The Torre Traverse

La grande traversata del Torre
(la realizzazione di un sogno patagonico vecchio di due decenni)
di Rolando Garibotti
(pubblicato su The American Alpine Journal, 2008)

Vent’anni fa, quando salii per la prima volta nella valle del Torre, le ripide torri del massiccio del Cerro Torre incombevano come se fossero le cattedrali di una religione straniera. Sembravano distanti, fredde e irraggiungibili. Inizialmente, la semplice escursione sul ghiacciaio sembrava difficile, e anche se in seguito durante quella visita sono riuscito a salire quasi fino alla vetta del Cerro Torre, ho trascorso la maggior parte del tempo a meravigliarmi della maestosa bellezza di quelle montagne.

Durante quella prima spedizione nella valle del Torre, venni a conoscenza della cosiddetta Torre Traverse, la consecutio di vie d’arrampicata che attraversano da nord a sud lo skyline comprendente Cerro Standhardt, Punta Herron, Torre Egger e Cerro Torre, con oltre 2.000 metri di dislivello.

La Torre Traverse segue la skyline da destra a sinistra (da nord a sud), cominciando dall’intaglio sotto al Cerro Standhardt (centro-destra della foto). Rolando Garibotti e Colin Haley hanno superato la via Exocet, il camino al centro della parete est dello Standhardt (segnato dalla freccia bianca), poi hanno continuato fino alle vette dello Standhardt, della Punta Herron, della Torre Egger e del Cerro Torre. Sono scesi dalla cresta sud-est di quest’ultimo, vicino alla skyline di sinistra. Sullo sfondo, oltre all’ice cap, sono il Cerro Dos (a sinistra) e il Cerro Dos Cuernos. Foto: Rolando Garibotti.

All’epoca, da giovane scalatore di Bariloche, una cittadina della Patagonia settentrionale, non mi era venuto in mente che avrei mai tentato un progetto del genere, ma a quanto pare la realtà supera di gran lunga l’immaginazione.

La traversata nasce da un’idea degli italiani Andrea Sarchi, Ermanno Salvaterra, Maurizio Giarolli ed Elio Orlandi, che la tentarono in diverse occasioni tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Il primo vero tentativo fu nel 1991, quando Salvaterra, con Adriano Cavallaro e Ferruccio Vidi, riuscì a salire fino a Punta Herron, completando quella che probabilmente era la prima salita di quella cima. Salvaterra ha scalato la Herron lungo la cresta nord, una via estetica che chiamò Spigolo dei Bimbi.

The Torre Traverse

Solo all’inizio del 2005 il “punto più alto” di Salvaterra è stato spinto oltre, quando il tedesco Thomas Huber e lo svizzero Andi Schnarf hanno completato la traversata dal Cerro Standhardt alla Torre Egger. Avendo solo intenzione di scalare lo Standhardt lungo la via Festerville, decisero solo in vetta di proseguire verso la Egger. Muovendosi leggeri e veloci hanno completato le prime tre cime della traversata in 38 ore di andata e ritorno, scendendo dalla Torre Egger attraverso la via Titanic sulla cresta est.

Alla fine del 2005 Salvaterra, Alessandro Beltrami ed io abbiamo risolto l’ultimo enigma rimasto della traversata quando abbiamo scalato il Cerro Torre da nord attraverso una nuova via, Arca de los Vientos. Dopo questo, l’intera traversata sembrava finalmente plausibile. Ora, provare la traversata non è stata una nostra scelta…  perché era il nostro destino. Sapevo che non avrei mai più avuto la possibilità di tentare seriamente la prima salita di una linea così estetica e ho deciso di fare tutto il possibile per aggiudicarmela. Poiché i periodi di bel tempo in Patagonia raramente durano più di tre giorni, sapevamo che la traversata avrebbe richiesto un’arrampicata veloce ed efficiente, ma, cavalcando sulle ali del nostro successo del Cerro Torre, Ermanno, Ale e io ci sentivamo fiduciosi. Sfortunatamente, il cattivo tempo nel 2006 ci ha impedito di andare più lontano dello Standhardt, e più tardi quella stagione un infortunio alla schiena mi ha impedito di fare ulteriori tentativi.

