sempre stato guidato però da un altro limite, quello etico. Un limite che mi sono imposto e oltre il quale il mio alpinismo non sarebbe stato più tale. La possibilità di passare lungo una via di roccia, una salita di misto o una via di ghiaccio in alta montagna, si sarebbe quindi basata sui dettami dell’alpinismo classico: senza bucare la roccia per far uso di spit, né per proteggere un passaggio né per attrezzare delle soste che ci avrebbero comunque garantito una ritirata. Capitò così più di una volta di dover tornare indietro, semplicemente perché non ero in grado di superare un tratto difficile o perché una lunghezza di corda sarebbe stata troppo rischiosa.
A oggi, posso contare sulle montagne delle Alpi occidentali alcune scalate “incompiute”, anche solo per poche decine di metri, come la mia nuova all’Aiguille de Prà Sec nel Gruppo delle Grandes Jorasses.
Ho sempre ben distinto l’alpinismo dall’arrampicata pura, stabilendo un confine che ovviamente segue dei miei parametri e delle mie sensibilità, quindi può essere discutibile. È stato tuttavia un modo per porre un limite alla mia volontà di esprimermi, eliminando il più possibile l’artificio tecnico, secondo una filosofia di adattamento alla montagna e non il contrario.
Anche nell’arrampicata sulle cascate di ghiaccio, in passato, mi sono spinto spesso al mio “limite”, sempre con il medesimo obiettivo di superarmi. Chi è colto dal magnifico delirio visionario della scalata sul ghiaccio d’acqua, sa benissimo quanto sia difficile, a differenza della roccia, stabilire un “senso del limite” riconoscibile. Quando hai confidenza con gli attrezzi, sei ben allenato e riesci a proteggerti abbastanza bene, hai l’erronea sensazione di trovarti a tuo agio anche nei luoghi più fragili ed effimeri che possano esistere. La scalata sul ghiaccio d’acqua è molto istintiva e si matura subito una grande fiducia negli agganci procurati da piccozze e ramponi. Questo, forse, è uno dei problemi odierni che riguarda l’approccio di molti giovani al mondo delle cascate ghiacciate, ossia che grazie ad attrezzi affidabili, a viti molto rapide da inserire e a un fisico prestante, vi sia un po’ l’illusione di essere alle prese con una falesia. Si dimentica così molto facilmente il “senso del limite” e il gesto tecnico rischia di svincolarsi dal linguaggio di un mondo complesso, fatto di un metamorfismo lento e delicato, dove sarebbe fondamentale maturare un profondo ascolto della materia.
Circa quindici anni fa ho sentito la necessità di scoprire quale fosse davvero il mio limite, anche sul ghiaccio d’acqua, un po’ com’era stato per l’alpinismo. Il modo migliore per farlo era ricominciare tutto dall’inizio, dimenticandomi dei compagni, della corda, delle viti e di ogni tipo di assicurazione. Ho dovuto quindi fare una scelta netta, senza compromessi e anche piuttosto rischiosa, ma che mi ha permesso in questo lungo periodo di sviluppare un dialogo e una sensibilità con quell’ambiente invernale, che in quasi trent’anni d’attività non erano stati possibili.
La scelta di non avere mai la corda con me, neppure per la discesa, ha limitato le mie salite esclusivamente a quelle strutture dove sarei stato in grado di rientrare a piedi o “disarrampicando”. Le discese, in molti casi, si sono così rivelate più impegnative e delicate delle salite. Il mio senso del limite si è costruito poco per volta sulle sensazioni, sul dialogo profondo con il ghiaccio, con i suoi colori, i suoi suoni e la messa in relazione di tutti gli elementi circostanti, attraverso un’osservazione paziente. Vi sono state volte in cui il ghiaccio mi comunicava che non avrei dovuto osare, altre in cui tutto era invitante e perfetto e, attraverso il gesto, si poteva addirittura raggiungere uno stato di alterazione consapevole, quello che, ragionevolmente, molti alpinisti hanno poi definito “visione”.