Ermanno Salvaterra e Alessandro Beltrami vicini alla vetta della Punta Herron durante il tentativo di traversata del novembre 2007. Dietro è la vetta del Cerro Standhardt. Foto: Rolando Garibotti.

Imperterrito, Salvaterra è tornato alla fine del 2007 con Beltrami, Mirko Masé e Fabio Salvadei. In questo tentativo hanno salito lo Standhardt per la via Otra Vez di Ermanno, facendo la seconda salita di questa via, e hanno continuato alla Herron e alla Torre Egger. Poi scesero a sud, al Colle della Conquista, e salirono un tiro sul Cerro Torre prima di ritirarsi. Durante quella stessa finestra di bel tempo, Hans Johnstone ed io abbiamo iniziato la traversata, iniziando sullo Standhardt per la via Festerville, poi salendo la Herron e la Egger: abbiamo poi proseguito oltre il Colle della Conquista, completando metà della parete superiore del Cerro Torre prima di essere respinti da un enorme fungo di brina che si dimostrò impraticabile.

Dopo aver fatto tutti i pezzi della traversata, ho deciso di rimanere a El Chaltén per il resto della stagione per fare un altro tentativo. Conoscere ogni metro della Torre Traverse ha cambiato il mio rapporto con essa. La storia d’amore originale è stata sostituita dal bisogno di farla finita. Non mi sentivo più un artista ma un costruttore che ha bisogno di assolvere ai suoi obblighi contrattuali, in questo caso obblighi con me stesso, con i miei sogni. Ho collaborato con un certo numero di altri partner, tra cui Bruce Miller e Bean Bowers, ma è stato solo alla fine del gennaio 2008, quando ho chiesto a Colin Haley di unirsi a me, che una buona finestra di tempo ha finalmente fornito l’opportunità per un altro tentativo. A 23 anni, Colin è uno degli alpinisti più attivi del Nord America; nel gennaio precedente aveva concatenato À la Recherche du Temps Perdu con la cresta ovest del Cerro Torre, con Kelly Cordes. Senza preavviso, ha rimandato un semestre di studi universitari per restare in Patagonia e tentare con me la Torre Traverse. Non mi ero mai legato con lui, ma lo conoscevo abbastanza da apprezzare la sua energia e il suo senso dell’umorismo.

Haley segue sulla seconda lunghezza sulla Punta Herron durante il primo giorno di traversata, in gennaio 2008. Per alcune lunghezze i due sono saliti a sinistra della via in programma, lo Spigolko dei Bimbi, evitando così roccia ricoperta di ghiaccio di brina. Foto: Rolando Garibotti.

Il 21 gennaio Colin ed io siamo saliti al colle nord del Cerro Standhardt, ignorando il vento e le nuvole. Quando Hans e io ci eravamo ritirati a novembre, era stato perché non avevamo abbastanza tempo per trovare un modo per aggirare l’enorme massa di neve che ci bloccava la strada. Questa volta, Colin ed io abbiamo deciso di partire in anticipo rispetto al bel tempo previsto, così avremmo avuto un giorno in più sul Cerro Torre se ne avessimo avuto bisogno. Poiché era ancora tempestoso, abbiamo scelto di salire il Cerro Standhardt per la via Exocet, che è ben protetta dal vento. Colin ha condotto sul ghiaccio sottile del camino dell’Exocet e abbiamo raggiunto la vetta verso mezzogiorno, impiegando meno di sette ore dal colle alla vetta.

Sopra il Colle de Sogni, tra il Cerro Standhardt e la Punta Herron, la brina ricopriva gran parte dello Spigolo dei Bimbi, la nostra via prescelta sulla Herron. Per un attimo ho pensato che le condizioni avessero reso ancora una volta la traversata inaccessibile. A metà del secondo tiro, ho posizionato due dadi, mi sono abbassato di circa 20 metri e ho recuperato la corda. Colin temeva che volessi arrendermi, ma in realtà stavo cercando una linea alternativa. Avevo individuato un sistema di fessure discontinue a est durante la discesa in corda doppia dallo Standhardt, e ora speravo che questo ci avrebbe permesso di evitare la roccia ricoperta di brina sullo Spigolo dei Bimbi. Mentre il vento cercava di strapparmi dalla parete, mi sono spalmato e aggrappato su alcuni run out fino a raggiungere la linea alternativa, con la quale abbiamo evitato il secondo, terzo e quarto tiro dello Spigolo del Bimbi.