Quanto ho imparato in questi anni resta per me impagabile, una ricchezza assai maggiore di quella accumulata in decenni di salite condotte in cordata. Ora, non vorrei che questa mia esperienza (che a qualcuno sembrerà estrema) fosse vista come una scelta scellerata, un atto di disprezzo nei confronti della vita. Sostengo sempre che l’esperienza solitaria è nella natura e nell’evoluzione dell’alpinista esperto. Tuttavia, la rinuncia almeno in parte alle attrezzature (e spesso anche della salita), la solitudine e la relazione con un elemento precario, sono stati il miglior modo per muovermi nella “selvaggità” della montagna invernale, mettendo in primo piano l’autoprotezione e l’auto responsabilità. In un mondo, compreso quello della montagna, che di limiti pare non averne più, trainato dai social network, dalla deità del consenso e dell’apparenza, la ricerca di un “senso del limite” nella comprensione onesta di ciò che ci circonda è forse ancora una delle poche vie etiche al rapporto con la montagna.
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Ho fatto un pò di solitarie. Su roccia, a meno che non fossero proprio “facili” mi sono sempre autoassicurato. In ambiente invernale, non ho fatto solitarie su cascate, mentre ne ho fatte su vie di misto dove sono salito senza assicurarmi. Il fatto di avere un attrezzo tra me e ghiaccio/neve/roccia, che evidentemente non sentivo estraneo, ma una continuazione del braccio e della mano, mi dava una maggiore sicurezza. In una solitaria non assicurata c’è una certa dose di razionalità in quanto non la improvvisi, la prepari sia fisicamente che mentalmente. Ci vai quando ti senti di poterla fare. Fai un tentativo e magari rinunci perchè la vocina di suggerisce che non è giornata. Ma allo stesso tempo c’è una certa dose di follia, perchè non puoi dare per scontato che nulla ti possa accadere. Questo almeno è quello che sento io. La fusione tra follia e preparazione ti fa accettare il rischio. La follia ti fa realizzare il tuo capolavoro, un pò come nei grandi autori di musica rock, dove per scrivere certi pezzi, col cervello devi uscire dalla razionalità.
@22
Eravamo negli anni 80, se non ricordo male nella prima (forse seconda? devo andare a vedere le ho tutte) guida di Finale vi era anche una foto di Massari slegato su Schifinix. Di quella salita a Finale in quel periodo se ne parlava molto. Devo dire che, con il passare degli anni ogni volta che ho salito Schifinix, ho sempre pensato a quella sua salita senza corda. Io non ho mai fatto salite senza corda ma, se dovessi provare ad immaginare di farne una, direi solo e soltanto su roccia. Sul ghiaccio, con gli attrezzi che filtrano un po’ le sensazioni e l’elemento ghiaccio che mantiene, comunque, un certo grado di imprevedibiltà, non oserei mai. E, in fatto di solitarie, oltre alla salita di Massari su Schifinix mi sono sempre portato dietro un brutto incidente che vidi con i miei occhi al Ghiacciao dei Bossons a Chanonix. Eravamo con gli allievi della scuola di alpinismo e tipicamente quel luogo è anche la palestra a due passi da casa per chi abita a Chamoix ed al pomeriggio saliva su gente con due picche e ramponi, come se stesse andando a fare jogging per la strada. Tutti a piccozzare sui seracchi, ovviamente slegati. Purtroppo uno di loro cadde, da in alto e di schiena, atterrando su un avvallamento sotto. Soccorsi elicottero…..credo che sia stato da allora che non ho mai neppure immaginato di fare una cosa simile, che ho praticato poco ghiaccio per il quale non sono mai diventato bravo. In generale la solitaria è una spinta del tutto personale ed in qualche modo imperscrutabile. Per questo trovo abbastanza fuori luogo giudicarla solo dal punto di vista razionale del rischio che comporta. Ci sono persone che evidentemente se lo sentono dentro e sono in grado di farlo. Se si dovesse ricondurre il tutto alla pura razionalità non avremmo avuto le solitarie di Edlinger, Alain Robert, Honnold per i quali mi riuscirebbe difficile dire che fossero solo dei folli spericolati. E’ una di quelle cose che se non la provi è meglio sospendere il giudizio.
21. Scritto da un Ornello Vanoni è divertente!!
Bello questo articolo e direi che il commento di Massari, il n°2, lo completa nel migliore dei modi.
Chissà se Giova ha pensato per un attimo anche a Schifinix, falesia delle gemme.
Forse eravamo ancora negli ’80 quando lo ha salito senza corda.
Incredibbbbile:
In questo blog di alpinismo si riesce a capire se in un commento ci sono giudizi…senza leggerlo!
Più che un blog di alpinismo mi sembra un blog di veggenti!
Mi pare più che evidente che all’interno dei vari tentativi personali di “alzare l’asticella” o di interagìre senza filtri in solitaria con roccia o ghiaccio ci siano tutte le varie tipologie di comportamento successivo(chi ne parla, chi ne tace, chi si fa i selfie o chi lo trova quasi pornografico perché si sente a nudo in un’attività che ritiene intima).
Qui il punto però è un altro: l’alpinismo è l’arrampicata non sono una competizione sportiva ma una ricerca personale fuori da regole precostituite che a volte (pochissime) sfocia in risultati sportivi o di visione assoluti che sono ormai pero’ quasi esclusivamente appannaggio di professionisti.
Nello scritto di Marco io ci vedo altro e cioè principalmente il racconto personale di un processo che lo ha portato fino lì
Poi può piacere o non piacere, ci possiamo immedesimare o meno ma il livello è l’ultima cosa da prendere in considerazione.
Quello che conta davvero è il racconto di queste piccole avventure e di come ci possano affascinare, motivare o, al limite, anche schifare; naturalmente a prescindere da giudizi di parte o antipatie preconcette.
Caro Alberto. Puo darsi anzi sicuramente c’è.
No credo che sia tutto qui. C’è sicuramente chi lo fa per mettersi alla prova, per superare e dominare le proprie paure. Ma ci sarà anche chi lo fa perchè semplicemente gli piace farlo, come ricerca del gesto supremo di purezza dell’arrampicata. Solo te e la roccia (o ghiaccio) e nulla di più.
Raramente leggo i commenti scritti da pseudonimi, ancor meno se danno giudizi.
Marco, non hai scritto perché per te l’autoscatto riveste importanza.
Non capisco. Se si vuole alzare l’asticella, modalità più diretta e poco filosofica, nel descrive: superare/spostare il limite. Sempre ammesso e concesso che esista il limite. A me sembra che di limiti/ultimi problemi sia stato sempre sentenziato, ma poi i fatti hanno dimostrato il contrario: i limiti continuamente spostati ed i problemi ricreti di nuovi.
Quanto all’autoreferenzialità, non generaliziamo. Chi vuol essere il migliore e lo sbandiera. Chi si limità ad una semplice cronaca, chi non dice nulla.
Infatti, a differenza di altri, mi sembra di aver messo sempre in chiaro chi sono i “maestri” e a differenza di altri mi sono sempre definito un alpinista medio. A differenza di altri, non ho accampato alcun posto nella “storia”. Basta leggere quello che ho sempre scritto senza strumentalizzarlo a comodo. Alzare l’asticella significa, non fare i conto con i “migliori” e volerli superare (e dopo i sovra citati, sappiamo bene che nelle valli non ce ne sono stati). Significa non adeguarsi all’idea che tutto è già stato fatto e altro non potrà più essere fatto. Poi se più facili o difficili parlano le vie, ma non è questo che m’interessa. Punto. Il resto sono solo chiacchiere o come diceva Motti: “invidie e rese dei conti tra re e reucci di paese”. L’autoreferenzialità è condizione necessaria perché si possa fare qualsiasi discorso con l’alpinismo o discipline affini, altrimenti non esisterebbe neppure l’alpinismo. Poi, a uno può stare antipatico il modo di pensare o di agire di un altro. Vale anche per me. A me interessava porre l’accento proprio sul fatto che bisognerebbe uscire da questa logica del risultato, della salita e iniziare di nuovo a dialogare in modo diverso con i luoghi. Questo articolo è peraltro tratto da un annuario con tema il senso del limite e non fine a sé stesso. Se non si capisce e prevale il fastidio personale, amen, è parte del gioco da sempre. Qualcuno dovrebbe saperlo meglio di me.