Primo giorno: Colin Haley segue in condizioni non proprio ideali sulla cresta nord di Punta Herron. In questa sezione i due sono stati costretti a salire diverse varianti. Foto: Rolando Garibotti.

Sebbene le condizioni non fossero eccezionali, eravamo disposti a sopportarle. Stavo aspettando un altro tentativo da novembre, e questo si è tradotto in una spinta ulteriore. Questo non è insolito. Spesso in un’impresa aspetto fino a poco prima di dover per forza tornare per fare del mio meglio. La stessa cosa accade in molti sport, non ultimo nel calcio, dove spesso gli ultimi minuti di una partita sono i più pieni di azione.

Per tutto il giorno abbiamo combattuto freddo e vento, impegnandoci come poche altre volte ho fatto. Quella notte abbiamo passato un’ora a scavare un terrazzino sotto i funghi della Herron, e poi ci siamo sigillati contro il vento all’interno del nostro unico sacco da bivacco. Accendemmo il fornello e sciogliemmo il ghiaccio per un po’. Poi il fornello si è spento. Una nuova bomboletta non cambiò le cose, perfino i nostri accendini non funzionavano. All’improvviso Colin esclamò: “Non c’è ossigeno!” Ha aperto la cerniera del sacco da bivacco per inondare la nostra piccola casa di aria fresca.

Garibotti alla ricerca dei sistemi di fessure che caratterizzano la via Huber-Schnarf sulla Torre Egger, secondo giorno. Foto: Colin Haley.

Il 22 gennaio, sentendoci insolitamente stanchi, probabilmente a causa del nostro avvelenamento da monossido di carbonio, siamo saliti con un tempo perfetto. Colin è andato avanti sui funghi della Herron, e dalla vetta una breve discesa in corda doppia ci ha portati al Col de Lux, tra la Herron e la Egger. Ancora una volta, abbiamo trovato molta più neve e brina di quanto avessi visto a novembre. Dopo il primo tiro facile, la brina mi ha costretto a salire un paio di varianti alla via Huber-Schnarf. Tuttavia, abbiamo presto raggiunto il fungo sommitale. Per fortuna da questo lato il fungo della Egger è abbastanza facile, e Colin ci ha portato velocemente in vetta.

A novembre avevo paura di scendere dalla parete sud della Torre Egger. Nessuno aveva toccato quella parete dalla prima salita della vetta nel 1977. Ma ora conoscevo esattamente la linea di doppie ed è andata bene. La parete era tutta ricoperta di brina, così come il primo tiro dal Colle della Conquista fino a un piccolo piedistallo dove ci siamo uniti alla linea di El Arca.

Haley in silhouette sulla Torre Egger. Lo Hielo Continental si apre a ovest, con il vulcano Lautaro in distanza. Foto: Rolando Garibotti.

Poi, all’improvviso, si mise a fare troppo caldo. Il ghiaccio cadeva intorno a noi, schiantandosi contro la roccia con il rumore delle onde. Per le due ore successive salimmo il più velocemente possibile, chinando la testa, finché trovammo una prua di roccia sotto la quale potevamo trovare riparo. Erano solo le 17.00, ma abbiamo deciso di fermarci e bivaccare. Alzando gli occhi vedemmo che il fungo di ghiaccio che aveva fermato il mio tentativo con Hans era caduto. Ma El Arca non sembrava in ottime condizioni; c’era molto più ghiaccio rispetto al 2005. Ero ansioso di provare una linea diversa che avevo intuito sulla parete nord, ma Colin mi ha messo in guardia contro l’avventura su terreni inesplorati e mi ha convinto che El Arca era l’opzione migliore. È stata questa decisione più di ogni altra a garantire il nostro successo.

Haley segue su El Arca de los Vientos, in alto sulla parete nord del Cerro Torre. I due, prima, erano scesi sulle rocce ricoperte di ghiaccio della parete sud della Torre Egger che si vede dietro. Foto: RolandoGaribotti.