La montagna e l’alpinismo hanno un che di autoreferenzialità tale che ognuno di noi a suo modo pensa di essere il migliore ma quando ci si confronta con quelli veri l’obiettività deve avere il sopravento. Detto questo non entro nel merito di asticelle alzate o abbassate ma penso che l’arrampicata in solitaria viva di due scelte di base. Una di far di necessità virtù (nel senso non ho nessun compagno vado da solo), l’altra più profonda e filosofica attinge l’energia in un intima ricerca del proprio io nascosto per farlo uscire e metterlo di fronte, per fargliele superare, alle sue paure. Poi si c’è tutto il contorno l’ambiente, la ricerca e la poesia ma al centro ci siamo noi.
Non vi è dubbio che la pratica dell’alpinismo e dell’arrampicata in montagna abbia un rapporto con l’ambiente e sia molto diretto. Il primo e il più immediato è quello fisico con la materia, la pietra, la neve, il ghiaccio, i licheni, l’erba. Naturalmente segue quello mentale o meglio va di pari passo, parte costitutiva fondamentale nell’arrampicata, ancora maggiore nelle solitarie dove l’errore non deve essere possibile. Il rapporto fisico/contemplativo dell’uomo con la montagna esiste da tempi remoti; anche il semplice pastore che siede su un pulpito roccioso contempla la linea delle montagne, il tramonto, la valle che lo porta a casa. A volte lascia un segno, incide il proprio nome sulla pietra, lui è stato lì, di lì ha guardato lontano. L’alpinista lascia i suoi segni visibili a tutti o anche solo a sé stesso, dove si sono appoggiate le sue mani, dove le sue scarpe hanno pressato la terra, segni che il vento si porterà via ma che resteranno nell’intimo.
k.k. = ke kuaglione
I detrattori che abbondano (specie da queste parti) e che si nascondono dietro un nick valgono come il due di picche. In genere anche in montagna…Dinamiche fin troppo note.
La montagna, come il mare, il deserto, non può essere semplicemente uno sfondo, un palcoscenico, la vedo piuttosto un catalizzatore. La montagna è inanimata, quindi non ci può essere rapporto. Ne siamo certi? Quando ti metti ad osservare una montagna, ma potrei dire anche il mare, respirandone la profondità, la potenza, la delicatezza, la pericolosità, l’immensità, la bellezza. Senti che tutto questo ti entra dentro, percepisci delle emozioni, senti di essere nel luogo giusto o nel luogo sbagliato, sei catturato o sei respinto. Quindi il rapporto c’è eccome.
Nel mio discorso mi sono riferito ovviamente alle montagne di casa, le Alpi Graie Meridionali, dove vivo e dove si sono espressi i miei maestri come Gian Carlo Grassi, Gian Piero Motti, Andrea Mellano o Ugo Manera. Montagne cui ho dedicato più di una mezza vita alpinistica e di studio.
E’ fisiologico, anche per un’alpinista “medio” come me, cresciuto con l’esempio e l’ammirazione per fuoriclasse del genere, tentare, sulle montagne che conosce meglio, di “alzare un po’ l’asticella”. Il che non significa pensare di essere migliori di chi ci ha preceduto. Al contrario: beneficiare, oltre che del loro esempio, anche di nuove condizioni e di nuove visioni, per dimostrare che non tutto si esaurisce con l’opera dei “miti”.