In mattinata ho attaccato la parete nord-ovest del Cerro Torre, salendo da capocorda i tiri su El Arca che avevo già salito due volte. In molti punti le fessure erano ostruite dal ghiaccio, e questo mi ha rallentato considerevolmente. All’inizio della stagione le temperature più basse sembrano tenere a bada il ciclo di fusione e rigelate su questo versante, così si può pulire velocemente il ghiaccio e trovare fessure pulite; a gennaio l’aumento delle temperature fa sciogliere e poi riformare il ghiaccio nel profondo delle fessure. A un pendolo chiave, un altro fungo di ghiaccio si era messo di mezzo. Incapace di arrampicarmi abbastanza in alto, ho fatto due cadute laterali di una quindicina di metri. Stanco e sfinito, ho fatto qualche altro movimento ma alla fine, sprofondando nella vergogna, ho tirato fuori il coraggio dallo zaino… e ho piantato uno spit, non di sosta. Dato che El Arca era la mia via, sentivo di avere il “diritto” di perforare, ma non sono affatto orgoglioso di averlo fatto.

Su tutta la Torre Traverse ci sono cinque spit non di sosta: uno sullo Spigolo dei Bimbi alla Punta Herron, piazzato dopo la prima salita da uno sconosciuto; tre sulla via Huber-Schnarf alla Torre Egger; e ora il mio singolo nuovo spit su Arca. Considerando i 2.050 metri di dislivello, questo non è un numero significativo, ma in buone condizioni dovrebbe essere possibile salire l’intera traversata senza utilizzarne nessuno.

Abbiamo girato sulla parete nord e abbiamo scoperto che i primi tre tiri erano abbastanza puliti dalla brina, ma l’ultimo era coperto di ghiaccio, perciò ci ho messo quasi due ore a scalarlo. Quando finalmente sono arrivato all’ultima sosta sulla parete nord intorno alle 17.00, ho respirato profondamente di sollievo.

Colin è salito per un breve tiro sul fungo, e poi ci siamo abbassati e siamo risaliti per una trentina di metri per raggiungere la via Ferrari del 1974 sulla cresta ovest. Lui ha poi salito altri due tiri, scavando gallerie nel ghiaccio di brina, per raggiungere la base dell’ultima lunghezza. Sia Colin che io l’avevamo già salita in precedenza, ma questa volta abbiamo scoperto una formazione di brina verticale liscia come un tavolo da biliardo e priva di punti deboli.

Haley segue su El Arca de los Vientos, in alto sulla parete nord del Cerro Torre. I due, prima, erano scesi sulle rocce ricoperte di ghiaccio della parete sud della Torre Egger che si vede dietro. Foto: RolandoGaribotti.

Erano le 7 di sera quando Colin iniziò il suo tiro. Il sole basso faceva brillare la brina come oro e la riscaldava in un pasticcio spugnoso e umido. Per quasi due ore Colin ha scavato e scavato, ricavando un mezzo tubo verticale di una dozzina di metri. Poi, troppo bagnato e stanco per continuare, decise di ritirarsi. L’ultima volta che avevo salito questo tiro avevo promesso che non l’avrei salito mai più, così non mi sono offerto. Era il clou del compito di Colin, ho razionalizzato, e in più avevo anche paura. Abbiamo deciso di bivaccare. Dopo aver scavato una piccola cengia nel ghiaccio ci siamo sdraiati in uno scenario fantastico: eravamo a 50 metri dalla vetta del Cerro Torre, con ai piedi l’enorme calotta di ghiaccio della Patagonia meridionale, e montagne e ghiacciai che si estendevano a perdita d’occhio, dal San Lorenzo all’estremo nord al gruppo del Paine all’estremo sud.

Rimasi sveglio quasi tutta la notte, rivisitando i 24 anni di arrampicata che mi avevano portato a questo punto. Ho ripensato alla mia prima visita a questo massiccio nel 1986, quando, giovane e inesperto, avevo impiegato tre giorni per scalare l’Aguja Guillaumet, una delle guglie più piccole della zona. L’esperienza allora era stata ricca quanto lo era adesso la Torre Traverse.

Haley all’inizio della prima delle tre lunghezze sui funghi sommitali del Cerro Torre, sulla cresta ovest. Alcune gallerie naturali li avevano portati fino a lì, ora però dovevano scavare una vera e propria galleria nella parete terminale. Foto: Rolando Garibotti.

Colin si era inzuppato durante il suo tentativo sull’ultimo tiro e al mattino ha impiegato molto tempo per riscaldarsi. Non ci siamo mossi fino alle 9. Colin non ha avuto la sua solita fretta, ma si è preparato e ha iniziato a salire con decisione. In cima all’half pipe che aveva scavato la sera prima, invece di continuare a scavare la superficie esterna della brina (che è ciò che la maggior parte dei leader, me compreso, aveva fatto in passato), Colin iniziò brillantemente a scavare un tunnel all’interno del muro. I progressi erano lenti, ma qualsiasi progresso a questo punto era una buona notizia. Dopo più di tre ore di lavoro metodico, è saltato fuori 20 metri più in alto, ha raggiunto un ulteriore tunnel naturale ed è emerso sull’altopiano sommitale.

Ultimo tiro (che ha richiesto 4 ore!) della via Ferrari sulla cresta ovest del Cerro Torre: Haley sta ultimando la lunghezza con lo scavo integrale di un tunnel artificiale.

A mezzogiorno ci trovavamo in cima e ci legammo in un lungo abbraccio. Non c’era alcun senso di realizzazione o sensazione di euforia: c’era ancora troppo lavoro da fare per quello. Ho pensato a Nadina, mia nipote di quattro anni, e mi sono sgonfiato come un palloncino bucato. Come potevano le ricompense di questa ricerca giustificare i rischi che avevo preso e i sacrifici che avevo fatto? Ho visto mia moglie solo per dieci giorni in cinque mesi e ho ignorato i miei nipoti per lo stesso tempo. Il lavoro creativo dietro la Torre Traverse era quasi finito prima che io e Colin iniziassimo; a parte qualche variante obbligata per via della roccia ricoperta di brina, avevo già salito ogni metro della traversata. Questa volta le sfide maggiori erano state le complicazioni della vita stessa: organizzare abbastanza tempo libero, essere senza infortuni e in forma nei momenti giusti e trovare un equilibrio tra desiderio e appagamento.

Dopo un breve riposo abbiamo iniziato la discesa apparentemente infinita della Via del Compressore sulla cresta sud-est del Cerro Torre. A sera, affamati ed esausti, abbiamo raggiunto con gratitudine il ghiacciaio. Mentre scivolavamo e tornavamo di corsa al nostro campo, saltando sui crepacci e attraversando per l’ultima volta i seracchi, sorridevo, pieno di apprezzamento ed entusiasmo per le sfide appena superate. Un viaggio così lungo e arduo per raggiungere una gioia così semplice.

Foto di vetta. Colin Haley (a sinistra) e Rolando Garibotti.

Sommario
Area: Massiccio del Cerro Torre, Patagonia, Argentina.
Ascensione: prima salita della Torre Traverse, salendo il Cerro Standhardt per la via Exocet (700 m, VI 5.9 WI6), la Punta Herron per lo Spigolo dei Bimbi (400 m, VI 5.10 MI5), la Torre Egger per la via Huber-Schnarf (250 m, VI 5.10 MI3), e il Cerro Torre attraverso la parte superiore di El Arca de los Vientos (700 m, VI 5.11 A1 MI6), 21-24 gennaio 2008, di Rolando Garibotti e Colin Haley. (Nota: il grado MI sta per “ghiaccio a fungo”).
Una nota sull’autore
Rolando Garibotti ha visitato i massicci del Fitz Roy e del Cerro Torre più di 20 volte, a partire dall’età di 15 anni quando ha scalato l’Aguja Guillaumet. Le sue salite più belle nella zona includono la prima salita completa della parete nord del Fitz Roy nel 1995 e la prima salita della parete nord del Cerro Torre nel 2005, entrambe in stile alpino. Nato in Italia, cresciuto in Argentina, e attualmente residente negli Stati Uniti, si considera cittadino di Bariloche, cittadina nel Distretto dei Laghi della Patagonia settentrionale, poiché questo è il luogo dove ha sviluppato la sua passione per la montagna e dove, un giorno, spera di godersi la vecchiaia.

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The Torre Traverse ultima modifica: 2021-08-10T05:50:00+02:00 da GognaBlog

2 pensieri su “The Torre Traverse”

  1. 2
    emanuele says:

    concordo con Marcello…. aria di libertà, quella con L maiuscola

  2. 1
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