Seppure i “maestri” resteranno sempre inarrivabili, su queste montagne abbiamo però realizzato delle salite nuove ben più difficili rispetto a un tempo e, per quanto riguarda il ghiaccio in alta montagna, anche beneficiando di condizioni che quarant’anni fa erano ancora del tutto impensabili.
Il ghiaccio di fondovalle da solo, invece, (e ancora una volta mi riferisco a quello di casa) è una ricerca intima che non vuole dimostrare niente. Attiene più al mio essere geografo e studioso delle pieghe della montagna.
Mi ha permesso di studiare negli ultimi quindici anni (purtroppo) la trasformazione in atto e, l’osservazione invernale quasi quotidiana, di affinare un dialogo particolare con i luoghi e la materia.
Credo che sia importante per un necessario nuovo approccio alla montagna (e al ghiaccio), spostare di più l’attenzione sulla natura e non solo concentrarsi sulla prestazione. Dedicare più tempo alla geografia dei luoghi e ai processi che li interessano. Insomma: “vivere” davvero e di nuovo i luoghi e non solo “usarli”.
..mitomania e fantasia si fondono abilmente col personaggio.. per chi lo conosce da anni è quasi uno spasso leggere i suoi scritti..
Etica è una riflessione che tematizza relazioni.
Che relazione ci può mai essere con la montagna?
Nessuna.
La montagna sta la indifferente a tutto e tutti.
Qui si descrive una relazione, con sé, con i propri limiti.
La montagna è lo sfondo, è il palcoscenico di una rappresentazione.
Grazie a Marco Blatto e al Alberto per condividere avventure ed emozioni.
Quando sono in giro da sola, a stento scatto fotografie, proprio perché talvolta mi sembra di incrinare le mie sensazioni e il momento che sto vivendo, dunque fatico a comprendere chi fotografi se stesso. Sarebbe bello ascoltare le ragioni di Marco.
Quando però ti autoscatti tutte quelle foto e le pubblichi, anche a commento di un articolo come in questo caso, d’intimità ne resta ben poca.
Bel racconto di FANTASY…
Passione, allenamento, disciplina spingono in alto i nostri limiti tecnici individuali (che in pochi casi possono essere assoluti) ma il free solo è un’altra dimensione; ogni volta è vera avventura, nel senso che facile o difficile che sia non potrai mai veramente sapere come potrà andare a finire.
Se sia una scelta lecita o scellerata come dice Marco in questo bel racconto di se’ dove si mette a nudo non lo saprei dire ma è certamente una pratica privata/personale che proprio per la sua incertezza e conseguente necessità di grande concentrazione ti allontana dalla realtà, ti fonde con la natura facendoti sentire quella parte infinitesimale del tutto che è ciascuno di noi e, alla fine del “viaggio”, ti riporta alla realtà con un briciolo di consapevolezza e di serenità in più.
Questo almeno è quello che il “free solo trip” rappresenta come risultato ai miei occhi, e non credo sia poco.
“quando si è giovani” non c’è il peso della responsabilità (prima ancora per la casa e per tutto ciò che a lei è collegato, perché ad una roccia o tanto meglio ad una cascata dei tuoi approcci non se ne fa niente) e della consapevolezza del valore della vita. Non serve avere le punte dei ramponi ad una decina di metri dal terreno piano ed esser “ammanigliati” agli attrezzi. Credo che un Ondra, se volesse, ne avrebbe da spiegare su ciò che gli è passato per la testa quando su Greenspit gli è uscito fuori l’ultimo friend prima della sosta, tanto per fare un esempio di “quanta” ne devi versare e quanto ti devi tenere dentro di te. Anche forare ha spinto i limiti, sennò cosa conterebbe Silbergeier? Parlare comunque fa sempre bene.